Ingegnere Meccanico in Danimarca

postato da Sergio il 27.11.2010, nella categoria Young Expats say
27

Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Antonino Pizzuto, 34enne ingegnere meccanico al lavoro nella città danese di Århus, la seconda più popolosa dopo Copenhagen. Antonino si racconta così ai lettori del blog. Con considerazioni che fanno veramente riflettere. Leggete con attenzione:

“Come ingegnere meccanico, ho cominciato a lavorare pochi giorni dopo la laurea, con un contratto a tempo indeterminato, in una grande multinazionale italiana. La mia “fuga” all’estero non è quindi stata dettata da mancanza di lavoro. In 8 anni e mezzo, ho fatto quella che in molti definirebbero una “buona carriera”. Una carriera all’italiana: tante responsabilità, via via crescenti, ma pochi riconoscimenti. E gli “amici degli amici” che ti passano avanti.

Orari assurdi, capi spesso logorroici e indisponibili al confronto, poca innovazione e molta politica: le aziende italiane, e non solo quelle, sono “vecchie” dentro. Soffocanti e frustranti.

Dopo la nascita di mia figlia, abbiamo cominciato a pensare se questo fosse davvero quello che volevamo. Abbiamo anche cominciato a pensare che futuro attendeva i nostri figli: in che scuola, in che società, con quali opportunità.

E’ stato allora che ho cominciato a guardarmi intorno. In pochi mesi ho raccolto alcune offerte, finchè non è arrivata quella giusta: pale eoliche in Danimarca!

Da cinque mesi viviamo ad Aarhus, seconda città danese, e siamo felicissimi della scelta fatta.

Ho finalmente uno stipendio commisurato alle responsabilità, pago le tasse per uno Stato che fornisce davvero dei servizi, la meritocrazia qui non è solo una bella parola (e ho già avuto modo di sperimentarlo personalmente).

Ma soprattutto ho scoperto un equilibrio tra vita privata e lavoro… che in Italia è semplicemente impensabile.

In Italia si lavora come i muli, per quattro spiccioli: e ci sembra anche normale! Qui si lavora duramente dalle 8 alle 4,30. Tutti, manager compresi. Ovviamente può capitare di fare tardi: ma è una cosa straordinaria… non è la norma. Alle 5 sei a casa, a dedicarti alla tua famiglia o ai tuoi hobbies.

Quanto vale poter spendere delle ore, ogni giorno, con tua figlia?

Senza contare che ho la possibilità di lavorare da casa… tutta fantascienza, nell’Italia del 2010!

E potrei continuare per delle ore, a raccontare le mille piccole-grandi cose che qui rendono la vita facile, serena, in una parola: felice.

E infatti, alla faccia dello stereotipo del “nordico” triste e freddo, i danesi hanno sempre il sorriso sulla faccia, sono allegri e rilassati.

Andare via non è mai facile, neanche quando sei convinto. Soprattutto quando hai una famiglia e un lavoro sicuro: ma può capitare di pensare che -oggi come oggi- ci voglia più coraggio a rimanere in Italia, che ad andare via”…

Vi aspetto alle 15 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Lettera da Honolulu

postato da Sergio il 24.11.2010, nella categoria You say
24

Non è uno scherzo: veramente ci ha scritto un italiano, al lavoro nell’arcipelago delle Hawaii. Consiglio attenta lettura di questa missiva. E’ una denuncia spietata del sistema medico dello Stivale. La domanda è: come uscirne?

