Perché all’estero?

postato da Sergio il 29.06.2011, nella categoria You say
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Lettera di un padre alla trasmissione “Giovani Talenti”. Lettera di un padre che vede la propria figlia girare da qualche anno il mondo per lavoro, a condizioni molto diverse da quelle con cui lui -qualche decennio fa- muoveva i suoi primi passi a Roma. Lettera-”testimone” di un passaggio generazionale, tra un’Italia in estinzione (lavorativamente parlando) e la nuova Italia “diffusa”, che vive e lavora al di fuori dei nostri confini. Lettera di un padre che si interroga sul perché si resta all’estero, anche a condizioni non sempre semplici. Mi piacerebbe che si innescasse una risposta corale, partecipata, a questa missiva, da parte dei lettori del blog: potete farlo utilizzando la funzione “Commenta” di Facebook. Buona lettura!

“Spett. Giovani Talenti,

sono una voce che si stacca dal coro, senza però esserne molto lontano. È una voce anche imbarazzata nel rivolgersi ad un programma che riguarda giovani talenti cui non può personalmente fare parte, non solo per il talento, ma anche per l’età (ho 68 anni). Il ‘link’ è costituito da mia figlia oggi 28enne, e dalle preoccupazioni inevitabili di un genitore per il suo futuro. Vorrei presentare il suo caso lavorativo, senza alcuna pretesa di affiancarlo ad alcun talento.

Serena – è il suo nome – è un architetto partita nel 2008 a 25 anni, per un Erasmus annuale a Copenhaghen, dove ha concluso il suo iter universitario ed ha anche lavorato per uno studio di architettura. Ritornata a Roma per il tempo necessario alla tesi ed alla laurea, è ripartita per Nuova Delhi, dove tramite internet aveva trovato un lavoro presso uno studio di architettura locale, trascorrendovi un anno. L’orario di lavoro non era di 8 ore giornaliere con sabato e domenica libere: di giorni di libertà ne aveva uno ogni quindici e l’orario di lavoro giornaliero si concludeva invariabilmente verso le otto. Non di rado, oltre. Lì aveva affrontato la burocrazia, la lentezza e la corruzione con qualche soddisfazione, lavorando per ristrutturare uffici e costruire alloggi, trattando con fornitori, progettisti e pubblici amministratori. Uno dei punti a suo favore era il suo titolo di studio ed il Paese dove era stato conseguito: li, ‘l’architetto’ italiano era considerato oggetto di prestigio. Come tale, accompagnava il suo boss nelle visite ai partner dello studio, sia in India che all’estero. Ritengo che abbia saputo integrarsi e rendersi utile, se nel periodo della sua presenza ha avuto un aumento di stipendio considerevole (del 40%, con cui,  in termini reali, raggiungeva l’equivalente di 350 euro mensili: li, con quella cifra, poteva sopravvivere decentemente, senza però altre possibilità).

Rientrata in Italia, affidandosi nuovamente a Internet, trovava un lavoro come ‘freelance’ presso una società francese che si occupava della preparazione delle strutture necessarie a grandi eventi sportivi. La sede di lavoro era nuovamente Nuova Delhi, dove si preparavano le strutture per i giochi del Commonwealth. Il datore di lavoro europeo le quadruplicava lo stipendio. Finita la preparazione, breve rientro a Roma, da cui ripartiva dopo 15 giorni per un’analoga avventura in Sudafrica, per i campionati interafricani di calcio. Senza altre interruzioni significative seguiva un periodo in Quatar, e quindi uno in Gabon, con la stessa società francese  che nel frattempo le aumentava lo stipendio di circa il 40%. Attualmente, è in procinto di trasferirsi direttamente dal Gabon a Londra (senza transiti per Roma, dove abitiamo) per i preparativi per le Olimpiadi del 2012. Ma il contratto è rinnovato di mese in mese, e di assunzione a tempo indeterminato non se ne parla in alcun modo.

