Un Cantautore a Bruxelles

postato da Sergio il 25.12.2010, nella categoria Young Expats say
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Buona musica italiana, per la puntata di Natale di “Giovani Talenti”: oggi ospitiamo Giacomo Lariccia, giovane musicista e cantautore, da dieci anni a Bruxelles. Lo facciamo, ascoltando alcune canzoni del suo secondo album, il primo di musica italiana. Giacomo ha scelto di presentarsi così ai lettori del nostro blog:

“Luglio 2000: mi laureo in Scienze della comunicazione con l’obiettivo di scappare in un Paese dove lo studio del Jazz fosse riconosciuto e insegnato in Conservatorio (in Italia non c’erano conservatori di jazz, ma scuole e scuolette che tanto lasciavano a desiderare dal punto di vista didattico).

Settembre 2000: arrivo a Bruxelles, supero la dura selezione all’ingresso del Conservatorio, mi trovo un mini mini monolocale e un lavoro (assistente informatico per uno studio legale) per mantenermi: 8 ore a settimana… per pagarmi l’affitto, mangiare, studiare!!! Mi chiedo e vi chiedo: “Ma quando mai in Italia?”

2007: finiti gli studi registro il mio primo disco (Spellbound), finanziato con il sostegno della direzione della cultura della comunità francofona (Ma quando mai in Italia?) e per il resto autoprodotto, autopromosso e distribuito in Benelux. Questo disco ha avuto una visibilità incredibile. Interviste in radio (nazionale), articoli, la prima pagina di Le Soir Culture (come dire la prima pagina dell’inserto culturale del Corriere della Sera!). Vorrei attirare la vostra attenzione: tutto questo per un disco di jazz, opera prima di uno straniero giovane e sconosciuto….DA NON CREDERCI.

2008/2009: Da questo disco nascono tante opportunità e collaborazioni. Ho girato l’Europa e il mondo con artisti che ho incontrato nel cammino (Spagna, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Tunisia, Barhain). Tanta ricchezza umana e musicale.

2010: Lo stimolo a scrivere testi, canzoni e non solo musica è venuto in seguito. Sempre più impellente dentro di me è la voglia di comunicare non solo emozioni ma anche concetti, idee, pensieri. Voglio fare un disco di canzoni! Trovo allora un partner che sceglie di lanciarsi con me in questa avventura, con l’obiettivo ambizioso di competere con la grande industria. Difficile e -soprattutto- costoso.

Chiediamo aiuto e riceviamo tantissime risposte da parte delle persone che mi seguono e apprezzano quello che faccio: nasce quella che abbiamo chiamato un’ Avventura in musica. Più di cento persone che producono e finanziano il single, il videoclip e il disco (uscita prevista 2011). Un’avventura umana e musicale incredibile!!! Ecco il videoclip: http://www.youtube.com/watch?v=WrU6I-FtOyQ

Stiamo provando a lanciare questo disco in italia, e ci stiamo scontrando con un sistema granitico, bloccato, di controllo capillare da parte delle Major della discografia. Pochissimi spazi: soprattutto -da parte dei professionisti del settore- poca apertura ad ascoltare. Ciò che è nuovo passa con difficoltà… Per suonare dal vivo, ho pensato di superare la mancanza degli spazi attraverso una serie di “Concerts chez moi”. Ovvero concerti nelle case… In Belgio, in Italia, a Parigi, a Lussemburgo, a Londra. Concerti meravigliosi.

Dal punto di vista personale, terminati gli studi, mi sposo, compro casa, arrivano 3 figli meravigliosi (e una moglie splendida), che mi confermano la bontà delle mie scelte, compresa quella di essere partito e di essermi lasciato tutto dietro le spalle. Guardando quello che ho e quello che sono riuscito a fare… non rimpiango niente.

Sono stato fortunato, perché avevo 25 anni e certe scelte -a quell’età- si fanno con leggerezza. Oggi cambiare Paese probabilmente sarebbe più complesso.

Nonostante la convinzione di aver fatto bene a lasciare l’Italia, nelle mie canzoni spesso si sente, amaro, il tema del ritorno, delle radici, del sud…”

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Season’s Greetings!

postato da Sergio il 22.12.2010, nella categoria Nava says
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Auguri di Buon Natale e Buon Anno dalla trasmissione “Giovani Talenti”!

