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Quando l’emigrazione non è solo questione della mera ricerca di un lavoro… ma di un lavoro”migliore”. E’ questa -in sintesi- la storia di Brigida Di Salvatore, 37enne anestesista al lavoro a Barcellona, capitale catalana. Anche i nostri camici bianchi se ne vanno, attratti da un’Europa dove conta di più il merito. E meno le parentele, o la politica. Soprattutto in corsia. Brigida ha scelto di presentarsi così ai lettori del blog:
“Sono Brigida, ho 37 anni, anestesista e rianimatrice italiana: la mia origine e’ Serre, paesino a sud di Salerno. Da un anno e mezzo vivo e lavoro a Barcellona, in Spagna.
Mi considero un’autoesiliata, perche’ il mio Paese mi ha costretto ad emigrare. Ho lavorato per ben tre anni in Italia, dopo essermi specializzata in anestesia, in un ospedale pubblico del Sud, ma avversità e malcontento hanno fatto maturare in me la decisione di partire. Prima di emigrare, ripetevo sempre a me stessa che meritavo di più, dopo tante fatiche. Ero stanca di percorrere quotidianamente quell’unica cronica corsia, in quell’eterno cantiere definito addirittura ” autostrada ” (la Salerno – Reggio Calabria).
Inoltre, ero esausta dal lavorare arrangiandomi e senza possibilita’ di evolvermi professionalmente. Questo a causa degli investimenti sbagliati delle aziende sanitarie, diretti dalla politica a scapito dei pazienti, che hanno diritto ad un servizio almeno sufficiente: c’e’ troppo spreco, poca competenza e molta corruzione, a scapito della professionalita’.
E non me ne sono andata solo per questo, c’e’ tanto altro…”

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Alessandro, giornalista in pensione che ha voluto inviarci i suoi apprezzamenti. Non lo facciamo per auto-omaggiarci (quello lo lasciamo fare ad altri), ma per sottolineare un altro messaggio.
Quando si parla di “gerontocrazia”, in Italia, occorre pure definire bene il perimetro di quei “baroni” 70-80-90enni che -in ogni settore- della vita pubblica non si schiodano dalle loro poltrone e posizioni di potere, cooptando “giovani” (si notino le virgolette) pronti a replicarne i meccanismi. Allo stesso tempo occorre pure riconoscere che una parte “illuminata” di chi vive il periodo della terza età comprende bene la situazione dei giovani italiani, spesso obbligati alla fuga all’estero. Ed è pronto a fare del suo meglio per aiutarli e incoraggiarli. Grazie Alessandro!
“Spett/le Rubrica Giovani Talenti, dopo tanti tentativi, finalmente sono entrato nel vasto numero di programmi di Radio24, ed ho trovato il sito “Giovani Talenti”. In passato facevo fatica ma, per vie traverse, ero riuscito a collegarmi al sito. Alcune vicende di Giovani Talenti le ho inviate a mio nipote (studente di Medicina al quinto anno, Università di Chieti, per invogliarlo ad un “tentativo” di proficua emigrazione). La mia lunga esperienza di vita (80 anni!) di libero professionista e di giornalista mi consentono di esprimere un lusinghiero giudizio altamente positivo per il Vostro meritevole lavoro, nel fare comprendere che la nostra Italia ha estremo bisogno di non perdere le capacità e le attitudini dei giovani (i quali -UNICI- sarebbero oggi in grado di eliminare dal Paese questa gerontocrazia fasulla che ci governa malamente, con disprezzo dei canoni di una “moralità” di altri tempi (ed oggi…purtroppo disprezzata e disattesa!!!). Speriamo che il “vento di altri Paesi” possa consentire ai giovani -oggi emigrati- di rientrare in patria e riportare le loro diversificate esperienze.
Cordialità e buon lavoro!”
