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La discussione del mese di aprile, appena conclusosi, ha raccolto diversi feedbacks, via e-mail e sui social network collegati a “Giovani Talenti”.
Grazie innanzitutto al nostro ascoltatore Giampiero, che l’ha suggerita. Ve la ricordiamo, per brevità: “Come dare un’opportunità ai giovani, favorire il ritorno in Italia dei talenti, e cambiare la classe dirigente della pubblica amministrazione? Si può prevedere che dirigenti, direttori e amministratori di nuova nomina dimostrino nel curriculum almeno due anni di lavoro all’estero, quantomeno in Paesi del G20, come condizione obbligatoria e imprescindibile?”
Di seguito due reazioni, entrambe di nostre ascoltatrici, con visioni completamente opposte sul tema. Leggetele con attenzione:
-CLIZIA – SI’!
“Risiedo a Zurigo da piu’ di 2 anni, e sono d’accordo con l’idea che i futuri dirigenti e direttori presentino nel loro CV una consistente esperienza all’estero.
-CHARIS – NO!
Questo porterebbe una ben piu’ ampia veduta e maggiori idee nella risoluzione dei problemi che ogni giorno si troveranno ad affrontare e dover risolvere.
La frase “Il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma” (B. Chatwin) - penso esprima al meglio l’importanza di vedere cose nuove e fare esperienze fuori dai confini nazionali.
Molte volte “you don’t need to reinvent the wheel”, ma solo applicare le best practices già in uso in altri contesti.
Nella mia quotidianità mi trovo spesso a usufruire di servizi eccellenti erogati dal Cantone di Zurigo, e mi domando: “Non potrebbero in Italia prendere spunto e fare lo stesso?”.
O per lo meno provarci…!”
“No, decisamente non si può prevedere come condizione obbligatoria ed imprescindibile. Ritengo sia in evidente contrasto con il principio del merito. La proposta taglierebbe fuori dalla possibilità di accedere alla classe dirigente tutti coloro che, non avendo una robustezza economica alle spalle, come una famiglia agiata, non hanno questa possibilità.
Inoltre il fatto di avere due anni di lavoro all’estero non garantisce di avere dei buoni dirigenti in Italia: i contesti di azione, che hanno ovviamente un peso rilevante, possono essere profondamente diversi.
E se non c’è l’ intelligenza e la sensibilità di capire che occorre trasporre le esperienze, piuttosto che fare ” copia e incolla”, potrebbe essere talvolta dannoso.
Semmai dovrebbero essere le Pubbliche Amministrazioni a preoccuparsi di formare adeguatamente la propria classe dirigente”.
+++BUON PRIMO MAGGIO!+++
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Per un puro caso, ospitiamo questa settimana quella che possiamo considerare -almeno in parte- la risposta all’imprenditore che una settimana fa (clicca qui per leggere il “post”) lamentava le enormi difficoltà ambientali e burocratiche con cui le nostre aziende si trovano a combattere oggi, rendendo molto difficile l’assunzione di giovani competenti e qualificati.
Angelo, che scrive oggi, un passato da sindacalista alle spalle, analizza con lucidità e onestà intellettuale i meccanismi di selezione interni alle nostre (ovviamente non tutte) aziende. Il quadro che traccia Angelo fa emergere un paradosso: imprenditori innovativi e illuminati da una parte, forza-lavoro disponibile a seguire un progetto concreto dall’altra… e quadri intermedi impegnati solo a selezionare mediocri, amici e parenti, in un circolo vizioso che fa crollare la qualità della classe dirigente. E’ questo il vero problema? E’ qui che occorre andare a incidere? A voi la riflessione, insieme alla bella lettera di Angelo:
“Gentile Sergio Nava,
seguo spesso la sua interessante trasmissione e vorrei esprimere un mio parere. Condivido tutte le critiche che si fanno al sistema politico e alla nostra storica cultura della “raccomandazione”.
Spesso però si dimenticano le colpe che hanno tanti imprenditori nel gestire le aziende e il personale, specialmente quello più qualificato. Ho lavorato 35 anni in una media azienda privata (250 dipendenti) del settore elettromeccanico/elettronico ben condotta e innovativa.
Avendo fatto anche il delegato sindacale di fabbrica, ho comunque avuto modo di verificare, nei vari incontri con la Direzione, come siano state poco incentivate le assunzioni di ingegneri, periti e impiegati di un certo livello, perchè venivano loro proposti inquadramenti salariali pari a quelli di un operaio specializzato, non si dava loro una concreta prospettiva di miglioramento nella gerarchia e nell’autonomia - insomma, non si dava loro fiducia e stimoli adeguati.