Vi annunciamo -con l’occasione- che l’1 e l’8 gennaio andranno in onda due puntate speciali:

-a Capodanno vi proporremo la doppia intervista con Simona Paravani, globetrotter per una banca mondiale, e Paolo Privitera, che ha fondato una propria start-up negli Stati Uniti. Il focus sarà tutto concentrato sui giovani professionisti che emigrano dal Veneto.

-l’8 gennaio vi proporremo invece una puntata speciale registrata a Londra, insieme a ben quattro giovani espatriati. Tutti sono al lavoro in settori diversi: la finanza, il giornalismo, il disegno grafico. Con loro cercheremo di capire cosa spinge -migliaia di giovani italiani- a scegliere la Gran Bretagna, quale Paese di approdo. Don’t miss it!

BUONE FESTE!!!

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“Cervello” italiano al MIT

postato da Sergio il 18.12.2010, nella categoria Young Expats say
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Torna a parlare di università -oggi- “Giovani Talenti”. Aprendo una finestra su uno dei più prestigiosi atenei del mondo: il MIT di Boston, dove si trova il protagonista della puntata odierna, il 25enne Marco Di Maggio. Ne approfitteremo anche per lanciare un messaggio di speranza ai “cervelli” che intendono fare ritorno, nel Belpaese, parlandovi di un programma che ne finanzia il rientro.

Marco ha scelto di presentarsi così -con una lettera veramente toccante e tutta da leggere- ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Ho imparato che l’entusiasmo porta con sé l’incoscienza. Ho imparato che -per partire e lasciare tutto- a volte ci vuole anche quella. Ho imparato a conservare la curiosità di guardare ad una realtà non mia. Non ancora, almeno. Ho imparato che è normale ritrovarsi a 21 anni Oltreoceano, ed avere paura. Paura di dover costruire qualcosa, senza sapere da dove iniziare. Ho imparato che la voglia di non voler tornare a casa a mani vuote -a volte- è più forte.

Sono passati cinque anni: nel frattempo ho cambiato città e università. Dal lago Michigan al fiume Charles, dall’”University of Chicago” al “Massachusetts Institute of Technology”, tutto diventa sempre più familiare. Ho imparato a confrontarmi con professori che sembrano essere lì proprio per ascoltarmi. Ho imparato a non darlo per scontato, soprattutto nei momenti nostalgici. Ho imparato che esiste un “calciomercato dei cervelli”, per il quale non mi stancherò mai di allenarmi. Ho imparato ad avere una possibilità, e a non dover ringraziare nessuno se non le mie notti insonni. Ho imparato che si può trovare la compagna di una vita, e costruirla poi insieme.

Come non sarebbe mai potuto essere possibile in Italia. Ho imparato a lavorare al fianco di sudamericani, coreani, russi e indiani. Ho imparato a mangiare il sushi. Ma la pizza con l’ananas… proprio no. Ma ho anche imparato a non rassegnarmi. A non rassegnarmi ad un’Italia che non vede ancora, in persone come noi, il suo futuro”.

 

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Lettera di uno Studente di Medicina – from Timisoara

postato da Sergio il 15.12.2010, nella categoria Young Expats say
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Oggi pubblichiamo sul nostro blog la bella lettera di Antonio Testa. Antonio ha compiuto una scelta decisamente controcorrente. E’ andato a studiare Medicina in Romania, Paese da poco entrato nell’Unione Europea. Con sua immensa sorpresa, ha trovato strutture universitarie e un’apertura mentale superiori all’Italia. Anch’io all’inizio stentavo a crederlo. Ma è proprio così. La lettera di Antonio procura una fitta al cuore… Ma cosa sta succedendo -o è già successo- nel nostro Paese?

“Mi chiamo Antonio Testa, attualmente studente di Medicina e Chirurgia al IV anno presso la facoltà di medicina di Timisoara, città rumena caratterizzata da una spiccata multi etnicità, che conta circa 300 mila abitanti. Il mio corso è in lingua inglese, e sebbene siamo solo in 50, mi ritrovo con colleghi, indiani, tedeschi, greci, canadesi, americani, svedesi e persino un israeliano.

Nel mio passato, c’è un diploma classico, conseguito a 18 anni non ancora compiuti, e circa 3 anni presso la facoltà di biotecnologie della Federico II di Napoli.