ALESSANDRO
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Perché restare in Italia con un contratto co.co.co, con una prospettiva da “precario a tempo indeterminato”, quando in Gran Bretagna basta un semplice curriculum inviato via internet per vedersi aprire le porte di uno dei più prestigiosi centri di ricerca europei? E’ la storia di Massimo Mentasti, 33enne ricercatore biomedico a Londra. Massimo si presenta così ai lettori del blog:
“Trentatré anni compiuti, genovese di nascita ma sardo di origine… quindi non a caso cocciuto, razionale e determinato. Mi laureo con lode in Scienze Biologiche nel 2002 presso la facoltà di Scienze dell’Università di Genova, discutendo una tesi sperimentale sulla resistenza agli antibiotici in Mycobacterium tuberculosis. Durante l’internato per la preparazione della tesi, svolto presso il laboratorio di Microbiologia Molecolare dell’Università di Pavia, capisco in primis che sono più interessato alla clinica/ricerca applicata che non alla ricerca di base e che in Università, nonostante i salti mortali di alcuni docenti, non c’è futuro. Quindi mi iscrivo alla Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Genova (… a proposito, essendo Biologo, non è prevista alcuna borsa di studio). Un anno di tirocinio presso l’Azienda Ospedaliera “Villa Scassi” e poi tre anni presso l’I.R.C.C.S. “Giannina Gaslini”, dove riesco a ottenere un co.co.co. per la “diagnostica delle infezioni polmonari nei pazienti affetti da fibrosi cistica”. Nel 2005 finisco la specialità e mi ritrovo a firmare referti e “sostituire” colleghi strutturati quando assenti, per un co.co.co da 15mila euro lordi/anno e la certezza di un “precariato a tempo indeterminato”. Provo con i concorsi ma il risultato è avvilente: passa chi deve passare! A fine 2007 decido di trasferirmi all’estero per giocarmi le mie carte. Il primo marzo 2008 -armato del mio curriculum vitae e senza raccomandazioni- arrivo a Londra, ma devo aspettare di ottenere la registrazione come Biomedical Scientist presso l’Health Professions Council (l’albo professionale inglese per le professioni sanitarie non-mediche). Dal 23 giugno sono assunto come Project Scientist presso il Centre for Infections (centro di riferimento per malattie infettive di Inghilterra e Galles) dove mi occupo della diagnostica/ricerca di infezioni causate da patogeni respiratori atipici, in particolare Legionella. Da Settembre 2010 sono studente part-time presso la Westmister University di Londra, per un Master in Medical Molecular Biology: la sanità pubblica inglese copre il 75% delle mie tasse Universitarie. Tornare in Italia? …e perché dovrei!!!”

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Per una volta parliamo un po’ di noi: “Giovani Talenti” è stata al centro di un servizio giornalistico della SF (Schweizer Fernsehen), rete televisiva pubblica della Svizzera tedesca, andato in onda all’inizio del mese.
“Italien läuft die Elite davon“: questo il titolo del servizio, incentrato sulla fuga dall’Italia dei giovani qualificati, con laurea alle spalle. A causa della difficoltà di trovare lavoro in patria.
Nel video del servizio, in tedesco, potete vedere alcune fasi della realizzazione della trasmissione, negli studi di Milano. Enjoy!
Vi anticipiamo anche che “Giovani Talenti” sarà tra le storie che saranno raccontate all’interno di un documentario sull’Italia, in uscita in autunno. Vi terremo ovviamente aggiornati
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“Perché non riusciamo a tornare in Italia?” E’ la domanda che accomuna Francesca Masia, 30 anni, a migliaia di giovani professionisti del Belpaese, sparsi ai quattro angoli del pianeta. Ed è anche la domanda che conclude la bella e interessante autopresentazione di Francesca, attualmente impegnata nella comunicazione pubblicitaria a Francoforte (Germania). Questa la sua lettera agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:
“Ammetto di essere sempre stata un po’ esterofila: l’idea di avere un curriculum internazionale e piú competitivo sul mercato del lavoro, la passione per i viaggi e le lingue straniere, il background in comunicazione e studio delle organizzazioni, la voglia di connettere idee e persone senza limiti geografici, la mia curiosità per le culture imprenditoriali, la flessibilità e la creatività al di fuori dell’Italia.