E questo perchè, al di là della buona capacità imprenditoriale dei titolari (ricerca, investimenti, rinnovo e nuovi prodotti, accordi fatti con la RSU per la produttività, ecc.), la gestione del personale veniva affidata ad altri, che puntavano a non farsi scavalcare e che imponevano la propria visione senza ascoltare le proposte dei collaboratori (e tanto meno quelle della RSU), a favorire quelli più ossequiosi, a mantenere equilibri interni anche se controproducenti per l’azienda.
Si nominavano capireparto/capiufficio in base all’obbedienza che manifestavano verso i superiori o per parentela/amicizia, e non in base alle loro effettive capacità tecniche e di gestione del personale: insomma, non avevano una cultura lungimirante dell’importanza di avere personale motivato e soddisfatto.
E così tanti “giovani talenti” non hanno accettato, o dopo un po’ se ne sono andati.
Comunque l’azienda andava bene, per cui anche i titolari non lo ritenevano un grosso problema e riconfermavano fiducia a queste persone. Adesso sono in pensione e spero che in questa azienda qualcosa sia cambiato.
E parlo di un’azienda sana e per tanti versi ben gestita, che è cresciuta non guardando solo al costo del lavoro, ma innovando, con attenzione alla qualità e reinvestendo gli utili… figuriamoci cosa sarà successo in tante altre piccole e medie aziende, che hanno guardato solo al guadagno immediato, senza avere una visione lungimirante e strategica del futuro.
Qui in bergamasca c’era un distretto molto attivo nel settore tessile. Anni fa questi industriali hanno venduto i propri macchinari in India, Cina e altri Paesi emergenti, ed erano contenti di aver guadagnato. Dopo qualche anno questi produttori, con quei macchinari, hanno iniziato a invadere il mondo con i loro prodotti a basso costo, mentre i nostri non hanno innovato, hanno litigato tra loro su nuove prospettive di unirsi e di creare un polo tecnico/innovativo del settore.
Risultato: tutto quel distretto è in crisi profonda, con chiusure di tante fabbriche e gente a spasso.
Penso che la sua trasmissione potrebbe evidenziare anche questo aspetto, ed essere da stimolo alle aziende a guardare più avanti: non credo si possa pensare di crescere lasciando fermi o diminuendo i salari, e guardare solo al costo del lavoro”.
ANGELO
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Ha ragione, Cesare, piccolo imprenditore ascoltatore di “Giovani Talenti”: spesso, le piccole aziende italiane (o, almeno, una parte di esse), appaiono come “convitati di pietra”, all’interno delle nostre puntate. Le difficoltà che i nostri giovani talenti hanno nel farsi assumere in un settore (quello delle PMI) che -dati alla mano- rappresenta circa il 95% del tessuto produttivo italiano, emergono in modo evidente.
Cesare ha preso carta e penna (virtuali) per esporci le sue ragioni: su tutti, i mille ostacoli, burocratici, e fiscali, che comprimono irrimediabilmente il potenziale del nostro tessuto produttivo. Lo ha fatto con onestà intellettuale, e lo ringraziamo per questo.
Noi restiamo pure convinti che le difficoltà attuali siano -nel quadro generale- figlie di errori del passato: errori culturali (mancato inserimento di figure manageriali e qualificate, quando lo si poteva fare), errori di mancati investimenti negli anni delle vacche grasse, errori di mancate espansioni e aggregazioni per fare massa critica e produttiva, errori di mancato sviluppo della parte R&S… almeno -ribadiamo- quando lo si sarebbe potuto fare. E’ evidente che ora la situazione sia molto delicata. Ma una seria politica industriale avrebbe potuto evitare tutto ciò, se avessimo agito con una visione del futuro.
Apprezziamo però molto il coraggio di Cesare, di mettere nero su bianco quella che -oggi- è una vera e propria “via crucis”:
“… non sono giovane
… non sono un talento
… non ho meno di 40 anni ( ne ho 60 )
… non sono espatriato
E allora perché le scrivo ? …perché sono un imprenditore e – premetto che RADIO 24 è una sorta di accompagnamento sonoro della mia vita casalinga, e non.
…dicevamo, perché Le scrivo ? Perché mi sembra che gli imprenditori italiani siano una sorta di “convitato di pietra” alla sua trasmissione.
I giovani, talentuosi o meno, di questa nostra nazione, se vogliono lavorare devono espatriare, come sta succedendo anche ai miei nipoti. I motivi, le colpe sembrano, nella sua trasmissione, in parte essere addossati ai piccoli imprenditori.
Le voglio spiegare, in modo estremamente sintetico, sulla nostra -volevo dire, sulla mia- situazione:
1° Un impiegato tecnico di una piccola azienda costa una notevole quantità di denaro, oltre ai soldi dati al dipendente bisogna versare una grossa “tangente” allo Stato: circa il 228% del salario del dipendente.