Nei primi 4 anni  ho potuto analizzare nel dettaglio le tante differenze che distinguono l’università Italiana da quella rumena, quanto meno riguardo la facoltà di Medicina.

Subito si capisce che si ha a che fare con un tipo di università improntata molto più sul modello americano. Teoria quanto basta e tanta pratica, che non solo motivano gli aspiranti medici a studiare, ma soprattutto li pongono in continuo confronto con problematiche che poi si affronteranno nella pratica di tutti i giorni. La disponibilità dei professori di sicuro non si limita alle sole due ore a settimana (se si è fortunati),  che concedono i loro colleghi italiani, ma quello che più mi ha impressionato è la loro apertura al confronto, riducendo di tanto la distanza “istituzionale” studente / professore… che in Italia si sente molto più, e a volte diventa addirittura un ostacolo.

Il primo anno mi trovo a frequentare organizzatissimi laboratori di chimica e biochimica, stage trisettimanali  in sala operatoria studiando anatomia su cadavere,  un Dipartimento di Fisiologia super attrezzato e tante altre strutture che -a differenza del contesto italiano- sono aperte agli studenti. Anzi, gli stessi sono obbligati a frequentarle: queste strutture permettono di avere un riscontro pratico e concreto di tutto quello che va a studiare sui libri.

Totalmente diversa la mia esperienza a Napoli. Nonostante si trattasse di una Facoltà improntata tutta sulla ricerca, e quindi sul lavoro in laboratorio, l’accesso a questi ci veniva praticamente precluso… e se si era fortunati si riusciva ad accedervi un paio di volte al mese. Senza dubbio un limite enorme, per ragazzi che hanno voglia di fare, ma soprattutto imparare!

Fin dal secondo anno ho avuto la possibilità di frequentare reparti, ed essendo affascinato più dalle branche chirurgiche che da quelle mediche, anche le sale operatorie. Il tutto nel poco tempo libero, tra un corso ed un altro, ovviamente anche nei week-end e non senza difficoltà.

I professori tendono a darti una chance, ma dopo sta a te e solo a te dimostrare il tuo valore… e soprattutto meritare lo spazio che ti viene concesso. Se ovviamente non sei preparato, non ci pensano tanto a cacciarti via. Se vali e dimostri di essere preparato, più di quanto si possano aspettare da un collega dello stesso anno, ti premiano e ti incoraggiano lasciandoti sempre più spazio.

Non avendo frequentato Medicina in Italia non posso ovviamente riportare un’esperienza diretta al riguardo, ma di sicuro posso dire che studenti italiani che si trasferiscono qui per qualche mese -grazie al programma Erasmus -restano favorevolmente impressionati dello spazio che ci viene concesso. Purtroppo il più delle volte in Italia non si riesce nemmeno ad ottenere la possibilità di dimostrare davvero quanto si vale! E questo è davvero un peccato.

Ritengo che l’università italiana sia una delle migliori per quanto riguarda la preparazione teorica. Il problema è che forse i programmi sono troppo vasti, e si perde di vista l’obbiettivo finale. Cioè quello di preparare un giovane ad affrontare il mondo del lavoro.

In Italia, sempre restando nell’ambito di Medicina, una volta terminata la facoltà si sa fare poco o niente, e si prova ad accedere alle scuole di specializzazione con un concorso vecchio, obsoleto e soprattutto poco meritocratico, già ampiamente criticato anche dal professor Macchiarini nel corso di altre puntate della vostra trasmissione. Se si è fortunati e si trova un posto, ci si ritrova ad essere di nuovo studenti (anche se retribuiti), ai quali però si lascia poco, troppo poco spazio. Spazio che è fondamentale per la formazione professionale di un giovane medico. Non sono rare le storie di tanti giovani chirurghi che non hanno praticato affatto negli anni della specializzazione, e che una volta finita questa si trovano a ricominciare di nuovo e a fare esperienze per conto proprio. 

In Germania, Svizzera, Svezia, Inghilterra e altri Paesi europei si entra in specialità con un colloquio di lavoro. In pratica vengono valutate le proprie capacità, il proprio CV e ovviamente le proprie esperienze dal primario del reparto.