Ho inaugurato il mio percorso all’estero con un Erasmus a Parigi. La decisione di continuare a perfezionare i miei studi fuori dall’Italia è venuta da sé: un corso di management a New York dopo la laurea poi -dopo le prime esperienze lavorative in Italia nel settore automotive- nel 2007 mi sono trasferita nella Grande Mela per conseguire un MBA in Marketing Management. Anche durante il periodo buio della crisi, negli USA c’era un fermento di idee incredibilmente attraente: opportunità in nicchie ancora inesplorate nel nostro Paese, il contatto quotidiano con storie di successo “extra-ordinarie”, lo spirito di adattamento di molte realtà aziendali. Tutto ciò mi ha trasmesso energia ed infuso idee che sentivo di poter mettere in pratica solo fuori dall’Italia.
Dopo l’MBA ho fatto colloqui tra l’ Europa e gli Stati Uniti, mentre lavoravo come freelance a New York su progetti di marketing strategico e business planning. Dal 2009 collaboro full time con una multinazionale pubblicitaria, prima a New York ed ora in Germania, dove coordino strategie media a livello globale per uno dei nostri maggiori clienti. Al momento mi trovo a Francoforte: il cliente per cui lavoro è a Seul, il mio team è aperto 24/7, lavoriamo con 30 fusi orari e 65 Paesi.
Contrariamente ad altre storie, io ho scelto il lavoro prima della città in cui vivere, ma mi sento coerente con chi volevo essere: capire come operano diversi mercati e lavorare su progetti con colleghi in Africa, Medio Oriente, Asia, Europa dell’Est, America Latina. Il contatto con loro è una fonte d’ispirazione continua, indispensabile per trovare le soluzioni di business adatte ai mercati con cui lavoriamo o, a volte, applicabili su piú mercati.
In questi anni all’estero ho incontrato moltissimi cervelli in fuga dall’Italia e credo che in un certo senso apparteniamo ad una “sottocultura”. Siamo tutti un po’ Ulisse. Solo che preferiamo restare a distanza da Itaca…
Mi piacerebbe tornare in Italia, ci sono le mie radici. Ma le condizioni devono essere diverse, ci vuole un cambiamento culturale che consenta di investire sul talento, invece di farlo scappare. Magari proprio guardando alle best practices straniere, possiamo comprendere quali sono le condizioni che attirano i talenti e diventare così la méta non solo dei nostri cervelli in fuga, ma anche di quelli degli altri Paesi!”

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Pierpaolo, ascoltatore di “Giovani Talenti”, risponde così a una delle ultime discussioni lanciate in onda: “Investimenti sull’innovazione, ritorno al rispetto delle regole, promozione del valore della professionalità quali antidoti al declino? Sono questi i tre ingredienti-base per evitare la fuga dei giovani professionisti dall’Italia? Qual è la vostra ricetta?”
Per motivi di spazio abbiamo dovuto tagliare parte della sua lettera, che pubblichiamo però nelle sue parti più signigificative. Da leggere con attenzione.
“Il problema principale di questo Paese è che il mondo del lavoro vuole ragazzi, molto giovani, impreparati culturalmente ma perfetti conoscitori di linguaggi e tecniche informatiche.
Ovviamente devono essere disposti a lavorare almeno 7/8 anni, se non gratis, almeno con una paga sotto il livello di povertà persino del sud est asiatico…
Vorrei invitare ad analizzare la lingua degli annunci di stage: non si parla nemmeno più di stage non retribuito, adesso si parla di stage GRATUITO.
“Gratuito” nella nostra lingua è qualcosa che non si paga: è come se per questo paese oramai il lavoro non debba dare uno stipendio, ma al contrario lo si debba pagare, e se non lo si paga è già una fortuna. Non ne sono sicuro, ma un bisticcio linguistico così, fa parte solo ed esclusivamente della nostra cultura. Non credo esista in inglese, spagnolo, tedesco o francese niente di simile.
Io non sono ancora in fuga ma poco ci manca. Ho 33 anni, ed ho letteralmente gettato nel cesso i miei ultimi 7/8 anni. Ho provato la carriera universitaria. Ho fatto 3 anni di dottorato in scienze della comunicazione, e poi ho prestato per quasi 2 anni servizio gratuito in attesa del mio turno. Cosa che non è mai arrivata. Ad inizio aprile ho lasciato definitivamente questa strada, poiché l’ultimo concorso a cui ho partecipato è stato assegnato alla nipote del direttore di dipartimento. La cosa bella è che questo direttore aveva già piazzato il figliastro con un assegno di ricerca (lui era appena laureato) ancorché, come tantissimi personaggi del mio ex dipartimento, fosse totalmente impresentabile. Nell’università non metterò più piede.
