L’Imprenditore che porta le Radio web negli USA

postato da Sergio il 29.10.2011, nella categoria Young Expats say
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“In Italia si parte svantaggiati”. Sono amare le considerazioni che Francesco Baschieri, 36enne imprenditore innovativo, regala al blog di “Giovani Talenti”, al termine della sua autopresentazione ai lettori. Ma perché mai il tessuto produttivo e la (inesistente?) politica industriale del Belpaese devono far partire “svantaggiati” i giovani che decidono di fare impresa nuova? Ve lo raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Con la bella storia di Francesco, fresco emigrante negli Stati Uniti…

“Francesco si laurea in Ingegneria informatica a Bologna nel 2000, anno in cui scoppia la prima bolla Internet: vorrebbe lavorare in ambito web e nuove tecnologie, ma gran parte delle aziende che operano in quel settore stanno già chiudendo i battenti a causa della crisi.

Così comincia la sua carriera lavorativa presso Alstom Transport, una multinazionale francese che produce treni e sistemi ferroviari, dove inizialmente si occupa di progettare software per la diagnostica degli apparati. Poi decide di specializzarsi in ambito Project Management, diventando responsabile di alcune commesse relative ai lavori per le linee ad Alta Velocità. 

Da qui si sposta in una azienda di produzione di beni di largo consumo, dove diventa direttore di uno stabilimento che produce e distribuisce liquirizia e prodotti per bar. 

A 32 anni, ancora innamorato dell’informatica e di Internet, capisce che la possibilità di fare quello che realmente vuole nella vita c’è: basta crearsi la propria azienda. Così, con un paio di soci fonda quindi Waymedia, che produce sistemi di trasmissione Bluetooth per mettere in comunicazione oggetti e telefoni cellulari. In pochi anni l’azienda si afferma come leader di mercato nella produzione di questa tecnologia (di cui l’80% del mercato è all’estero): Francesco e soci decidono di accettare l’offerta di acquisto di un gruppo milanese e dedicarsi a un nuovo progetto. 

Nasce così Spreaker, un’applicazione web che permette a chiunque di creare un vero e proprio programma radiofonico e trasmetterlo in diretta su Internet, attraverso i Social Network. Gli spunti iniziali vengono in Italia, ma l’idea vera e propria prende forma durante un soggiorno di tre mesi in Silicon Valley nell’estate del 2010.

Da qui Spreaker prende il via, a cavallo tra Italia e Stati Uniti (i capitali di Startup vengono trovati in Italia) ma l’idea da subito è quella di farla diventare un’azienda al 100% Americana. Perché là il mercato è più vasto e interessante. Perché è più facile trovare capitali e finanziamenti. Ma soprattutto perché, oggi, nella competizione su Internet… in Italia si parte già svantaggiati”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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Qui o fuori? Fuga, fuga, fuga!

postato da Sergio il 26.10.2011, nella categoria You say
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E’ una e-mail di sfida, quella che ci lancia Federico, ascoltatore di “Giovani Talenti”. Federico pone -con grande abilità e un sottile filo di ironia- un interrogativo angosciante, se analizzato nella sua drammaticità. Restare o andarsene? In realtà la risposta lui l’ha già data fin dal titolo della sua e-mail e di questo “post”. Sinceramente, non me la sento di dargli torto. Sono allibito quanto lui. E voi, cosa gli consigliate?

“Mi chiamo Federico, ho 23 e ho concluso la Laurea Magistrale in Fisica a Trieste a fine luglio, con 110 e lode, specializzato in analisi di radioattività ambientale. Ora si pone l’annoso problema: andare o restare? Io vorrei restare. In famiglia, mio fratello è partito per gli States già non molto dopo la laurea… seguirlo o rimanere?

