6 giugno, 150 anni dalla morte di Cavour

postato da Simone il 06.06.2011, nella categoria Senza categoria
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A voler essere agiografici, cioè a santificare la figura di un padre della patria, si potrebbe dire che fatta l’Italia Camillo Benso, conte di Cavour, decise che la sua missione era finita e si spense. Morì a tre mesi dalla proclamazione del regno d’Italia in Parlamento, ucciso – al di là delle ipotesi complottistiche, che parlano addirittura di un avvelenamento francese – presumibilmente dalla malaria contratta nelle risaie di sue proprietà anni addietro. Si è scritto e detto fin troppo, di lui. Un grande statista, certo, in questo riconosciuto da tutte le grandi diplomazie europee e ancora studiato nelle scuole di relazioni internazionali; un uomo con lo sguardo rivolto al futuro, sostenitore della necessità di dotare il regno di infrastrutture adeguate e impegnato a fondo nell’innovazione agricola. Ma anche – secondo un’idea molto diffusa in una certa fascia di studiosi e appassionati di storia meridionali – non in grado di comprendere i problemi del mezzogiorno.

Fu anche altro. Un gourmand e, fatto poco noto, un grande seduttore. Basso, grassoccio, bruttino, eppure dotato di un carisma che le donne dell’epoca seppero afferrare. “Sono incapace di resistere alle preghiere di una bella donna in lagrime”, scrisse in una lettera. Del resto rimase sempre scaopo. Anche questi aspetti dell’uomo sono ben raccontati da una mostra allestita, fino al 26 giugno, a Palazzo Cavour a Torino. Dove sono stati minuziosamente ricostruiti gli ambienti dell’epoca, e due ricevimenti da mille persone ciascuno offerti dal conte in quel fatidico 1861. E qua esce il Gourmand, quello che era in grado – a pranzo – di mangiare stando a quanto racconta il padre, “grossa scodella di zuppa, due cotelette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè”. Amava mangiare, ma, come è ben raccontato nella mostra, un’ottima cena era anche  un ottimo modo di fare politica.

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Cuspidi della storia

postato da Simone il 23.05.2011, nella categoria Senza categoria
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Il Gazzettino, in questi giorni, racconta del 1848. Mi dibatto nel cercare di raccontare, nella maniera migliore possibile e nei 4′ consentiti dalla trasmissione, un anno che è stato una cuspide nella storia d’Europa. Gli eventi si sono susseguiti ad una velocità impressionante. Mi chiedo quale sia stata la cuspide dell’ultimo ventennio.

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I libri di storia, il Risorgimento e non solo

postato da Simone il 04.05.2011, nella categoria Nazione?
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La settimana scorsa sono stato a Roma e ho recuperato il libro di storia con il quale ho studiato al liceo. Si tratta de “L’operazione storica”, firmato da De Bernardi e Guarracino. E a guardarlo con gli occhi di oggi ho capito perché sono stato rimandato in storia e perché lo studio di questa materia fosse diventato così ostico, seppure mi avesse appassionato fino a quel momento. Impostazione materialista, basata sui grandi processi storici, scarsa presenza di date precise, di nomi. Nemmeno, per dire, quello di Ciro Menotti. Comprende una fitta parte dedicata ai documenti. Ma quali? Uno splendido articolo di Carlo Cattaneo su…l’innovazione agricola e 30 pagine dedicate alla rivoluzione in agricoltura nella prima metà dell’800; c’è una scheda sui metodi per effettuare stime demografiche su quel periodo storico; indicazioni storiografiche tra le più disparate; nemmeno un canto dell’epoca, pochi brani letterari; vaghi accenni alla vita quotidiana. Più tardi vorrei postare anche qualche pagina, per darvi un’idea migliore. Non ho dubbi che questa impostazione abbia la sua validità e non ho dubbi che sia un ottimo metodo di approfondimento. Non è però esattamente quello che serve ad insegnare la storia ad un ragazzo di 17 anni.

Un paio di note, una di carattere politico frutto anche di una riflessione con l’amico Piacenza, l’altra di carattere scientifico. Iniziamo dalla seconda.

Apparente divagazione: l’altra sera nella puntata di “Ulisse, il piacere della scoperta”  (il fatto che l’abbia vista vi dà una discreta misura del mio sabato sera medio) si parlava del cervello e si accennava ai meccanismi di apprendimento. Il buon Alberto Angela, discreto erede del padre, spiegava che apprendiamo meglio ciò che suscita emozioni di qualche tipo. Evidentemente, non è il caso del libro in questione, perché non è pensato per l’apprendimento, ma per l’insegnamento. Differenza sottile ma importante.

