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Il rovescio del pallone: la Supercoppa italiana in Arabia Saudita

La prima volta fu a Washington, Stati Uniti, 1993; ma certo la più clamorosa è quella di Tripoli, il 25 agosto del 2002: nell'afosa notte libica e su un campo di erba e sabbia, la Juventus batte il Parma per 2 a 1 con la doppietta di Alessandro Del Piero. Verranno poi ancora gli Stati Uniti, in New Jersey, e poi Pechino, Doha, in Qatar, e ancora al Cina con Pechino. Insomma l'idea di far disputare la Supercoppa Italiana, la sfida che mette di fronte i vincitori di scudetto e Coppa Italia, all'estero, non è nuova. Ad alimentarla interessi diversi: quelli del nostro calcio, sempre voglioso di nuovi mercati e ricchi introiti tv; ma anche quelli di Paesi che, anche attraverso lo sport, vogliono sempre più accreditarsi come interlocutori credibili sugli scenari economico-politici internazionali.


Stavolta, però la scelta della Legacalcio ha spaccato l'opinione pubblica. Il 16 gennaio, la Juventus campione d'Italia e il Milan (sconfitto nella finale di Coppa Italia proprio dai bianconeri) si affronteranno alle 18.30 italiane al King Abdullah Sport City Stadium di Gedda in Arabia Saudita. Scelta suggestiva e remunerativa (il contratto prevede che in Arabia si disputino tre edizioni della supercoppa in cinque anni, per un totale di 22 milioni e mezzo di euro), ma a dir poco discutibile sotto il profilo dei diritti umani.


Dario Ricci ripercorre le tappe che hanno portato a questa decisione, le polemiche che ci stanno accompagnando alla finale, la siuazione attuale in Arabia Saudita e gli scenari possibili in vista, della sfida del 16 gennaio, anche dei sempre più vicini Mondiali di Qatar2022

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