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E’ veramente incredibile, in un Paese come l’Italia, culla universale dell’arte, ricevere lettere come quella della nostra ascoltatrice Benedetta.
Leggendola ti rendi conto di quanti anni buttati al vento abbiamo alle spalle. Di quale classe dirigente rozza e incolta abbia gestito il Paese per decenni, sperperandone i veri tesori e il vero valore aggiunto. E di quanto ne stiano pagando -oggi- le conseguenze i giovani.
Se avete suggerimenti o consigli per Benedetta, rispondendo alla sua domanda finale, scriveteci a: giovanitalenti@radio24.it Le passeremo il messaggio!
“Gentile Redazione,
sono una vostra ascoltatrice abituale. Ho trent’anni, una laurea col massimo dei voti in Storia dell’Arte conseguita alla Statale di Milano, un dottorato di ricerca in corso e pubblicazioni alle spalle su riviste e cataloghi. Coordino da anni la catalogazione di un’Archivio di 12mila fotografie storiche.
Conosco il francese, l’inglese e studio tedesco.
Vorrei continuare a fare ricerca e studiare, ma la Storia dell’Arte non è mai considerata una disciplina sulla quale investire… perché non genera reddito.
L’opinione comune è che lo storico dell’arte abbia scelto questa strada perché è un figlio di papà che può permetterselo. Si pensa che sia una strada di comodo, una disciplina facile, studiata giusto per conseguire una laurea.
Il campo è ampiamente screditato da un’editoria rumorosa, di scarsa qualità e superficiale. Vengono allestite mostre in continuazione, che non sono frutto di ricerca e studio, alimentate da un mercato degli sponsor che non ha a cuore l’approfondimento culturale e una seria divulgazione. Questo stato di cose ha ingenerato l’opinione che gli storici dell’arte siano dei ciarlatani e che il loro lavoro non debba essere giustamente retribuito.
In realtà la storia dell’arte è la materia che in assoluto richiede la cultura più vasta, perché per fare ricerca in questo campo bisogna avere solide conoscenze di storia, letteratura, geografia, lingue ecc. E’ una materia che non sta in piedi da sola.
In Italia mancano del tutto le prospettive, perché lo Stato non bandisce più concorsi pubblici per le Soprintendenze e i Musei.
Da tempo sto pensando di andare a studiare all’estero, ma mancano i canali di mediazione, perché a differenza di tutti i lavori che trovano sbocco in un’azienda, lo storico dell’arte non è una figura ricercata dal mercato.
Siete a conoscenza di canali che mettano in contatto con l’estero in questo campo?
BENEDETTA
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Ve lo ricordate Dario Dall’Oste? E’ stato protagonista, lo scorso novembre, di una puntata di “Giovani Talenti” (clicca qui per maggiori informazioni): pochi giorni fa ci ha riscritto. Sconcertato. Nei mesi trascorsi, nonostante il suo messaggio on air fosse stato prevalentemente dedicato alla necessità di riconnessione tra i talenti italiani all’estero e il tessuto produttivo del Belpaese… nessuno si è fatto vivo dalla Penisola, per cercare un contatto professionale.
Dario ha così preso carta e penna (virtuali), scrivendoci questa bella, ma amara lettera:
“Ciao Sergio,
non abbiamo più avuto occasione di sentirci, quindi decido di scriverti per ringraziarti.
A distanza di qualche mese, ogni tanto riascolto il mio podcast ed anche grazie a questo capisco di aver fatto e di star facendo qualcosa, per me, di importante… che nonostante sia dura e i sacrifici, miei e della mia famiglia, siano tanti ed importanti, ne è valsa la pena… l’investimento ha dato frutti e ne darà ancora.
Però più ci penso e più mi riesce difficile capire.
Leggendo le storie che racconti si sentono percorsi fantastici, talenti che esplodono, gente con le palle che -nonostante ostacoli di ogni tipo- ha dimostrato di saperci fare. Persone dotate di capacità e senso etico, a cui non piacciono le scorciatoie. Però, dalla sponda italiana, tutto tace.
Perchè le nostre aziende non approfittano dei professionisti scovati da te in giro per il mondo? Per certi aspetti, Giovani Talenti è un servizio di headhunting eccezionale. In fin dei conti presenta al pubblico professionisti a cui altre aziende hanno dato fiducia, posti di responsabilità e risorse da gestire e ne hanno tratto beneficio, soddisfazione, guadagno!
Io stesso pensavo, forse speravo, che la trasmissione mi desse un po’ di visibilità, suscitasse magari l’interesse di qualcuno, potesse essere un mezzo per nuovi contatti professionali in patria.