2° La presenza di un dipendente in più modifica i calcoli dell’IRAP a fine anno… e sono altri soldi da dare allo Stato.
3° Un dipendente in più modifica l’organizzazione che deve essere improntata per le varie leggi sulla sicurezza in AZIENDA ( UN ARMADIO DI BUROCRAZIA ).
4° Un essere umano che entra in azienda comporta una serie di costi: dalla scrivania, al telefono, all’armadietto ecc ecc. Altri costi !!!
Se la crisi picchia duro sulle imprese, lo Stato Italiano è peggio di un fabbro… le faccio una piccola sintesi di una e-mail che ho ricevuto dal mio commercialista qualche anno fa: ”Cesare, quest’anno hai fatto trentamila euro di utile , devi pagare dodicimila euro di IRES e quattordicimila euro di IRAP”. Quanti commenti si possono fare su un rendiconto del genere? NON SO: con che cosa capitalizzo l’azienda? Con che fondi faccio ricerca/sviluppo ?
Quando, Dottor Nava, un neolaureato (talentuoso fin che vuole) si trova a colloquio con un piccolo imprenditore nazionale, pensi a che turbine di sentimenti percorre il cuore e la testa dell’ dell’interlocutore!!! Con il poco lavoro che c’è … con questo Stato, riuscirà questo ragazzo a pagarsi le spese che, INVOLONTARIAMENTE, impone all’azienda ?
Mi sembra che il punto di vista delle piccole aziende italiane non sia correttamente rappresentato nella sua trasmissione e mi sono permesso di scriverLe.
Noi, piccoli imprenditori, non abbiamo delle condizioni difficili, ABBIAMO DELLE CONDIZIONI IMPOSSIBILI”
CESARE
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Lettera da brividi, quella che ci invia Marta da Lipsia. Lettera scritta solo apparentemente con un tono pacato e tranquillo… la carica “rivoluzionaria” che cela sotto la superficie è semplicemente dirompente. Da leggere. Fino in fondo. Senza perdere una sola parola. Grazie davvero, Marta! Bis bald!
“Vivo abroad da più di due anni e, sommandoli a quelli vissuti in diversi Paesi del mondo che mi hanno fatto diventare “italiana all’estero” ed “estera” in Italia, ho vissuto (studiato e lavorato) quattro anni dei miei ventiquattro all’estero. Eppure sono successe così tante cose in questi quattro anni di vita, che a volte mi domando se siano il doppio di quel numero.
Sono fortunatamente cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato il valore del viaggiare, del conoscere, del rispettare la cultura dell’altro, di quello che troppe volte è definito “diverso”. Ricordo ancora con un sorriso quando da piccola dicevo che avrei voluto “fare l’hostess”, perché queste belle signorine negli aerei, così gentili e che servivano Coca Cola (che la salutare mamma italiana non mi concedeva di bere in altre occasioni) creavano in me un’idea esotica, di una vita sempre all’avventura. Ora, con il senno di poi e dopo decine di voli “lowcost”, sono contenta che quello sia rimasto un sogno d’infanzia.
Sto frequentando a Lipsia (Germania) l’ultimo anno di un Master internazionale (quello che in Italia è definita laurea specialistica) che mi permette ogni giorno di vivere, condividere e confrontarmi con ragazzi e ragazze, future società da tutto il mondo: Asia (quanti asiatici!), Africa, Americhe ed Europa. Ogni giorno, la nostra quotidianità è basata su quello che è comunemente considerato strano, o quasi irreale. Ad esempio? Si discute con compagni di corso cinesi su come -infine- Piazza Tienanmen sia più importante (come concetto) per noi Europei, che per loro Cinesi. O di aiuti umanitari con compagni provenienti dall’Africa, che illustrano come molte medicine gratuite inviate da importanti organizzazioni umanitarie internazionali vengono molto (troppo) spesso rivendute a prezzi esorbitanti. Questo nuovo modo di rapportarsi e considerare “l’altro” cambia completamente il tuo punto di vista e ti fa chiedere: “ed io, da che Paese vengo? Come mi posso definire?”
Ho sviluppato dei sentimenti contrastanti verso la mia madrepatria: conosciuta per la sua eleganza, il buon cibo e l’irresistibile fascino italiano ma anche per la mafia, per la corruzione e per gli (inutili) sprechi dei precedenti Governi, mi sono trovata ad arrossire per alcuni complimenti, mentre a volte ho ringraziato il cielo, quando, la mattina, prima di dirigermi verso l’Università, non c’erano titoli sarcastici sui giornali internazionali per cui dovevo preparare una giustificazione per il mio Bel Paese.