L’idea che qui non ci sia nulla di buono m’è apparsa chiara circa un anno fa. Al che mi sono dato da fare, e mentre di giorno studiavo e impostavo la tesi, la sera seguivo i corsi di Scuola Guida per le patenti D ed E. Così, all’avvicinarsi della laurea, ho imparato a guidare le corriere. Ma visto che per venire assunto in un’azienda di trasporto pubblico serve la Carta di Qualificazione del Conducente, (http://it.wikipedia.org/wiki/Carta_di_qualificazione_del_conducente) già che c’ero ho fatto anche quella, sempre con corsi serali, investendo tutti i soldi che ero risuscito a mettere da parte facendo la cresta alle borse di studio per merito che ho sempre vinto nel corso dei cinque anni di università (patenti + CQC = 5000€ circa!).

Risultato attuale: volendo, un lavoro come autista lo troverei subito. Mi offrirebbero 1000€ al mese per 6 ore di lavoro al dì.

E volendo lavorare come fisico? Le uniche offerte, dopo decine di curriculum mandati ovunque, le ho avute dalle assicurazioni, “affamate” di giovani svegli e con abilità matematiche, statistiche e di modellizzazione numerica al di sopra della norma. Per 500€ al mese e una decina di ore di lavoro al giorno.

A questo punto cosa dici, resto o vado?”

FEDERICO

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Ricercatrice a Bruxelles. Grazie all’Erasmus

postato da Sergio il 22.10.2011, nella categoria Young Expats say
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Erasmus come “uscita d’emergenza” verso Paesi dove un lavoro qualificato è possibile. A condizioni migliori dell’Italia. Erasmus per scoprire come l’Europa non sia più “estero”, ma una macroregione della quale ciascun giovane italiano è parte integrante. Oggi “Giovani Talenti” dedica una puntata “omaggio” a un programma europeo, senza il quale molti dei nostri migliori professionisti espatriati non avrebbero potuto arrivare dove sono oggi. Lo facciamo con la storia di Francesca Galli, una ricercatrice a Bruxelles. La cui vita è stata segnata dall’esperienza Erasmus a Parigi. Francesca si presenta così ai lettori del blog:

Francesca Galli, 30 anni appena compiuti, ricercatrice in diritto penale europeo all’Institut d’Etudes Européennes de l’Université Libre de Bruxelles. Focus dei suoi studi negli ultimi anni sono le legislazioni e la giurisprudenza dei Paesi europei in materia di anti-terrorismo, diritto penale sostanziale e procedura. Dall’anticipazione della tutela penale alle intercettazioni telefoniche. Ha studiato prima di tutto scienze diplomatiche a Gorizia, stuzzicata da una visione romantica della diplomazia, per cui l’arte della parola è l’unica alternativa all’arte della guerra. Poi sceglie il diritto, per dare maggiore concretezza ai propri studi, e si appassionata di diritto penale, attraverso il lavoro dei magistrati di collegamento, tra rogatorie ed estradizioni . Comincia a viaggiare a 17 con un anno di studio all’estero in Ohio. Ha avuto la possibilità e la fortuna di confrontarsi con giovani selezionati e motivati; professori che hanno seguito i suoi studi e la sua ricerca passo dopo passo. Dall’Italia non è mai fuggita… è piuttosto partita per curiosità, per capire come si insegna e si impara altrove. Il problema riguarda la possibilità di tornare nel proprio Paese, portando con sé tutto ciò che si è appreso”.

 Francesca aggiunge una citazione di Cesare Pavese:

 ”Così questo Paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli Paesi, non so se davvero mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. [...] Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. [...] Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?da “La luna e i falò”.

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Visti dalla Cina

postato da Sergio il 19.10.2011, nella categoria You say
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Alberto è un ascoltatore di Radio 24 e di ”Giovani talenti”. Vive in Cina: qualche settimana fa ha preso pc e tastiera, per inviarci una riflessione estremamente interessante. Soprattutto nel finale. Da leggere, soprattutto per gli appassionati di Estremo Oriente (e magari futuri espatriandi in Cina…):

“Sono residente qui in Cina, a Nanchino, dal 1999. Passati alcuni anni a Pechino, sono tornato qui, dove il fermento e’ palese. Crescita incredibile e possibilità per tutti a 360 gradi.

