Effetto giorno23/01/2020

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La crisi identitaria del M5s: da movimento a partito - L'analisi di Daniele Biacchessi

Le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, la transizione di Vito Crimi, gli Stati generali di marzo, la nomina di un nuovo leader.
E' il percorso irto e difficile della rifondazione del M5s, travolto da una crisi dalle origini antiche e che nelle ultime settimane ha registrato una forte accelerazione: le dimissioni di numerosi parlamentari passati al gruppo misto e alla Lega, l'abbandono del ministro Lorenzo Fioramonti alla guida del dicastero dell'istruzione, l'espulsione di Gianluigi Paragone, la tendenza negativa che dimezza la consistenza elettorale dal 32% delle politiche del 2018 allo striminzito 16% valutato oggi dai sondaggi.
La fine della leadership di Di Maio giunge nel punto più alto delle guerre interne tra le varie correnti nazionali e locali che fanno assomigliare il Cinque stelle sempre più ad un vecchio partito che a un movimento.
E qui sta il punto.
Non sono tanto l'alleanza con il Pd, l'incapacità di Di Maio e di Beppe Grillo di tenere unite le varie anime oppure le fregole egocentriche di qualche nuovo capetto.
La crisi del M5s è in primis di tipo identitario.
Un movimento diventato partito che si muove come tutti gli altri partiti e perde la sua connotazione, disperdendo così la spinta propulsiva iniziale.
Gli elettori hanno avvertito questo cambiamento e in molti lo hanno abbandonato.
Non sarà facile ritrovare in pochi mesi una nuova collocazione politica.
Nemmeno al congresso di marzo.

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