Il fatto è che io qui, ora in Germania, posso veramente dire quel che penso. Posso esprimermi all’interno dell’Università, criticare una teoria di un professore, senza subire un richiamo o, peggio, senza essere ignorata. Qui noi studenti, quelli che “non hanno idea perché non hanno esperienza lavorativa” (come molti –troppi-considerano in Italia), abbiamo una voce, siamo ascoltati, veniamo VALORIZZATI. Non siamo solo semplicemente studenti, ma siamo il futuro di questa società che si sta barcamenando in acque pericolose. Siamo la speranza per qualcosa di diverso. Siamo la speranza che il diverso, lo straniero diventi motivo di cooperazione e crescita , non di divisione e bigottismo verso altre idee.
Ho svolto il mio triennio in uno degli atenei del Nord Italia. Tuttavia, da quando ho iniziato il mio corso di studi all’estero, spesso mi cresce dentro un grande risentimento verso quella triennale che, dopotutto, allora non sembrava molto male. Mi sono resa conto come gli altri compagni di corso, colleghi europei e non, avevano già sviluppato nei loro corsi dei loro studi l’abilità di discutere e argomentare perché qualcuno CONSIDERA le loro opinioni. Troppo spesso in Italia si valuta uno studente non per tali abilità e varietà di idee, che sono quelle che veramente servono per proprio futuro lavorativo e di vita, ma per aver passivamente assorbito norme e nozioni che sono spesso dimenticate dopo un esame.
Ci si può immaginare come questa realizzazione abbia alimentato il mio risentimento verso non solo quella casta di professori italiani (non tutti, per carità) che, oltre a limitarsi a insegnare e scarabocchiare voti nel libretto che molte volte (nel bene e nel male) non corrispondono alla realtà, NON si degnano a rispondere alle e-mail se non dopo varie (e disperate) sollecitudini perché “troppo impegnati”.
Per non parlare dell’insana idea (per così dire: infine è stata una delle mie “vincite”) di fare domanda per partecipare al programma Erasmus. Allora, mi sono dovuta trasformare (io come tanti altri) in una trottola che implorava, supplicava alcuni professoroni sbottanti, coloro i quali non hanno mai tempo per firmare i mille documenti necessari per il riconoscimento dell’anno accademico nell’ateneo estero.
E che dire della Segreteria studenti? Ragazzi, futuri aspiranti Eramsus (se anche lì non decideranno di tagliare): non disturbiate i pubblici lavoratori delle segreterie, hanno sempre di meglio da fare!
Alla fine di un triennio in Italia mi sono sentita devalorizzata, confusa sul mio futuro e sulle mie abilità. E’ stato allora che ho capito, ancora una volta, che era il momento di andare, di ripartire, di ampliare gli orizzonti. E qui, nella mia comunità internazionale, dove, per carità, non è tutto sempre rose e fiori, ho trovato il mio equilibrio.
Non senza sacrifici: non è da poco doversi adattare ogni anno (perché cosi prevede il programma: cambiare ogni anno ateneo all’interno di un consorzio di cinque università partner: Lipsia, Vienna, Wroclaw, Londra e Roskilde), adattarsi ad una cultura nuova, ad un appartamento nuovo, ad aprire innumerevoli conti in banca in diversi Paesi. E che momenti di panico quando non si riesce a trovare un dottore o -peggio- a capire l’infermiera al pronto soccorso perché non parli la sua lingua (polacco, non inglese!) e nel frattempo crepare di dolore nella sala d’attesa (ecco cosa intendeva Dante per inferno!).
Tuttavia, la mia esperienza mi stia formando come persona, come studente, come futura società cosciente della propria eredità culturale, ma anche aperta a nuove idee, a nuovi spunti, a nuovi modi di vita. Ed è qui che io ogni giorno prendo quello che Diesel pubblicizzerebbe come “Fuel for life”: vedere coetanei, giovani uomini e donne organizzare, inventare, discutere. Informarmi di borse di studio che in Italia sembrano (e a volte sono) inaccessibili, e anche di contributi statali per studenti che noi ce li sogniamo e, al nostro risveglio, penseremo ancora “Ah, era proprio un sogno”. Ci chiamano bamboccioni, ma a volte coloro che ci definiscono tali hanno avuto il piacere di rifilarci false pillole per farci crescere come tali.
Non voglio praticare una politica di giustificazionismo ma una domanda mi sorge spontanea: come sarebbero gli studenti italiani, i giovani italiani, se avessero una voce, se fossero finanziariamente indipendenti dai genitori grazie ai contributi statali (o per lo meno parzialmente), ma soprattutto se si accorgessero che veramente possono cambiare, se non il mondo, molti lati della loro spiacevole realtà?
La domanda rimane là, che penzola leggera nel limbo dove molti ragazzi italiani vagano senza pace. Ed io me ne rimango qua, a crescere e imparare che io conto. I nostri cari antichi Romani dicevano che tutte le strade portano a Roma. Forse è il momento di invertire il senso di marcia.
