Giovani Innovatori in Silicon Valley

postato da Sergio il 30.10.2010, nella categoria Nava says
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Puntata veramente da non perdere, oggi a “Giovani Talenti” su Radio 24: vi racconteremo la storia di tre giovani ventenni, inventori e fondatori di “Mashape”, un sito web pronto a partire in Silicon Valley.

Augusto Marietti (22 anni), Marco Palladino (22 anni) e Michele Zonca (28 anni) sono emigrati in California, dopo aver inutilmente cercato di reperire fondi in Italia, alla vana ricerca di qualcuno che credesse nel loro progetto. Negli Stati Uniti hanno trovato tre veterani di You Tube, pronti a finanziarli. Così hanno fatto le valigie e sono partiti. Dietro di loro hanno lasciato la domanda fondamentale: “l’Italia è un Paese per giovani che vogliono puntare sull’innovazione?

Per chi volesse saperne di più, vi anticipiamo alcuni passaggi della lettera che Augusto, uno dei tre, ha scritto prima di lasciare il Paese:

Cara Italia se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come lo dicono i politici in televisione, ci devi investire veramente, devi metterci la passione. Nei nostri ultimi due anni di convivenza, ho visto tanti ragazzi come me che non sono riusciti a partire perché non hanno trovato in te il supporto. Pensa quanti di quelli avrebbero potuto creare valore per te… e per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima“.

LEGGI IL RESTO DELLA LETTERA SUL BLOG “IL TAGLIAERBE” (CLICCA SUL LINK)

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L’amarezza di un ascoltatore – A quando il cambiamento?

postato da Sergio il 27.10.2010, nella categoria You say
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO L’INTERESSANTE LETTERA DI LUCA, ASCOLTATORE DI “GIOVANI TALENTI”

Ascolto costantemente la Vs. trasmissione, così come il resto della programmazione di Radio 24, e vi faccio i miei più vivi complimenti.

Ogni sabato, alla fine del programma, è come se restassi con l’amaro in bocca. Ogni ragazzo o ragazza intervistato delinea un quadro del nostro Paese che è sempre lo stesso.

Un Paese statico, dove è difficile emergere, dove non si fa ricerca e non c’è meritocrazia. Un Paese dove comandano i vecchi ed i vecchi sistemi. E la domanda che mi pongo è sempre la stessa. Ma se tutti quelli che potrebbero avere le carte per cambiare le cose se ne vanno, questo Paese rimarrà sempre lo stesso!

Comprendo che ciascuno pensi, giustamente, prima di tutto alla propria carriera ed al proprio futuro, ma in fin dei conti il formicaio lo fanno le formiche, e, che si voglia o no, il Paese lo fanno i talenti, lo fanno le persone che hanno voglia di fare e hanno veramente voglia di cambiare le cose. Migliaia di giovani col serio desiderio di cambiamento hanno tutti gli strumenti per poterci almeno provare. In fondo, a pensarci bene, dalla Cina all’Iran, sono innumerevoli i casi nei quali sono proprio gli studenti universitari a muovere i primi passi alla ricerca di un vero cambio di rotta.

Ho 38 anni, e da quando ne avevo 23 mi sono messo in proprio, lotto ormai da 15anni nella mia officina meccanica, dove ogni giorno invento, progetto, realizzo, dove ogni giorno raccolgo soddisfazioni e il frutto del mio lavoro, ma anche dove ho a che fare con i palesi problemi di un Paese che solo noi italiani possiamo cambiare.

LUCA

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Fare Lobby a Bruxelles

postato da Sergio il 23.10.2010, nella categoria Young Expats say
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Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Sandra Alverà, 35enne lobbista al lavoro nella capitale europea Bruxelles. Sandra vi è giunta al termine di un percorso assolutamente inconsueto, che l’ha portata dal Veneto fino ad Hollywood, per poi approdare in Gran Bretagna e Belgio. In mezzo un tentativo di ritorno (non riuscito) in Italia.

“Quando ho lasciato Cortina d’Ampezzo all’età di 19 anni non avevo idea di che cosa avrei fatto nella vita. Non desideravo continuare a studiare, ma ritenevo importante apprendere l’inglese. Con in tasca un diploma di scuola alberghiera, partii per Los Angeles con poche lire, ma con tanta curiosità  e voglia di assaporare un ambiente completamente diverso.

