+ “Giovani Talenti” su ITunes +

postato da Sergio il 30.11.2011, nella categoria Nava says
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Scusate il ritardo… verrebbe da dire! “Giovani Talenti“, il primo programma radiofonico a raccontare la nuova emigrazione professionale italiana, sbarca su ITunes.

Sulla piattaforma online potrete scaricare le ultime puntate della vostra trasmissione preferita, ovviamente in modo gratuito. E potrete abbonarvi al feed di “Giovani Talenti”, se lo desiderate.

CLICCA QUI PER COLLEGARTI ALLA PAGINA DI “GIOVANI TALENTI” SU ITUNES

Buon ascolto!

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Giovani Accademici alla “Fonderia Oxford”

postato da Sergio il 26.11.2011, nella categoria Young Expats say
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Puntata speciale, quella odierna di “Giovani Talenti”, che dedichiamo interamente a un progetto avviato nella prestigiosissima Università di Oxford da un gruppo di giovani ricercatori e accademici italiani. Si chiama “Fonderia Oxford”, e rappresenta un esempio di punto di svolta, un “turning point” nel modo di vedere la nostra giovane emigrazione professionale. Da problema a opportunità: da pura denuncia a proposte concrete, per modernizzare e rendere finalmente “europeo” il nostro Paese. Tre dei ricercatori e co-fondatori della “Fonderia Oxford”, di cui nel corso della puntata vi racconteremo le storie professionali, si presentano così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Martina Di Simplicio, Paolo Falco ed Emanuele Ferragina hanno tre profili diversi: Martina medico-psichiatra, Paolo economista ed Emanuele politologo – ma con una passione in comune: la politica, intesa come soluzione di problemi spinosi. Martina, Paolo ed Emanuele, assieme ad altri giovani expats hanno costituito da circa un anno un laboratorio di politiche per l’Italia, la fonderia Oxford (www.fonderia.org).

La Fonderia promuove -attraverso discussioni aperte, seminari, dibattiti sul web, partecipazione a conferenze e interventi sui media- un approccio più sistematico e obiettivo alla politica Italiana. Come recita il sito web: “La nostra generazione è rimasta vittima di individualismo, solitudine e frustrazione. Non ci vergogniamo, allora, di sognare che gruppi di discussione e singoli messi in rete possano confluire in una voce comune che parli di un futuro diverso. La Fonderia ambisce a dare valore alle proprie idee, convinti che possano servire a costruire un Paese con più diritti e opportunità, e meno privilegi e sfruttamento”.

La Fonderia si impegna a riallacciare i fili dell’interesse per la politica, come avvenuto durante un recente seminario, in cui il presentatore si trovava a Sidney, il discussant a Soverato (in provincia di Catanzaro), i partecipanti ad Oxford e sulla rete sparsi per il mondo. Con il suo metodo di lavoro la Fonderia propone un modello pro-attivo, in sostituzione dell’immobilismo e della logica della “fuga dei cervelli”. Viaggiare educa: le competenze acquisite devono essere utilizzare in modo sistematico per migliorare il Paese.

Siamo stanchi di vedere l’Italia amministrata secondo logiche faziose e di breve periodo, e proponiamo di affrontare i problemi strutturali che ci attanagliano con una prospettiva aperta verso il futuro”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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Storie di Fantascienza – Dal Lussemburgo

postato da Sergio il 23.11.2011, nella categoria You say
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…Come altro definireste questo racconto “postato” da Dario sul Gruppo Linkedin de “La Fuga dei Talenti”? Vengono alla mente le recenti dichiarazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: l’Italia ”deve diventare il piu’ rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunita’ non viziate da favoritismi e creare -per il lavoro- sistemi assunzione trasparenti, che creino un vero ascensore sociale e smentiscano ”la convinzione che le raccomandazioni servano piu’ dell’impegno personale”.

Come…? Basta copiare il Lussemburgo!

“Si parla spesso di raccomandazioni, spintarelle, segnalazioni più o meno forti: vorrei offrirvi il “solito” punto di vista non-italiano.

Da oltre un anno e mezzo vivo lontano dalla mia famiglia per motivi professionali: il mio Presidente qualche settimana fa mi chiedeva come e se poteva rendersi utile per far sì che mia moglie riuscisse a trovare un lavoro in Lussemburgo, cosa non facilissima, vista la specializzazione che la sua professione richiede.