Auf Wiedersehen, mia amata Italia”.
MARTA
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Perdiamo talenti fin dalla giovanissima età? Oggi “Giovani Talenti” ospita il più giovane protagonista negli oltre tre anni di vita della trasmissione. Si chiama Neri Tollardo, ha 21 anni appena, ma ha già raccolto numerose soddisfazioni di studio e professionali. Il sistema-Italia non pare aver fatto il minimo caso, al suo curriculum. Così lui ha fatto le valigie ed è partito per la Russia. Oggi racconterà ai nostri microfoni la sua storia. Neri si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”…
“Sono Neri, ho 21 anni e abito a Mosca, dove lavoro per Morgan Stanley come “Equity Research Analyst” nel settore metallurgico russo.
Nel 2002, all’eta’ di 10 anni, mi sono trasferito in Russia grazie al lavoro di mio padre. Dopo un anno di scuola italiana a Mosca, in procinto di cominciare le scuole superiori, mi sono trasferito alla Anglo-American School of Moscow, dove ho studiato altri 5 anni, completando le scuole superiori, ottenendo l’International Baccalaureate, dove ho imparato sia l’inglese сhe il russo.
Nel 2008, dopo le scuole superiori, ho cominciato a studiare International Economics and Management all’Universita’ Bocconi (con programma di scambio di un semestre alla University of Hong Kong), dove avevo ottenuto la borsa di studio Merit Award, rinnovata poi per i tre anni della triennale. Nell’estate 2010 ho fatto una summer internship alla Morgan Stanley a Londra, dopo la quale ho ricevuto un’offerta di lavoro per cominciare nell’estate del 2011.
Invece di cominciare a lavorare direttamente nel 2011, ho raggiunto un accordo con la Morgan Stanley per spostare l’inizio del contratto all’estate 2012, così da potermi iscrivere alla London School of Economics per un MSc in Finance and Private Equity, dove ho ottenuto il premio Antoine Faure-Grimaud come miglior studente del corso.
Lavorare in un Paese pieno di opportunita’ come la Russia, per un’azienda dove il nepotismo e i favoritismi lasciano spazio alla meritocrazia, fa riflettere molto su quanto l’Italia sia rimasta indietro – nonostante l’enorme potenziale сhe ha il nostro Paese. Spero un giorno di poter tornare per promuovere questi ideali, e per applicare quello che ho imparato in questi anni di vita internazionale”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!
06
Ha scelto di raccontarsi in terza persona il nostro ascoltatore Andrea, neoemigrato negli Usa. Ha raccontato la storia della sua vita. Si arriva in fondo a queste righe con la voglia di dimettersi da italiani. Perché non è possibile che questo sia un Paese così incapace. Incapace di guardare al futuro, incapace di capire che è investendo sui giovani qualificati che si pianificherà una crescita. O una ripartenza.
Vi lascio alla lettera di Andrea, che inviteremo nei prossimi mesi a “Giovani Talenti” per raccontarvi on air la sua storia. Leggetela fino in fondo, se riuscite. Resistete, se potete, alla tentazione di andarvene dall’Italia ancor prima di essere arrivati all’ultima riga…
Tra i grattaceli di Londra, Hong Kong e New York, con il Friuli nel cuore.
Lettera da un emigrato che ha provato a tornare, ed ha fallito.
Andrea è un ingengere di 31 anni , nato e cresciuto a Udine, emigrato due volte dal Belpaese. La prima volta in cerca di esperienza, la seconda in fuga da una nazione che, allo stato attuale, non gli ha offerto quello che poteva trovare altrove.
Già perito industriale, si laurea brillantemente nel capoluogo friulano in Ingegneria Meccanica, con un esperienza Erasmus a Leeds - UK. La sua tesi viene pubblicata e vince un prestigioso premio negli Stati Uniti, ma Andrea non si lascia attrarre dalle sirene della vita accademica.
Ñonostante le offerte di lavoro nel Nord Est cambia strada e accetta un’offerta a Londra. Ingegnerizzare facciate per grattaceli e strutture in vetro sembra interessante, anche se inizalmente non sa ancora bene cosa questo significhi. L’università italiana gli ha infatti fornito una cassetta deli attrezzi formidabile, ma non le istruzioni su cosa farsene mentre si affronta il mondo reale.
Inizialmente doveva essere un anno a Londra di “perfezionamento”, in vista di un ritorno al Friuli: montagne d’inverno e mare d’estate. Gli anni però passano, e sono più di quattro. Le soddisfazioni crescono, ma il sogno resta lo stesso di tutti gli emigranti (magari un pò sognatori): tornare a casa.