Se assunti si viene considerati come medici e, anche se per i primi anni si è sotto il controllo di un tutor, si ha comunque una propria autonomia, possibilità di praticare e di conseguenza formarsi professionalmente. Al punto tale che alla fine della specializzazione si è capaci di praticare l’ars medica in completa autonomia.

Con questi metodi di selezione all’estero gli studenti italiani ovviamente sono svantaggiati. Soprattutto quelli che (purtroppo sono tanti) non hanno la possibilità di fare esperienza e di arricchire il proprio CV con pubblicazioni e lavori di ogni tipo durante gli anni della laurea.

Qui in Romania -ma in genere in tutta Europa- tutte le facoltà invogliano e spingono i propri studenti a produrre lavori e pubblicazioni, mettendo a disposizione strutture e strumentazioni. A patto -ovviamente- che si abbia un progetto sul quale lavorare.

E c’è da riflettere se ogni anno in Romania (così come in Germania, Olanda e Svezia) si organizzano almeno due congressi internazionali riservati solo a studenti di Medicina, che vedono la partecipazione di giovani da tutta Europa. In Italia non se ne organizza nemmeno uno…

Congressi nei quali gli studenti presentano lavori, si confrontano, vengono valutati ed eventualmente premiati -se meritevoli- da professori di caratura internazionale, che vengono invitati a far parte delle commissioni.

So bene che dalla mia analisi ed esperienza l’Italia non ne esce bene. Un Paese che non ha fiducia nei propri giovani, troppo chiuso in sé stesso e per nulla aperto al confronto internazionale. Apertura che è  fondamentale per la competitività di una nazione, nel mondo globalizzato di oggi.

Per quanto mi riguarda non credo di tornare in Italia a breve termine, a dire il vero nemmeno a lungo termine. In tutta Europa le porte sembrano essere aperte… ma in Italia no. Non avendo frequentato Medicina nel nostro Paese, all’atto pratico mi è preclusa ogni possibilità di frequentare scuole di specializzazione in Italia. Ma di questo non mi rammarico affatto, anche perché essendo orientato verso una specialità chirurgica, l’Italia è forse uno dei posti peggiori per formarsi, almeno se non si hanno le conoscenze giuste.

Questa però è un’altra storia, o forse… la stessa storia.

ANTONIO

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Una Ballerina sulle rive della Senna

postato da Sergio il 11.12.2010, nella categoria Young Expats say
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Una “puntata” nel mondo dello spettacolo, ad altissimo livello, quella odierna di “Giovani Talenti”. Lo facciamo con una danzatrice italiana, dal 2003 al lavoro in Francia. Un’altra storia di espatrio che lascia l’amaro in bocca… Elena si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

Mi chiamo Elena Ciavarella, ho 33 anni e vivo a Parigi da sette. Dopo aver studiato danza classica e moderna nella mia città, Massa Carrara, mi sono trasferita a Parigi per perfezionarmi in danza contemporanea. Sono tornata in Italia dopo un anno, e ho cercato di costruire la mia carriera. Ho lavorato con qualche compagnia, ho insegnato in una scuola di danza, mi sono iscritta all’università. Dopo la mia laurea ho deciso di ripartire in Francia… e non sono più tornata. Oggi lavoro con diverse compagnie di danza, ho creato un collettivo, ho ottenuto il diploma di stato di insegnante di danza contemporanea. Quello che mi fa restare in Francia è che -qui- posso vivere del mio mestiere, senza essere obbligata a fare dei lavoretti extra per mantenermi mentre faccio l’artista. La realtà culturale francese è molto diversa dalla nostra: l’arte è considerata un mestiere, e gli artisti sono riconosciuti e sostenuti dallo Stato. Ho trovato qui una dignità che in Italia non avevo, e soprattutto molte più opportunità di lavoro. Sento una profonda frustrazione per un Paese come l’Italia, che genera tantissimi artisti fantastici, che sono costretti ad emigrare. Mi domando sempre più spesso come fare per tornare, per cercare di far cambiare le cose. Mi piacerebbe poter lavorare in Italia, contribuire alla crescita culturale del mio Paese. Fino a adesso non ho trovato risposta“.

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Giovani Talenti – Cosa fare?

postato da Sergio il 08.12.2010, nella categoria You say
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Pubblichiamo oggi la bella lettera di Martino, giovane ascoltatore della nostra trasmissione. Vi invito a leggerla con attenzione. E -se potete- a provare a fornire qualche risposta alle sue domande, commentando la lettera sui social networks, o nell’apposita casella qui sotto. Grazie, Martino… e in bocca al lupo!