Sono un manager in una grossa azienda di componenti per auto, e ho anche investito in ristorazione da poco tempo. Mia moglie (polacca, conosciuta durante un espatrio) gestisce il locale. Le mie figlie, nate qui, frequentano la scuola americana e parlano 4 lingue.

All’estero e’ più facile trovare posto, dato che la disponibilità ad uscire dallo Stivale e’ bassa, quindi le aziende hanno difficoltà a assumere risorse adeguate. Parallelamente, chi va all’estero e’ pronto a rischiare un po’ di più, ad avere un lavoro più stressante e con meno certezze quotidiane. Io per esempio lavoro da 20 anni all’estero (Polonia, India, Cina) ed ogni anno sono sulle spine perché non ho certezze che l’azienda possa o meno cambiare idea sul mantenimento della mia posizione. 

Sicuramente un’ esperienza fatta allestero aiuta a vedere le cose (tutte, dal lavoro alla vita quotidiana) da diverse angolazioni, e riconsiderare tutto cio’ che si usa dire in Italia. 

Considerazione mia personale: se i nostri Politici potessero fare esperienze simili , potrebbero facilmente imparare ad implementare moltissime politiche che probabilmente esistono gia’ in altri Paesi… persino in Cina, che e’ ufficialmente un Paese ancora governato da dittatura, esistono politiche di sviluppo avanzatissime in molti campi. Qui si vive nel futuro per buona parte della tua giornata. Poi svolti l angolo e ti trovi magari indietro di 100 anni. 

Insomma , l‘unione fa la forza e solo avendo un’analisi di mercato adeguata (vale non solo per le vendite ma anche per la politica) si puo’ costruire investendo il giusto. L’Italia manca in marketing e in R&D, e pensa di non avere bisogno di questo perche’ ci siamo arenati sul nostro benestare – che a tutt’oggi non e’ ancora calato sufficientemente per farci capire quanto siamo “malati”. 

Sarebbe bello avere un’Italia sana e che pensi al futuro. Oggi non esistono segni di battito cardiaco. 

Io intanto investo in Cina avendo gia’un ristorante, lavorando per un grosso gruppo automobilistico e pianificando altre due interessanti attività che possano garantire sostentamento ai miei figli”.

ALBERTO

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Un Manager per la Banca di Sua Maestà

postato da Sergio il 15.10.2011, nella categoria Young Expats say
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Storia esemplare e paradigmatica, quella che vi raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Storia di un trentenne che in Scozia ce l’ha fatta, a realizzarsi professionalmente. In Italia aveva percepito un’enorme indifferenza verso il suo titolo di studio… una laurea ottenuta a prezzo di durissimi sacrifici, suoi e della sua famiglia. Il protagonista della puntata di questo sabato si chiama Daniele Giommi, ha 30 anni e un ruolo manageriale all’interno di una delle banche più esclusive del Regno Unito. Così Daniele si presenta ai lettori del blog:

“Sono Daniele Giommi, 30 anni, nato in un piccolo comune marchigiano (Fano). Proveniendo da una realta’ rurale ho sempre visto nello studio l’opportunità’ per una vita migliore. Studente modello, mi sono laureato a soli 21 anni all’Universita’ di Ancona nella laurea triennale di Economia e Finanza, con 110 e lode. A 23 anni ho completato la laurea specialistica in Finanza, Banche ed Assicurazioni, con un altro 110 e lode.

Dopo cinque anni di sacrifici universitari per me ed i miei genitori, mi sono scontrato con una realtà lavorativa ben diversa… nonostante ciò ho girato tutta l’Italia (da Milano a Roma, da Bologna a Genova), alla ricerca di un lavoro. Alla fine, sono stato costretto ad emigrare all’estero, perché in Italia i neolaureati non li vuole nessuno.

