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Classe media, una crisi radicata nei nuovi modelli industriali

Las Vegas. Il presidente Donald Trump ha visitato ieri i sopravvissuti, li ha invitati alla Casa Bianca, ha lodato i medici e i servizi di soccorso e ha ripetuto: "Il killer era un uomo malato, una persona demente". Eppure ancora poco si sa di Stephen Paddock, l'autore della strage più sanguinosa nella storia americana; l'Fbi ha in custodia la ragazza del killer, Marilou Danley, 62 anni e originaria delle Filippine. Proprio a lei Paddock avrebbe inviato circa 100.000 prima di commettere la strage, una voce per ora non ancora confermata. Altri media Usa come la Nbc sostengono invece che Paddock nelle settimane prima di colpire avesse scommesso almeno 160.000 dollari nei casinò di las Vegas, ma anche su questo le autorità per il momento tacciono, aspettando la fine delle indagini. Se queste voci venissero confermate proverebbero però se non altro una cosa: l'attentatore non ha agito mosso da problemi economici, e di certo non apparteneva a quella classe media sempre più bistrattata, scontenta e in ultima analisi arrabbiata. Quella stessa classe media che ha contribuito alla vittoria di Donald Trump su cui hanno fatto leva i suoi messaggi.
Solo il 59% della popolazione americana appartiene oggi a questa fascia sociale, rispetto ad un'Europa dove si gravita tra un 65-80%. In Italia siamo al 67%, fanalino di coda la Spagna: 64%. Ma che cosa è cambiato dunque nella classe media americana? Suggestiva una lettura proposta dal New York Times: è cambiato il modello alla base delle grandi aziende, ci si concentra cioè solo sulle competenze primarie, e si esternalizza tutto il resto. Il vantaggio di delegare le funzioni non primarie a terzi è soprattutto per le compagnie, oggi più produttive e snelle, e per gli azionisti, che possono intascare maggiori profitti aziendali. Tutto questo però di contro incentiva anche l'ineguaglianza sociale e, di fatto, spiega perché la classe media è sempre più in difficolta.
Per sostenere questa tesi Neil Irwin, l'autore del pezzo, si è affidato ad un confronto tra due donne impiegate nel settore delle pulizie, una nel campus di Kodak negli ani '80 a Rochester, l'altra ai giorni nostri nel nuovo hub super tecnologico di Cupertino. Un confronto tra due modelli industriali distanti 35 anni. L'unico punto in comune fra le due è il salario, 16,60 dollari l'ora al netto dell'inflazione, mentre le differenze evidenziano il declino della 'middle class'. Il lavoro si è fatto più incerto, soprattutto perché al posto fisso si sostituiscono contratti di uno o al massimo due anni, dove soprattutto non vengono riconosciuti i premi di anzianità e dove non esiste la possibilità di fare carriera: poco importa quanto uno sia abile, un'impresa di pulizie fornisce solo questo tipo di servizio. "Mentre il fondatore di Kodak, Eastman Kodak, ha creato benessere per due generazioni di membri della classe media, Steve Jobs non ha avuto lo stesso impatto". A scriverlo è l'economista di Harvard e premio Nobel Larry Summers, convinto che sia proprio questo nuovo modello aziendale una delle spiegazioni per la crescente ineguaglianza e la scarsa mobilità sociale. Il confronto regge anche analizzando la situazione da una prospettiva più ampia: Apple, Alphabet e Facebook - i ‘big three' della tecnologia odierna - hanno prodotto 333 miliardi di dollari di fatturato nel 2016, con 205,000 dipendenti in giro per il mondo. Nel 1993 le compagnie tecnologie di successo - Kodak, IBM and AT&T - avevano il triplo dei dipendenti, 675.000, e generavano il 27% in meno di fatturato; in sostanza, una ricchezza più redistribuita.
Bisogna dunque domandarsi fino a che punto sia possibile spingersi su questo percorso, perché una classe media sempre più debole e disillusa non fa altro che dare spazio a sentimenti di rivalsa. E c'è poi poco da stupirsi se ad avere l'ultima parola sono i muri e i populismi.
Canzone del giorno: Tom Petty - Free Fallin

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