“Sono Gregorio Maldini, faccio il chirurgo negli USA, sono uno dei pochi che e’ tornato in Italia 2 volte. Breve storia: faccio la specialita’ in chirurgia generale a Roma, dove  imparo poco o nulla. Molti miei colleghi capiscono che l’unica via è la raccomandazione e l’asservimento al barone di turno. Durante la specialità studio per fare l’esame americano, e appena finito a Roma parto per una “residency” in General Surgery negli Stati Uniti. Cinque anni a 120 ore a settimana, esperienza di oltre 2000 interventi chirurgici, diploma dell’American Board of Surgery. Torno in Italia, dove mi viene offerto un contratto con partita IVA ma non di ruolo. Dopo un anno e mezzo riparto per gli Stati Uniti. Fellowship in trapianti di fegato e intestino pediatrici a Miami, l’ospedale con la piu’ grande casistica al mondo nel settore. Diploma dell’American Society of Transplant Surgeon. Torno in Italia, effettuo con successo il primo trapianto di intestino pediatrico e il primo trapianto multiviscerale pediatrico. Nel frattempo altri concorsi andati a vuoto. Questi trapianti mi venivano retribuiti venti euro lordi l’ora! Nessun incarico dirigenziale (quando in Calabria li danno a gente che non sa fare la tracheotomia!). I miei colleghi hanno appreso la tecnica, e appena si e’ ripresentata l’occasione sono tornato in America, dove ovviamente mi trovo benissimo. In Italia torno a fare qualche giorno di vacanza. Cosa mi sento di consigliare ai giovani colleghi? Studiare quanto prima l’USMLE e ottenere un buon punteggio. Partire per fare una Clinical Residency negli Stati Uniti, possibilmente con visto H1, cosi non devono passare i 2 anni di punizione in Italia come ho fatto io. Con l’ H1 si puo’ diventare “attending” senza problemi. Se siete legati troppo alla pasta cucinata dalla mamma in Italia siete fritti. E’ sempre bello tornare qualche giorno, a vedere come vanno le cose. Cosi’ si riparte ancora piu’ volentieri.
In tutto questo la cosa piu’ scandalosa e’ che l’ Italia non riconosce la specialita’ effettuata negli USA. Tra dieci anni, forse prima, in Italia non ci saranno chirurghi preparati , li si potra’ prendere da ogni Paese europeo ma non dagli Stati Uniti”.

GREGORIO
Aloha da Honolulu!

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Docente Universitaria in Olanda

postato da Sergio il 20.11.2010, nella categoria Young Expats say
20

Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Mariolina Eliantonio, giovane docente universitaria in Olanda. Paese dal quale osserva, con preoccupazione, la situazione accademica in Italia. Mariolina si racconta così ai lettori del blog:

“Ho 32 anni, sono nata e cresciuta a Pescara, e ho studiato Giurisprudenza a Teramo. Dopo un anno in Erasmus in Germania e tante esperienze di vacanze studio in Spagna, Francia e Austria, sono approdata a Maastricht (Paesi Bassi) per seguire un Master in diritto europeo e comparato. Dopo un anno in uno studio legale d’affari, ho fatto domanda per un posto da dottorando all’universitá di Maastricht. Al termine di una procedura di selezione basata sul mio progetto di ricerca e su un colloquio, sono stata ammessa. Nel 2007, a conclusione del mio dottorato, sono stata selezionata per un posto da Assistant Professor in Diritto Amministrativo Europeo presso la stessa universitá di Maastricht, dove oggi insegno e faccio ricerca. Nel frattempo sono diventata anche Direttore di un corso di laurea triennale, la European Law School. Il mio lavoro io lo amo come si ama un amante: lo desidero, lo coccolo, mi ci irrito qualche volta, e dopo (forse troppo) poco mi manca. Non mi manca l’Italia. Mi manca la mia cittá e tutto quello che le appartiene, il profumo dell’Adriatico e le domeniche di sole, le amiche di sempre che sono la mia ‘memoria storica’, i posti conosciuti e la semplicitá delle cose di casa. So peró che in Italia un lavoro come quello che ho oggi (in termini di gratificazione professionale ed economica) non lo troverei. Io non voglio sottomettermi alla logica del concorso, anche qualora il vincitore in pectore dovessi essere io. Inoltre, da quello che vedo, nelle universitá italiane non ci sono i soldi per fare investimenti, ci sono poche infrastrutture, lezioni con 200 studenti, poca internazionalizzazione e tanti “maneggi”. A queste condizioni io me ne sto a Maastricht, torno a casa ogni tanto e mi godo il bello che la mia cittá e la mia casa mi possono offrire”.

Vi aspetto alle 15 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

 

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

NO COMMENT

postato da Sergio il 17.11.2010, nella categoria You say
17
No Comment. Di fronte alla lettera di Roberto alzo le braccia. Vorrei chiedergli scusa a nome del Paese intero. Leggetela e capirete perché. Poi, per favore, diffondetela. Grazie.