Dopo un anno a New York mi sono trasferito in Scozia, dove ho trovato l’ambiente ideale per metter su famiglia. Nel 2008 l’azienda per cui lavoravo e’ fallit,a e nonostante la Scozia fosse in piena crisi sono riuscito a trovare un altro lavoro nel giro di due mesi.

Nel 2010 sono stato assunto come Senior Associate Accountant da Life Technology una multinazionale americana che centralizzò tutte le funzioni finanziarie per i Paesi europei in Scozia: questo comportò il licenziamento di tante persone che lavoravano nell’ufficio di Monza, in cui sono stato per due mesi, per acquisire le conoscenze di coloro che erano stati licenziati. E’ stato un periodo molto duro, ma allo stesso tempo interessante, che mi ha fatto riflettere ancora di più su quella che e’ la realtà italiana. Nessuna azienda vuole investire in Italia, dove il mercato del lavoro e’ il più rigido d’Europa e dove i sindacati difendono la casta dei lavoratori contro ogni forma di liberalizzazione, condannando i disoccupati a rimanere tali per il resto della loro vita. Anche il Nord Italia sta ormai soffrendo ed e’ incapace di competere con il resto d’Europa, come dimostra la mia esperienza.

A Maggio di quest’anno sono stato assunto come Financial Control Manager dalla RBS: mi occupo di Coutts UK, la banca in cui ha il conto corrente la regina. Gestisco un team di due persone… entrambi scozzesi e più anziani di me.

Quest’anno sono pure diventato membro ACCA (Association of Chartered Certified Accountant): qualifica che mi e’ stata sponsorizzata dalle compagnie per le quali ho lavorato, perché in Scozia le aziende continuano ad investire sul personale.

Mi sono chiesto più volte se valesse la pena tornare in Italia, ma avendo una bambina di 2 anni mi domando: se torno che futuro le offro? Studiare fino a 24 anni per ritrovarsi disoccupata o lavorare gratis come stagista? Ed allora purtroppo non ho scelta… senon quella di rimanere all’estero”.

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Pensieri in Controtendenza

postato da Sergio il 12.10.2011, nella categoria You say
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Pubblichiamo oggi lo scambio di e-mail estivo con una nostra ascoltatrice, Luana, che pone un problema importante: ma non è che in questo momento di crisi, un po’ di colpa ce l’hanno anche i nostri giovani? E fa il suo esempio di imprenditrice, che non riesce a trovare risorse umane adeguate. Io una mia opinione l’ho data, cui ha replicato Luana (il nostro scambio di e-mail lo potete trovare sotto). La discussione però prosegue sul blog: siete tutti invitati a contribuire. Aggiungo solo una cosa: il mio rispetto per chi, giovane, qui ci prova. E vorrebbe costruire un’Italia migliore e diversa. Penso che sia il giusto interlocutore per chi se ne è andato, non trovando -nella sua ricerca di lavoro all’interno del Belpaese- interlocutori così. Forse qualcosa sta cambiando? Buona lettura!

Buongiorno, vorrei dire due parole un po’ controtendenza.

Io sono amministratrice e socia di una software house giovane (fondata 3 anni fa) composta da persone abbastanza giovani (comunque dai 25 ai 45 anni) che per mesi ha cercato personale senza trovarlo.

Abbiamo la nostra sede vicino a Bologna (Imola) e cercavamo giovani sviluppatori.

Stiamo aprendo il mercato internazionale (fiere in Inghilterra, Germania, Cina) e accordi con multinazionali in tutto il mondo. Siamo in forte crescita nonostante la crisi e questo governo che “ammazza” ogni desiderio!!