Nell’arco di quindici anni mi sono ritrovata a vivere, oltre che negli Stati Uniti, anche nel Regno Unito, in Spagna e in Belgio. Come accade per molti, il «viaggio» non é stato solo un viaggio alla scoperta di nuovi Paesi, persone e usanze ma é stato anche, e soprattutto, un viaggio alla scoperta di me stessa.

Si puo’ partire con l’intenzione di non continuare a studiare e si puo’ tornare con in tasca un Master. Si puo’ partire con l’ intenzione di apprendere una lingua e si puo’ tornare avendone imparate tre. Si puo’ partire senza pretese e tornare esigenti.

Non esigenti nel senso che tutto é dovuto, ma esigenti nel desiderare di poter mettere a frutto per se stessi, e per gli altri, quel bagaglio culturale costruito nel tempo.

Questo in Italia spesso non é possibile. E cosi ci si trova davanti alla dolorosa scelta fra la famiglia o la carriera; fra gli affetti o la realizzazione personale. Scelta non facile, ma putroppo obbligatoria.

Tanti, troppi giovani che in Italia trovano solo un silenzio assordante, in altri Paesi vengono accolti a braccia aperte. Questo dovrebbe farci e farvi riflettere. Per ogni italiano che lascia l’Italia e che non vi fa ritorno, il nostro Paese perde una risorsa importante.

Per quello che mi riguarda, oggi lavoro come lobbista in una multinazionale giapponese a Brussels. Lavoro interessante, ben retribuito e che dà molte soddisfazioni. Una carriera aperta a tutti i tipi di background accademico, che da la possibilità di entrare in contatto con realtà politiche e commerciali di alto livello.

In conclusione, si parla molto sul come fermare questa diaspora e su come incentivare i giovani a investire nel loro Paese.  

Io dico solo che fino a quando si continuerà a parlarne e basta… non ci si potrà aspettare molti cambiamenti”.

SANDRA ALVERA’

  

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Stagista in Fuga?

postato da Sergio il 20.10.2010, nella categoria You say
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA LETTERA AL BLOG “GIOVANI TALENTI” DI FEDERICA, GIOVANE CHE STA PENSANDO SERIAMENTE DI LASCIARE L’ITALIA. LEGGETELA CON ATTENZIONE.

“Sono una dei tanti giovani under 40 alla ricerca invana in Italia di occasioni lavorative retribuite (almeno il giusto per pagarsi un affitto e una pizza il sabato sera) e che permettano di crescere professionalmente oltre che personalmente. Sono una giovane “Made in Italy”, intelligente -nella media- alla ricerca di un lavoro. Ma mi accontento anche di uno stage se finalizzato ad un possibile inserimento in ambito lavorativo. Sono una giovane che “all’apparir del vero” pensa solo che l’Italia sia un Paese per vecchi.

Ho 26 anni e sono laureata, “masterizzata” e pure con parecchie esperienze lavorative (stage, collaborazioni, tirocini universitari) alle spalle. Ho conseguito la laurea triennale in Lettere nel 2005, non appena rientrata dal programma Socrates/Erasmus. Lo stesso anno ho deciso di provare la carta della comunicazione e mi sono iscritta ad un corso di laurea specialistica in comunicazione nella capitale. Durante gli studi ho avuto la fortuna di essere stata selezionata da un’agenzia di stampa radiofonica per uno stage non retribuito, e di partecipare a diversi project work aziendali. Attraverso queste esperienze ho avuto la possibilità di entrare a contatto con il mondo del lavoro, ma -soprattutto- di capire che il percorso che avevo intrapreso è la mia ambizione per il futuro. Mi sono laureata alla specialistica nel 2008 con un ottimo voto ed è -allora- iniziata la mia ricerca del lavoro con la “L” maiuscola.