Sempre in cerca di esperienza professionale, ottiene la possibilià di una missione di due anni presso la sede di Hong Kong. Nonostante le soddisfazioni durante quasi un anno di duro lavoro e la qualità della vita nell’ex colonia inglese, Andrea cova il sogno di tornare.
Finchè l’occasione di tornare arriva, e sembra quella giusta. L’azienda sembra quella giusta (filiale italiana di una grossa azienda asiatica del settore), e la posizione in linea con la sua traiettoria di carriera, la paga ottima per l’Italia. Nel contempo una persona a lui molto cara stava lottando contro il cancro (battaglia vinta, duramente). Andrea e quella che sarebbe poi diventata sua moglie decidono quindi di accettare e trasferisi nel Veneto Orientale.
Dopo una manciata di mesi -però- si devono scontrare con la burocrazia italiana, la mancanza di stimoli e di propensione al futuro. Il lavoro inoltre si dimostra molto sotto delle aspettative, soprattutto per quanto riguarda le prospettive. A un certo punto Andrea rischia addirittura la cassa integrazione.
Simile in discorso si applica per sua moglie la quale, per trovare un’occupazione consona e con buona remunerazione, si trova a fare circa tre ore e mezza di pendolarimso per giorno. Inutile dire che, nonostante una buona ricerca, altre offerte di lavoro non si sono presentate per nessuno dei due.
Al di là della sfera lavorativa poi, l’Italia in quel momento risulta anche un Paese non troppo piacevole in cui vivere, molto probabilmente a causa della crisi, che agli occhi di Andrea “sembra aver causato un collettivo esaurmento di nervi.”
Quindi, dopo poco più di un anno di permanenza, Andrea sale su un altro aereo, questa volta diretto a New York. Qui ha trovato lavoro (e reali prospettive di crescita) nella sede locale di un’azienda italo-giapponese, leader nel settore delle facciate architettoniche. Interessante notare che, nonostante Andrea a questo punto non sia mai stato a NYC, ottiene due proposte di lavoro in questa città, mentre nessuno risponde ai suoi CV mandati nel Triveneto.
Andrea non sembra stupito più di tanto di questo: sa di essere fuori mercato. Quello che lui offre non può suscitare interesse in Italia, dove il mercato del lavoro sembra essere un’asta al ribasso.
L’anno in Italia è stato molto duro per Andrea, per il suo rapporto con la sua compagna e per la sua carriera. Resta molto dispiaciuto di andare via, di lasciare per una seconda volta i suoi cari, e la manciata di amici di una vita, quelli che sanno veramente tutto di te.
Tuttavia perfino sua madre (una madre italiana, di quelle che piangono quando portano il figlio al check-in) lo incoraggia ad andarsene. “Meglio che tu sia felice lontano, piuttosto che disoccupato e triste in Italia”.
Dalle parole di Andrea: “se posso avventurarmi a dare un consiglio non richiesto agli emigrati che pensano di tornare, consiglierei a tutti di farlo mettendo in preventivo un ampio e sostanziale ridimensionamento delle prospettive professionali, personali e anche di sicurezza per il loro lavoro. E’ un grande rischio da prendere, soprattutto se avete una famiglia”.
Nel lungo periodo chissà, forse ci saranno dei cambiamenti. Ma il tempo passa, e il valore sul mercato di un professionista parcheggiato in una piazza minore scende molto velocemente.”
ANDREA
02
Un’autopresentazione tutta da leggere, sottolineandone con tratto doppio la parte finale: con estrema chiarezza e semplicità Pasquale Aliberti, 30 anni, protagonista della puntata di oggi di “Giovani Talenti”, ci spiega perchè questo abbia smesso di essere un Paese delle opportunità. E cosa -invece- ha trovato in Australia. Per capire perché questa sia una nazione con l’ascensore sociale bloccato non servono tomi di economia: basta leggere -e ascoltare- la storia di Pasquale. Che agli ascoltatori di “Giovani Talenti” si presenta così:
“Sono Pasquale Aliberti, laureato triennale in Ingegneria Elettronica all’Universita’ di Salerno nel 2004, e specializzato in Microelettronica nel 2007.
Come tanti altri studenti Italiani, ma mai abbastanza, tra il 2005 e il 2006 ho deciso di trascorrere un periodo fuori dall’Italia e mi sono trasferito a Delft, Olanda, per un periodo di studio nell’ambito del programma Erasmus.
A Delft e’ nata la mia passione per le energie rinnovabili, in particolare per il fotovoltaico. Una passione che ho coltivato tra il 2006 e il 2007, grazie al Centro di Ricerche per le Energie Rinnovabili dell’ENEA di Portici, dove ho lavorato per sei mesi alla mia tesi di laurea specialistica.