Di storie lavorative come queste credo che ve ne siano oggi diverse, e quella di mia figlia non avrà certamente le caratteristiche nè dell’originalità nè dell’eccellenza. La faccio presente per alcune considerazioni personali: I ritmi di lavoro cui è sottoposta sono pesanti (raramente la domenica è libera e negli altri giorni l’orario di lavoro è 9-20), ed i rischi cui va incontro la sua persona sono notevoli (la sua collega ingegnere con cui lavora è stata colpita dalla malaria, mentre lei stessa è stata oggetto di furti; in molte delle località in cui ha lavorato, uscire la sera era consigliato solo in gruppo e durante il giorno, era poco sicuro andare a piedi, da soli).

Le circostanze sono  profondamente diverse da quelle in cui ho iniziato la mia vita lavorativa. Nel 1970, la mia datrice di lavoro – la Italcable, oggi conglomerata nella Telecom Italia – mi lasciava libero dal venerdì  pomeriggio fino al lunedì mattina, e per raggiungere il posto di lavoro non dovevo che prendere un autobus, per raggiungere il centro di Roma. Il contratto, dopo un periodo di prova di sei mesi, si trasformava automaticamente in un tempo indeterminato e lo stipendio mi permetteva di vivere passabilmente vicino ai miei genitori.

A questo punto, arrivo alle mie considerazioni: il clima in cui io lavoravo era sonnacchioso, l’innovazione era subìta e limitata alla tecnologia nonostante le risorse economiche provenienti dal core business della Società fossero tutt’altro che scarse; la gestione delle risorse umane era prepotente e assolutista. Progrediva chi aveva conoscenze altolocate, conosceva i meandri burocratici ed aveva sostegni sindacali.

Oggi il panorama è cambiato per molti, essendo divenuto più difficile entrare nel mondo lavorativo e poi restarvi, con un minimo di certezza. Forse ed in parte, la situazione attuale può essere considerata una conseguenza del nostro passato atteggiamento verso il lavoro: ancora forse, da questo potrà venire fuori qualcosa di stabilmente buono, come un maggiore apprezzamento del merito personale e dell’onesto coraggio imprenditoriale che la vostra trasmissione mette in evidenza. Come padre però (che ha anche un altro figlio, anche lui impaziente di  seguire la strada dell’espatrio), non riesco ad apprezzare completamente i progressi di mia figlia  vedendo i rischi che corre e lo sfruttamento cui è sottoposta, oltre all’esosità del fisco italiano nei confronti del suo reddito, che lei produce all’estero per una società estera.

Mi piacerebbe  che questi punti venissero considerati, nell’ottima vostra trasmissione che ascolto spesso nelle prime ore della mattina”.

ALDO

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Comunicazione a Bruxelles

postato da Sergio il 25.06.2011, nella categoria Young Expats say
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Lavorare nella comunicazione a Bruxelles, sperimentando in prima persona cosa significhi una leadership inclusiva. Non solo: Ilaria Conti, 30 anni, ha scoperto, con sua enorme sorpresa, come all’estero si possa esseri assunti -con responsabilità concrete- anche a soli 25 anni. Ilaria ha scelto di presentarsi così ai lettori del blog:

“Sono Ilaria, ho 30 anni e lavoro da quasi sei a Bruxelles – partita fresca di laurea in Scienze della Comunicazione per uno stage di 6 mesi e –come succede a molti qui – non ancora rientrata!

Lavoro per EFET, la Federazione Europea dei Traders dell’Energia – un’associazione che rappresenta circa 100 aziende europee, impegnate nel commercio all’ingrosso di gas ed energia elettrica. Sono Policy and Communication Associate  (una funzione che comprende sia responsabilità nel campo della comunicazione – sia nel settore piu’ propriamente “politico” dell’associazione, legato allo sviluppo dei mercati dell’energia in Europa).

Quello che più mi piace del mio lavoro – oltre al settore, che è uno dei più dinamici al momento – è sicuramente l’ambiente internazionale e stimolante: in EFET sono l’unica italiana, mi trovo a dover usare quotidianamente almeno due o tre lingue, e a tenermi informata su vari aspetti della scena politica internazionale.  

Inoltre, la parola d’ordine qui è serietà, che permette a chi lavora e si impegna di andare avanti. Nonostante l’ambiente sia competitivo e si lotti per emergere, le regole del gioco sono più chiare, basate per un buon 90% sulla meritocrazia. Il che ti spinge ad impegnarti sempre di più e a dare il meglio di te, (anche) perché sai che i tuoi sforzi saranno apprezzati .

