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Il caso Battisti e i trattati di estradizione

di Daniele Biacchessi

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Il caso di Cesare Battisti, latitante per l'Italia, rifugiato secondo un decreto della Presidenza del Brasile, resta imbrigliato nelle pieghe dei trattati di estradizione internazionali, quelli che regolano i rapporti giudiziari tra i vari paesi.
Non è un caso che, fin dai primi degli anni Ottanta, una piccola parte di militanti della lotta armata di sinistra, condannati a vario titolo per reati di tipo associativo, avessero scelto di fuggire in Francia, Nicaragua, Argentina, Messico, Brasile.
In Francia resta ancora in vigore la cosiddetta "dottrina Mitterand" che riconosce lo status di rifugiato politico a chi dimostra di essere stato perseguito per le sue idee.
In Nicaragua risiede da tempo una colonia di membri di organizzazioni armate che fanno riferimento ad Alessio Casimirri, condannato in via definitiva per il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e gli uomini della scorta. Tra Nicaragua e Italia non sono mai stati firmati trattati di estradizione.
Con il Brasile esistono accordi di tipo giudiziario, ma sul caso di Cesare Battisti resta in vigore il decreto presidenziale che lo riconosce rifugiato politico.
Ma attenzione, nonostante fossero scattate tra gli anni Settanta e Ottanta dure e discutibili leggi di tipo emergenziale contro i tanti gruppi della lotta armata di sinistra, l'Italia non era il Cile di Pinochet e l'Argentina di Videla.
E i processi che hanno condannato quattro volte Cesare Battisti si sono tenuti nel pieno rispetto delle forme della democrazia.
Quindi Battisti non è un rifugiato politico, ma un latitante che si è sottratto alla giustizia.

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