Inevitabilmente, il pensiero cade su conoscenze e amicizie sue (del capo) che possono, come dire… tornare utili. La sua conclusione dopo una chiacchierata di 10 minuti, ad ogni modo, è stata: “sicuramente se mi arriva qualcosa all’orecchio ti passo l’informazione ed i riferimenti, ma non me la sento di telefonare in giro e spingere perchè la chiamino, anche solo per un colloquio: in fin dei conti sarai d’accordo con me che raccomandando qualcuno ci si mette tutti in una brutta posizione; chi raccomanda si espone verso qualcuno che realmente non conosce; chi riceve la raccomandazione si sente quasi in obbligo di fare un favore assumendo qualcuno che magari non vorrebbe; chi è raccomandato sa di essere li perchè qualcuno ce lo ha messo e non per suo merito”.

Nonostante, forse, avrebbe fatto comodo… pienamente d’accordo, caro Presidente!”

DARIO

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Torni in Italia per la ricerca? No grazie, resta in Svizzera

postato da Sergio il 19.11.2011, nella categoria Young Expats say
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Storia al limite del surreale, quella di Francesca Zagari, 31enne ricercatrice e PhD. al lavoro in Svizzera. Dalla Calabria a Milano per studiare, poi verso la Francia e la Confederazione Elvetica per lavorare. Quando ha provato a rientrare, portando con sè una ricca “dote” legata al suo progetto di ricerca, si è trovata le porte chiuse in faccia. Cose da non credere. Ancora una volta, l’Italia ha perso una buona occasione per dimostrare quanto tiene ai suoi giovani talenti, emigrati da un Paese incapace di valorizzarli. Francesca si presenta così ai lettori del blog: 

La mia storia è simile a quella di molti altri ricercatori che, per curiosità o necessità, decidono di cominciare un’esperienza di studio/lavoro all’estero.

Vivo infatti in Svizzera, dove svolgo un dottorato di ricerca presso una multinazionale farmaceutica in collaborazione con l’università locale.

Una storia come le altre, se non fosse per il fatto che all’inizio di questa esperienza, avendo già un progetto e i relativi finanziamenti in tasca (sponsorizzati dall’azienda) mi rivolsi a due Atenei italiani per cercare di attivare la collaborazione “industria-università”, e indire il relativo posto di dottorato. Purtroppo, la mancanza di interesse in un caso e il “rigido” regolamento della scuola di dottorato in un altro, mi hanno indotto alla fine a rivolgermi all’Università elvetica, con forte delusione mia e anche del Professore che gentilmente si era impegnato ad aiutarmi.

Col senno di poi, sono soddisfatta della scelta “forzata”, poiché qui non è tutto perfetto -ovviamente- ma comunque mi sento valorizzata e tutelata da un’Università che si preoccupa realmente del futuro professionale dei suoi studenti, grazie anche a una fitta rete di collaborazioni con il privato.

Rimane però l’amaro in bocca di chi vorrebbe che l’Università italiana non si limitasse a dare un’invidiabile formazione di base, ma fosse anche più dinamica e aperta al mondo che sta oltre le sue cattedre e laboratori. Certo qualche iniziativa in tal senso esiste, qualche spiraglio di innovazione c’è, ma purtroppo non basta a compensare il ritardo accumulato nei confronti degli altri Paesi.

Rimane anche la delusione di chi, forse con un po’ di presunzione, ha pensato di poter dare la sua piccola parte di aiuto per realizzare questo cambiamento. Ma poi ti rendo conto che il tempo passa, che hai solo un’occasione e che altrove la strada è già spianata e così il Belpaese comincia a non esser più così tanto bello da riuscire a trattenerti.

Nonostante questo, sono certa che se avrò un’altra occasione tenterò comunque di nuovo la strada della collaborazione con il mio Paese“.

 

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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Addio, Italia! – Lettera dall’Irlanda

postato da Sergio il 16.11.2011, nella categoria Senza categoria
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Non ha bisogno di lunghe introduzioni questa lettera-racconto di Paolo, che ci scrive dall’Irlanda. La sua storia si commenta benissimo da sola. Lo dico e lo ripeto: è allarme rosso, per un Paese che rischia l’autodistruzione, se continuerà a frustrare così i suoi giovani. Perché appena varcano le frontiere trovano quanto cercavano qui? Perché?

“Mi chiamo Paolo, ho 41 anni… ma forse mi salva una certa mentalità giovane, che mi fa sentire ancora un trentenne allo sbaraglio. Sono emigrato a 34 anni. Scelta che si è rivelata giusta, almeno fino ad ora.