Zero, nulla, niente, silenzio.
Ah no, non proprio nulla: molte persone mi hanno contattato via e-mail e attraverso Linkedin per congratularsi, in qualche caso raccontarmi la loro storia e chiedermi, per quanto mi potessi rendere utile, qualche consiglio… su come venire in Lussemburgo, su come andarsene dall’Italia, su quali recruiter esteri contattare, o semplicemente mandandomi il loro curriculum.
Bel segno comunque vedere che in un Paese che naviga a vista, dove il merito cerca di sopravvivere ed il talento fa fagotto… molti non si rassegnino e si rimbocchino le maniche.
Beh, se qualcuno ci vuole noi siamo qui“.
DARIO
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La discussione del mese di aprile, appena conclusosi, ha raccolto diversi feedbacks, via e-mail e sui social network collegati a “Giovani Talenti”.
Grazie innanzitutto al nostro ascoltatore Giampiero, che l’ha suggerita. Ve la ricordiamo, per brevità: “Come dare un’opportunità ai giovani, favorire il ritorno in Italia dei talenti, e cambiare la classe dirigente della pubblica amministrazione? Si può prevedere che dirigenti, direttori e amministratori di nuova nomina dimostrino nel curriculum almeno due anni di lavoro all’estero, quantomeno in Paesi del G20, come condizione obbligatoria e imprescindibile?”
Di seguito due reazioni, entrambe di nostre ascoltatrici, con visioni completamente opposte sul tema. Leggetele con attenzione:
-CLIZIA – SI’!
“Risiedo a Zurigo da piu’ di 2 anni, e sono d’accordo con l’idea che i futuri dirigenti e direttori presentino nel loro CV una consistente esperienza all’estero.
-CHARIS – NO!
Questo porterebbe una ben piu’ ampia veduta e maggiori idee nella risoluzione dei problemi che ogni giorno si troveranno ad affrontare e dover risolvere.
La frase “Il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma” (B. Chatwin) - penso esprima al meglio l’importanza di vedere cose nuove e fare esperienze fuori dai confini nazionali.
Molte volte “you don’t need to reinvent the wheel”, ma solo applicare le best practices già in uso in altri contesti.
Nella mia quotidianità mi trovo spesso a usufruire di servizi eccellenti erogati dal Cantone di Zurigo, e mi domando: “Non potrebbero in Italia prendere spunto e fare lo stesso?”.
O per lo meno provarci…!”
“No, decisamente non si può prevedere come condizione obbligatoria ed imprescindibile. Ritengo sia in evidente contrasto con il principio del merito. La proposta taglierebbe fuori dalla possibilità di accedere alla classe dirigente tutti coloro che, non avendo una robustezza economica alle spalle, come una famiglia agiata, non hanno questa possibilità.
Inoltre il fatto di avere due anni di lavoro all’estero non garantisce di avere dei buoni dirigenti in Italia: i contesti di azione, che hanno ovviamente un peso rilevante, possono essere profondamente diversi.
E se non c’è l’ intelligenza e la sensibilità di capire che occorre trasporre le esperienze, piuttosto che fare ” copia e incolla”, potrebbe essere talvolta dannoso.
Semmai dovrebbero essere le Pubbliche Amministrazioni a preoccuparsi di formare adeguatamente la propria classe dirigente”.
+++BUON PRIMO MAGGIO!+++
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Per un puro caso, ospitiamo questa settimana quella che possiamo considerare -almeno in parte- la risposta all’imprenditore che una settimana fa (clicca qui per leggere il “post”) lamentava le enormi difficoltà ambientali e burocratiche con cui le nostre aziende si trovano a combattere oggi, rendendo molto difficile l’assunzione di giovani competenti e qualificati.
Angelo, che scrive oggi, un passato da sindacalista alle spalle, analizza con lucidità e onestà intellettuale i meccanismi di selezione interni alle nostre (ovviamente non tutte) aziende. Il quadro che traccia Angelo fa emergere un paradosso: imprenditori innovativi e illuminati da una parte, forza-lavoro disponibile a seguire un progetto concreto dall’altra… e quadri intermedi impegnati solo a selezionare mediocri, amici e parenti, in un circolo vizioso che fa crollare la qualità della classe dirigente. E’ questo il vero problema? E’ qui che occorre andare a incidere? A voi la riflessione, insieme alla bella lettera di Angelo:
“Gentile Sergio Nava,
seguo spesso la sua interessante trasmissione e vorrei esprimere un mio parere. Condivido tutte le critiche che si fanno al sistema politico e alla nostra storica cultura della “raccomandazione”.