Premetto che l’offerta era:

-se neolaureati o con meno di 2 anni di esperienza: circa 1.200€-1.300 di stipendio netto, contratto a tempo indeterminato, disponibilità a trasferte (brevi)

-se con più esperienza lo stipendio sarebbe stato proporzionato alle reali competenze

Per cui a mio avviso un’offerta dignitosa e poi ognuno deve scommettere su se stesso (se ci credi e sai di avere i numeri!)

Abbiamo messo annunci su siti dedicati, pubblicato annunci su quotidiani, su quotidiani locali, ci siamo rivolti a società specializzate.

Abbiamo avuto pochi CV e pochissimi colloqui (dopo circa 7 mesi ho incontrato 9-10 ragazzi/ragazze dai 25 ai 30 anni) e TUTTI hanno fatto problemi relativi a: ferie, straordinari, trasferte, dormire fuori, andare all’estero, non avere la garanzia di un’azienda grande e strutturata ma doversi rimboccare le maniche svolgendo attività anche di assistenza ai clienti, test, ecc.  Addirittura c’è stato chi non ha voluto fare il colloquio quando telefonicamente abbiamo detto che c’erano trasferte da fare. C’è stato chi mi ha detto di voler dormire a casa alla sera, chi mi ha parlato di allenamenti che non potevano perdere, chi ha detto che gli straordinari devono essere ben retribuiti …

Devo commentare o la situazione si commenta da sola?

Abbiamo provato a cercare collaborazioni con aziende italiane per acquistare lo sviluppo. Un disastro fra costi e varie.

A questo punto abbiamo deciso noi di andare all’estero e questa settimana avremo un incontro con una sw house rumena che vende servizi. Abbiamo già dato loro del lavoro e devo dire che sono tutti ragazzi preparati, che lavorano senza sosta, sono appassionati, guardano ai risultati e non ai diritti, non chiedono prima di dare!

Beh, un commento lo faccio visto che ho sentito moltissime storie di ragazzi che si lamentavano degli imprenditori e del sistema italiano. Io fino a 3 anni fa ero dipendente ma sono stata per anni anche COCOPRO, ho studiato mantenendomi da sola all’università senza chiedere nulla ai miei, mi sono laureata lavorando la sera e il we. Ho lavorato sabati e domeniche senza fare storie, ho girato tutta Italia e oltre per crescere e per imparare. E così sono i miei colleghi.

Che molti non siano anche un po’ viziati dall’idea che una volta laureati sono automaticamente manager con solo il diritto di essere super pagati??

L’Italia come dicevo ammazza le imprese ma credo che le persone si lamentino tanto senza voler cambiare le cose. Se in Italia non funziona vado all’estero dove altri hanno già lottato perché le cose funzionassero? Mmmm… comoda! Qualcuno avrà fatto qualcosa perché dove vanno queste persone le cose funzionano meglio no?

E’ come chi dice, gettando per strada una carta per terra: “lo stato non pulisce!”

Grazie per l’attenzione e scusate lo sfogo”,

LUANA

La risposta di Sergio Nava:

Buongiorno Luana,

grazie per l’e-mail e la provocazione, tra l’altro mi piace leggere opinioni in controtendenza, che stimolano un dibattito.

L’osservazione è che ovviamente col mio programma non intendo dimostrare che tutti i giovani italiani siano “giovani talenti”. Come dappertutto, c’è il talento pronto a dimostrare le proprie capacità, e c’è chi vuole tutto facile e comodo, e subito. Ma questa seconda categoria, quella -per intenderci- che guarda alle trasferte all’estero come allo spauracchio (anziché come a un momento di crescita e confronto…) mi interessa poco, punto dritto alla prima. E’ quella che dovrà farsi classe dirigente.

Aggiungo solo che la seconda categoria (quelli della vita a casa) è anche il prodotto di una società che li ha educati ad avere tutto a portata di mano: famiglia, lavoro, amici, ecc.. Educati con una visione provinciale, cui non hanno saputo -o voluto- ribellarsi. La colpa è anche loro, ma non solamente loro. Fossero nati in Germania, a 18 anni erano già fuori di casa. 