Diversi colloqui per posizioni di tirocinio/stage non finalizzato all’assunzione, moltissimi iter selettivi in cui era richiesta al neolaureato esperienza almeno biennale o delle competenze eccessive rispetto al contratto offerto, ancora più numerosi i colloqui in cui preferivano i “masterizzati” o residenti direttamente in città, e in cui non era previsto alcun rimborso spese. Troppi colloqui, troppe aspettative deluse, una collaborazione a titolo gratuito, un master in Management culturale costosissimo in una nota università meneghina, pagato con il prezzo dei sacrifici fatti da mamma e papà, e poi? Uno stage non retribuito presso una nota impresa culturale, una collaborazione gratuita per ottenere visibilità su una rivista, un altro stage sempre gratuito in un ente culturale. Oggi mi chiedo: cosa deve fare un giovane per emergere nel mondo del lavoro, e per fare ciò che gli piace? Oggi mi chiedo: ha un senso aver studiato e aver fatto degli investimenti per vivere quotidianamente in questo stato di angosciante di precarietà e di ricerca vana di un lavoro in linea con gli studi? Oggi mi chiedo come un Paese, che possiede un patrimonio di arte, paesaggio, cultura che non ha eguali al mondo, possa sopravvivere se non crede e investe in cultura e, soprattutto, non da’ fiducia alle nuove generazioni?

Non so. Sono perplessa e amareggiata. Mi trovo di fronte ad un bivio: partire o restare? Mi trovo di fronte a un dilemma: a cosa è servito studiare, se non riesco a trovare uno sbocco concreto per mettermi a servizio della cultura del mio Paese e sensibilizzare le nuove generazioni, i cittadini di domani, alle diverse forme di espressione culturale di cui è ricca la mia terra?

Penso che andrò altrove, andrò dove qualcuno mi dia la possibilità di esprimere il mio mediocre talento e, soprattutto, dove qualcuno crede che comunicare l’arte, la cultura, le tradizioni di un Paese sia necessario per migliorare la sensibilità e la vita di una persona!

Stagista in fuga

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Un Medico a Boston

postato da Sergio il 16.10.2010, nella categoria Nava says
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Oggi a “Giovani Talenti” la storia di Giovanni Abbadessa, 34enne medico oncologo al lavoro a Boston.

Una storia di emigrazione, la sua: da Napoli a Milano, poi a Philadelhpia. Prima di approdare a Boston. Il tutto in pochi anni. Pensate che un profilo come il suo sia il sogno nascosto di ospedali e aziende farmaceutiche Aa nord e a sud del Belpaese? Vi sbagliate.

Per la seconda settimana consecutiva “Giovani Talenti” torna a parlare di quei giovani professionisti espatriati per passione… ma poi impossibilitati -di fatto- a rientrare, una volta acquisite all’estero posizioni professionali e competenze di rilievo. Ma come è possibile?

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“Giovani Talenti” su TIME Magazine

postato da Sergio il 13.10.2010, nella categoria Nava says
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Ebbene sì, cari ascoltatori di “Giovani Talenti“: la nostra trasmissione è stata citata all’interno di “Arrivederci Italia”, un lungo reportage di TIME Magazine (il più prestigioso settimanale di informazione mondiale), interamente dedicato al fenomeno dell’espatrio dei giovani professionisti italiani.

Il reportage è da giorni nella “Top Three” degli articoli più letti su “Time Magazine”.

IL LINK ALL’ARTICOLO DI TIME: http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136,00.html

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Nessuna “Uscita di Emergenza” per i Laureati in Legge?

postato da Sergio il 13.10.2010, nella categoria You say
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UNA LETTERA FIRMATA, CHE METTE IN RILIEVO LA DIFFICOLTA’ DI ESPATRIO PER I GIOVANI LAUREATI IN LEGGE… I NEO-AVVOCATI SONO STRETTI TRA L’INCUDINE DI UN’ITALIA A “CASTE” E IL MARTELLO DI UN ESTERO CHE NON OFFRE SUFFICIENTI POSSIBILITA’? LA DISCUSSIONE E’ APERTA.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione quello che ritengo un aspetto problematico implicato nella questione della forzata migrazione dei giovani alla ricerca dell’impiego irreperibile in Italia: l’esistenza di fasce di laureati in possesso di un titolo non spendibile all’estero, perchè non richiesto nel mercato del lavoro internazionale. Ascoltando il Vostro programma, infatti, ho notato che coloro i quali riescono a trovare una sistemazione fuori dall’Italia sono quasi sempre laureati in materie scientifiche, o, in casi marginali, in materie storico/letterarie. Nessuna speranza, invece, appare esistere per una vastissima area di giovani italiani: i laureati in legge. Nella Penisola, il loro ruolo è ben noto (anche se volutamente ignorato da mass media e politica): condannati a languire in grandi o piccoli studi legali italiani, senza retribuzione né garanzie oppure a gestire in proprio mini-uffici costosissimi e affatto remunerativi, causa saturazione del mercato. In entrambi i casi, l’autosufficienza economica difficilmente si raggiunge. Del resto, una collocazione nell’ufficio legale interno di una qualsiasi azienda italiana è poco più che un’utopia, per un giovane laureato o anche abilitato alla professione forense, in tempi in cui la stessa manodopera viene licenziata. Ed oltreconfine? Basta leggere gli annunci stranieri di ricerca di posizioni in ambito legale: in genere, sono richiesti quasi sempre avvocati d’affari, tipologia professionale oggettivamente di nicchia, i cui rappresentanti – mi risulta- in Italia godono di uno status economico (e non solo) alquanto privilegiato, tanto che appare inverosimile prospettare in questo ambito una fuga di talenti, quanto, al limite, qualche singolo episodio di espatrio dettato da esigenze di convenienza, non di sopravvivenza .