Spesso però si dimenticano le colpe che hanno tanti imprenditori nel gestire le aziende e il personale, specialmente quello più qualificato. Ho lavorato 35 anni in una media azienda privata (250 dipendenti) del settore elettromeccanico/elettronico ben condotta e innovativa.
Avendo fatto anche il delegato sindacale di fabbrica, ho comunque avuto modo di verificare, nei vari incontri con la Direzione, come siano state poco incentivate le assunzioni di ingegneri, periti e impiegati di un certo livello, perchè venivano loro proposti inquadramenti salariali pari a quelli di un operaio specializzato, non si dava loro una concreta prospettiva di miglioramento nella gerarchia e nell’autonomia - insomma, non si dava loro fiducia e stimoli adeguati.
E questo perchè, al di là della buona capacità imprenditoriale dei titolari (ricerca, investimenti, rinnovo e nuovi prodotti, accordi fatti con la RSU per la produttività, ecc.), la gestione del personale veniva affidata ad altri, che puntavano a non farsi scavalcare e che imponevano la propria visione senza ascoltare le proposte dei collaboratori (e tanto meno quelle della RSU), a favorire quelli più ossequiosi, a mantenere equilibri interni anche se controproducenti per l’azienda.
Si nominavano capireparto/capiufficio in base all’obbedienza che manifestavano verso i superiori o per parentela/amicizia, e non in base alle loro effettive capacità tecniche e di gestione del personale: insomma, non avevano una cultura lungimirante dell’importanza di avere personale motivato e soddisfatto.
E così tanti “giovani talenti” non hanno accettato, o dopo un po’ se ne sono andati.
Comunque l’azienda andava bene, per cui anche i titolari non lo ritenevano un grosso problema e riconfermavano fiducia a queste persone. Adesso sono in pensione e spero che in questa azienda qualcosa sia cambiato.
E parlo di un’azienda sana e per tanti versi ben gestita, che è cresciuta non guardando solo al costo del lavoro, ma innovando, con attenzione alla qualità e reinvestendo gli utili… figuriamoci cosa sarà successo in tante altre piccole e medie aziende, che hanno guardato solo al guadagno immediato, senza avere una visione lungimirante e strategica del futuro.
Qui in bergamasca c’era un distretto molto attivo nel settore tessile. Anni fa questi industriali hanno venduto i propri macchinari in India, Cina e altri Paesi emergenti, ed erano contenti di aver guadagnato. Dopo qualche anno questi produttori, con quei macchinari, hanno iniziato a invadere il mondo con i loro prodotti a basso costo, mentre i nostri non hanno innovato, hanno litigato tra loro su nuove prospettive di unirsi e di creare un polo tecnico/innovativo del settore.
Risultato: tutto quel distretto è in crisi profonda, con chiusure di tante fabbriche e gente a spasso.
Penso che la sua trasmissione potrebbe evidenziare anche questo aspetto, ed essere da stimolo alle aziende a guardare più avanti: non credo si possa pensare di crescere lasciando fermi o diminuendo i salari, e guardare solo al costo del lavoro”.
ANGELO
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Ha ragione, Cesare, piccolo imprenditore ascoltatore di “Giovani Talenti”: spesso, le piccole aziende italiane (o, almeno, una parte di esse), appaiono come “convitati di pietra”, all’interno delle nostre puntate. Le difficoltà che i nostri giovani talenti hanno nel farsi assumere in un settore (quello delle PMI) che -dati alla mano- rappresenta circa il 95% del tessuto produttivo italiano, emergono in modo evidente.
Cesare ha preso carta e penna (virtuali) per esporci le sue ragioni: su tutti, i mille ostacoli, burocratici, e fiscali, che comprimono irrimediabilmente il potenziale del nostro tessuto produttivo. Lo ha fatto con onestà intellettuale, e lo ringraziamo per questo.
Noi restiamo pure convinti che le difficoltà attuali siano -nel quadro generale- figlie di errori del passato: errori culturali (mancato inserimento di figure manageriali e qualificate, quando lo si poteva fare), errori di mancati investimenti negli anni delle vacche grasse, errori di mancate espansioni e aggregazioni per fare massa critica e produttiva, errori di mancato sviluppo della parte R&S… almeno -ribadiamo- quando lo si sarebbe potuto fare. E’ evidente che ora la situazione sia molto delicata. Ma una seria politica industriale avrebbe potuto evitare tutto ciò, se avessimo agito con una visione del futuro.