Non solo: in questo modo, si instaura un circolo virtuoso che porta a comportarsi nello stesso modo con i propri colleghi. E’ qui che ho capito cosa significhi essere un buon capo, avere leadership: osservando l’atteggiamento di alcuni miei colleghi, che rarissimamente fanno leva sulla loro (oggettiva) posizione gerarchica per ottenere collaborazione, bensì su meccanismi quali l’esempio, il coinvolgimento e la motivazione al lavoro, la gratificazione. Tutte leve ben piu’ efficaci dell’imposizione di fare qualcosa “perché lo dice il capo”. Ovviamente occorre anche disponibilità ed apertura di mente da entrambe le parti.

Credo che siano queste le condizioni a cui è più difficile rinunciare, nel valutare un eventuale rientro in Italia. Come molti altri italiani a Bruxelles sento la nostalgia e vorrei davvero rientrare un giorno, ma trovare un lavoro allo stesso livello – non solo dal punto di vista del salario – non sembra facile al momento. Ecco perché, nonostante l’attaccamento all’Italia che un po’ tutti noi Italiani abbiamo qui all’estero, quello che spesso si sente dire è: “Si, l’Italia è bellissima – ci andiamo per le vacanze. Ma per lavorare restiamo qui”. Ed è proprio un peccato”.

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+++ Controesodo – Istruzioni per l’uso +++

postato da Sergio il 22.06.2011, nella categoria Decision-makers say
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Controesodo, la legge che fornisce sgravi fiscali ai giovani professionisti (lavoratori & studenti) italiani, residenti da almeno due anni all’estero e pronti a rientrare in patria, è finalmente operativa. Il 3 giugno anche il Decreto Attuativo è stato firmato, rendendo valida a tutti gli effetti la legge, approvata dal Parlamento a fine dicembre.

Il blog di “Giovani Talenti”, in collaborazione con l’associazione Controesodo, promotrice dell’iniziativa, pubblica oggi delle utilissime istruzioni per l’uso. Buona lettura!

INCENTIVI FISCALI PER IL CONTROESODO

ISTRUZIONI PER L’USO

La legge n. 238/2010 – “Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia” -  rappresenta il primo tassello del più ampio progetto “bipartisan”, composto da altri quattro provvedimenti e denominato “Controesodo”, il cui intento è quello di favorire il rientro in Italia di risorse umane qualificate e la loro omogenea distribuzione sul territorio nazionale.

Con la Legge n. 238/2010, il Parlamento ha voluto iniziare ad infondere un positivo segnale non solo ai giovani ma all’intero Paese: il tema della cosiddetta “fuga dei cervelli” è nell’agenda politica e i principali Partiti di governo e d’opposizione intendono affrontarlo facendo “fronte comune”. 

La norma non comporta discriminazioni nell’ambito dell’Unione Europea e, dunque, avranno diritto agli aiuti tutti i cittadini comunitari che, alla data del 20 gennaio 2009 (presentazione del DDL alla Camera), possedevano i requisiti soggettivi e oggettivi indicati dalla Legge.

I beneficiari delle agevolazioni devono, alla data del 20 gennaio 2009:

-         avere avuto meno di 40 anni;

e

-         avere maturato, da laureati, esperienze lavorative fuori dall’Italia, per la durata di almeno 24 mesi continuativi;

o

-         avere frequentato, ottenendo una laurea o una specializzazione post lauream, un corso di studi fuori dall’Italia, per la durata di almeno 24 mesi continuativi.

Inoltre, il beneficio spetta a condizione che i suddetti soggetti vengano assunti o decidano di esercitare un’attività d’impresa o di lavoro autonomo in Italia e trasferiscano il proprio domicilio, nonché la residenza, in Italia entro tre mesi dall’assunzione o dall’avvio dell’attività.

Sono esclusi coloro che, in quanto lavoratori dipendenti, sono stati “comandati” a svolgere il periodo di lavoro o di studio all’estero.