Ma oltre ad un carente offerta di impiego, andrebbe rilevata altresì una diversità ontologica nelle figure stesse dei giusperiti italiani rispetto a quelli formati nella mentalità straniera e segnatamente anglosassone: come integrarsi, dopo anni di studi speculativi e teorici (e mi riferisco anche al tipo di preparazione richiesta dall’esame di avvocato), in una prospettiva fortemente e tradizionalmente pragmatica? Che sia questo gap culturale a giustificare il disinteresse verso i giovani giuristi ed avvocati italiani e a decretarne quindi l’ impossibilità di un fuga salvifica, al contrario di quanto avviene per i laureati in materie scientifiche, muniti per definizione di una forma mentis pratica?

LETTERA FIRMATA

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Un ingegnere per l’Archistar

postato da Sergio il 09.10.2010, nella categoria Young Expats say
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Oggi a “Giovani Talenti” vi raccontiamo la storia di Felice Allievi, 32enne ingegnere civile, da due anni al lavoro nello studio dell’archistar Santiago Calatrava, a Valencia. Felice vi è giunto dopo un passaggio lavorativo per la Gran Bretagna. Così ha deciso di presentarsi ai lettori del nostro blog:

“Ho conseguito la laurea a pieni voti in Ingegneria Civile nel marzo 2005, presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sperimentale sull’analisi non-lineare di strutture complesse.

Ho collaborato con l’Ing. Massimo Calda (PRAS Consulting), nella progettazione di complessi industriali e nel restauro strutturale di edifici storici.

Nell’ottobre 2005 ho ottenuto l’abilitazione professionale, mi sono iscritto all’albo dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma e mi sono trasferito a Londra, dove ho lavorato per due anni come “Project Civil Engineer” nello studio Furness Partnership. In questo periodo ho maturato rilevanti esperienze nella progettazione di complessi sportivi, centri commerciali ed edifici residenziali, gestendo commesse per un valore massimo di 40M di euro.

Dal 2008 lavoro nello studio di Valencia dell’Arch. Santiago Calatrava, in qualità di Senior Structural Engineer: attualmente sono responsabile della supervisione tecnica per la costruzione della “Stazione AV di Reggio Emilia” (Italia, valore 70M euro), e collaboro alla progettazione strutturale del “New York WTC Trasportation Hub” (USA, valore 3000M di euro) e della “Estacion do Oriente Lisboa” (Portogallo, valore 100M di euro)”.

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“Non posso dire di essere un talento, ma…” – Lettera da Nantes (Francia)

postato da Sergio il 06.10.2010, nella categoria Young Expats say
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA LETTERA DI LICIA, GIOVANE ESPATRIATA ITALIANA TRA FRANCIA E DANIMARCA. UNA LUCIDA, E SPIETATA, ANALISI DEL PERCHE’ -COME SCRIVE LEI- L’ITALIA NON APPARE UN “PAESE NORMALE”. SOPRATTUTTO PER I GIOVANI DI TALENTO, PIENI DI SPERANZE. DA LEGGERE CON ATTENZIONE.

Non posso dire di essere un talento, ma sono giovane e mi sento in diritto di avere la speranza di diventarlo.

Contrariamente a molti che sono partiti perché delusi o senza scelta, io ho giocato d’anticipo. Tre anni fa infatti, all’ultimo anno di triennale, sono partita un anno in Danimarca con il pregetto Erasmus… e da allora non sono più realmente tornata nel Belpaese.