“Ho scoperto per caso la vostra trasmissione su Radio 24, e ne sono diventato subito un frequentissimo ascoltatore.

Studio Biologia da soli due anni (laurea triennale), e sono curioso di vivere anch’io un’esperienza particolare, come tutte quelle che raccontate.

Volevo emigrare per studiare all’estero già dopo il liceo ma, convinto che fosse solo un capriccio, ho deciso di iscrivermi all’università qui in Italia, dicendomi che questo è il mio Paese. E che qui dovevo diventar qualcuno.

Ogni giorno, però, appena sveglio, penso che farei meglio ad andarmene. E rimpiango di non averlo fatto prima.

Qui in Italia nessuna istituzione universitaria o struttura accademica persuadono le mie potenzialità: mi ritrovo a studiare in una realtà ambigua, incerta, che nuota in una condizione conservatrice.

Non ci sono attività interessanti, esplorazioni di nuovi progetti e idee originali.

Non sanno come farci crescere sul serio. Cosa devo fare?

Devo lottare per il mio Paese?

Perché il mio Paese non lotta anche per me?”

MARTINO

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Giovani Imprenditori a Shanghai

postato da Sergio il 04.12.2010, nella categoria Young Expats say
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Storia di imprenditoria, quella che vi raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Con la vicenda di due ventenni romagnoli, che in Cina ce l’hanno fatta, ad avviare la loro azienda. Ci narra l’avventura imprenditoriale Roberto Fabbri, 29enne General Manager del brand ”Amore”. Roberto vive a Shanghai:

“Mi chiamo Roberto Fabbri, ho 29 anni e una laurea in Marketing e Comunicazione d’Azienda presso l’Universita’ di Urbino.

La mia esperienza lavorativa in Italia e’ durata ben poco: dopo essermi laureato nel 2005, ho intrapreso un breve stage presso un’azienda alimentare nella provincia di Cesena. Un’esperienza certamente formativa, ma ben lontana da quelle che erano le mie aspirazioni.

Terminata il mio stage ho lasciato il Belpaese, non a causa di particolari esperienze negative o per una eccessiva difficolta’ a trovare una buona posizione nel mondo del lavoro, ma più semplicemente per abbinare la mia voglia di effettuare un’esperienza all’estero con la sfida di mettersi in gioco e di dare il via ad un’attivita’ imprenditoriale.

E cosi, da gennaio 2006, vivo in pianta stabile a Shanghai. Dove, insieme a due dei miei piu cari amici e compagni di studi, Roberto Rossi e Luca Ricchi, abbiamo incominciato ad operare nel mercato del vino. Prima con il “set up” di “Love Sicily”, una compagnia specializzata nella distribuzione di vini siciliani, poi con la creazione di “AMORE” un marchio ad ombrello, comprensivo dei vini italini piu’ rappresentativi. Un marchio che dà anche il nome alla Trading Company che abbiamo fondato per l’importazione e distribuzione dei prodotti.

La Cina oggi offre a giovani come me, Luca e Roberto, enormi possibilità: stiamo parlando di un mercato che, per certi aspetti, e’ ancora vergine, e dunque aperto e ricettivo ad ogni tipo di business idea. Ovviamente l’Italia, per il contesto economico internazionale e per i mille problemi di sempre, non può offrire le stesse opportunità.

Comunque continuo a riporre molta fiducia nel nostro Paese. Anche se, per il momento, preferisco viverlo da turista, piuttosto che da residente”.

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Pellicole di “Nuova Emigrazione”…

postato da Sergio il 01.12.2010, nella categoria You say
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Lettera d’autore, quella del nostro ascoltatore Ettore, documentarista che ha dedicato diversi mesi della sua vita a raccogliere le storie dei nuovi emigranti. Questa la testimonianza che ha voluto regalare ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Quattro anni fa ho iniziato a girare un documentario, “Un giorno in Europa” – Nuove forme di emigrazione”, che ho finito di montare nel 2008. Non avendo trovato un produttore, ho infatti autofinanziato il progetto con il mio tempo, quello di una cara amica e con i nostri “conti in rosso”.