Un’età che comunque reputo troppo avanzata per levare le ancore… ma meglio tardi che mai, secondo il mio modesto parere.

Meglio tardi che mai, perché ritengo che lasciare l’Italia, per chi ha buon senso e poche opportunità di riuscire nel mondo del lavoro -ma non solo- è quasi un obbligo, se non si vuole rimanere frustrati e infelici.

Io mi rivolgo ai ragazzi più giovani o anche chi, alla mia età, si trova davanti a un bivio.

Racconto brevemente la mia storia

Dopo cinque anni di studio con passione, mi laureo in Scienze Politiche presso l’Università di Milano con tesi in Storia del diritto Italiano. La tesi dura un anno e produce un lavoro di 440 pagine spulciando negli archivi parlamentari del Regno d’Italia di 150 anni fa.

I primi “istanti”nel mondo del lavoro italico sono stati traumatici: tutte le speranze colte durante gli studi, le ambizioni e la voglia di fare (ne ho sempre avuta parecchia), vengono disilluse durante i primi passi. Contratti precari, poche garanzie: infine, nel 2001 la società che mi aveva assunto nel settore editoriale on-line, parte di un grande gruppo, mi lascia a “piedi”. Niente rinnovo del contratto a me e ad altri giovani del mio reparto (taglio di costi, il motivo): iniziano anni di sofferenze dove ho provato di tutto, mobbing, stipendi da fame (settore archivistico bibliotecario), contratti “co.co.co.” (peraltro senza avere avuto quel minimo di contributi pagati), comportamenti vessatori e maltrattamenti vari. 

Nel 2004 mi arriva da Dublino l’offerta dalla Hertz, multinazionale americana che noleggia automobili per lavorare nel settore vendite.

Parto e ottengo un lavoro fisso: il primo, e contratto serio. Non ci penso due volte

Purtroppo nel 2006 per motivi personali (forse anche dettati da scelte sbagliate) rientrai, e iniziò il calvario. In Italia, anche peggio degli anni precedenti, riesco a ottenere contratti lunghi massimo 3 mesi, stipendi inadeguati: torno a casa a vivere con la mia famiglia (mia madre vedova) a quasi 40 anni. Un disastro. Ripiombo nell’anonimato e nella depressione. Ottengo di buono solo il fatto di stare vicino ai miei cari, pur sapendo che non sarebbe bastato.

Addirittura mi capita di lavorare , nell’arco di 3 anni e mezzo, per un paio di aziende che non mi pagavano regolarmente lo stipendio

L’ultima, un’azienda del settore media televisivo, che praticamente stava andando sull’ orlo del fallimento.

Ero webmaster a contratto. Premetto che nel frattempo avevo spostato l’ago della bilancia, per quanto riguarda le mie scelte professionali, sul settore internet, web e informatico.

Tutto sommato, una scelta giusta, visto che nell’Information technology qualcosa di buono si riesce ancora a trovare, se hai le competenze giuste.

Ma per ottenere contratti seri, ho dovuto pensare seriamente, in questi 3 anni e mezzo a Milano (2006-2010), di ripartire, di lasciare ancora il “Bel Paese”. Era una scelta personale direi… ma quasi d’obbligo vista la mia situazione di 40 enne disoccupato (ovviamente dopo avermi pagato lo stipendio senza regolarità per un solo contratto di tre mesi, e sottopagato, a marzo 2010 non mi è stato rinnovato, e sono rimasto senza lavoro).

Nel giugno 2010 sono ripartito destinazione ancora Irlanda (sono molti i “comebackers”, qua) con l’obiettivo di ricercare un’occupazione: ho iniziato iscrivendomi a Dublino a un corso di fotoreportage, dato che la fotografia è sempre stata la mia passione. Ho svolto qualche lavoro nel settore, ma poi per vivere (la fotografia almeno inizialmente non mi garantiva una possibilità di entrata fissa) ho utilizzato l’arma che avevo nel cassetto: le conoscenze informatiche.

Ora lavoro per una multinazionale USA. L’Irlanda mi ha dato l’opportunità di tornare lavoratore permanente un’altra volta, dopo che nel 2006 avevo lasciato l’isoletta nel Nord. Ora ho un lavoro fisso e posso pagare un affitto: in Italia potrei pensare di farlo solo nei sogni.

Continuo a coltivare la mia passione della fotografia, guardo dritto e vivo.