La considerazione politica è un’altra. Da un certo momento, in particolare dagli anni ‘70, l’insegnamento ha cambiato volto e spesso è stata scelta un’impostazione nuova e diversa. Quella del libro del quale stiamo parlando. Occhio, non sto facendo un discorso in stile Carlucci. Non è una questione di sinistra o destra, ma, appunto, di impostazione. Chi di voi è di quella generazione sa che persino negli Istituti Tecnici si facevano assemblee nelle quali si citava Marcuse e le parole d’ordine erano profonde, gli slogan avevano dietro un pensiero. Ma questo anche perché la formazione scolastica era avvenuta col vecchio metodo. La storia, per esempio, si faceva studiando le date e le persone e solo dopo si riuscivano ad identificare i grandi processi storici. Dibattito aperto.

E dunque eccomi, a 35 anni ho ricominciato, per mio piacere e per lavoro, a studiare la storia. A cercare di suscitare emozioni, a riprendere le date e le vicende degli uomini che la storia l’hanno fatta. Grazie a questo, adesso, vedo i processi storici e inizio a capirli. Dibattito aperto

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Il 2011 come il 1830? La Francia, la Libia, l’Algeria

postato da Simone il 12.04.2011, nella categoria Senza categoria
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Lo sappiamo che è un superclassico. Distrarre l’opinione pubblica che ti è contraria con muscolose azioni estere. Nel Gazzettino del 13 aprile la vicenda del 1830. Siamo alla vigilia dei moti del ‘30-’31, che prendono le mosse dalla Francia, quando Carlo X viene di fatto deposto. L’anno precedente si era chiuso con la nomina a primo ministro di Polignac, un conservatore, mentre il parlamento era a maggioranza liberale. Dai giornali vicini agli stessi liberali parte una campagna di stampa feroce e il 2 marzo Carlo X annuncia la spedizione in Algeria, nata da un banale pretesto commerciale. Non riesco a non pensare a questa cosa qua.

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Nord e sud al momento dell’unità, un’intervista

postato da Simone il 04.04.2011, nella categoria Nazione?, Senza categoria, nord e sud
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Visto che anche sulle nostre pagine Facebook (e non solo) si è sviluppato un discreto dibattito sul tema nord/sud e sviluppo al momento dell’unificazione, ho realizzato un’intervista con il professor Stefano Fenoaltea, che insegna storia economica all’Università di Roma Tor Vergata.

E’ autore di parecchie cose sul tema, tra cui La crescita industriale delle regioni d’Italia dall’Unità alla Grande Guerra (Banca d’Italia, 2001) e L’economia italiana dall’Unità alla Grande Guerra (Laterza, 2006) e coautore, con Carlo Ciccarelli, di La produzione industriale delle regioni d’Italia, 1861-1913: una ricostruzione quantitativa. 1. Le industrie non manifatturiere (Banca d’Italia, 2007) e “Attraverso la lente d’ingrandimento: aspetti provinciali della crescita industriale nell’Italia postunitaria” (Banca d’Italia, 2011).  E’ autore tra l’altro di Lezioni di economia politica (pdf, 2001), pure disponibile in rete.

E’ stato gentilissimo: ho mandato delle ipotetiche domande e mi ha risposto per iscritto, facilitandomi il lavoro. Nei prossimi giorni ne realizziamo una anche audio che ho intenzione di postare sul sito.

Dopo la lettura attendo vostri commenti e domande qua sotto, oppure sulla nostra pagina Facebook, o ancora a gazzettino@radio24.it.

Una nota sui commenti, visto che ci sono stati problemi: quando si clicca su “commenta” in fondo alla pagina, apparentemente riapre la pagina stessa. Se la scorrete fino in fondo apre lo spazio ai commenti medesimi, con la vostra identità Facebook se siete loggati, altrimenti in forma anonima.

C’era già un divario tra il Regno delle Due Sicilie e il nord Italia al momento dell’unificazione? Se sì di che dimensioni?

Dal punto di vista dell’industria, della quale mi sono occupato, il divario iniziale non risulta particolarmente significativo, almeno non nel senso che uno si immaginerebbe. All’Unità le industrie erano prevalentemente artigianali, concentrate presso i loro clienti, in sostanza le classi abbienti concentrate a loro volta nelle vecchie capitali. Il divario regionale era più Est-Ovest che Nord-Sud: scarseggiava l’industria nella fascia Adriatico-Ionica, dall’Emilia in giù, e in Sardegna: in sostanza, nelle regioni da tempo parti periferiche dei vecchi Stati multi-regionali. A livello provinciale si nota la presenza di alcune industrie, che utilizzavano forza motrice, già concentrate nelle prealpi, dove l’acqua calava dalle montagne anche d’estate. Le fabbriche che si sviluppano poi si concentrano, proprio per quel motivo, al Nord.