Ho provato a metter fuori il naso dall’ambiente universitario, ma nel privato risulto un alieno. Non sanno cosa sia il dottorato e per loro contano solo due cose:
1)la mia età fuori target per un contratto di formazione o di stage;
2)la mia mancanza di esperienza consolidata nel settore privato.
Le migliaia di mail che ho inviato nel settore privato, e per qualunque tipo di lavoro, non hanno mai avuto una risposta. Questo Paese non mi vuole: lo accetto e tolgo il disturbo.
Andrò fuori Italia a cercarmi un lavoro dequalificato, poiché il mio dottorato all’estero non vale nulla. Negli annunci fuori ti chiedono anni di ricerca comprovati, dopo il ciclo di dottorato. Nel nostro Paese -durante il dottorato- facciamo gli stessi compiti di un docente, ma in maniera ufficiosa, poiché contro legge. Nel nostro Paese non si fa nulla. ho assistito a convegni nelle aule dell’università in cui i partecipanti erano pure gli uditori. Non vi era ombra alcuna di pubblico.
Tolgo il disturbo come ho detto, ma con il dolore nel cuore, perché -anziché continuare i miei studi appena laureato- potevo fare qualcos’altro.
In ogni caso, arriviamo al dunque: la prima cosa che mi sarei aspettato da parte di almeno un politico nostrano è la proposta di DEFISCALIZZAZIONE degli stupendi dei neo assunti dopo la laurea. E’ un’idea così peregrina quella di favorire l’immissione del mondo del lavoro dei neo laureati, con la defiscalizzazione dei loro primi 3 o 5 anni di lavoro?”
PIERPAOLO
07
Lasciare l’Italia per ben due volte. La prima da piccolo, al seguito della famiglia. La seconda per scelta, stanco di un Paese che non sa -o non vuole- valorizzare i propri giovani. Parole da leggere con molta attenzione, quelle di Matias Lorieri, giovane protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”. Matias si presenta così ai lettori del blog della trasmissione:
“Mi chiamo Matias, ho 30 anni. Nel 2006 me ne sono andato dall’Italia, sfiduciato dai menefreghismi, dal provincialismo e dalla sostanziale mancanza di supporto da parte delle istituzioni. Sin dall’infanzia avevo lo spirito cosmopolita, essendo cresciuto all’estero, appassionato di lingue e culture straniere. Quando tornai in Italia, realizzai immediatamente che la mia “Weltanschauung” era incompatibile con il provincialismo onnipresente nel Paese. Il sistema burocratico farraginoso ed inefficiente mi diede la “botta di grazia”.
Rimpatriato nel 1998, nonostante i mie risultati scolastici brillanti in Germania, il Provveditorato agli studi della mia provincia di residenza mi fece infondatamente ripetere due anni di liceo – non riconosciuti nel processo di equiparazione del titolo di studio tedesco. Ho poi passato soltanto otto anni in Italia, rimanendo per il liceo e una laurea in Economia. Assaporate “arie anglosassoni”, grazie ad uno scambio universitario e due stage negli Stati Uniti, dopo la laurea sono “scappato”, grazie ad una borsa di studio in Gran Bretagna, per la laurea magistrale. Verso la fine del corso, inviai CV a moltissime aziende nel Regno Unito, in Italia e in altri Paesi europei. Indovinate… le mie e-mail inviate in Italia non hanno mai avuto risposte. Ma nella cosmopolita Londra e nella lontana Shanghai, dove lavoro attualmente come Marketing Manager, le mie esperienze accademiche e professionali a livello internazionale e le cinque lingue parlate correntemente furono qualita’ molto apprezzate, che mi diedero la possibilita’ di autorealizzazione, prima a Londra e adesso a Shanghai.
