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La parabola del portiere-pittore: Ezio Sclavi

Portiere quasi per caso, pittore per folgorazione e di talento vero, volontario in Abissinia con un reparto di motociclisti, ma soprattutto laziale. È la straordinaria vita di Ezio Sclavi, raccontata da una biografia fuori dal comune di Fabio Bellisario per Eraclea, "Ezio Sclavi, portiere pittore". E proprio Bellisario è oggi ospite a Olympia per rivivere la parabola di questo straordinario campione-artista. Sclavi, originario dell'Oltrepò pavese, ha 250 partite in serie A tra gli anni '20 e '30, quando giocare titolare in serie A non era cosa da poco conto: ma se i tifosi lo ricordano come bandiera biancoceleste e riserva in nazionale, è tutto il resto a rendere il fortissimo numero uno, il primo di una lunga serie, laziale qualcosa fuori dal comune. Nato nel 1903, militare a Roma diventa portiere per evitare la noia della naia: è antifascista, ha un fratello anarchico che combatterà in Spagna nel 1936, e viene rapito dalla pittura a fine anni '20, quando incontra i pittori di via Margutta e del Caffè Rosati di Roma. Conosce Corrado Cagli che gli farà da mentore e che lo incoraggerà a proseguire con la pittura e con lui avrà una profonda amicizia. Gioca a pallone e dipinge: taciturno, ombroso, fortissimo. Diverso dagli altri colleghi calciatori, nel tempo libero cura il settore giovanile della Lazio. "Era un uomo poliedrico, versatile - ricorda Bellisario -: atleta, incuriosito e attratto dallo sport e dal calcio in particolare, ma attento osservatore di ogni cosa della vita, e capace di passioni intense e assolute"...

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E dipinge sempre tanto: ma i quadri li regala, non li vende. E li espone, sul serio: vince premi, va alla Biennale di Venezia, è stimato. Poi la carriera piano piano declina, la Lazio lo molla e una brusca decisione: basta calcio. Si arruola per la Guerra di Etiopia. Sembra una decisione impulsiva e invece è mezza vita. Dopo la conquista si stabilisce ad Adis Abeba, continua a dipingere quadri bellissimi di donne e uomini africani, si mette in affari, ma la guerra ritorna, il Negus anche e Sclavi viene internato dagli inglesi in Tanganica. Prigioniero civile di guerra fino al 1947: undici anni senza rivedere Roma, la Lazio, l'Italia. Da prigioniero continua a fare le uniche due cose per le quali ha passione: giocare al calcio e fare quadri. Quando ritorna in Italia non sa che fare, dove andare, come vivere: e quindi se ne va dalla sorella ad Arma di Taggia, in Liguria.
Lì vivrà il resto dei suoi giorni, proseguendo a dipingere, ricordando il calcio eroico e la Lazio, che è sempre nel suo cuore. Fa mostre, riceve critiche positive, vende. Muore nel 1968, a 65 anni. Pittore astratto ed informale, sperimentatore, chi oggi ha un suo quadro, ha un valore in casa. "Nella memoria, il ricordo dell'uomo di sport supera quello del pittore - sottolinea ancora Bellisario - ma è pur vero che l'artista-Sclavi è stato riscoperto soprattutto dopo la morte, e gode oggi di fama e apprezzamenti simili a quelli che seppe meritarsi lo Sclavi-portiere"...

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