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Il Guggenheim sconfitto dagli animalisti

Musei e artisti si trovano spesso al centro di discussioni culturali e scontri ideologici, e in fondo è parte del loro lavoro: provocare, sfidare e creare consapevolezza. E' quello che è successo in queste settimane al Guggenheim Museum di New York, dove oggi apre l'esposizione "Art and China After 1989: Theater of the World". Nel giro di pochi giorni contro questa installazione dedicata al mondo dell'arte orientale sono state raccolte più di 700,000 firme, con cui diversi gruppi di animalisti hanno sostenuto una petizione a sostegno delle "esposizioni non violente". La ragione del discutere? Tre opere molto particolari, che rappresentano tre metafore della vita in Cina al giorno d'oggi: "Dogs That Cannot Touch Each Other", "A Case Study of Transference" e "Theater of the World".

Le prime due installazioni sono video, con contenuti piuttosto forti. Nel primo lavoro alcuni bulldog cercano di azzuffarsi, ma il loro istinto viene soffocato da guinzagli che gli impediscono di raggiungersi, mentre nel secondo una coppia di maiali si accoppia di fronte ad una platea di persone. Il punto vero è però il lavoro di Huang Yong Ping, Theater of the World, che dà per altro il nome all'intera esposizione: si tratta di centinaia di rettili e insetti che si azzuffano, si mangiano o si proteggono a vicenda all'interno di una gabbia; gli spettatori possono così assistere all'interazione di diverse specie fra loro, "ad uno studio sul caos", come lo ha definito la curatrice Alexandra Munroe, responsabile della sezione ‘Arte Orientale' del Guggenheim. "Non si tratta di arte - sostengono gli animalisti - tutto ciò che nasce dalla violenza sugli animali e dal loro sfruttamento non può considerarsi un'opera buona". il risultato di tutta questa vicenda è da un certo punto di vista sconcertante: il Guggenheim ha deciso di ritirare le tre opere, compresa quella che da' il nome alla mostra, dichiarando forfait nella sua battaglia per la libertà di espressione. La mostra oggi aprirà con lo stesso titolo, ma monca del suo lavoro principale.

"Abbiamo ricevuto minacce indirizzate agli organizzatori e agli eventuali visitatori, alcune di queste credibili", ha detto ai media il direttore del Guggenheim Richard Armstrong, cercando di giustificare la sua decisione. Non si tratta però certo del primo episodio di questo tipo. Lo stesso è accaduto ad inizio anno a ‘Emmett Till Open Casket', l'opera di Dana Schultz esposta alla biennale del Whitney Museum. Emmett Till era un ragazzo di colore massacrato brutalmente in Mississippi nel 1955 e Diana Shultz ha voluto rappresentare il suo volto tumefatto in segno di protesta per le violenze contro la popolazione di colore, ma il risultato è stato però l'esatto opposto. La popolazione afro americana è insorta chiedendo non solo la rimozione del dipinto, ma perfino la sua distruzione: nessun bianco, sostenevano, può usare una tragedia ‘nera' per fare del business. Un episodio simile ha visto coinvolto nel 1999 anche il dipinto di una Vergine Maria di colore di Chris Ofili, esposto al Brooklyn Museum. L'incarnato della madonna, data dalla miscela di escrementi di elefante e acqua, è però stato definito "una blasfemia e un gesto perverso" dall'allora sindaco della città Rudy Giuliani, che ha perfino minacciato di tagliare i finanziamenti all'intera struttura. In entrambi i casi ad avere la meglio è stata però l'arte. L'Open Casket è ancora al suo posto, mentre la madonna nera di Ofili è restata a Brooklyn fino al 2015, quando è stata venduta per ben 4,6 miliardi di dollari.

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