Altra cosa le condizioni di lavoro: le vostre per l’Italia sono dignitose, ma resta il fatto che -spesso- i salari italiani sono poco competitivi rispetto a quelli stranieri. Per cui, in un mercato globale o comunque europeo, il “talento” finisce col cogliere l’occasione più favorevole. 1200 euro per un neolaureato sono uno stipendio sopra la media (molto bassa) in Italia, ma magari in Germania o Francia prende di più. Qui entra anche un problema di tassazione del reddito da lavoro dipendente, che in Italia sta diventando insostenibile, mi rendo conto.

Comunque non ne faccio una questione etica, per quanto io sia in prima linea nel cercare di cambiare le cose: si vive una volta sola, chi è davvero un talento, ha una visione globale del mondo, parla le lingue, ha competenze, ecc. … ma perché mai dovrebbe rischiare di fare la fine di Tantalo e Sisifo, sprecando tempo ed energie, quando fuori da qui trova un terreno di gioco e di lavoro più equo? Ripeto: lo scrive un idealista, che però comprende anche i “cinici”.

La risposta di Luana:

In ogni caso in questo momento non assumiamo più perché, come accennato nell’e-mail scorsa, abbiamo concluso un accordo con una software house rumena e ci faranno da BU sulla parte di sviluppo. Per quanto mi riguarda se c’era un talento da queste parti ha perso il treno…

Ho parlato attraverso le associazioni industriali con molti imprenditori (soprattutto uomini di affermata esperienza, perché quella ci vuole anni per farsela e non una laurea!!) e sono moltissimi con i miei stessi problemi. Trovano ragazzi che si credono invincibili e super preparati, salvo poi non essere in grado di sostenere lo stress e le sfide che ci si trova ad affrontare quando si scende in prima linea. Il top l’ho sentito da un cliente che ha avuto i genitori che sono andati a “sgridarlo” per aver ripreso il figlio!!!

Capisco il punto di vista del “giovane talento” con la visione globale del mondo che non può perdere tempo con stipendi troppo bassi, ma resto della mia idea. Lamentarsi andandosene è sempre la via più facile. E’ da dentro che si cambiano le cose. Oppure se te ne vai fallo ma non sputare dove hai mangiato. Ne hai perso il diritto! Il punto di vista del: “vado fuori perché mi valutano e mi pagano di più” mi sembra il tipico punto di vista di chi critica tutto salvo poi salvaguardare solo se stesso e trovare la via più veloce e facile per ottenere ciò che vuole.

Io dico: sei un talento? Molto bene, dimostralo! E’ solo un stipendio e il ruolo di “manager” che ti interessa o sei uno che sa fare la differenza? Non può essere sempre colpa dello Stato, delle scuole, degli imprenditori, del sindacato, di mamma e papà, o chi altro non so. Sei adulto? Prenditi le tue responsabilità! Se la mia azienda fallirà, certo l’Italia come burocrazia (costi e tempo) avrà inciso, ma ci sarà un solo ed unico motivo: noi. Forse non avremo sviluppato i prodotti giusti che il mercato richiede, forse saremo costati troppo, forse non diamo abbastanza. La colpa sarà nostra. Saremo stati noi a non prendere le decisioni giuste e questo io e il mio socio lo sappiamo molto molto bene.

Noi italiani siamo così. Ci lamentiamo sempre e soprattutto l’immagine dell’Italia che portiamo in giro per il mondo è drammatica! Non abbiamo amor proprio e per il nostro paese. Te ne vuoi andare? Vai. Vuoi imparare le lingue? Vai. Vuoi fare esperienze altrove? Corretto farle. Una cosa sola però: non dare la colpa agli altri.