Mi chiamo Roberto Reale, mi sono laureato con il massimo dei voti presso l’Università La Sapienza, in Ingegneria Ambientale, e in soli 5 anni. Durante la laurea ho trascorso un anno in Spagna attraverso il progetto Erasmus, e ho vinto una borsa di studio per un Master of Science in Civil Engineering presso la Columbia University, grazie al centro H2Cu (Honors center of Italian Universities). Ho completato con successo il Master, al quale sono seguite varie pubblicazioni nel campo dell’ingegneria civile.

Alla fine dei miei studi ho ricevuto varie offerte dagli studi di New York, e ho cominciato a lavorare presso Mueser Rutledge Consulting Engineers, leader nella progettazione di opere in sotterraneo nell’area di New York. Ho lavorato per più di due anni a New York, avendo responsabilità crescenti in progetti quali la ricostruzione del World Trade Center o il nuovo campus di Columbia University, progettato da Renzo Piano. Dopo più di due anni a New York ho deciso di accettare un offerta da parte delle Nazioni Unite per un progetto che riguardava la costruzione di piu di 500 micro dighe sulle Ande, per la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che stanno sciogliendo i ghiacciai tropicali presenti nella zona. Mi sono quindi trasferito a Lima, in Perù, mettendo a frutto tutto quello che avevo imparato per gestire progetti solo all’apparenza semplici.

In questi anni, rappresentati da ottimi successi professionali, ho sempre avuto un sogno, semplice: ritornare in Italia. Leggevo di situazioni assurde e difficoltà di trovare lavoro, ma non le avevo mai sperimentate su me stesso. Non avevo mai avuto la “fortuna” di provare a cercare lavoro in Italia.

Il mio forte desiderio di tornare, unito ad alcune contingenze personali mi ha spinto a cercare di percorrere questa strada. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma volevo provarci, alla soglia dei trent’anni, per evitare di trovarmi alla fine delle mia carriera, magari brillante, senza aver realizzato uno dei sogni - secondo me tutt’altro che irrealizzabile.

Leggevo sull’articolo di “Time” che si è condannati ad essere “homesick for the rest of your life”. Ho incontrato molte persone affermate che vivevano a New York da molti anni… i quali, appena parlavano dell’ Italia, avevano improvvisamente gli occhi lucidi, con il rimpianto di averla abbandonata, e di non poter fare ritorno a quella che era la loro terra natia. In quei momenti ho sempre pensato che non avrei voluto trovarmi nella stessa situazione. Sono partito dall’Italia, perché ero curioso di conoscere il mondo e voglioso di imparare cose per migliorare il mio Paese. Non volevo che questo fosse una condanna.

Ho capito che leggere tutte le mattine i giornali italiani e cercare in tutti i modi di fare lezioni ai baristi di ogni dove, per farsi preparare un caffè vagamente accettabile, era un chiaro sintomo di voglia di tornare a casa. Che -dopo quasi cinque anni in giro per il mondo- andava assecondata. “Bello di fama e di sventura” decisi quindi di tornare nella mia terra natia pieno di speranza, avendo capito che questo era il luogo dove volevo che nascessero i miei figli.  In Italia e negli italiani, dal mio punto di vista, probabilmente di parte, coesistono egregiamente l’aspetto deterministico anglosassone e quello passionale latino, portati all’estremo nei Paesi in cui ho vissuto.

Ero pronto a rimettermi in gioco e anche a ricominciare da capo, se fosse stato necessario, sebbene non esattamente consapevole di quello che poteva aspettarmi.

Dopo l’ inizio difficile, in cui non ho ricevuto alcuna risposta, ho deciso di accettare una borsa di studio per un master in gestione dell’energia e dell’ambiente - tema che mi ha sempre interessato. Sebbene non pensavo di aver bisogno di ulteriore formazione per riempire il mio curriculum sono dell’idea che imparare sia sempre positivo. E avrei inoltre avuto il tempo per cercare con calma l’opzione migliore.

Dal primo giorno in cui sono atterrato fino ad oggi non ho smesso un secondo di inviare “curricula”, solo ed esclusivamente a società italiane, rifiutando nel frattempo un paio di offerte per l’estero. Convinto che con pazienza e spirito di adattamento avrei con calma trovato la mia strada.

Sono tornato a gennaio… e sono ancora in cerca di lavoro. Durante i colloqui ho ricevuto  commenti ai limiti del paradosso. Mi “piace” ricordarne uno, per me emblematico, in cui ho avuto la seguente conversazione:

Interviewer: “Quindi lei ha avuto tutte queste esperienze all’estero, ma non ha MAI lavorato in Italia?” 