Non ho collezionato esperienze lavorative negative perché, in Italia, non ho mai lavorato. Tuttavia, anche se non ho vissuto in prima persona il sistema lavorativo italiano, ho visto da vicino un sacco di persone con un bel po’ di co.co.co, co.co.pro e stage gratuiti alle spalle, proprio nel ricco Nord.

Il problema dell’Italia sono la corruzione, le raccomandazioni, il sistema clientelare… ahimé, così storicamente radicati nella nostra cultura. Queste cose si sanno e si vedono. Ma alla radice di tutto questo, sotto, sotto, cosa c’è? Non so bene come definirla, ma mi viene di chiamarla “fascinazione per il potere”.

In Italia ogni singola persona con un minimo di potere, di fronte a uno di un “grado minore” di anzianità o altro, (vedi noi giovani) tende a porsi su un gradino più in alto. Non importa quanto sia poi in realtà l’ultimo pezzente, in ufficio, o in azienda, fosse quello che mette la carta igienica nei bagni, state certi che è pronto a dimostrare che senza carta igienica non si va avanti. Questo fa sì che si sia sempre nella situazione di dover chiedere, anche se siamo noi ad offrire qualcosa. Con gli stage per esempio, tu lavori gratuitamente, o quasi, e le aziende ti fanno credere che siano loro a darti un’opportunità. Non importa se alla fine quello che impari è solo ritirare la posta e fare dei deliziosi caffé in capsula. Il problema vero è che poi finisci per sentirti riconoscente per davvero. Almeno finché non passi la frontiera, ti guardi intorno, e capisci che il tuo Paese non è normale. Così, mentre in altri Paesi sono le aziende ad essere interessate a te, perchè ti vedono come una potenziale risorsa, in Italia sei sempre tu a chiedere.

E’ tutto al contrario! Senza contare il fatto che, in Italia, non hanno ancora capito (o non vogliono capire?) che una persona contenta e soddisfatta lavora meglio, e che le famose “risorse umane” dovrebbero servire a garantire un ambiente di lavoro sereno e condizioni di lavoro agiate, mentre da noi distribuiscono solo i buoni pasto. Questo in Italia è normale.

 Anche l’educazione italiana rispecchia il nostro sistema in cortocircuito. Avendo esperienza sia dell’università italiana sia di quella danese, mi sento di affermare che la nostra preparazione teorica è molto più consistente. Tuttavia, se dovessi pensare al concetto che sta alla base della nostra educazione, tralasciando le poche eccezioni, è che gli studi sono un obbligo cui adempiamo controvoglia. I professori sono “autorità”, più che guide. In breve, se lo scopo è imparare, in Italia i professori sono la controparte (non mi riferisco a persone specifiche, ma proprio al pensiero che ogni studente ha), mentre in Danimarca, per esempio, studente e professore sono dalla stessa parte della barricata.

Ma finché stavo in Italia mi sembrava normale così, e quella mi sembrava l’unica educazione possibile.

 All’estero sembra davvero tutto più facile. Io ho preferito tentare di diventare giornalista all’estero, da straniera, con una lingua non mia, piuttosto che tentare di diventarlo in Italia. Magari sbaglio, ma malgrado la lingua, mi sembra comunque meno impossibile che a casa mia. Al momento sono in stage a Nantes, come giornalista radiofonica. Dopo la prima settimana mandano già in onda i nostri lavori, facciamo interviste e ci vengono affidati totalmente alcuni programmi (per tornare agli stage non pagarti, in Francia esiste una legge che impone il pagamento di un terzo dello SMIC (salario minimo), quindi al momento 417 euro al mese, più rimborso della carta per i trasporti.)