Agli albori del 2007 ho conseguito la laurea specialistica col massimo dei voti, delle ambizioni e delle speranze. Dopo diversi tentativi, purtroppo vani, di trovare un buon lavoro in Italia, nell’agosto 2007, alla conferenza Europea per il fotovoltaico, il Prof. Martin Green mi offrì una borsa di studio per un dottorato alla University of New South Wales, in Australia.
Da cinque anni e mezzo vivo e lavoro dall’altro lato del mondo. Lavorare col Prof. Green in uno dei centri di ricerca per il fotovoltaico piu’ importanti del pianeta e’ stata per me un’esperienza senza uguali, che mi ha permesso di girare il mondo e conoscere persone eccezionali. L’Australia mi ha dato tante cose, ma forse la piu’ importante e’ stata la possibilita’ di essere ripagato per i miei sforzi e le mie competenze, anche essendo figlio di un artigiano e una casalinga, a cui devo tutto“.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!
13
Perché i giovani lasciano l’Italia? Semplice, perché vivono in un Paese anni luce indietro rispetto a loro. Questa nuova generazione è fatta di un’altra pasta, rispetto a quella che l’ha preceduta. Questa generazione detesta le prese in giro. Detesta “mendicare” un impiego o uno stipendio. E’ per questo che fugge. Ma la fuga non assume connotati negativi. Più che una fuga, è una liberazione. L’inizio di un cammino verso il futuro.
Sono da invidiare questi giovani, non da compatire. Noi intanto restiamo qui, ad affogare insieme a una classe dirigente vecchia e sconfitta dalla storia. Aspettando che questi giovani tornino, a cambiare il Paese.
Splendida lettera quella di Marianna, ci scusiamo anzi con lei per la tardiva pubblicazione. Ci piace immaginarla ora in Baviera, felice della scelta fatta:
-“ sei troppo giovane, hai solo 19 anni e non hai esperienza”…
-“Lei ha 20 anni, desidera un giorno avere figli? Ah… davvero le interesserebbe essere madre? Peccato..
-“Lei ha 22 anni, per il nostro tipo di contratto è un po’ tardino..
Estratti dei miei precedenti colloqui di lavoro.
Miei, ma potrebbero essere quelli di mia sorella, del mio vicino, di chiunque.
Sono arrivata a detestare mia madre per avermi fatto lavorare durante le stagioni estive nel periodo scolastico..
-“Vedrai Marianna, la gente guarderà il tuo curriculum e capirà che sei una persona che ha voglia di fare, imparare e crescere…”-
Sono arrivata a pensare a tutti i pomeriggi “persi “ alla reception di un pulcioso Hotel sul Lago di Garda, o alle mattinate passate a cambiare lenzuola e pulire stanze… avrei potuto abbronzarmi molto di più e non avere pensieri per la testa, visto il risultato.
22 anni e un curriculum pieno di voci senza senso, un buon diploma superiore in ragioneria linguistica con una media discreta, inglese e tedesco fluente… eppure i conti non tornano, e un lavoro non si trova. Bisogna accontentarsi.
Mi sembrò un raggio di sole quando, nascosta dietro l’ufficio della piccola scuola di surf dove lavoravo, arrivò la chiamata dell’agenzia di lavoro, proponendomi un colloquio per una ditta di trasporti nelle immediate vicinanze del mio paesino di montagna.
Il colloquio funziona a meraviglia, la collaborazione dura solo un anno: poco male, dopo un breve periodo trovo occupazione presso un’altra grande azienda di trasporti. Mi innamoro del settore, mi innamoro della frenesia, delle ore di straordinari, del suono del cartellino che accompagna il calare del sole… ma i conti a fine mese non tornano, le ore sono troppe, gli euro molti meno del dovuto.
Nel reparto “logistica” le occasioni di confrontarsi quotidianamente con realtà d’Oltralpe non mancano, la voglia di espatriare cresce.
Ma da dove partire?
Forse esattamente dove mi ero persa…
Non ho mai preso in considerazione seriamente l’ idea di frequentare l’università, anche se i miei genitori sarebbero stati disposti a indebitarsi fino al collo se solo glielo avessi chiesto. Ma la prospettiva di rinchiudermi in un polveroso ateneo gremito come un alveare mi ha sempre fatto impressione.
Nel frattempo scopro che in Germania, ditte del calibro di quella per la quale lavoravo, offrono ai giovani impiegati la possibilità di lavorare e studiare contemporaneamente: il lavoro si svolge in moduli di 9 settimane, alternati ad altrettante settimane di studio, per un totale di sei mesi di lavoro l’ anno (38 ore la settimana, 25 giorni di ferie ) e 6 mesi di studio.
L’impiegato riceve tutti i mesi un compenso discreto, e gli studi vengono finanziati dalla ditta, tranne una irrisoria tassa universitaria di € 250,- / semestre.