Io: “Ho lavorato quasi sei mesi nello studio del mio professore, oltre che aver fatto un tirocinio durante la laurea”.

Interviewer:”Quindi… è un Neolaureato?”

Io: “Beh…NO!! Ho più di quattro anni di esperienza lavorativa per uno degli studi più importanti di New York e per le Nazioni Unite!”

Interviewer: “Si ma lei ha meno di trenta anni, quindi devo inserirla nella categoria di Neolaureati!!!!!”

Attonito, alla fine di questo colloquio, ho deciso di non perdermi d’animo e di continuare con calma. Placando la mia ambizione ormai sedata, ho continuato a fare colloqui, ricevendo risposte tra le più’ svariate: dal “ci dispiace me lei  è troppo qualificato”, a “preferiamo prendere un neolaureato”, all’ ancora peggiore: nessuna risposta…la piu frequente.

Sono tornato pieno di speranza di poter utilizzare le conoscenze apprese all’estero nel mio paese di origine, convinto di poter cambiare nel mio piccolo le cose. Convinto che avrei potuto utilizzare le mie conoscenze per migliorare il mio Paese. Sprizzavo energia e speranza, pensando di essere contagioso con le persone che mi stavano accanto. Giorno dopo giorno la fiaccola si è spenta.

Ho terminato il master, e adesso mi trovo a scegliere tra offerte tutt’altro che interessanti, che immagino accetterò, fino a quando deciderò di partire di nuovo.

Una nuova partenza sarebbe per me una grandissima sconfitta adesso: sono partito a 23 anni, convinto che diventare il meglio che possiamo fosse il nostro dovere. Utilizzarci… un dovere della società. Cosa vera dovunque, tranne che nel mio Paese di origine, dove aver fatto esperienze ed essere in grado di pensare non è sicuramente un vantaggio.

Andarmene sarebbe una grandissima sconfitta per me e per il mio Paese, che ha investito per la mia formazione moltissimo durante i migliori anni della mia vita. Per quale motivo dovrei utilizzare le conoscenze fornitemi dal mio Paese in un altro? La cosa che mi ha colpito di più, al di la della situazione politica o aziendale, è stato l’atteggiamento delle persone che avevo intorno. I quali, di fronte alla mia indignazione, rispondevano perentori allargando le braccia “beh… ma sei in Italia”. Come se questa fosse una scusante e alibi per giustificare il fatto che le cose non funzionano. Erano le risposte datemi da coloro che sono rimasti, che hanno perso i sogni senza rendersene conto, e che si occupano solo del proprio giardino - non preoccupandosi che le cose vadano come non dovrebbero.

Se queste persone sui trent’anni accettano di buon grado la situazione senza interrogarsi del perché le persone se ne vanno… nulla potrà mai cambiare. Se i trentenni di oggi non sono capaci di ribellarsi, chi lo farà per loro?

ROBERTO

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Laureati scientifici in Gran Bretagna

postato da Sergio il 13.11.2010, nella categoria Young Expats say
13

Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Denis ed Elena, giovane coppia espatriata in Gran Bretagna, dopo aver inutilmente cercato e inseguito successi professionali in Italia. Agli ascoltatori di “Giovani Talenti” Denis ed Elena hanno scelto di raccontarsi così:

“Questa e` la storia di Denis (anni 32) ed Elena (anni 28), marito e moglie, due ragazzi svegli, intelligenti, apprezzati e stimati da amici e conoscenti. Due ragazzi che si sono conosciuti, amati ed hanno immediatamente capito che per iniziare a costruire il loro futuro insieme non avevano altra scelta che una esperienza lavorativa all`estero.

Elena e Denis partono con un volo sola andata per Londra all’inizio del 2007. Nella loro valigia una laurea in ingegneria civile per Elena e una laurea in matematica e master in marketing and business communication per Denis. Denis ha anche alle spalle un’esperienza di lavoro di cinque anni in consulenza IT, mentre Elena ha un apprenticeship condotto in un’azienda austriaca che si occupa di sostenibilità edilizia.

