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La cultura delle emergenze ambientali

di Daniele Biacchessi

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  • Effetto giorno le notizie in 60 minuti L'analisi di Daniele Biacchessi
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L'Italia è un Paese fondato sulle frane, sulle alluvioni, sulle calamità.
Il Dipartimento della Protezione civile, cioè la struttura del Governo preposta alla difesa del territorio risale ala legge del 24 febbraio 1992, n. 225, poi perfezionata nel 2012 con l'istituzione del servizio nazionale della protezione civile.
Se torniamo indietro nel tempo polemiche sulla gestione del territorio infuriarono dopo la sciagura del Vajont del 1963 con i duemila morti di Longarone, l'alluvione di Firenze del 1966 dove la vera protezione civile fu quella dei cosiddetti "angeli del fango", il terremoto del Belice del 1968 con 236 morti e le casette della ricostruzione in piedi ancora oggi.
Qualcosa si modifica solo con la legge dell' 8 dicembre 1970 n. 996, con l'intervento del Commissario Zamberletti dopo i terremoti del Friuli del 1976 e dell'Irpinia del 1980.
Nuovi regolamenti, leggi giungono fino all'odierna Protezione civile.
Ma i pur preparati funzionari di questa complessa macchina organizzativa che si mette in moto dopo calamità di ogni tipo, nulla possono davanti alla carenza di una pianificazione strutturale delle politiche ambientali di gran parte dei governi che si sono succeduti in questi anni.
Prevale una cultura di tipo emergenziale, cioè si interviene dopo le calamità quasi mai prima.
E quando si interviene, i finanziamenti si perdono nei meandri della burocrazia e delle pastoie politiche, come accaduto con i 1.150 milioni per progetti contro frane e alluvioni, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord, coperti da un prestito della Bei (Banca europea per gli investimenti). Oggi servirebbero, nessuno li ha ancora spesi.

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