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EUROREPORTAGE - Le nuove destre europee


Ungheria, Fidesz 40mila iscritti, 49,3% dei voti, guida del partito Viktor Orbán.
Polonia, Pis 34mila 500 iscritti, 37,6% dei voti, capo Jarosaw Kaczyski.
Austria, Fpö 60mila iscritti, 26% dei voti, leader Heinz-Christian Strache.
Italia, Lega, 30mila iscritti, 17,3% dei voti, segretario Matteo Salvini.
Francia, Rassemblement national (Rn), 83mila iscritti, 13,3% dei voti, leader Marine Le Pen.
Germania, Afd, 30mila iscritti, 12,6% dei voti, capi Alexander Gauland, Jörg Meuthen.

Passa da questi dati oggettivi l'avanzata della nuova destra in Europa che non è maggioranza politica e probabilmente non lo sarà alle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019, ma è in netta crescita nei sondaggi.
Infatti sul piano demoscopico i gruppi cosiddetti sovranisti incalzano gli schieramenti storici che hanno retto fin qui le sorti dell'Euopa sul piano politico.
Popolari (-35 seggi), e Socialisti (-44 seggi), vengono stimati in forte calo rispetto ai partiti considerati euroscettici e "populisti" come Enf (+ 25 seggi).

Si tratta di partiti nuovi oppure movimenti vecchi che si sono rinnovati, snelli sul piano organizzativo, tutti radicati nel territorio, capaci di attrarre pezzi consistenti della popolazione attraverso messaggi semplici, chiari, arroccati intorno all'immagine di un leader carismatico. I temi che accomunano questi partiti sono molti: populismo, sovranismo, suprematismo, lotta all'immigrazione clandestina, sicurezza, maggiori poteri alle forze dell'ordine, soprattutto scontro duro con le istituzioni europee sui parametri utilizzati nel sistema della euro zona.


Sul piano economico restano numerose differenze, ma la lotta contro la globalizzazione rimane nella testa di tutti i leader. La recente crisi finanziaria ha allargato il divario tra popolazione con redditi alti e persone che vivono sotto i livelli minimi di povertà, e molte altre che si barcamenano a stento. Il voto è essenzialmente popolare. C'è più che altro il desiderio di trovare risposte nuove e a problemi che la globalizzazione ha creato e che non si riesce a dominare. Il voto non può essere considerato "di protesta", così come non è "di pancia". Nella maggior parte è un voto che, come quelli precedenti, nasce dalla necessità di scoprire alternative a una realtà politica che, in Europa, piace a un numero sempre minore di persone.


E il successo delle nuove destre europee passa anche da un nuovo modo di fare comunicazione. Facciamo degli esempi. Partiamo dalla Germania dove Cdu e Spd attraversano una crisi epocale.

Berlino, Jakob Kaiser-Haus, stanza 6630. In questo palazzo nel quartiere amministrativo della capitale tedesca si trova lo studio di registrazione del gruppo parlamentare di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd): una piccola stanza con un tramezzo blu e tanto di logo dell'Afd, green screen per lo sfondo dei video, telecamera, un riflettore. Oltre che nella sala stampa, nel viale Unter den Linden, è qui che si confezionano le notizie con cui il partito di estrema destra dirotta i cittadini tedeschi dalla televisione pubblica, alle notizie targate Afd. Servizi curati, brevi, messaggi precisi, infografica semplice quasi didattica.

Alle elezioni del 2002, l'attuale premier ungherese Viktor Orbán non si aspettava di essere sconfitto, ma fu veloce a indicare il colpevole della disfatta: i mezzi d'informazione indipendenti, che erano stati troppo critici con il suo partito, Fidesz. Così, dai banchi dell'opposizione, Orbán si è costruito un proprio impero dell'informazione. Un ruolo chiave l'hanno avuto gli oligarchi vicini al partito, che hanno investito in testate giornalistiche ed emittenti private e che oggi controllano nei fatti il mercato ungherese dei mezzi d'informazione.

Strade simili percorre in Francia il Rassemblement national (Rn), nuovo nome del Front national di Marine Le Pen. Nel 2017 il portavoce di Marion Maréchal, la nipote di Le Pen, ha fondato L'Incorrect, rivista patinata rivolta a un pubblico giovane. La linea editoriale è chiara: "Stacchiamo la spina al '68!".

In combinazione con Facebook la propaganda dei mezzi d'informazione dell'estrema destra dà i risultati migliori. Se il leader dell'Fpö Heinz-Christian Strache condivide un post la notizia raggiunge con un clic quasi 790mila utenti Facebook.
La leader dell'Rn Marine Le Pen ha addirittura 1,5 milioni di follower su Facebook, Matteo Salvini, il ministro dell'interno italiano e leader della Lega, ne ha tre milioni.


Ma il fenomeno è notevolmente allargato anche ad altri paesi.
In Danimarca, il Partito del popolo danese (DF) è una forza importante anche se non maggioritaria. DF ha tra gli altri punti del suo programma l'introduzione del divieto di ingresso nel paese per gli immigrati di religione musulmana. È anche nazionalista e contrario all'Unione europea. In Slovacchia i nazionalisti di Nostra Slovacchia (LSNS) e quelli del Partito Nazionale Slovacco (SNS) sono in aumento. In Svezia, considerata la patria della socialdemocrazia europea, i sondaggi danno oramai l'estrema destra degli Svedesi Democratici sono in crescita.

L'estrema destra in Europa ha molti volti: sovranisti, populisti, euroscettici o eurofobici, a volte apertamente razzisti e xenofobi, ma non c'è dubbio che la sua forza principale negli ultimi anni sia arrivata dalla crisi migratoria e dalla promessa di lottare contro l'Islam. Ed è su questo punto ormai strategico che si dovrà cimentare la nuova leadeship europea per evitare di essere travolta a breve.

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