Ora, dopo quattro anni, Denis è Senior EMEA Sales Support specialist per una delle aziende leader del mercato dell`Internet Security. Unico non inglese nel suo team, e da poco diventato il piu` giovane partecipante dell’EMEA quarterly business review meeting, insieme a tutti i sales e marketing manager dell`azienda. Elena è Sustainability Engineer negli uffici londinesi di una corporate americana del settore. Grazie alla sua consulenza, importanti progetti internazionali hanno ottenuto la certificazione di sostenibilita` ambientale BREEAM (Building Reasearch Establishment Environmental Assessment Methodology). Tra questi ci sono i primi edifici in assoluto ad essere certificati BREEAM in Austria e in Germania.

Durante questi anni vissuti in terra inglese, non possiamo certo dire che sia stato facile. Abbiamo vissuto esperienze positive, altre un po` meno, ma viviamo nella convinzione che se fossimo rimasti in Italia, sarebbe stata ancora piu` dura.

Siamo e ci sentiamo italiani, ci manca il magnifico clima del nostro Paese e lo stile di vita italiano. Amiamo scherzare e fare le battute in italiano, leggere la nostra letteratura e cantare le belle canzoni nella nostra lingua, adoriamo mangiare italiano. Nonostante tutto questo, non ce la sentiamo di farci carico anche dei dolori del nostro bel Paese, di farci prendere a schiaffi da un’economia che non punta e non ha fiducia nei giovani, non dimostra di aver bisogno di loro, non li aiuta e non li fa sentire stimolati e valorizzati. Solo al di fuori dall`Italia siamo riusciti a trovare un ambiente lavorativo giusto, in grado di offrire opportunita` adeguate alle nostre aspirazioni e capacita`.

Chissà se torneremo in Italia! Ci piacerebbe tanto, soprattutto per riavvicinarci ai nostri genitori e amici, ma ci fa molta paura. Paura di gettare via quanto di buono abbiamo costruito in questi anni di esperienza di lavoro e di vita all`estero, paura di costruire una famiglia in un Paese che non offre sicure garanzie economiche e -soprattutto- possa garantire un futuro adeguato ai nostri figli”.

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Proposte per il Rientro dei Talenti

postato da Sergio il 10.11.2010, nella categoria You say
10

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Matteo, che ribalta la questione cruciale posta dalla nostra trasmissione. Lasciate andare i nostri “giovani talenti”, suggerisce Matteo: ma facciamo in modo che vengano poste le basi per un loro ritorno. Matteo propone alcune soluzioni.

Ho 35 anni – quindi mi ritengo ancora un giovane – certamente con qualche talento. Marchigiano di origine, laureato in fisica a 24 anni, la scelta (sbagliata? dipende!) di non lasciare l’Italia, poi il servizio militare, un amore, un bambino, un dottorato in ingegneria del materiali, un posto da “ricercatore” a tempo indeterminato in università (nel mezzo varie esperienze internazionali), la scelta della libera professione (a tempo parziale)…

… una vita familiare felice, molte soddisfazioni professionali, economicamente gratificato …
infine il confronto con i migliori amici di Pavia che hanno lasciato l’Italia: Mario, all’ETH di Zurigo come senior scientist; Cesare, fisico, prima a San Diego, ora a Singapore; Andrea, ha lasciato l’Italia per un dottorato negli USA, ora è imprenditore a San Diego; Lorenzo, post-doc al MIT di Boston, rientrato in Italia, professore a Pavia (l’unico che ce l’ha fatta); Alessandro, dottorato in Olanda, post-doc in Germania, rientrato, ora insegna in una scuola!!! … e potrei andare avanti ancora.

Tutti sono riusciti a costruirsi una famiglia (con coraggio e molti sacrifici). Tutti vorrebbero tornare (forse, un giorno, però …). Nessuno di loro ha avuto/ha l’occasione per farlo.

 Vengo al dunque: la vostra trasmissione pone due domande estremamente intelligenti.
-Perché se ne vanno?
A questo proposito vorrei criticare l’accezione (velatamente) negativa con cui la domanda viene posta, o almeno questa è la mia percezione di ascoltatore. Fare un’esperienza all’estero è fondamentale, direi obbligatorio. Forse bisognerebbe chiedersi perché (al contrario) molti giovani decidono di restare, perdendo l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio di esperienze professionali e di vita.