Apprezziamo però molto il coraggio di Cesare, di mettere nero su bianco quella che -oggi- è una vera e propria “via crucis”:
“… non sono giovane
… non sono un talento
… non ho meno di 40 anni ( ne ho 60 )
… non sono espatriato
E allora perché le scrivo ? …perché sono un imprenditore e – premetto che RADIO 24 è una sorta di accompagnamento sonoro della mia vita casalinga, e non.
…dicevamo, perché Le scrivo ? Perché mi sembra che gli imprenditori italiani siano una sorta di “convitato di pietra” alla sua trasmissione.
I giovani, talentuosi o meno, di questa nostra nazione, se vogliono lavorare devono espatriare, come sta succedendo anche ai miei nipoti. I motivi, le colpe sembrano, nella sua trasmissione, in parte essere addossati ai piccoli imprenditori.
Le voglio spiegare, in modo estremamente sintetico, sulla nostra -volevo dire, sulla mia- situazione:
1° Un impiegato tecnico di una piccola azienda costa una notevole quantità di denaro, oltre ai soldi dati al dipendente bisogna versare una grossa “tangente” allo Stato: circa il 228% del salario del dipendente.
2° La presenza di un dipendente in più modifica i calcoli dell’IRAP a fine anno… e sono altri soldi da dare allo Stato.
3° Un dipendente in più modifica l’organizzazione che deve essere improntata per le varie leggi sulla sicurezza in AZIENDA ( UN ARMADIO DI BUROCRAZIA ).
4° Un essere umano che entra in azienda comporta una serie di costi: dalla scrivania, al telefono, all’armadietto ecc ecc. Altri costi !!!
Se la crisi picchia duro sulle imprese, lo Stato Italiano è peggio di un fabbro… le faccio una piccola sintesi di una e-mail che ho ricevuto dal mio commercialista qualche anno fa: ”Cesare, quest’anno hai fatto trentamila euro di utile , devi pagare dodicimila euro di IRES e quattordicimila euro di IRAP”. Quanti commenti si possono fare su un rendiconto del genere? NON SO: con che cosa capitalizzo l’azienda? Con che fondi faccio ricerca/sviluppo ?
Quando, Dottor Nava, un neolaureato (talentuoso fin che vuole) si trova a colloquio con un piccolo imprenditore nazionale, pensi a che turbine di sentimenti percorre il cuore e la testa dell’ dell’interlocutore!!! Con il poco lavoro che c’è … con questo Stato, riuscirà questo ragazzo a pagarsi le spese che, INVOLONTARIAMENTE, impone all’azienda ?
Mi sembra che il punto di vista delle piccole aziende italiane non sia correttamente rappresentato nella sua trasmissione e mi sono permesso di scriverLe.
Noi, piccoli imprenditori, non abbiamo delle condizioni difficili, ABBIAMO DELLE CONDIZIONI IMPOSSIBILI”
CESARE
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Ready to go! A “Giovani Talenti” scrive non solo chi desidera espatriare, o è già espatriato: testimoniamo in presa diretta anche chi sta lasciando -proprio in queste settimane- il Paese. E’ il caso di Marta, la nostra ascoltatrice in procinto di seguire il marito negli Usa, a Detroit. Per provare a ricominciare. Lasciandosi alle spalle un Paese che ha finito di promuovere ogni sana valorizzazione del talento. Un Paese fatto solo di chiacchiere…
“Buongiorno,
mi chiamo Marta, ho 30 anni e sono in partenza per gli USA, Detroit Area per l’esattezza. Il motivo? Diciamo il talento… di mio marito.
Trentenne come me, una laurea triennale in informatica, un paio di stage RETRIBUITI (mica come quelli che ho svolto io gratis et amoris Dei) e il lavoro trovato nel settore dell’automotive. Dapprima come consulente di una società esterna “dislocato” all’interno di una grande azienda del settore, poi assunto in quella stessa azienda, dove si è guadagnato in qualche anno la stima e la benevolenza di capi, capi dei capi e di quelli sopra di loro. Certamente perchè vale.
Beh, non pecco di vanità se ammetto che anche io sono considerata un talento. Anzi, ero IL talento a scuola, all’università e anche ora nella società di PR e Comunicazione in cui lavoro ormai da quasi cinque anni, grandissime soddisfazioni e ricompense (personali), e pochissime dal punto di vista della remunerazione e dell’avanzamento di carriera (formale, perchè in via informale il carico di responsabilità è via via aumentato sino a divenire il braccio destro del Capo Divisione), cosa che non mi dispiace affatto in quanto mi ha consentito di crescere moltissimo sul piano professionale.