Questo però rispecchia in parte l’azione dello Stato postunitario. Da un lato, lo Stato ha favorito con i dazi lo sviluppo dell’industria cotoniera, che si concentra più di ogni altra nelle prealpi proprio perché usa molta acqua, anche e non solo come forza motrice. Dall’altro, lo Stato NON ha sviluppato un sistema di educazione tecnica nazionale, e tanto meno aperta a tutti, per cui l’Italia non ha sviluppato l’industria avanzata – allora la chimica e l’elettrotecnica – attirata proprio perché avanzata dalle risorse umane (come la grande industria, italiana, del Cinquecento) piuttosto che naturali, e pertanto potenzialmente ubicata anche fuori dal Nord (che invece si fece da se il Politecnico di Milano, madre ad esempio della Pirelli). Ma la cosa che va sottolineata è che la domanda è mal posta, per due motivi.

Primo, l’economia non è paragonabile al circuito di Formula 1 di Monte Carlo, dove non c’è spazio per sorpassare, per cui chi parte davanti dovrebbe effettivamente arrivare primo. Lo sviluppo, nazionale e a fortiori locale, dipende dal potere di attrazione delle risorse locali, potere che cambia repentinamente come cambia la tecnologia. La Ruhr si è trasformata da una ridente valle agricola a un centro dell’industria perché a un certo punto le sue risorse (il carbone) hanno attirato quelle altre risorse (il capitale umano e finanziario, magari anche il lavoro) che hanno costruito la nuova industria pesante. Le risorse sono mobili, la tecnologia cambia: il successo di oggi non dipende dal successo di ieri.

Secondo, le industrie che crescono crescono enormemente. Per fare un esempio, nel 1913 il prodotto reale dell’industria cotoniera italiana era il 1.300% circa di quello del 1861: qualsiasi vantaggio iniziale è ovviamente poca cosa rispetto alla crescita successiva.

Il succo di questo discorso è che in pratica l’eventuale divario iniziale non ha nessuna importanza.

Dal punto di vista delle finanze pubbliche Torino e Napoli come erano messe?

Non sono esperto della storia della finanza pubblica, ma mi risulta che il grosso del debito pubblico ereditato all’Unità fosse quello sabaudo. Per sviluppare il Piemonte economicamente (costruendo le ferrovie) e militarmente (per liberare o conquistare la penisola) si era speso molto: soldi presi a prestito, ma investiti a dovere.

Si sente dire da qualcuno che il Regno delle Due Sicilie fu “depredato” dai Savoia nella fase postunitaria. E’ corretto?

Cosa ci sarebbe stato da depredare? Sicuramente le tasse, il peso del servizio di leva aumentarono, con l’Unità, nell’ex Regno delle Due Sicilie; sicuramente la repressione del “brigantaggio” è stata quello che è stata, se ne scrive molto in questi ultimi tempi.

Certamente ci furono episodi di favoritismo: la marina a vapore si sviluppò grazie ai sussidi pubblici, e il Governo li diede ai genovesi e ai palermitani escludendo a priori, a quanto pare, i napoletani. Ma sono episodi, serve una visione più ampia del ruolo dello Stato.

Le grandi politiche furono, in sostanza, treLa politica delle infrastrutture fu tutta tesa al loro sviluppo dove mancavano, e dunque a vantaggio del Meridione. La politica dell’educazione nazionale portò alla scuola dell’obbligo, all’alfabetizzazione di massa, anche qui beneficiando in particolare il Meridione; è pur vero, come abbiamo già notato, che lo Stato trascurò l’educazione tecnica che poteva dare l’industria avanzata anche al Meridione. La politica doganale, inizialmente liberista, diventò dal 1878 protezionista. Questa nuova politica favorì a sua volta alcune industrie, come quella del cotone, che come abbiamo visto erano “naturalmente” settentrionali; danneggiò per contro le industrie esportatrici come quella della seta, anch’essa settentrionale. Ma c’è di molto peggio. Il dazio sul grano spinse l’Italia verso l’autarchia, le impedì di nutrirsi di grano estero a buon mercato e sviluppare come poteva attività più adatte a un paese con tante braccia e poca terra–compresa l’agricoltura specializzata, la coltivazione ad esempio degli agrumi e della vite, appannaggio appunto del Meridione. Il dazio sul grano ha condannato gli italiani, e in particolare i meridionali, all’emigrazione.