Cara Italia, ci vuole innovazione per competere e far emergere l’elite del futuro. Hai bisogno di un grande progetto di rilancio, che valorizzi maggiormente le risorse intellettuali e la ricerca universitaria, garantisca sistemi di selezione meritocratici e crei flessibilita’ nel mercato del lavoro. Ma per realizzare questo progetto servirebbe un senso di unità e una visione chiara e a lungo termine, come qui in Cina… un clima sfortunatamente bloccato da una classe dirigente di vecchietti e raccomandati. Spero sinceramente non sia troppo tardi…”

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Ospitiamo oggi il “guest post” di Antonio Patti, autore del blog “Lavoro da Filosofo“. Antonio tocca un tema di attualità, dopo la recente indagine di Kelly Services Italia: secondo la quale, anche chi un lavoro in Italia già ce l’ha, pensa alla fuga all’estero. Il problema è sempre lo stesso: il talento in Italia non viene valorizzato. Il motivo ce lo spiega Antonio in questo interessantissimo “post”:
“Alcuni dei problemi più grossi dell’Italia sono la disoccupazione e l’ormai nota fuga dei cervelli. Ciò causa l’impoverimento sia della forza lavoro qualificata, sia dell’intero sistema italiano - che per 25/30 anni investe in giovani che poi “producono” in altri Paesi. Oltre questo gruppo di coraggiosi però c’è anche una minoranza di ragazzi impiegati a tempo indeterminato… di cui non si parla mai.
Io mi chiamo Antonio, sono un siciliano laureato in Filosofia, lavoro nella comunicazione digitale dal 2006 e faccio parte di quella minoranza di trentenni con un lavoro stabile che gli consente di vivere a Milano, dove per vivere s’intende vivere… non comprare casa, metter su famiglia o accumulare dei risparmi. Vivere e basta. In questa mia condizione sento di rappresentare il gruppo di coloro a cui piacerebbe migliorare, sperimentare, crescere e cambiare attività sia per motivi economici, che per l’ingenuo desiderio di realizzarsi nel lavoro. Ma cosa offre l’Italia a gente come noi? Esattamente le stesse cose che offre ai nostri colleghi precari, con l’aggravante morale che noi siamo i “giovani fortunati”, quelli che “almeno un lavoro ce l’hanno”.
E quindi? Cosa significa che un lavoro -almeno- lo abbiamo? Questo modo di pensare è “terrorismo psicologico”, è istigazione alla mediocrità, è appiattimento socio-intellettuale.
Perché considerarsi dei privilegiati e perché avere paura del cambiamento? Perché nel clima di emergenza in cui viviamo, oltre che parlare del primo impiego, non si parla mai della mobilità, della crescita e della carriera? L’opinione pubblica sembra essersi dimenticata che dopo i 30 anni c’è ancora tutta una vita da vivere, che un lavoro insoddisfacente rende la vita insoddisfacente, e che il popolo degli insoddisfatti è uno dei mali che affligge l’Italia.
Non siamo giovani cervelli in fuga, siamo giovani cervelli in gabbia.
Tutti noi abbiamo almeno un amico che è stato costretto ad andar via, e sappiamo bene cosa succede al di là dei confini. All’estero, dopo aver trovato un lavoro, lo approfondiscono, lo cambiano e sono sempre pagati per quello che rendono. Sentire queste storie a volte ci scuote più di quanto succede ai precari, perché abbiamo l’esperienza, abbiamo la voglia, abbiamo la spinta, ma non sempre abbiamo qualcuno che la valorizzi. A volte sembra che non si abbia neanche il diritto ad essere scontenti, e non vivendo in una situazione di contingenza economica… non abbiamo motivi oggettivi per fuggire. Ma siamo sicuri di poter sopportare questa situazione per tutta la vita?
Un proverbio dice: “L’uccello in gabbia non canta per amore, ma canta per rabbia”.
Aziende italiane, dateci un buon motivo per rimanere a lavorare qui che non sia la famiglia o il clima! Se tacete, sappiate che -a differenza dei nostri colleghi emigrati in gioventù- non avremo voglia di tornare. E ci perderete per sempre, anche se le vacanze continueremo a farle qui”.
ANTONIO PATTI