Ma, dopo l’ennesima promessa di aumento di livello, ovviamente non mantenuta, l’ennesima mia presentazione ai boss globali della società quale “talento” su cui puntare in vista di un’integrazione delle competenze a livello worldwide etc., anche questo non mantenuto, eccetera eccetera…
Quando mio marito ha ricevuto la proposta di “espatrio temporaneo” per un paio d’anni in zona Detroit… non me lo sono fatta ripetere due volte: “io mollo tutto e lo seguo”! Lascio un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio certamente migliorabile ma comunque accettabile, una garanzia sul futuro in cambio di… non lo so.
Non lo so, è vero, ma so che sono elettrizzata all’idea di rimettermi in gioco, di ricominciare tutto da zero, di mettere alla prova le mie competenze “lobbistiche” nel paese in cui la lobbying è nata e in cui è ancora sinonimo di democrazia.
Non mi spaventa andarmene da un Paese in cui la tua società si scusa per non poterti ancora dare l’aumento che ti aveva promesso, ricordandoti -allo stesso tempo- che “di questi tempi ci sono un sacco di persone della tua età ancora disoccupate”.
Non mi spaventa andarmene da un Paese dove se vuoi far carriera un figlio te lo scordi almeno fino ai 40 anni. Non mi spaventa. Anzi, è il Paese stesso che mi dà la carica per andarmene.
Se vi farà piacere, vi terrò aggiornati. Magari con qualche “chicca” da Detroit!”
MARTA
03
Ricevere lettere come quella di Laura, una delle nostre ascoltatrici più giovani, ripaga di tutto il lavoro fatto in questi anni. Il suo è un inno ai giovani, un inno al talento, un inno al futuro. Dovunque esso sia. Quale modo migliore, di iniziare il mese di aprile di “Giovani Talenti”?
“Sono Laura, ho 17 anni, e appena terminati gli studi vorrei andarmene dall’Italia: siamo arrivati nella situazione più deplorevole che possa esistere, tutto è al degrado, e io non vedo e non trovo il mio futuro.
Preferisco partire per avere esperienze nuove, per poter osservare più da vicino i problemi del mondo. Perché in fin dei conti, tutti i Paesi hanno dei problemi e noi giovani dovremmo risolverli… ma come?
Basterebbe che le persone più grandi di noi ci ascoltassero maggiormente, senza snobbarci alla prima parola detta.
Non voglio vivere ogni giorno felice, questo lo lascio alle persone che sono egoiste, prepotenti e disoneste: io desidererei avere l’opportunità di girare il mondo e descrivere ogni cosa bella ed ogni cosa brutta che c’è.
Purtroppo non posso fare viaggi, trasferirmi all’estero, non posso fare un corso di lingue per potenziare al meglio il linguaggio… non ne ho la possibilità, questo perché non ho fondi, come tutti gli italiani in questo periodo.
Essendo una ragazza che sogna, il mio desiderio più grande è di svegliarmi da questo incubo straziante che divora l’anima ogni minuto, ogni secondo, ritrovandomi con un’Italia migliore e più aperta nel campo dei giovani”.
LAURA
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Lettera da brividi, quella che ci invia Marta da Lipsia. Lettera scritta solo apparentemente con un tono pacato e tranquillo… la carica “rivoluzionaria” che cela sotto la superficie è semplicemente dirompente. Da leggere. Fino in fondo. Senza perdere una sola parola. Grazie davvero, Marta! Bis bald!
“Vivo abroad da più di due anni e, sommandoli a quelli vissuti in diversi Paesi del mondo che mi hanno fatto diventare “italiana all’estero” ed “estera” in Italia, ho vissuto (studiato e lavorato) quattro anni dei miei ventiquattro all’estero. Eppure sono successe così tante cose in questi quattro anni di vita, che a volte mi domando se siano il doppio di quel numero.
Sono fortunatamente cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato il valore del viaggiare, del conoscere, del rispettare la cultura dell’altro, di quello che troppe volte è definito “diverso”. Ricordo ancora con un sorriso quando da piccola dicevo che avrei voluto “fare l’hostess”, perché queste belle signorine negli aerei, così gentili e che servivano Coca Cola (che la salutare mamma italiana non mi concedeva di bere in altre occasioni) creavano in me un’idea esotica, di una vita sempre all’avventura. Ora, con il senno di poi e dopo decine di voli “lowcost”, sono contenta che quello sia rimasto un sogno d’infanzia.