L’agevolazione fiscale prevista dalla Legge consiste in un abbattimento forfettario e temporaneo del reddito imponibile ai fini IRPEF – sia esso di lavoro dipendente, d’impresa o di lavoro autonomo – dei soggetti che si configurano quali beneficiari. Per le lavoratrici, il reddito rileverà (per tre anni) solo per il 20%, mentre per i lavoratori la tassazione sarà sul 30% del medesimo. Gli incentivi fiscali, dunque, risultano essere proporzionati al reddito: maggiore è quest’ultimo e maggiore è il risparmio d’imposta.

La minore tassazione dovrà, comunque, essere contenuta nel limite dei 200.000 euro su un triennio, fissato dal Regolamento (CE) n. 1998/2006 della Commissione (c.d. de minimis) ed è incompatibile con gli aiuti a favore del rientro di docenti e ricercatori scientifici residenti all’estero (art. 17 del D.L. n. 185/2008) e con il credito di imposta per gli investimenti nelle aree svantaggiate del territorio nazionale (art. 1, commi da 271 a 279, Legge n. 296/2006).

I beneficiari potranno usufruire degli incentivi fiscali previsti dalla Legge 238/2010 dalla data della sua entrata in vigore e fino al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013;  pertanto, i periodi interessati saranno il 2011, 2012 e 2013. Da qui un’altra conseguenza: se si è “già tornati” in Italia (ma, comunque, dopo il 20 gennaio 2009) il beneficio sarà massimo (ovvero esteso agli anni 2011, 2012 e 2013). All’estremo opposto c’è la situazione di chi “rientrerà” solo nel 2013: in questo caso, il beneficio durerà un solo anno (il 2013 stesso).

La Legge n. 238/2010, per evitare usi impropri degli incentivi nonché ogni possibile forma di comportamenti elusivi finalizzati all’ottenimento dei meri vantaggi fiscali, prevede delle specifiche cause di decadenza dai medesimi.

Il diritto alla tassazione agevolata si perde se il beneficiario trasferisce la propria residenza o il proprio domicilio al di fuori dell’Italia prima che siano decorsi cinque anni dalla data della prima fruizione dell’agevolazione. In questo caso, sarà l’Amministrazione finanziaria italiana a recuperare l’importo delle minori imposte versate, aggiungendovi sanzioni e interessi. In altri termini, chi torna in Italia e si avvale della tassazione agevolata di “Controesodo” deve rimanere nel nostro paese almeno 6 anni, dato che il primo utilizzo del beneficio avviene con la presentazione del modello Unico relativo alla tassazione dei redditi dell’annualità precedente.

Chi vorrà utilizzare l’incentivo fiscale – avendone i requisiti – potrà farlo “automaticamente”, direttamente con la presentazione del modello Unico o, se lavoratore dipendente, mediante la gestione diretta da parte del datore di lavoro. L’Agenzia delle Entrate emanerà a breve delle istruzioni operative. Nel frattempo, sarà possibile porre quesiti sull’applicazione della legge anche per il tramite di questo blog o inviandoli al webmaster del sito Controesodo, www.controesodo.it

 Amedeo Sacrestano

Consulente tecnico giuridico di Controesodo

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Architetto a Perth, Australia

postato da Sergio il 18.06.2011, nella categoria Young Expats say
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Una traversata oceanica e tra i continenti, per approdare in Australia. Dove il lavoro è “rispettato”. Dove essere giovani non è un handicap. Anzi. E’ una risorsa. Dall’Italia se ne vanno -sempre di più- anche i giovani architetti. Emigra la nostra creatività. E che resta? Oggi a “Giovani Talenti” la storia di Giuseppe Vestrucci, 34enne architetto di stanza a Perth, dove lavora per lo studio numero 1 in Australia ed Asia. Giuseppe ha scelto di presentarsi così ai lettori del blog:

“Sono venuto in Australia per proseguire un percorso professionale iniziato a Londra, dopo la laurea nel 2004. Dopo alcuni anni passati lavorando prima a Milano, poi a Roma, in due delle società di architettura più importanti d’Italia, mi sono trasferito a Perth, capitale del Western Australia. Il boom minerario ha portato -e sta portando qui- ingenti capitali locali e stranieri, dalla Cina e dagli USA. La città sta cambiando volto velocemente.