Mentre passavamo le notti a lavorare al montaggio, pensavo che fosse tutto tempo buttato via, perchè di lì a quando avremmo finito, il contenuto di quel film sarebbe stato vecchio, superato, anacronistico.

E invece, ahinoi, povero (ex) Belpaese, è ancora tutto attuale, attualissimo… tanto che sto finendo i sottotitoli in inglese per la presentazione “europea” a Berlino.

Ho deciso di girare questo documentario quando quattro fra i miei più cari amici, nel giro di pochi anni, hanno deciso di lasciare Prato - ognuno per una diversa capitale Europea: Praga, Berlino, Amsterdam e Santiago de Compostela.

La loro è stata un’ emigrazione lenta, graduale, ponderata. Simile a quella che dal 1982 al 2002 hanno fatto i miei genitori, con il piccolo Ettorino al seguito: la mia famiglia è siciliana, di Palermo per la precisione, e mio padre ha lavorato all’ANIC di Gela dal ‘63, una raffineria di petrolio del gruppo ENI.

Poi un giorno, ottobre ‘82, è partito per l’Algeria con la famiglia. Dal quel giorno hanno fatto ritorno in Sicilia dopo vent’ anni, passando per Roma (5 anni) e Prato (15 anni).

Ed è a Prato che ho iniziato a rendermi conto, scherzandoci sopra con gli amici, che quelli come me sono “figli d’emigrante”!

Nel caso dei miei genitori, siciliani che si spostano per lavoro dal sud al centro-nord è stato facile, quasi naturale, identificare questi spostamenti come “emigrazioni”, perchè riconducibili ai “vecchi” canoni dell’ emigrazione.

Troisi in un film diceva che un napoletano non può viaggiare: appena esce da Napoli un napoletano diventa un “emigrante”!

Ma quando quattro giovani, 3 ragazzi e una ragazza tra i 25 e i 30 anni, hanno deciso nel 2006 di “cercare altrove miglior fortuna”, lasciando una cittadina ricca e laboriosa come Prato, allora la cosa si è fatta più difficile, c’è voluto “un altro occhio”, lo sguardo di qualcuno che aveva già vissuto un’ esperienza simile, per riconoscere in quei trasferimenti (per amore o per lavoro - o tutti e due) delle vere e proprie emigrazioni.

E’ così che ho iniziato a girare “Un giorno in Europa” ed è così che ho scoperto quanti “nuovi emigranti” lasciano i propri Paesi d’origine, oggi come 50 anni fa, seguendo però degli iter che non sono più quelli di una volta, perchè nel frattempo l’ Europa, l’ euro, i “low cost”, hanno aperto nuove possibilità e dato vita a queste nuove forme di emigrazione.

I nuovi emigranti iniziano a raccontare la nuova realtà in cui vivono, e a confrontarla con quella da cui provengono. Vivono per un periodo a Prato e per un periodo all’estero, fanno i loro conti e lasciano il loro Paese d’origine “per cercare altrove miglior fortuna”.

Ed io lì ad ascoltare le loro storie, a tagliarle e cucirle per metterle insieme e poterle raccontare agli altri, per cercare di dare voce a loro e a quelli che, come loro, stanno dando vita ad un fenomeno che è grande. E che sta accadendo adesso, oggi, in questi anni.

Da qui il passo è stato breve: il mio lavoro di tecnico teatrale non mi dava più le certezze economiche e le soddisfazioni che mi aveva dato negli ultimi 10 anni, i compromessi si facevano sempre più svantaggiosi per me, a favore delle produzioni teatrali che lamentavano la mancanza di fondi e di sbocchi. Il sapore del caffè al bar era sempre più amaro, corretto da quella lamentela cronica che accomuna gli italiani da Trieste a Palermo e…

E allora mi ricordo che Berlino è una metropoli a misura d’ uomo, dove una  sopravvivenza dignitosa costa “il giusto”, e te la guadagni lavorando 2 o 3 giorni a settimana, mentre cerchi di riorganizzare le idee, di imparare la lingua, di trovare la maniera di ricominciare, di continuare a fare la tua professione qui come lì, o di ripartire da capo, magari inseguendo uno dei tanti sogni che in Italia avevi chiuso nel cassetto dell’armadio. Armadio che avevi messo in cantina… e di cui avevi perso la chiave”.

ETTORE

 

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