Sto frequentando a Lipsia (Germania) l’ultimo anno di un Master internazionale (quello che in Italia è definita laurea specialistica) che mi permette ogni giorno di vivere, condividere e confrontarmi con ragazzi e ragazze, future società da tutto il mondo: Asia (quanti asiatici!), Africa, Americhe ed Europa. Ogni giorno, la nostra quotidianità è basata su quello che è comunemente considerato strano, o quasi irreale. Ad esempio? Si discute con compagni di corso cinesi su come -infine- Piazza Tienanmen sia più importante (come concetto) per noi Europei, che per loro Cinesi. O di aiuti umanitari con compagni provenienti dall’Africa, che illustrano come molte medicine gratuite inviate da importanti organizzazioni umanitarie internazionali vengono molto (troppo) spesso rivendute a prezzi esorbitanti. Questo nuovo modo di rapportarsi e considerare “l’altro” cambia completamente il tuo punto di vista e ti fa chiedere: “ed io, da che Paese vengo? Come mi posso definire?”
Ho sviluppato dei sentimenti contrastanti verso la mia madrepatria: conosciuta per la sua eleganza, il buon cibo e l’irresistibile fascino italiano ma anche per la mafia, per la corruzione e per gli (inutili) sprechi dei precedenti Governi, mi sono trovata ad arrossire per alcuni complimenti, mentre a volte ho ringraziato il cielo, quando, la mattina, prima di dirigermi verso l’Università, non c’erano titoli sarcastici sui giornali internazionali per cui dovevo preparare una giustificazione per il mio Bel Paese.
Il fatto è che io qui, ora in Germania, posso veramente dire quel che penso. Posso esprimermi all’interno dell’Università, criticare una teoria di un professore, senza subire un richiamo o, peggio, senza essere ignorata. Qui noi studenti, quelli che “non hanno idea perché non hanno esperienza lavorativa” (come molti –troppi-considerano in Italia), abbiamo una voce, siamo ascoltati, veniamo VALORIZZATI. Non siamo solo semplicemente studenti, ma siamo il futuro di questa società che si sta barcamenando in acque pericolose. Siamo la speranza per qualcosa di diverso. Siamo la speranza che il diverso, lo straniero diventi motivo di cooperazione e crescita , non di divisione e bigottismo verso altre idee.
Ho svolto il mio triennio in uno degli atenei del Nord Italia. Tuttavia, da quando ho iniziato il mio corso di studi all’estero, spesso mi cresce dentro un grande risentimento verso quella triennale che, dopotutto, allora non sembrava molto male. Mi sono resa conto come gli altri compagni di corso, colleghi europei e non, avevano già sviluppato nei loro corsi dei loro studi l’abilità di discutere e argomentare perché qualcuno CONSIDERA le loro opinioni. Troppo spesso in Italia si valuta uno studente non per tali abilità e varietà di idee, che sono quelle che veramente servono per proprio futuro lavorativo e di vita, ma per aver passivamente assorbito norme e nozioni che sono spesso dimenticate dopo un esame.
Ci si può immaginare come questa realizzazione abbia alimentato il mio risentimento verso non solo quella casta di professori italiani (non tutti, per carità) che, oltre a limitarsi a insegnare e scarabocchiare voti nel libretto che molte volte (nel bene e nel male) non corrispondono alla realtà, NON si degnano a rispondere alle e-mail se non dopo varie (e disperate) sollecitudini perché “troppo impegnati”.
Per non parlare dell’insana idea (per così dire: infine è stata una delle mie “vincite”) di fare domanda per partecipare al programma Erasmus. Allora, mi sono dovuta trasformare (io come tanti altri) in una trottola che implorava, supplicava alcuni professoroni sbottanti, coloro i quali non hanno mai tempo per firmare i mille documenti necessari per il riconoscimento dell’anno accademico nell’ateneo estero.
E che dire della Segreteria studenti? Ragazzi, futuri aspiranti Eramsus (se anche lì non decideranno di tagliare): non disturbiate i pubblici lavoratori delle segreterie, hanno sempre di meglio da fare!
Alla fine di un triennio in Italia mi sono sentita devalorizzata, confusa sul mio futuro e sulle mie abilità. E’ stato allora che ho capito, ancora una volta, che era il momento di andare, di ripartire, di ampliare gli orizzonti. E qui, nella mia comunità internazionale, dove, per carità, non è tutto sempre rose e fiori, ho trovato il mio equilibrio.
Non senza sacrifici: non è da poco doversi adattare ogni anno (perché cosi prevede il programma: cambiare ogni anno ateneo all’interno di un consorzio di cinque università partner: Lipsia, Vienna, Wroclaw, Londra e Roskilde), adattarsi ad una cultura nuova, ad un appartamento nuovo, ad aprire innumerevoli conti in banca in diversi Paesi. E che momenti di panico quando non si riesce a trovare un dottore o -peggio- a capire l’infermiera al pronto soccorso perché non parli la sua lingua (polacco, non inglese!) e nel frattempo crepare di dolore nella sala d’attesa (ecco cosa intendeva Dante per inferno!).