Lavoro per Hassell in qualità di designer e project architect, ovvero seguo un progetto dal concept fino alla fase di dettaglio. Hassell è uno dei network di architettura più evoluti al mondo, da diversi anni il numero 1 in Australia e Asia. Da tempo cercavo di avvicinarmi a questo tipo di corporate, perchè garantiscono dei contratti di lavoro molto interessanti: provai a New York nel 2008, ma la nota crisi era alle porte e non se ne fece nulla. Nel nostro network di 12 studios (con una media di 150 persone per ufficio) l’approccio al design e’ democratico, e c’e’ molto rispetto per ogni idea proposta. Il rispetto nasce dalla capacità dei designer italiani di essere flessibili. Il “multitasking” è sicuramente la caratteristica più richiesta e apprezzata a questi livelli, e la nostra preparazione universitaria, più completa ed eterogenea, costituisce un grande vantaggio. 

Ogni architetto sogna di avere il suo studio, ma questa è spesso un’utopia in Europa. Esiste invece la possibilità di avere carriere importanti in grossi studi corporate, che investono sul talento individuale e cercano professionisti con background solidi e voglia di crescere.

Ottenere un visto 457 al momento non è impossibile, ma occorre saper cercare nei posti giusti e presentarsi nel modo giusto. In particolare il mondo professionale anglosassone è molto competitivo e specialistico, e va approcciato in modo differente da quello italiano. Credo che da qui a 10 anni guarderò indietro… e non sarò mai grato abbastanza a questo Paese, per l’opportunità che mi ha dato”.

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Emigrare per Crescere

postato da Sergio il 15.06.2011, nella categoria You say
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Perché questa generazione, la generazione dei nostri ventenni, rivoluzionerà questo Paese. Se mai sarà messa nelle condizioni di farsi classe dirigente… un giorno. La risposta la trovate nella lettera che ci ha inviato Arianna, 20 anni, che indica una strada ben precisa ai suoi coetanei. Emigrare per crescere, emigrare per scoprire nuovi orizzonti. E uscire dalla provincialità italiana:

“La mia storia è forse un po’ diversa da quelle pubblicate sul blog. Perchè non sono una expat veterana, ma una expat in progress! Ho 20 anni, compiuti da poco, e vivo all’estero da circa tre anni: un anno in Cina, poi un anno in Italia per finire il liceo e, da due anni vivo a Le Havre, Normandia. Perché vi scrivo? Non ho l’esperienza di molti altri expats, non lavoro… Il motivo è che io non me ne sono andata dall’Italia perché dovevo, non me ne sono andata via per necessità, ma per voglia. C’è quest’idea che tutti i migranti italiani siano gente esasperata dalla deprimente situazione in Italia, che se ne vadano perché non ne possono più. C’è del vero in questo, ed è innegabile che la situazione in Italia – soprattutto per quanto riguarda il mercato del lavoro – sia abbastanza deprimente. Ma perché aspettare per partire? Io ho deciso di andarmene prima, per curiosità, per voglia di viaggiare, e non me ne pento minimamente. La mia prima “vera” esperienza all’estero è stata a Pechino, Cina, all’età di 16 anni. Decisi di partire per uno scambio culturale al liceo con Intercultura, e da lì non mi sono più fermata: è stata una decisione che ha cambiato completamente la mia vita. Ero cresciuta sentendo dire che non c’è nulla di meglio dell’Italia, che “chi non vorrebbe vivere qui? Ma dove lo trovi un mare del genere? E l’arte, il cibo…?”. Invece, una volta arrivata nel “regno di mezzo”, ho incontrato una miriade di gente che ama il proprio Paese, la propria Nazione, ma che vuole di più, vuole conoscere il nuovo, vuole avere a che fare col diverso. Ora in Sciences Po, l’università in cui studio, siamo tutti degli “expat-wannabes”, nessuno lo fa per necessità, ma per amore per questo stile di vita. Mi piacerebbe che in Italia questo fosse chiaro. Emigrare è bello, nel XXI secolo avere voglia di scoprire, soprattutto a vent’anni, è normale, è sano. Che non esiste solo l’Erasmus a Barcellona, o Londra per un lavoro decente, dopo innumerevoli contratti con i call centers. Se avete talento, partite. Partite per scoprire, partite per rendervi conto che l’Italia è bella, ma c’è tanto altro da vedere. E non solo i vostri talenti saranno riconosciuti, ma ne svilupperete altri. 