Si, perché l’importante è vivere. Ovunque tu sia. Il luogo – secondo il mio modesto parere di 41 enne – non conta.

Se non per la scelta seguente “Dove vado in vacanza”?: io dico spesso “In Italia, perché no?”.;)

Ho voglia di esplorare il mondo, di viaggiare e forse anche di pensare a guardarmi altrove. L’Irlanda per me è un bel trampolino di lancio. Non se cosa farò in futuro, ma posso solo ringraziare questo posto che mi ha dato per due volte l’opportunità di vivere.

Continuo per questa strada con la consapevolezza di avere ormai detto addio - vista la situazione personale – al mio Paese”.

PAOLO

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Un Ingegnere delle Telecomunicazioni in UK

postato da Sergio il 13.11.2011, nella categoria Young Expats say
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Un altro “costruttore di futuro” fuori dal Paese. L’ennesima storia che non ha bisogno di spiegazioni, per raccontare perché i nostri migliori talenti vanno all’estero. Storia di Mario Neri, 31 anni, Ingegnere delle Telecomunicazioni. Lui ci aveva giustamente creduto, quando raccontavano che quel tipo di laurea sarebbe stata il futuro, grazie anche al boom della telefonia mobile. Poi abbiamo scoperto che in Italia i telefonini li vendevamo… mica li producevamo. Lui comunque ha capito per tempo cosa riservava l’avvenire. Così si presenta ai lettori del blog:

Mi chiamo Mario Neri, sono nato a Livorno, ho 28 anni e sono un laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni dell’Universita’ di Pisa.

Purtroppo (per certi versi), sono uno dei molti giovani che hanno prima “voluto” e poi “dovuto” spostarsi all’estero, per un semplice motivo: il mercato del lavoro nella nostra beneamata patria e’ un disastro. Almeno, per un giovane neolaureato!

Non credo che la mia storia sia particolarmente diversa da quelle di tanti altri, visto che nella mia esperienza personale e professionale ho conosciuto molti italiani che si sono trovati nelle mie stesse condizioni.

Per quanto mi riguarda, tutto e’ cominciato nel 2007, durante il mio ultimo anno di Laurea Specialistica, momento in cui uno si accorge che l’università sta per finire e che quindi che ci si deve rimboccare le maniche per darsi da fare nella giungla del mondo del lavoro.

Conoscevo parecchi ex-studenti ed amici che si erano laureati a pieni voti nel mio stesso corso: forse sarà perché l’industria delle Telecomunicazioni aveva vissuto momenti migliori anni prima, con l’avvento delle prime reti GSM e dei primi « telefonini », o forse sara’ perchè abitavo in una regione, la Toscana, non certo ricca di opportunita’ interessanti… fatto sta che il risultato fu che molti di questi colleghi, i piu’ fortunati, lavoravano presso aziende di consulenza con miseri contratti di 6 mesi / un anno, e uno stipendio che (inclusi i rimborsi spese) non superava i 1000-1100 euro.

Non volendo finire nella stessa gabbia, ebbi l’occasione di fare uno stage al termine degli esami: soprattutto, ebbi la fortuna di avere un Professore che sostenne la mia scelta e che mi autorizzo’ a studiare una tesi « prodotta » in azienda. L’azienda si trovava all’estero, in Francia e si chiamava Eutelsat.

Me ne partii, dunque, alla volta di Parigi. La prima bella notizia fu che lo stage era retribuito: quella ancora piu’ bella fu che la retribuzione ammontava a circa 1000 euro mensili, esattamente quanto i miei colleghi in Toscana prendevano in qualita’ di ingegneri neo-laureati! Ho spesso parlato con managers o direttori risorse umane di quanto la cosa fosse incredibile, e la risposta che ottenevo era sempre la stessa: seppure da stagista, l’azienda beneficiava del mio lavoro e quindi era giusto ricevere in cambio una piccola fetta della « torta ». Come dar loro torto… ?

Quest’esperienza fu estremamente gratificante, sia dal punto professionale che da quello personale. Per cui, quando, alla fine dello stage Eutelsat mi offri’ un contratto a tempo indeterminato, pensai subito che non potevo lasciar scappare questo treno, visto che in Italia, probabilmente, mi sarei ritrovato a lavorare con un «contratto a progetto» e una paga che non mi avrebbe dato la possibilita’ di essere economicamente indipendente dalla mia famiglia. Francamente, credo che non mi meritassi questo, considerato che piu’ volte mi è stato detto che noi ingegneri italiani siamo indiscutibilmente ingegneri di qualita’ !