Negli ultimi due mesi ho avuto in azienda molti stranieri che sono venuti a fare dei corsi. Tedeschi, cinesi, iraniani, rumeni, inglesi. Beh tutti si sono complimentati per la professionalità dei nostri collaboratori, per l’ospitalità e per l’organizzazione.
Quando mi hanno chiesto se era dura qui io ho elogiato l’Italia, anche se sono arrabbiata, perché voglio che si smetta di vederci come coloro che cercano la via più facile, la scappatoia, fatta la legge trovato l’inganno.

Io dico: cerchiamo di cambiare le cose da dentro! E a questi giovani talenti dico: andate via? Fate pure, noi prenderemo persone valide dall’estero e colmeremo la carenza di professionalità che nei giovani italiani oggi stiamo incontrando!

La mia domanda è sempre la stessa: come mai fuori dall’Italia le cose sono più eque? Ci saranno forse stati dei giovani talenti che hanno costruito un sistema migliore? Ci sarà per caso stato chi si è impegnato (magari sacrificando qualcosa) per far sì che le cose funzionassero? O basta uscire dai confini italiani che voilà: tutto funziona da solo?”

LUANA

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Promuovere Moda e Design a Berlino

postato da Sergio il 08.10.2011, nella categoria Young Expats say
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 L’Italia è ancora una delle “patrie” della moda mondiali? Viene da chiederselo, leggendo la storia di Lisa Filippini, 28enne Project Director a Berlino, dove ha fondato una propria società. Lisa è letteralmente fuggita dall’Italia… Ci spiega tutto lei, in questo “post” di autopresentazione:

Ho 28 anni e sono italo-irlandese. Ho studiato al Politecnico di Milano, e ho una laurea specialistica in Design della Moda.

Ho fatto un Erasmus ad Hannover (Germania): durante questo periodo ho visitato Berlino e me ne sono innamorata. L’ho trovata molto giovane e frizzante con un retrogusto grezzo, ma rilassato.

Dopo la laurea mi sono trasferita a Berlino: dopo un paio di mesi ho trovato un lavoro presso un network di moda. Lì ho conosciuto Nico, Niccolò Montanari, il mio attuale partner in affari: lui è italiano, ma i suoi genitori si sono trasferiti in inghilterra quando lui aveva 13 anni.  

Dopo otto mesi siamo stati licenziati. Così ci siamo inventati un lavoro: un’agenzia che potesse aiutare i giovani designer ad emergere.
Un pomeriggio di novembre è nata la nostra agenzia Fier Management.
 

La cosa che abbiamo trovato facile é l´interazione con i designer. Loro sanno creare, ma non sanno vendersi, ed e´proprio in questo che abbiamo cercato di costruire ponti, per esempio tra Berlino e Parigi, dove i designer devono assolutamente andare per trovare acquirenti per le loro collezioni… piuttosto che Londra, dove l´attenzione mediatica è incredibilimente attenta ai talenti emergenti. Noi agevoliamo e organizziamo questi viaggi. 

Durante quest’anno siamo stati a Parigi ad organizzare un evento per designer emergenti, collaborando con la fiera internazionale Prèt à Porter; abbiamo organizzato due party per Grosser Heinrich e per Mika Modiggard a Berlino, e promosso altrettanti eventi insieme alla Dam Stuhltrager Gallery, coinvolgendo musica, arte e moda. Abbiamo infine visitato la London Fashion Week, e abbiamo chiuso il cerchio per capire la moda europea. 

Dopo un anno di duro lavoro e tanti sacrifici, finalmente i nostri colleghi delle agenzie PR, i giornalisti e i professionisti del settore notano la costanza e rispettano ciò che facciamo. 

Ora ci stiamo muovendo su un progetto importante, che ci porterà a lavorare con Berlino-Londra-Parigi, per promuovere la “crème de la crème” dei designer berlinesi e non“.