Il problema enorme non è la “fuga dei giovani talenti” quanto piuttosto il mancato ritorno, e infatti la seconda domanda:
-Cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?
“Affiché restino”, direi che sarebbe meglio non cambiare nulla. Ribadisco il mio precedente punto di vista: è bene che un giovane, sopratutto se ha talento, faccia esperienze internazionali.
Piuttosto le cose dovrebbero cambiare per facilitare (io userei il termine “stimolare”) il rientro dei talenti, in modo che le esperienze acquisite all’estero da queste persone possano essere sfruttate a beneficio della nostra ricerca, tecnologia, produzione industriale, arte, scienze umane, ecc.. India e Cina stanno facendo questo con i loro giovani sparsi nel mondo (specie negli USA).

Il cambiamento deve nascere dal basso.. e deve essere sentito come un’esigenza per la sopravvivenza del nostro Paese.
Nella mia visione le condizioni da realizzare sono:
1) gli italiani dovrebbero capire che è necessario un cambiamento di mentalità
(chi è stato nei paesi anglosassoni/nord europei conosce bene le differenze con la mentalità “latina”… non mi dilungo oltre).
2) è necessario un cambiamento di paradigma nella selezione del personale, sia nel pubblico che nel privato
3) intervenire a livello politico/fiscale per agevolare il rientro (in mancanza delle condizioni 1 e 2 è inutile, chi rientra percepisce i contrasti, e spesso decide di ripartire)
4) concedere posizioni di responsabilità e autonomia alle persone di talento (non devono subire schemi “antichi”, dettati dalla gerontocrazia)

Il tempo farà il resto! 

Ho 35 anni – quindi mi ritengo ancora un giovane – certamente con qualche talento. Marchigiano di origine, laureato in fisica a 24 anni, la scelta (sbagliata? dipende!) di non lasciare l’Italia, poi il servizio militare, un amore, un bambino, un dottorato in ingegneria del materiali, un posto da “ricercatore” a tempo indeterminato in università (nel mezzo varie esperienze internazionali), la scelta della libera professione (a tempo parziale)…

… una vita familiare felice, molte soddisfazioni professionali, economicamente gratificato …
infine il confronto con i migliori amici di Pavia che hanno lasciato l’Italia: Mario, all’ETH di Zurigo come senior scientist; Cesare, fisico, prima a San Diego, ora a Singapore; Andrea, ha lasciato l’Italia per un dottorato negli USA, ora è imprenditore a San Diego; Lorenzo, post-doc al MIT di Boston, rientrato in Italia, professore a Pavia (l’unico che ce l’ha fatta); Alessandro, dottorato in Olanda, post-doc in Germania, rientrato, ora insegna in una scuola!!! … e potrei andare avanti ancora.

Tutti sono riusciti a costruirsi una famiglia (con coraggio e molti sacrifici). Tutti vorrebbero tornare (forse, un giorno, però …). Nessuno di loro ha avuto/ha l’occasione per farlo.

 Vengo al dunque: la vostra trasmissione pone due domande estremamente intelligenti.
-Perché se ne vanno?
A questo proposito vorrei criticare l’accezione (velatamente) negativa con cui la domanda viene posta, o almeno questa è la mia percezione di ascoltatore. Fare un’esperienza all’estero è fondamentale, direi obbligatorio. Forse bisognerebbe chiedersi perché (al contrario) molti giovani decidono di restare, perdendo l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio di esperienze professionali e di vita.

Il problema enorme non è la “fuga dei giovani talenti” quanto piuttosto il mancato ritorno, e infatti la seconda domanda:
-Cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?
“Affiché restino”, direi che sarebbe meglio non cambiare nulla. Ribadisco il mio precedente punto di vista: è bene che un giovane, sopratutto se ha talento, faccia esperienze internazionali.
Piuttosto le cose dovrebbero cambiare per facilitare (io userei il termine “stimolare”) il rientro dei talenti, in modo che le esperienze acquisite all’estero da queste persone possano essere sfruttate a beneficio della nostra ricerca, tecnologia, produzione industriale, arte, scienze umane, ecc.. India e Cina stanno facendo questo con i loro giovani sparsi nel mondo (specie negli USA).