Tuttavia, la mia esperienza mi stia formando come persona, come studente, come futura società cosciente della propria eredità culturale, ma anche aperta a nuove idee, a nuovi spunti, a nuovi modi di vita. Ed è qui che io ogni giorno prendo quello che Diesel pubblicizzerebbe come “Fuel for life”: vedere coetanei, giovani uomini e donne organizzare, inventare, discutere. Informarmi di borse di studio che in Italia sembrano (e a volte sono) inaccessibili, e anche di contributi statali per studenti che noi ce li sogniamo e, al nostro risveglio, penseremo ancora “Ah, era proprio un sogno”. Ci chiamano bamboccioni, ma a volte coloro che ci definiscono tali hanno avuto il piacere di rifilarci false pillole per farci crescere come tali.
Non voglio praticare una politica di giustificazionismo ma una domanda mi sorge spontanea: come sarebbero gli studenti italiani, i giovani italiani, se avessero una voce, se fossero finanziariamente indipendenti dai genitori grazie ai contributi statali (o per lo meno parzialmente), ma soprattutto se si accorgessero che veramente possono cambiare, se non il mondo, molti lati della loro spiacevole realtà?
La domanda rimane là, che penzola leggera nel limbo dove molti ragazzi italiani vagano senza pace. Ed io me ne rimango qua, a crescere e imparare che io conto. I nostri cari antichi Romani dicevano che tutte le strade portano a Roma. Forse è il momento di invertire il senso di marcia.
Auf Wiedersehen, mia amata Italia”.
MARTA
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Ha le idee molto chiare Raffaele, ricercatore italiano negli Usa. Ricercatore emigrato, lasciandosi alle spalle un mondo accademico tricolore dominato da gerontocrazia, raccomandazioni e favoritismi. Negli Stati Uniti, come è accaduto ad altre migliaia di giovani come lui, il giusto riconoscimento per il suo talento e le sue capacità non ha tardato ad arrivare.
Raffaele partecipa anche, con proposte concrete, ad una delle più recenti discussioni lanciate in onda a “Giovani Talenti”:
“Mi chiamo Raffaele, sono attualmente impiegato in qualita’ di Postdoc in Fisiologia Iperbarica presso la University of South Florida di Tampa, in Florida. Siamo assunti direttamente dalla Marina Militare Americana (Office of Naval Research) e da DAN (Divers’ Alert Network), una compagnia assicurativa per sub. Il nostro compito e’ risolvere problemi legati alla tossicita’ dell’ossigeno a livello del sistema nervoso centrale durante immersioni profonde in missioni di attacco, difesa e salvataggio da sottomarini.
Un amico mi ha inviato il link relativo al Suo articolo: “Una Marketing Manager sotto la Tour Eiffel“. Non posso fare altro che condividere l’esperienza di Lara Zanella.
Nella mia situazione, non soltanto sono dovuto partire per poter proseguire sulla “strada” intrapresa in maniera decente (sia da un punto di vista di meritocrazia che di stipendio), ma ho purtroppo dovuto lottare, a causa di problemi con il mio vecchio gruppo di ricerca in Italia. Perche’ ho dovuto lottare? Perche’ la meritocrazia in Italia non ha modo di esistere. Troppi anziani professori ricoprono cariche che dovrebbero essere ricoperte per principio da giovani. Cosi’ facendo, a causa della scarsezza di fondi che il nostro Paese devolve alla ricerca scientifica, questi professori decidono di “agevolare” i propri cari/familiari/prediletti, al fine garantire loro uno stipendio “sicuro”.
Ecco perche’ coloro i quali vogliono avere una minima speranza di poter continuare ad esercitare la professione di ricercatore se ne vanno all’estero. Nel mio caso personale, non avrei mai potuto mirare agli obiettivi che sono riuscito a raggiungere qui, se fossi rimasto in Italia.
L’altro motivo per il quale mi e’ toccato “alzare la voce” contro il mio vecchio supervisore italiano e’ che mi e’ stato letteralmente soffiato il lavoro svolto durante i 4 anni del mio dottorato di ricerca. Questo aspetto e’ imperdonabile, e pertanto io non sono minimamente intenzionato a comunicare con la mia “boss”.