 

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Emigrare… per non morire

postato da Sergio il 05.10.2011, nella categoria You say
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Riceviamo e pubblichiamo (con un po’ di ritardo, sorry!) la lettera della nostra ascoltatrice Barbara. Voglio rendere giustizia a quanti mi scrivono, invitandomi a non dimenticare i nostri “expats” over-40. Per quanto possibile, cerco di dare loro voce, sia all’interno della trasmissione, sia sul blog. Il focus del programma è -per sua natura e format- incentrato sui giovani, ma provo massimo rispetto anche per chi, superati i quarant’anni, decide che questo Paese proprio non va, così com’è. E ci spiega perché.

“A breve compirò 56 anni: nonostante ciò, ho interrotto volontariamente la trentennale carriera  professionale, per dedicare  ogni energia  alla realizzazione della  mia start-up  in Asia, con l’obiettivo di  emigrarvi  entro il 2013.
 
Questo significa che: i  “non valori “ culturali, comportamentali, attitudinali  peculiari dei profili di alti e medi dirigenti , imprenditori,  politici  italiani  del nostro tempo,  creano convinti aborritori  anche tra i “vecchi dinosauri “, i quali  decidono di troncare, disconoscere e  giocarsela ex novo, contando su proprie idee e tanta  forza per realizzarle.
 
Sono fermamente convinta e sicura che il futuro si costruisca solo miscelando: la velocità cerebrale e l’energia dei giovani , con la solida padronanza di utilizzo di quella fantastica banca dati che è l’esperito  dei / dai ” vecchi dinosauri “.
 
Ma ciò è, esattamente, quello che non  si vuole  realizzare/costruire,  qui: in Italia !  Dunque: si rende necessario emigrare, al fine di non morire cerebralmente; al fine di realizzare il senso di sè, come parte di una “societas ” di cui essere, contemporaneamente, orgogliosi appartenenti, oltre che  orgogliosi costruttori”.
BARBARA
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Un Amministratore Delegato a San Paolo, Brasile

postato da Sergio il 01.10.2011, nella categoria Young Expats say
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Amministratore Delegato a 33 anni. Senza avere parentele importanti. Senza cooptazione. Sulla sola base del merito. Può succedere? All’estero sì. In un contesto multinazionale. Oggi vi raccontiamo la straordinaria vicenda di Gianluca Pettiti, ad per l’area America Latina della multinazionale Life Technologies.

“Dieci anni fa mi sono posto un obiettivo… 18 mesi fa, a 31 anni compiuti, ne ho realizzato una parte, diventando Amministratore Delegato della Life Technologies per il Sud America (società’ leader nel mercato life science). In Sud America gestiamo 24 Paesi, 4 uffici di rappresentanza, quasi 300 persone. Il segreto? Molto lavoro, qualche sacrificio, imparare 5 lingue e non dare nulla per scontato. 

Essere leader significa mettersi in gioco ogni giorno, in particolare quando ad essere in gioco non e’ solo la tua vita professionale, ma quella delle tante famiglie che dipendono dall’azienda che guidi. In questo contesto le qualita’ personali sono importanti, ma sono solo una parte del successo professionale, tanto importanti come la cultura della propria impresa, la formazione e -ovviamente- un pizzico di fortuna. 

Sono arrivato a Sao Paulo in Brasile dopo una laurea in Ingegneria Gestionale al Politecnico di Torino nel 2003, quattro anni in General Electric e tre in Life Technologies, di cui due in Olanda. Anni nei quali -oltre al lavoro- ha giocato un ruolo centrale la parte di formazione “on and off the job”, attivita’ cruciale per preparami all’esperienza odierna.

Ho sempre vissuto la mia professione con uno spirito imprenditoriale, e ho trovato la mia strada in multinazionali americane perche’ sono pragmatiche, meritocratiche e pronte ad assumersi rischi per i propri talenti, meno legate a logiche di nepotismo, dove il network e’ centrale, ma le “raccomandazioni” giungono per merito e non per logiche personali.

Avrei preferito trovare tutto questo in una Societa’ italiana? Certo, ma fino ad ora non ho trovato il match giusto…in futuro chissà!” 

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I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it