Il cambiamento deve nascere dal basso.. e deve essere sentito come un’esigenza per la sopravvivenza del nostro Paese.
Nella mia visione le condizioni da realizzare sono:
1) gli italiani dovrebbero capire che è necessario un cambiamento di mentalità
(chi è stato nei paesi anglosassoni/nord europei conosce bene le differenze con la mentalità “latina”… non mi dilungo oltre).
2) è necessario un cambiamento di paradigma nella selezione del personale, sia nel pubblico che nel privato
3) intervenire a livello politico/fiscale per agevolare il rientro (in mancanza delle condizioni 1 e 2 è inutile, chi rientra percepisce i contrasti, e spesso decide di ripartire)
4) concedere posizioni di responsabilità e autonomia alle persone di talento (non devono subire schemi “antichi”, dettati dalla gerontocrazia)

Il tempo farà il resto!

MATTEO

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Studio Legale Madrileno

postato da Sergio il 06.11.2010, nella categoria Young Expats say
06

Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Marco Bolognini, 35enne avvocato al lavoro in uno studio legale di Madrid. Marco ha scelto di raccontare personalmente la propria storia ai lettori del blog della trasmissione:

“Mi sono laureato in Giurisprudenza a Bologna, a 24 anni. Dopo una breve esperienza di lavoro in Italia in uno studio legale, mi sono trovato di fronte ad una decisione cruciale, dovuta anche a questioni personali: Italia o Spagna, per vivere e lavorare? Dove avrei voluto creare una professionalità ed una famiglia? Decisi così di fare un periodo di prova in Spagna, grazie ad una borsa Leonardo, presso lo studio legale di un professore ordinario di diritto civile: dopo pochi mesi, non avevo più dubbi su dove stabilirmi.

Ottenni quindi uno stage presso la filiale spagnola dell’allora Banca Commerciale: poi, nel 2001, entrai come junior associate presso lo studio legale Castro, Sueiro & Varela di Madrid, specializzato in corporate finance, ed ottenni l’abilitazione alla professione in Spagna nel 2002. La proposta di lavoro non fu casuale: i soci fondatori – giovani ed intraprendenti – volevano aprirsi sempre più al mercato degli investimenti stranieri. Oggi, dopo un percorso di crescita sostenuto ma ragionato, siamo 35 avvocati, e io sono diventato partner dello studio, responsabile dell’area M&A. Collaboro inoltre come editorialista con il quotidiano economico Expansión.

Quando mi rivedo, giovane ventiquattrenne, alle prese con un dilemma logistico così importante (dove provare a realizzarmi professionalmente?), ringrazio le circostanze della vita che mi hanno spinto a scegliere la Spagna. E ringrazio quel periodo di stage, che fu fondamentale nella scelta. In Italia lo stesso percorso sarebbe stato molto più difficile e meno gratificante: prova ne sono i miei colleghi coetanei che soffrono – soprattutto in provincia – la mancanza di un serio ricambio generazionale sul terreno professionale.

La Spagna, pur se oggi in crisi, rimane un Paese con una classe dirigente giovane e fiduciosa nel futuro. L’Italia non ha una classe dirigente giovane, né a livello politico né a livello professionale. Credo che il nostro Paese riconquisterà la necessaria fiducia nel futuro quando punterà con decisione su chi il futuro lo può costruire: una nuova generazione di professionisti, politici, imprenditori, artisti, scienziati… insomma, una nuova Italia nei comportamenti e negli schemi mentali”.

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

Espatriare

postato da Sergio il 03.11.2010, nella categoria You say
03

Pubblichiamo oggi la lettera del nostro ascoltatore Roberto, dal titolo emblematico: “Espatriare”.

Sono laureato e ho la fortuna di avere del talento musicale. Oggi in Italia se si è onesti, se si è spinti da uno spirito libero che ti spinge ad essere imprenditore di te stesso, a mettere a frutto tutti i tuoi talenti e a fare bene, per te e per gli altri, vengono tarpate le ali – o ci si scontra inevitabilmente con ignoranza, burocrazia, arrivismo, maleducazione, ecc..

Con conseguente frustramento, sconforto e sfiducia. Credo che il “sistema” in cui viviamo in questo Paese, oltre a far di tutto per creare l’ignoranza, spinga volutamente l’intelligenza ad andarsene. Allora via tutti? Certo abbiamo diritto di materializzare sogni e speranze, e di costruire una vita degna di essere vissuta. Ma così non lasciamo il Paese allo sfacelo?

Se tutta questa gente intelligente che è scappata fosse qui a combattere… forse sarebbe meglio per tutti.

Un saluto,

Roberto

 

  • Twitter
  • Facebook
  • LinkedIn
  • email
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Wikio IT

I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it