Effetto giorno13/01/2020

Il meglio di

Giampaolo Pansa un giornalista controverso - L'analisi di Daniele Biacchessi

C'è un libro che funziona da spartiacque nella vita di Giampaolo Pansa, morto ieri a 84 anni.
È "Il sangue dei vinti", uscito nel 2003 per i tipi di Sperling&Kupfer.
Su quelle pagine nasce la nuova narrazione sulla Resistenza, dove Pansa veste i panni dello storico che punta il dito sulle cosiddette malefatte dei partigiani nel dopoguerra, gli omicidi dei liberatori, santificando appunto il sangue dei vinti, dei fascisti.
Ed è esattamente lì che Pansa rompe con il suo passato di giornalista di sinistra e con i suoi lettori di sempre.
Lui che aveva raccontato l'Italia del boom economico, della sciagura del Vajont, delle stragi e del terrorismo, fino alla dura critica a Craxi, al Caf, alla casta, anche al Pci.
Quel Pansa che aveva rappresentato un punto nodale del giornalismo sulle pagine de "La Stampa" di Giulio De Benedetti, su "Il Giorno" di Italo Pietra, su "Messaggero", "Corriere della sera", "Repubblica", diventando una delle grandi firme del "Gruppo Espresso-La Repubblica".
Ma è sul suo revisionismo, o meglio sul rovescismo che Pansa consuma il vero strappo.
Negli ultimi anni lo porta verso l'altra sponda, quella che in fin dei conti aveva combattuto da giovane universitario con la sua prima tesi, divenuta poi libro, l'inizio della sua carriera, "Guerra partigiana tra Genova e il Po", dove invece i partigiani erano i veri liberatori d'Italia.

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