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Usa fuori dall'Unesco, ma l'attenzione è sull'economia

Gli Stati Uniti fuori dall'Unesco. Il Dipartimento di Stato ha annunciato la decisione di ritirarsi dall'agenzia culturale Onu sostenendo, tra le altre motivazioni, che sia un'organizzazione anti-israeliana; dal 2019 - salvo ripensamenti - agli Stati Uniti avranno quindi lo status di Paese osservatore. Sul fronte interno si torna invece a discutere di sanità. Sconfitto più volte in Congresso nel suo tentativo di riforma dell'Obamacare, Trump ha deciso ieri di agire da solo, firmando un ordine esecutivo che permetterà la vendita di piani assicurativi al di fuori della regolamentazione di mercato imposta dalla legge in vigore. "Creeremo una competizione eccezionale e si abbasseranno i prezzi", ha promesso il presidente, ma i democratici sul punto si dicono molto scettici: i cambiamenti, sostengono, creeranno opzioni più economiche solo per i ricchi, facendo invece aumentare i costi per i malati e destabilizzando il mercato delle assicurazioni. Queste le notizie principali della giornata di ieri, ma in attesa di conoscere la decisione di Trump sull'accordo nucleare con l'Iran - in arrivo verso le 6 di sera ora italiana - a dominare è l'economia.
"La crescita globale sta accelerando. E' più forte ed è molto più ampia che negli anni recenti, ma non è il momento di compiacersi". Queste le parole dalla direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, in apertura degli annual meetings dell'istituzione di Washington. Se è vero che le stime per la crescita globale sono viste in crescita, al 3,6 per cento per quest'anno e al 3,7 per cento nel 2018, tuttavia il debito nelle economie avanzate resta a livelli record, al 110% del pil nel 2017. E con un'inflazione in molti casi ancora lontana dal 2% prefissato dalle banche centrali. Promozione sono parziale per l'Italia, che a fronte di una crescita in rialzo all'1,5% nel 2017, e all'1,1% nel 2018, deve però comunque scontare un paio di dati negativi: il debito pubblico resta al 133% nel 2017, e i crediti deteriorati non sono stati smaltiti. L'istituto di Washington prevede infine un deficit al 2,2% del pil nel 2017 e all'1,3% nel 2018.
L'Italia torna a comparire nei verbali del fondo anche sotto la voce istituti di credito, dove Unicredit viene citata assieme a Deutsche Bank, Societé Generale e BTC-e nella lista di quelle banche che secondo il Fondo non soddisfano - e non lo faranno almeno fino al 2019 - i parametri base di profittabilità e stabilità. Su questo però c'è da dire che l'istituto di Christine Lagarde si è spinto un po' troppo in là. Non solo la questione non è di sua pertinenza, bensì della Bce e dei suoi ‘stress test', ma soprattutto non aiuta affatto intervenire esplicitando nomi e cognomi di attori attivi in un comparto esposto sopratutto a fragilità psicologiche. Detto questo, e considerando anche la prudenza con cui l'Fmi guarda in avanti, sorge spontanea una domanda. Ha ragione Lagarde o hanno ragione gli investitori e i mercati che continuano a scommettere su un futuro roseo? Forse la verità, come spesso accade, si trova nel mezzo. Entro fine anno avremo però un primo verdetto: Wall Street sostiene che la Fed alzerà di nuovo i tassi di interesse di un quarto di punto percentuale, mentre il Fondo sostiene il contrario.
Canzone del giorno: Eric Bogle - Global Economy

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