Rimasi quindi a lavorare in Francia per 3 anni: durante questo tempo ho viaggiato per quattro continenti, e ho potuto toccare con mano cosa voglia dire lavorare in un ambiente internazionale. A Febbraio di quest’anno, rimanendo nello stesso business, mi sono spostato a Londra, dove attualmente lavoro per un altro operatore satellitare – Inmarsat – come “Spectrum Management Engineer”. Inutile dire che anche stavolta la crescita che quest’esperienza mi sta offrendo va al di la’ delle aspettative.

Per finire, voglio dirti che quando le persone mi chiedono se mi manchi l’Italia, non posso fare a meno di rispondere di sì, per innumerevoli motivi. Ma quando poi mi confronto con i miei coetanei che sono rimasti «laggiu’», che devono sempre vivere a casa con i genitori perchè un affitto ti prende il 70% della busta paga – e che devono sperare di entrare un giorno nelle «grazie» di qualcuno per ricevere una promozione o avere la possibilita’ di affermarsi… beh, credo, Sergio, che l’Italia sia fatta per venirci in vacanza, e non certo per lavorarci, almeno quando si e’ giovani ingegneri“.

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La “scorciatoia”. Lettera dalla Norvegia.

postato da Sergio il 09.11.2011, nella categoria You say
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Non è uomo dalle mezze misure Francesco, ingegnere italiano che vive a cavallo tra Italia e Norvegia. Gli abbiamo proposto, dopo uno scambio di e-mail, di raccontarci la sua esperienza lavorativa a cavallo tra i due mondi. Lui, raccogliendo la sfida, ci ha scritto questo vero e proprio “pamphlet”, che vi consigliamo assolutamente di leggere da capo a fondo. E poi magari commentarlo: diteci cosa ne pensate!

“Ti scrivo dalla Norvegia… dal North Sea Flow Measurement Workshop, considerato “l’evento where to be” per chi si occupa di strumentazione industriale nel petrolio, da questa parte del mondo.

E’ una conferenza da 350+ delegati, presenti tutte le oil major europee… i maggiori fornitori… aggiornamenti… “dove va la tecnologia e dove vanno gli standard”…. quanti italiani? Quattro persone. Di cui due (uno sono io) che lavorano per aziende straniere.

Ma sono ottimista. Intanto perchè non mi sembra sia necessario scappare dall’Italia per raggiungere i propri obiettivi. Esiste una scorciatoia: si chiama “aprire una filiale italiana di una ditta straniera”.

Nel mio caso l’intuizione sta nell’avere azzeccato settore e origine della ditta in questione: rispettivamente parlo di “oil and gas” e di Norvegia. 

Ho fatto con dei norvegesi quello che non ho potuto fare con degli italiani: aprire il MIO ufficio (a Milano), ed occuparmi della mia business unit.

Il tutto succede in un mercato ad alto valore aggiunto: per qualche mio amico mi occupo di “contare dollari”, ma in definitiva si tratta di strumenti che misurano quanto petrolio esce da un pozzo.

La mia vita lavorativa è cambiata, ormai da tre anni; i.e. dai miei 36 anni. Nel tecnico, nell’ingegneria, un trentaseienne è ancora “giovane.

Non è “cosa buona e giusta”, a questo punto, raccontare come ci sono arrivato – roba del tipo“manuale delle istruzioni per l’ingegnere italiano che vuole fare carriera”. Mi interessa invece sottoporre alcuni aspetti “sfidanti” che la mia esperienza mi offre giorno per giorno, nel bene, e nel male. Perchè Milano-Stavanger (sede della MPM) è un centinaio di km in più che Milano-Tripoli.

Premessa: per motivi di spazio certi argomenti sono affrontati in modo piuttosto empirico/semplicistico. E poi non scordiamoci del fatto che lo “scontro” di culture “di cui sotto” deriva da ovvie differenze storiche/geografiche/demografiche. 

FIDUCIA vs “TU SEI QUI PER FOTTERMI”.