S’intravede quello che poteva succedere, senza il dazio sul grano, attraverso una cosa che emerge, a sorpresa, dai dati dei censimenti. Dall’Unità alla Grande Guerra le regioni dove più cresce la forza lavoro, perché c’è meno emigrazione, sono quattro: prima la Liguria, dove cresce molto l’industria; quarta il Lazio, aiutato ovviamente dal trasferimento della capitale nazionale. La seconda e la terza non sono la Lombardia, che non cresce più della Sardegna, e tanto meno il Piemonte, che nemmeno raggiunge la media nazionale. Seconda e terza sono le Puglie e la Sicilia, dove l’industria non va da nessuna parte: sembra dare lavoro, frenare l’emigrazione, proprio lo sviluppo, pur svantaggiato dal protezionismo che limitando le importazioni limita pure le esportazioni, della vite e degli agrumi.

L’eventuale vantaggio industriale di qualche regione, all’Unità, è senza importanza anche per questo motivo: che lo sviluppo non era, come non è, necessariamente industriale.

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Vignetta d’epoca

postato da Simone il 30.03.2011, nella categoria Nazione?, Rivoluzioni, satira
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Petacco e l’unità d’Italia

postato da Simone il 24.03.2011, nella categoria Senza categoria
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Vi segnalo questo video, dal blog di Grillo, con intervista a Petacco, autore tra l’altro di un libro, per chi non lo avesse, che vi consiglio. A breve qualcosina di mia produzione. Sto organizzando una o due interviste sul tema Sud/Nord

Petacco e unità

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17 marzo, i riferimenti

postato da Simone il 21.03.2011, nella categoria Senza categoria
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Per la storia d’Italia in 24 minuti metto qua ringraziamenti e riferimenti, che mi sono stati chiesti da più parti. Frammenti audio, voci utilizzate, canzoni, etc.

Un grazie ai colleghi Maria Piera Ceci, Dario Ricci, Adriana Fracchia, Alessandra Tedesco, Guido Scotti, Vanessa Quinto, Valeria De Rosa e Alessandro Milan, che hanno prestato la voce per le tappe dei Mille. Gli audio che abbiamo usato nell’ordine sono:

Silvio Berlusconi, al vertice Nato di Pratica di Mare;

Diego Abatantuono in Attila Flagello di Dio;

il Quartetto cetra nei 100 giorni di Napoleone;

Beppe Barra nel Canto dei Sanfedisti;

Paolo Stoppa nella parte di Pio VII nel marchese del Grillo di Mario Monicelli;

il trailer del videogame Starcraft II;

due brani da Fuoco su di me, il film su Gioacchino Murat di Lamberto Lambertini;

una riunione carbonara dall’Anno del Signore, di Luigi Magni (su quell’epoca la sua filmografia è immensa e insuperata);

la canzone realizzata con l’ode Marzo 1821 che sembra di Guccini, in realtà è Bennato che imita Guccini. E non è uno scherzo;

la voce del giuramento della Giovine Italia è di Roberto Saviano dal programma Parla con me;

la canzone “Camicie rosse” è nella versione di Massimo Bubola, il suo autore. Anche se tutti credono che sia della Mannoia;

il cantante dell’inno di Mameli è naturalmente Massimo Troisi da non ci resta che piangere;

nella parte di Carlo Cattaneo c’è Giancarlo Giannini in uno sceneggiato Rai firmato da Lizzani, mentre gli altri audio sulle cinque giornate sono da un film (ed è vero) di Dario Argento con Adriano Celentano;

Ciceruacchio, l’ero della Repubblia Romana è Nino Manfredi in In Nome del Popolo Sovrano, sempre di Magni;

infine la Battaglia di Magenta la canta Aldo a Giovanni e Giacomo che lo guardano perplesso.

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17 marzo, la telefonata più bella

postato da Simone il 17.03.2011, nella categoria Nazione?
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Ieri sera abbiamo fatto un bello speciale, dalle 21 alle 23, sulla notte tricolore. Tra le telefonate arrivata dai nostri ascoltatori ce ne è una che ho trovato stupenda. Ve la posto sul blog. Si è presentato come Marco, fa il camionista, è marocchino d’origine. E ieri ha avuto il compito di farci riflettere tutti:

Marco, ascoltatore R24

Fatemi sapere cosa ne pensate

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Blasfemie patriottiche. Buon 17 marzo a tutti…

postato da Simone il 13.03.2011, nella categoria Senza categoria
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