 Ormai è qualche anno che vivo in Europa, un po’ in Francia e un po’ di Danimarca con qualche tappa londinese. Ho fatto sia esperienze di studio sia lavorative. Se tutto va bene, tra un anno prenderò una laurea specialistica danese e -sinceramente- di tornare in Italia per un lavoro malpagato non mi va. Sono giovane ed ho il diritto di continuare a sperare di essere (concedetemi un romantico…) felice. Se mi immagino in Italia, mi vedo “galerer” (fantastico verbo francese traducibile con un nostrano “farsi il mazzo”) in una città nevrotica, in cui perdo ore solo per recarmi al lavoro.  Il progetto dunque è di restare in Danimarca, e, grande città o no, inforcare la mia bicicletta per andare al lavoro, sfrecciando su una lunga e sicura pista ciclabile, fermarmi alla luce rossa e ripartire solo quando scatta il verde. I danesi non sono facili da avvicinare e hanno abitudini da vichinghi. Non vestono Armani, mangiano patate e bacon e la loro cultura alcoolica ancora non riesco a farmela piacere. Ma è tutto parte del loro modo di essere, di quella loro cultura che mi fa dire che là il mio lavoro sarebbe riconosciuto e apprezzato, e soprattutto, che non dovrei vendere la mia dignità per ottenerne uno.

LICIA CAGLIONI

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Archeologa d’Oltremanica

postato da Sergio il 02.10.2010, nella categoria Young Expats say
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Oggi a “Giovani Talenti” la storia di Patrizia Pierazzo, 33enne archeologa veneta al lavoro presso il “Museum of London”. Storia bellissima e a lieto fine la sua: Patrizia ora svolge il lavoro dei suoi sogni in Gran Bretagna. Mentre tanti altri suoi colleghi hanno dovuto abbandonarli, quegli stessi sogni, in Italia. Che paradosso… per il Paese-scrigno dei maggiori tesori archeologici! Patrizia ci ha inviato un contributo, che pubblichiamo integralmente.

Complici i media che in Italia -ogni giorno- bombardano con notizie dal Regno Unito, Londra e’ diventata negli ultimi tempi la meta preferita dei giovani italiani. Ce ne sono tantissimi: arrivano, restano in media un paio d’anni, si divertono, fanno esperienze di vita e poi tornano in Italia.

La mia storia e’ diversa: io a Londra ci sono arrivata a 28 anni, stremata da una ricerca di lavoro faticosa e inutile, perche fare l’archeologo in Italia e’ un’impresa impossibile. Nessun valore a laurea, esperienza di lavoro sul campo, tesi di ricerca  impegnativa. L’unica cosa che mi faceva lavorare era la conoscenza delle lingue e la mia naturale propensione a lavorare con il pubblico. Tanti anni di studio buttati via (temevo…).

Cosi sono partita, in tasca un posto da volontario Assistente Curatore presso il Museum of London, ottenuto dopo mesi di contatti e un colloquio, e pochi risparmi sufficienti per vivere a Londra per 3 mesi.

Ora eccomi qui, dopo quasi 5 anni, a fare un lavoro che mi appassiona ogni giorno e che purtroppo l’Italia, nella sua complessità, mi ha negato.

Trasferirsi costa fatica, soprattuto in un paese culturalmente cosi diverso, tuttavia correre rischi spesso appaga le ambizioni e favorisce enormemente la crescita umana e culturale.

La situazione dell’archeologia in Italia in questo momento mi preoccupa, e vedo poche possibilità di ritorno per me, soprattutto dopo l’esperienza di Londra, in cui lo scavo archeologico e lo studio storico degli edifici fanno parte dei lavori essenziali in un cantiere edilizio, publico e privato. Qui e’ tutto molto organizzato e non esistono i cantieri bloccati per anni che, comprensibilmente, spaventano i costruttori in Italia. C’e’ un budget, un tempo limite e si lavora finche i mezzi meccanici demoliscono o costruiscono l’edificio in questione. Non e’ facile… tuttavia il sistema funziona e il settore archeologico si autofinanzia e sopravvive bene. Nel mio lavoro ho il lusso di avere un contratto a tempo indeterminato con contributi vari (come la pensione). Inoltre, ho la possibilta di migliorare attraverso corsi (pagati dal datore di lavoro) e di proporre e veder approvati  progetti di ricerca personali. Fantascenza per l’Italia. Un peccato, considerando che la nostra formazione universitaria e’ (o almeno lo era, con il vecchio ordinamento) il fiore all’occhiello d’Europa.  

Purtroppo l’archeologia italiana dovra fare passi da gigante per essere equiparabile a quella inglese, dal punto di vista tecnico e soprattutto legislativo.

Io però ancora sogno, qualche volta, un ritorno in grande stile a Venezia, con un posto di lavoro nel settore archeologico.

PATRIZIA PIERAZZO

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