Oggi relazione/incontro di lavoro che ha luogo in Italia (o che coinvolge un italiano) sottende il principio per cui l’interlocutore di turno è li con lo scopo principe di fregarci. “Cosa c’è sotto?”… “dove stanno gli svantaggi?”… “quanto mi costa?”…  In Norvegia si parla/ci si incontra perchè l’interlocutore di turno ha qualcosa da proporci, PUNTO. Da qui una serie di ENORMI plus: facile accessibilità al management, e non solo; generale entusiasmo nell’approccio/nelle relazioni; poca carta da produrre per essere assunto/per lavorare – MASSIMA fiducia. Ai nostri occhi un’attitudine del genere fa rima con “ingenuità”. Per me si tratta solo di gente che ha fiducia, che rischia, e che quindi per lo meno “fa”.      

 NERO/BIANCO vs GRIGIO

Amano le decisioni nette. Un “sì” è un “sì”. E sanno dire di no, con buona pace di un noto produttore di birra che sostiene che per noi sia così facile. La triste verità è che pur di non dire di “no” (vale in TUTTO), siamo capaci di lavorare il doppio e di perderci il triplo. 

Dimenticavo: i “cazziatoni” più “gelidi”… piuttosto che i complimenti più “caldi”… li ho ricevuti da un norvegese.

NORD vs SUD

Tra loro e me chi ha più facilità a lavorare col Nord Africa? Chi non ha problemi a fare trasferte in “amene” località che si chiamano Aktau, Atyrau, Lagos, Port Harcourt, Luanda, Pointe Noire, Hassi Messaud….

SONO IO. La nostra vicinanza (IN TUTTI I SENSI) con il Sud del mondo è un opportunità. Che io non mi sono lasciato scappare.

Di principio la “flessibilità” è un territorio in cui li battiamo, e di tanto. Ma noi gran “fame” non ce l’abbiamo, e ci piace farci del male. La trasferta non è più un’occasione per crescere e per fare business, ma sta diventando la “gita premio”: facciamo casino, viaggiamo in business, stiamo in un bell’albergo, mangiamo bene e magari ci scappa pure una donna (per essere politically correct).

COMPRO QUELLO CHE MI SERVE vs COMPRO QUELLO CHE COSTA MENO

In Norvegia comprano quello che serve. NO negoziazioni. NO sconti. SI’ puntualità nelle consegne. SI’ puntualità nei pagamenti. Se proprio vogliamo trovare un difetto a questo sistema… CHE NOIA!

 FACCIO LE COSE BENE vs NON FACCIO LE COSE

Per loro OGNI problema tecnologico/industriale è un opportunità per migliorarsi. Devono esplorare il mare di Barents per capire se c’è “petrolio buono”? La sfida diventa FARLO senza “impattare”.

Lo stesso vale per raffinerie, terminali, impianti LNG, degassificatori etc etc. Di fronte di tutto questo “ben di dio” (dal punto di vista dell’ingegnere chimico, quale io sono) si rimane senza parole nel constatare come ce la facciano… e come, OGGI, le loro società di ingegneria siano quelle che dettano gli standard. E noi? Citando il governatore della Puglia: “il nostro petrolio è il Mediterraneo” (… e sarei pure un uomo di estrema sinistra!).

 VITA BUSINESS DRIVEN vs VITA POLICS DRIVEN

Inevitabilmente si arriva qui. C’è troppa politica nel nostro lavoro. C’è troppa politica nella nostra crescita. C’è troppa politica nella nostra carriera. C’è troppa politica nelle nostre scelte.

Troppa politica uguale poca trasparenza. Troppa politica uguale pochi meriti. Troppa politica uguale pochi rischi… e così via.

Nella misura in cui contribuisci a far crescere stato/azienda/persone, per loro VALI, PUNTO. Ascolti black metal? Sei un ubriacone? Fai il cacciatore di balene? E allora??? Ecco… da loro esiste un concetto di “rispetto” e di “privacy” che è slegato da qualsiasi retaggio religioso/morale.

Finisco qua, anche se di differenze significative ce ne sarebbero per una seconda puntata… la mia conclusione è ben più drastica di quella già espressa da chi mi ospita: se quando andiamo all’estero siamo “gli zimbelli”, NON è solo colpa di chi ci governa”.

FRANCESCO  

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Una laurea in Economia per emigrare in Olanda

postato da Sergio il 05.11.2011, nella categoria Young Expats say
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Le ha provate davvero tutte Elisabetta Scalari, la protagonista della puntata di oggi di “Giovani Talenti”, prima di andarsene dall’Italia. Ha sperimentato più lavori, con ogni tipologia di contratto. Poi ha detto “basta”: si è sottoposta a una dura selezione, ha sbaragliato 80 concorrenti, e ha preso il biglietto per l’Olanda. Storia da leggere… e da ascoltare assolutamente, oggi a “Giovani Talenti”. Elisabetta si presenta così ai lettori del blog:

“Mi chiamo Elisabetta, ho 31 anni e da 10 mesi vivo a Maastricht, nei Paesi Bassi.

