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La protesta degli sfollati di Genova: "Non raccontateci bugie"
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La protesta degli sfollati di Genova: "Non raccontateci bugie"

di Raffaella Calandra

Un muro, portato in corteo, a rappresentare il proprio isolamento e una richiesta per tutte, fatta in genovese: "Non raccontateci musse, belinate, bugie".

Dopo la prima protesta, dopo i primi fischi della piazza alle istituzioni, dopo gli incontri separati con i commissari e col ministro, gli sfollati e gli abitanti della Valpolcevera trasmettono a Danilo Toninelli tutta la rabbia di chi da 55 giorni è senza casa o senza lavoro. E chiedono risposte certe, a cominciare dalla modifica del decreto, che ora sta cominciando il suo iter di approvazione. "Quel testo è come le scatole che ci hanno dato, per ora vuoto e inutile. Servono più fondi e più garanzie", ripetono Franco Ravera ed Ennio Guerci, portavoce dei 600 sfollati di via Porro e via Fillak.

Alle rassicurazioni verbali, i genovesi non credono più. Ora chiedono garanzie concrete sulle strade da riaprire, per i commercianti in difficoltà, per le aziende in zona rossa chiuse dal 14 agosto, quando il crollo del ponte Morandi, oltre alle vite di 43 persone, ha inghiottito anche la serenità di un'intera area della città. E le sue produzioni. "Il nostro dramma  è schiacciato dalle altre emergenze della città", lamentano gli operai di Ferrometal, Vergano, Lamparelli, Piccardo, Garbarino, tutte piccole ditte, il più delle volte con meno di 15 dipendenti. "Ora a casa anche senza cassa integrazione", raccontano.

Così dopo due mesi di "rispettoso silenzio", spiegano, Genova non si accontenta più di vaghe promesse. Protesta. Ed è pronta anche a bloccare tutto, se non arrivassero risposte certo entro 30 giorni.

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