Just my two cents :)

ARIANNA

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Direttrice Finanziaria in Germania

postato da Sergio il 11.06.2011, nella categoria Young Expats say
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C’è chi non sembra andare mai bene, per il mondo del lavoro italiano. Se non hai una laurea, ti offrono al massimo uno stage per fare fotocopie. Dopo un periodo di lavoro all’estero, ti considerano “troppo qualificata” per rientrare. Così l’Italia se li fa scappare… i suoi migliori talenti. Soprattutto se giovani… e donne. Un doppio handicap, per il contesto tricolore. All’estero, invece, fanno carriera. Elena ha scelto di presentarsi così, ai lettori del blog:

“Elena Alberti, 33 Anni, nata a Cento, è Chief Financial Officer (Direttore Finanziario) della filiale tedesca di uno dei più importanti gruppi americani operanti nella distribuzione automobilistica in ambito internazionale (Penske Automotive Group). Dopo aver completato gli Studi in Economia presso l’Università degli Studi di Modena, svolge la tesi di laurea sperimentale all’interno del Gruppo a Detroit, USA, dove si trasferisce per i successivi cinque anni. Attraverso svariate funzioni aziendali a livello internazionale ha maturato un’esperienza decennale nel settore auto, in particolare nel settore delle concessionarie. La sua carriera inizia a Detroit come  come “project financial controller”. Successivamente assume un ruolo di analista finanziario / corporate controlling presso l’ufficio centrale di corporate finance della capogruppo. Nel 2003 le viene assegnato il ruolo di internal auditor, con responsabilità sul territorio Americano. Nel 2004, quando l’azienda inizia ad allargare i propri confini in Europa, partecipa a svariati progetti di due diligence e conseguenti acquisizioni ed integrazione di gruppi di concessionari, per poi trasferirsi in Germania con il ruolo di Chief Financial Officer (Direttore Finanziario) della filiale Tedesca del gruppo”.

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Quando le scelte (di studio) contano

postato da Sergio il 08.06.2011, nella categoria You say
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Riceviamo e pubblichiamo la lettera che un nostro ascoltatore, Massimiliano, ci invia dalla Svizzera. Massimiliano tocca un tema fondamentale, suggerendoci di ampliarlo nel corso delle prossime puntate. Quello della scelta del percorso di studi. In un mercato globale molto competitivo, suggerisce Massimiliano, è rischioso non pianificare bene le proprie scelte formative. Leggete con estrema attenzione le prossime righe:

“Ho 35 anni, vivo e lavoro all’estero dal 2006: mi occupo di finanza d’impresa, al momento nel settore delle materie prime. Il mio percorso umano e professionale e’ partito dalla mia città di origine, Salerno, per poi dipanarsi, in cronologica successione, a Roma, Milano, Londra, Bruxelles ed ora Ginevra. Cinque citta’ in 10 anni. 

Vorrei suggerirti di ampliare un tema che ho trovato sin qui poco discusso: quello delle scelte giuste fatte dall’inizio, e di quanto queste facciano la differenza.

Sento spesso storie di ragazzi brillanti, che hanno fatto strada all’estero e che lavorano nella City, in JP Morgan, Morgan Stanley o in primari studi di architetti ecc.. Mi accorgo però che il 90% di loro ha fatto la scelta giusta sin dall’inizio, avendo studiato in università italiane di alto “standing”. Mi ero confrontato già con questo argomento all’inizio della mia carriera, quando amici che -appunto- avevano fatto la “scelta giusta”, riuscivano ad essere chiamati per mille colloqui di lavoro senza troppi sforzi. Nel corso degli anni devo dire che questo trend si e’ confermato… soprattutto nelle nuove generazioni.

Personalmente ho avuto la fortuna di fare un percorso completo, partendo dalla base, e arrivando piano piano sempre più in alto. Non me ne pento, ma è costato tanto in termini di sforzi, rabbia e delusioni.

Il consiglio che mi sento di dare alla famiglie italiane oggi è di consigliare (senza imporre) scelte intelligenti ai propri figli, andando a colmare l’attuale vuoto di conoscenza generale. L’Italia non e’ fatta solo di talenti (in grado di fare le scelte giuste al tempo giusto), illuminati imprenditori o figli di papà… capaci di pagarsi le università migliori.