Quando osservo il mio Paese da quassù, vedo un’Italia in affanno. Un’Italia malata, che sta facendo pagare ai figli le colpe dei padri. Un’Italia miope, gerontocratica e immeritocratica, nella quale continuano a proliferare caste di mediocri privilegiati. Nella quale continua a essere premiato non chi è bravo, ma chi è servile. 

A chi mi sta leggendo voglio anche dire: l’espatrio non è una scelta a costo zero. Vivere e lavorare all’estero è un’esperienza totalizzante, che richiede molte energie. In questa difficile congiuntura economica la competizione è molto alta ovunque. La differenza è che certi meccanismi, che in Italia sono completamente bloccati, in altri mercati del lavoro sono più fluidi. E che le distorsioni causate da una vecchia, odiosa cultura clientelare, in altri Paesi non sono tollerate.

Siate onesti con voi stessi, cercate di capire quali compromessi sono per voi accettabili e quante energie potete mettere in valigia. E poi abbiate il coraggio di fare sentire la vostra, la nostra voce. Perché senza la forza creativa e innovativa delle giovani generazioni il nostro Paese non ha futuro”.

 
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Back to Erasmus…

postato da Sergio il 02.11.2011, nella categoria You say
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Bella, davvero troppo bella, la lettera che la nostra ascoltatrice Chiara ci ha inviato, a seguito di una delle ultime discussioni lanciate online: “E’ l’Erasmus il vero salvagente di una generazione che in Italia ha perso quasi ogni prospettiva? Erasmus come chiave di volta, per comprendere che -all’estero- le possibilità di lavoro o imprenditoriali esistono ancora, che basta varcare le Alpi per ottenere quelle chances sempre più spesso negate in patria? L’Erasmus vi ha dato -insomma- un’altra possibilità?” Leggete fino in fondo la bellissima lettera di Chiara:

“Mi chiamo Chiara, sono nata a Roma ventisei anni fa e sì, l’Erasmus mi ha cambiato la vita.

Sono partita nell’ormai lontano 2007, durante l’ultimo anno di triennale in Scienze Umanistiche, per un semestre presso la facoltà di Lettres dell’Université Charles de Gaulle Lille III, senza essere del tutto cosciente di ciò che quest’esperienza avrebbe rappresentato e comportato.

All’epoca l’unica lingua straniera che conoscevo era l’inglese, l’Urbe era il centro del mio mondo e la prospettiva di un’esistenza all’estero per me era del tutto inconcepibile. Quando ho fatto domanda per la borsa Erasmus desideravo soltanto avere la possibilità d’immergermi per un breve periodo in una nuova dimensione linguistica e culturale, apprendere il francese, la cui musicalità mi aveva sempre affascinata, e far ritorno in patria forte di un’esperienza che senza dubbio avrebbe contribuito ad arricchirmi umanamente ed intellettualmente, facilitando, magari, il mio futuro ingresso nel mondo del lavoro. Tutto qui. Motivazioni quanto mai leggere, semplici, forse anche un po’ banali. 

Volevo andare nell’inflazionata e fascinosa Parigi, ma sono stata mandata nella grigia e gelida Lille, nel profondo nord della Francia.

Ho vissuto i primi tre mesi all’insegna del mutismo, stordita da una lingua che, per quanto affine alla mia, sembrava incomprensibile.

Poi, di punto in bianco (e con la complicità di uno studio forsennato), in me si è sbloccato qualcosa. Ho iniziato a capire, a parlare, persino ad interagire, le lezioni sono diventate improvvisamente chiare, e mi sono resa conto che, rispetto agli studenti francesi, portati a specializzarsi troppo presto, le mie conoscenze della storia della letteratura erano di gran lunga superiori. E questo perché il sistema educativo italiano è l’unico, a mio avviso, che sia davvero in grado di conferire delle solide basi. Il problema è che la costruzione di queste solide basi, in Italia, potenzialmente non ha fine: per la maggior parte dei professori di lettere lo studente resterà sempre e solo uno studente, un essere subalterno, che per quanto s’impegni nello studio non riuscirà mai a raggiungere lo stesso livello del proprio docente, la cui risposta standard, se interpellato, sarà: “Sì, quanto dice è interessante, ma ha letto questo? E questo? E questo, e questo, e questo, e questo, e questo, etc.?”.