Per rispondere alla domanda: “E’ auspicabile un rinnovo della classe dirigente italiana, attraverso i giovani professionisti attualmente all’estero? Merito, innovazione e trasparenza: solo loro possono “importare” in Italia queste regole-base del cambiamento?”, posso dirle che per quanto ne sappia io, la soluzione piu’ radicale sarebbe quella di rimpiazzare integralmente la vecchia classe dirigente con giovani dalle idee chiare e le capacita’ pronunciate.
- La prima cosa da fare sarebbe ridurre drasticamente il numero dei parlamentari.
- La seconda modifica sarebbe quella di tagliare considerevolmente i loro stipendi, auto blu, cellulari e laptop gratis, voli, e spese varie.
- La terza cosa da fare sarebbe monitorare la gestione di questi soldi e renderla limpida e controllabile da parte di tutti i cittadini, in qualsiasi momento. Il grosso problema economico risiede nel fatto che la classe dirigente riesce sempre ad accaparrarsi una “fetta” in piu’, e questo e’ inaccettabile, specialmente nelle condizioni in cui il nostro Paese si trova al momento.
- La quarta modifica consisterebbe nel rendere il turn-over delle cariche politiche piu’ ridotto. In altre parole, governare il Paese non vuol dire avere un lavoro a vita. E’ un momento in cui si abbandona temporaneamente il lavoro che si stava svolgendo e ci si dedica alla politica. Una volta finito il mandato, TASSATIVAMENTE si ritorna al lavoro precedente o se ne cerca un altro.
- La quinta caratteristica da tenere in considerazione dovrebbe essere la meritocrazia, componente cruciale ai fini del corretto funzionamento della struttura politica. Non piu’ favoritismi, figli/nipoti di papa’, ecc.
So che queste considerazioni sono molto generiche, ma spero possano fornire un’idea riguardo alla mia riflessione.
Cordialmente”,
RAFFAELE
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C’è anche un lato oscuro, nella “fuga dei talenti” o dei “cervelli”. Il lato personale. Riceviamo sempre più segnalazioni -inquietanti- di intere giovani famiglie che si trasferiscono, anche con prole al seguito. Se ne va il futuro di un Paese…
E c’è anche chi perde un amore, una prospettiva di vita insieme, a causa di questa fuga, accumulando gli inevitabili rimpianti di un “potrebbe essere, ma non è stato”. Un Paese che non fornisce OPPORTUNITA’ ai propri giovani è un Paese che distrugge a 360° le aspettative delle nuove generazioni. E, in definitiva, si autocondanna… alla fine.
Come ci spiega, amaramente, la lettera del nostro ascoltatore Enrico…
“Gentilissimi,
mi infurio, indigno ma soprattutto mi dispiaccio nel sentire di tutte queste menti brillanti che sono “costrette” a lasciare il proprio Paese. Non so se avete affrontato anche (vi ascolto meno di quello che vorrei, per motivi d’orario, sfrutto però il sito), le storie di chi vive, o vorrebbe vivere accanto a queste persone. Sono uno di quelli.
Brevemente, sono stato fidanzato per otto, dico OTTO, anni con una biologa-ricercatrice. La storia ha tenuto finchè ha potuto: poi la lontananza, le prospettive (sue) sempre presenti all’estero, e la mia professione qui in Italia hanno aiutato questa divisione.
Lei, ha sempre proposte di collaborazione, non rischierebbe mai di restare con il “culoperterra” (permettetemi questa espressione senza spazi!!!).
Adesso è in Germania (Frankfurt), ma la sua difficoltà nel vivere là non è legata soltanto alle amicizie lasciate in Italia, ma al fatto che quelle che si costruiscono in laboratorio durano poco, perchè i ricercatori si spostano spesso, e perchè non riesce a coltivare pienamente gli hobbies che in Italia insaporivano la sua vita. E’ appassionata di danza, fotografia e arte. Le piace sperimentare e vivere la vita fuori dal laboratorio.
Purtroppo è in gamba in quello che fa: dico “purtroppo”, perchè nei posti dove va a lavorare la vogliono tenere o agevolarle il passaggio a laboratori “amici”, per mantenere un filo di collegamento. All’età nella quale la maggior parte inizia o è a metà del dottorato, lei l’aveva già finito.
Così ci siamo persi.
Vorrebbe tornare….. ma con che aspettative?
Là, la chiamano dottoressa, professoressa….. qui la chiamano per nome.
La vita dei ricercatori è particolare, un universo a parte che ho vissuto sulla mia pelle, anche se da spettatore.
Mi sono accorto di non aver mai detto come si chiama: Anna, il mio lato triste della “fuga dei cervelli”".
ENRICO