Ciò che viene negato oggi in Italia e’ la possibilità per i giovani “NORMALI” di arrivare a traguardi importanti, semplicemente seguendo una strada giusta e sacrificandosi. Questo all’estero e’ possibile: da noi no.

Un caro saluto e complimenti ancora per la trasmissione”.

MASSIMILIANO

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Giovani Imprenditori d’America e d’Italia

postato da Sergio il 04.06.2011, nella categoria Young Expats say
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Giovani Imprenditori italiani all’estero crescono. E’ questo il leitmotiv della puntata d’eccezione che “Giovani Talenti” vi propone oggi. Ospite sarà il neo Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Jacopo Morelli. Protagonista della puntata  sarà invece Paolo Perazzo, 36enne talento italiano che in Silicon Valley sta sviluppando una propria ”start-up” innovativa, il cui futuro appare molto roseo. Paolo ha scelto di presentarsi così ai lettori del nostro blog:

“Paolo Perazzo, nato a Villanova Monferrato, Alessandria: si iscrive a Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Torino nel 1994. Dopo cinque anni di studio molto intensi decide di provare un’esperienza all’estero, per completare la tesi di laurea. Grazie al professore Silvano Gai, ottiene una internship in Cisco Systems, Silicon Valley, California, la più’ prestigiosa compagnia di networking al mondo. Dopo nove mesi e una laurea, subito la prima opportunità: unirsi a un gruppo iniziale di 30-40 persone in una nuova start-up appena fondata, “Andiamo Systems”. Paolo si trova a lavorare in un team eccezionale, costituito da grandi individualità, ma orchestrato in maniera perfetta da leader ricchi di passione e soprattutto grandi motivatori. Un’esperienza unica che gli permette di partecipare alla creazione di una linea di prodotti, MDS 9000, per “Storage Area Networks”, ossia le reti che permettono di memorizzare i nostri dati personali usati quotidianamente da banche, istituti finanziari, servizi di telefonia, ospedali, etc. Terminata la progettazione ingegneristica del prodotto, gli viene chiesto di unirsi al team di product management e marketing, per il lancio sul mercato: senza un titolo scolastico specializzato, senza anni di “gavetta”, Paolo ha la possibilità di lavorare a fianco di MBA delle migliori scuole americane (Wharton, Harvard, MIT) e di coprire un ruolo molto più orientato al business e al marketing. Dopo l’acquisizione di “Andiamo” da parte di Cisco, Paolo diviene con gli anni il responsabile dell’intera linea di prodotti MDS 9000, che fattura ogni anno oltre mezzo miliardo di dollari.

Ma molto altro succede in Silicon Valley in quegli anni: Web2.0, advertising, social networking, soprattutto “mobile”. In parallelo al lavoro quotidiano in Cisco, Paolo e’ incuriosito da queste nuove tematiche “consumer”, sebbene diverse dal suo background. Insieme ad alcuni amici tra California e Italia, Paolo decide allora di fondare SiVola, LLC, una compagnia che si dedica allo sviluppo di applicazioni per smarthphones come iPhone. Creata nel tempo libero e un po’ per gioco, la prima applicazione, iSocialize, diventa subito una top hit nell’Apple app store. Nonostante la competizione di oltre 500.000 applicazioni, iSocialize entra nella famosa Top 100 delle applicazioni più scaricate al mondo: nel 2010 Apple nomina iSocialize tra le 10 migliori applicazioni per social networking, e tra le migliori di tutti i tempi. Probabilmente anche grazie a questo successo, Microsoft nota iSocialize e invita SiVola a diventare partner ufficiale, per sviluppare la stessa idea sul nuovissimo sistema operativo Windows Phone. Grazie a un’operazione di outsourcing in Italia, l’applicazione viene sviluppata in tempi record e annunciata alla stampa da Microsoft stessa. Paolo e’ sempre interessato a discutere nuove idee e a incontrare persone con voglia di cambiare il mondo”.

