Cuore e denari23/03/2016

Il giorno dopo Bruxelles

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Ciascuno di noi si confronta quotidianamente con le proprie paure, mettendo in atto strategie per affrontarle o e per evitarle, ma cosa succede quando la paura che proviamo ci viene trasmessa ed è condivisa dalla società? E' una paura più grossa di noi, per la quale ci sembra di non avere strumenti abbastanza efficaci per superarla o metabolizzarla. Così entriamo in uno stato di agitazione che ci porta a chiederci e a evitare le situazioni che ci paiono più rischiose. Dalle Torri Gemelle in poi dopo ogni attacco terroristico, per un certo periodo, la gente ha volato meno, ha viaggiato meno, ha frequentato meno ristoranti e cinema, ecc. Una sorta di evitamento che rischia di renderci psicologicamente più fragili. Ma non solo. Con i nostri esperti chiederemo di capire la differenza tra la paura che si attiva quando pensiamo di essere potenziali vittime di attentati terroristici e quella che nasce dal timore che ai nostri figli possa succedere qualcosa , un incidente proprio come quello che è costato la vita alle ragazze in Erasmus. Ne parliamo con il prof. Alberto Pellai, medico ricercatore università di Milano e psicoterapeuta e il prof. Fabio Sbattella - psicologo e psicoterapeuta didatta, insegna Psicologia delle emozioni all'Università Cattolica di Milano, dove è responsabile dell'Unità di ricerca di psicologia dell'emergenza e dell'assistenza umanitaria.

Siamo tutti scossi dagli attacchi terroristici a Bruxelles. Riviviamo come un doloroso deja vu il clima del 13 novembre. E lo facciamo con un senso di impotenza frustrazione paura. Sentimenti per certi versi analoghi a quelli che abbiamo provato per l'incidente in Spagna in cui hanno perso la vita le studentesse italiane. Ogni evento a cui assistiamo o di cui abbiamo notizia attiva emozioni. È nella natura dell'uomo animale sociale capace di empatia e compassione. La nostra capacità di relazionarci con l'altro, di capirne le emozioni e persino di provarle quando le vediamo è dovuta alla presenza di neuroni specchio. Ne parliamo con il prof. Giacomo Rizzolatti che con la sua équipe del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università degli Studi di Parma a metà degli anni Novanta li ha scoperti.

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