Al termine del ciclo di tre anni, l’impiegato riceve il titolo di laurea statalmente riconosciuto e, per “ ricompensare” la ditta dell’esborso di denaro, si impegna a prestare il suo servizio presso la suddetta per minimo due anni ancora.
Ho lasciato il mio vecchio impiego in Italia.
Ho 24 anni, presto inizierò a lavorare presso una ditta di trasporti e logistica a Muenchen e a seguire il corso universitario di Logistic Managment a Berlino, in lingua inglese e in una classe di 30 alunni provenienti da tutto il mondo: il mio lavoro mi permetterà di accrescere le competenze acquisite nella fase teorica, e di essere totalmente autosufficiente.
A 29 anni, potrò dire di avere una laurea e un lavoro stabile, o esperienza e conoscenza necessaria per potermi candidare altrove con successo… l’unica cosa di cui mi rammarico è di non poter fare tutto ciò accanto alle persone che amo, alla mia famiglia.
E se le aziende italiane si decidessero a considerare i giovani, incentivarli, motivarli, formarli… forse non ce ne sarebbero così tanti che cercano e trovano all’estero il dovuto successo.
MARIANNA
02
Che storia esemplare, quella di Giulia Ferrero, 25enne Retail Talent Acquisition Specialist per la multinazionale Nike ad Amsterdam. Storia che ci fa comprendere a fondo cosa significhi il merito. Parola di cui ci si riempie spesso la bocca, in Italia. Senza però nemmeno capire di cosa si parli. Vi invito a leggere con attenzione il passaggio in cui Giulia descrive il suo ambiente di lavoro. Illuminante, semplicemente illuminante.
Giulia si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”…
“Mi chiamo Giulia, ho 25 anni e da un anno e mezzo ho lasciato l’Italia per vivere in Olanda. Mi sono trasferita per vivere un’esperienza di internship di un anno presso Nike Europe, ma da giugno 2012 il mio progetto di vita in Olanda si e’ concretizzato grazie all’offerta di rimanere a fare parte dell’azienda, lavorando nel team che si occupa di recruiting e selezione del personale.
Io sono nata e cresciuta in un Paese della provincia di Cuneo di 20mila abitanti, tutta la mia famiglia vive a lavora ancora qui, ma il “fuoco” di scoprire il mondo mi bruciava dentro gia’ dai tempi del liceo, quando scelsi il linguistico.
I miei veri “primi passi” oltre i confini italiani li ho vissuti grazie ad AIESEC, l’organizzazione internazionale di studenti universitari a cui mi avvicino iscrivendomi alla Facolta’ di Economia.
Grazie all’impegno con AIESEC mi si aprono gli occhi sulle opportunita’ internazionali da cogliere, e su quanto il mondo fosse molto di piu’ interessante di quello che avevo visto fino a quel momento.
Da questa spinta nasce la decisione, ancora da studente, di applicarmi per la posizione di internship. Dopo tre interviste ed un case study da preparare (tutto in lingua inglese), in un attimo mi trovo a fare i bagagli e partire alla volta di Amsterdam.
Cosa ho trovato in Olanda? Orientamento ai risultati piu’ che alle ore spese in ufficio, valorizzazione delle idee e dell’energia dei nuovi arrivati, rapporti di lavoro professionali ma orizzontali, e reale investimento sul mio sviluppo come professionista.
Non voglio farla sembrare la classica storia di come all’estero tutto funzioni meglio, perche’ da quando vivo in Olanda amo ancora piu’ fortemente il mio Paese e l’eccellenza che sotto molti aspetti (non tutti) rappresenta, eppure i fatti parlano chiaro: dopo otto mesi di stage (retribuito) e con la tesi ancora in cantiere, ho ricevuto un’offerta a tempo indeterminato che, da italiana piu’ che da olandese, invece che meritevole mi ha fatto sentire miracolata”.

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Oggi a “Giovani Talenti” la storia di Arturo Petrozza, 30enne consulente per McKinsey a New York.
Una storia di continua ascesa professionale, quella di Arturo: dal paese lucano di cui è origininario, al Politecnico di Milano, fino all’Alta Scuola Politecnica, dove si iscrivono solo i migliori laureati dell’ateneo.
In rapida successione arrivano l’assunzione presso Ibm, nel programma dedicato ai migliori laureati, prima di una virata verso la consulenza. Nel 2010 Arturo prende la decisione che gli cambierà la vita, non senza assumere rischi importanti: opta per un Mba alla Columbia University, a New York.
Si licenzia e prende il largo verso due anni straordinari, che lo proietteranno verso il lavoro successivo: un incarico in consulenza, sempre a New York, per McKinsey.
Ma Arturo non rinuncia all’idea di tornare, nei prossimi anni, in Italia. E promette di portare con sè il meglio appreso all’estero. Per un ritorno d’impatto.
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