Ora, data la vastità degli studi critici in ambito letterario, la prospettiva per uno studente di lettere italiano che voglia entrare nel mondo della ricerca è quella di trascorrere la vita sui libri, in religioso silenzio, per assorbire tutto lo scibile possibile e riuscire forse, intorno ai sessant’anni, a dire la sua senza quella costante sensazione d’inadeguatezza che ha caratterizzato gran parte della sua vita.

In Francia le cose sono un tantino differenti: le lezioni non consistono nell’ascolto passivo del professore da parte dello studente, ma nel dialogo tra le due parti. Il docente esige partecipazione, incoraggia l’espressione del punto di vista dei suoi giovani allievi a prescindere dal loro studio preliminare di testi critici, e l’esame finale, il più delle volte, consiste nella stesura di una dissertazione, di un saggio breve o di un commento a partire, ad esempio, da una citazione dello scrittore che è stato oggetto del corso. Questo fa sì che, rispetto a un normale studente italiano, i francesi siano di gran lunga più spigliati, sicuri di sé, pronti ad esternare la propria opinione senza il timore di essere giudicati o annientati intellettualmente, giacché il voto non viene dato in funzione delle loro conoscenze, ma in base alla loro capacità di articolare un discorso critico.

Pertanto, uno studente italiano che si ritrovi in una simile realtà può, se accompagnato da una robusta formazione di partenza, avere le carte in regola per “sfondare” e risultare speciale non solo per il diverso contesto di provenienza, ma anche per il differente livello di maturità culturale.

Tornare in Italia dopo la scoperta di questo mondo e delle prospettive da esso offerte è stato a dir poco traumatico.

Dopo aver finito l’Erasmus mi sono laureata con 110 e lode con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea, ho fatto uno stage piuttosto avvilente in una redazione giornalistica e, forte di una ormai eccellente conoscenza del francese e dell’inglese, ho provato ad iniziare una specialistica in Lingue e Letterature Euroamericane presso l’Università di Roma Tre, da cui sono fuggita a gambe levate dopo l’incontro con esponenti della ben nota “baronia accademica”, pronti a mortificare e ad inibire lo studente con lezioni incentrate, nella maggior parte dei casi, sull’autoincensamento e sulla promozione dei propri studi critici, di cui inoltre viene spesso richiesto l’acquisto. Ho vissuto un periodo di sconforto totale, lavorando saltuariamente come hostess congressuale, traduttrice anglo-italiana e franco-italiana, o come insegnante di ripetizioni, con la netta sensazione di non avere la benché minima prospettiva futura. 

Poi, il caso ha voluto che m’imbattessi nel bando di ammissione ad una specialistica Erasmus Mundus in Culture Letterarie Europee, che prevedeva un anno di studio a Bologna ed un anno a Strasburgo, con relativo doppio diploma di laurea finale. Nella graduatoria di accesso sono arrivata seconda, ho lasciato Roma per Bologna e, successivamente, Bologna per Strasburgo, dove ho ritrovato la stessa apertura mentale che avevo incontrato in quel di Lille, nonché un reale e profondo interesse da parte dei professori nei riguardi delle nuove proposte di ricerca.  

Mi sono laureata il 30 giugno scorso con 110/110, con una tesi in Lingua e Cultura Italiana grazie alla quale, oggi, mi accingo ad iniziare un dottorato in Letterature Comparate nella stessa Strasburgo, dove attualmente vivo e lavoro come assistente di lingua italiana in due licei.

Ho nostalgia della mia famiglia, ma sento che la mia vita è sempre più lontana da quel soffocante paesone che è Roma, bella per i turisti o durante il mese di agosto, quando i suoi poco urbani abitanti sono quasi tutti fuori, ma invivibile nel resto dell’anno in quanto emblematica capitale di un paese che ha sempre meno da offrire e che sembra non avere alcun interesse nel tutelare la propria cultura (soprattutto classica).

Qui in Francia crescere e coltivarsi è possibile, e se oggi vivo un presente che ha il sapore dell’avvenire lo devo proprio a quell’Erasmus un po’ avventato ed incosciente che, quattro anni fa, si è rivelato la chiave di volta del mio futuro, rivoluzionandomi l’esistenza.

CHIARA

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