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Come ridare velocità al sistema-Italia. E non sprecarne i Talenti

postato da Sergio il 01.06.2011, nella categoria You say
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Perché l’Italia non riesce a sprigionare il suo potenziale di crescita? Prova a spiegarlo in una lettera a “Giovani Talenti” Michele, enologo-agronomo, di 34 anni. Un’esperienza importante negli Usa, Michele ha da poco fondato una propria impresa di consulenza nel settore. In questa lettera prova a spiegare i freni che riducono notevolmente la velocità del sistema-Italia, spingendo molti giovani professionisti all’espatrio.

Da fuori l’Italia sembra avere un potenziale gigantesco e pressoché illimitato, ma risulta evidente anche che ci sono molte persone con interessi forti che fanno di tutto per contrastare la nostra crescita. Sembra che ci siano 2 mani enormi che tengono compressa l’Italia…

Perchè le aziende italiane non crescono?
-Sono a gestione familiare, quindi ci sono spesso conflitti interni tra persone che non puoi licenziare e che non funzionano bene per sempre. Una persona ha una curva gaussiana, si sviluppa da il meglio di se poi va in declino. Ha più esperienza, ma la freschezza di nuove idee si perde. E’ fisiologico. Non puoi essere sempre al top.

-Lentezza del sistema
Le aziende sono troppo lente a crescere, perchè è il tessuto sociale che non  consente un andamento veloce. Esempio: Mc Donald’s  va in Canada o in Inghilterra e dice devo aprire un ristorante: bene. In 1 mese è aperto. Forse meno. In Italia ci vogliono 54 licenze e forse più per poter aprire. Con ritardi ecc ho esempi in casa di persone che perdono anche 6-8 mesi, se va bene, per sistemare tutto. L’esposizione finanziaria a MC Donald’s non fa ne caldo ne freddo, ma a uno che apre qui si se non ha soldi vecchi. 6 mesi di mancato guadagno non è poco. Non stai i piedi.

-Erogazione di liquidità
Chiedi i soldi in banca  e pure se hai garanzie fanno fatica a darteli, perchè hanno paura che tu poi non porti avanti il lavoro.Valutate la persona no? Le persone all’interno delle banche: non sanno leggere un business plan, non sanno leggere un progetto a lungo termine, e ovviamente non c’è la capacità di visione.  

- Pressione fiscale e sistema tributario
Alla fine paghi il 66% di tasse tra una cosa e l’altra. In Slovenjia era il 25% poi il 22,5% ora il 20,5% in Austria è il 25.

-Le aziende non hanno la struttura adatta
Serve che la famiglia di fondazione si separi dall’organico aziendale.
Con parenti ed amici non si lavora.

-Mancanza di  Wi Fi
Ci sono aziende che a oggi hanno enormi problemi a connettersi in modo veloce e sicuro ad internet. Soprattutto quelle fuori dai centri abitati vedi le aziende agricole, ma non solo. Le chiavette non vanno ovunque e io avrei pure qualche idea per risolvere il problema.

-Lingue
La lingua va imparata sotto i 25 anni va studiata ….ma prima di tutto per parlare una lingua …la si deve parlare e basta. Io in 6 anni di inglese l’ho imparato ma mai parlato poi in 2 mesi in Usa l’ho imparato.

 -Cultura dell’errore  e apprendimento
E’ una questione di educazione chi sbaglia viene deriso e invece chi sbaglia impara due volte. Chi sbaglia se ha l’approccio giusto, è costretto a mettersi in discussione e riprendere in mano quello che ha assorbito. Io ho imparato ad essere come una spugna assorbendo da tutto e da tutti.

-Cultura di impresa
Le persone sono un investimento, non una spesa e in Italia, specie al Sud, non c’è questa visione. Dopo 8 anni di lavoro in Sicilia e zone limitrofe sono giunto alla suddetta conclusione.

-Come riportare le persone a casa dopo che se ne sono andate?
Una persona quando esce cosa cerca? Tutti noi cerchiamo 3 cose: sicurezza,valorizzazione (essere importanti non per tutti, ma almeno per qualcuno) e di non rimanere da soli. Si cerca la realizzazione personale, ma fondamentalmente la stabilità. Il che vuole dire anche: famiglia.Allora io dico, fate leva sulla famiglia. Dovete dare garanzie a lor,o prima che a chi volete riportare a casa“.

MICHELE

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