Giovani Talenti in Europa – Ritorno a Strasburgo

postato da Sergio il 25.05.2013, nella categoria Young Expats say
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Puntata speciale di “Giovani Talenti”, per il secondo anno consecutivo a Strasburgo, capitale d’Europa. Oggi torniamo a raccontarvi nuove storie di giovani professionisti italiani, al lavoro nel cuore dell’Unione Europea.

In contemporanea, concludiamo l’iniziativa lanciata a inizio aprile in collaborazione con il Parlamento Europeo (Ufficio di Milano), che permetterà a sei ascoltatori “under 30″ di viaggiare a inizio luglio in Alsazia, per portare -direttamente agli eurodeputati- le loro proposte per un’Europa più vicina ai giovani, nei settori di studio, tirocinio e lavoro.

Anche quest’anno il tema principale della discussione con i nostri ospiti è: l‘Europa resta, anche in tempi di forte crisi, un’”uscita di emergenza”, per le migliaia di giovani professionisti, altamente qualificati, che cercano opportunità significative in ambito professionale?

Ne parliamo con: Vittoria Venezia, 30 anni, consigliere della Commissione Affari Esteri al Parlamento Europeo;
Luca Fossati, 35 anni, consigliere responsabile per la Commissione Affari Economici e Monetari al Parlamento Europeo; Eleonora Berti, 34 anni, project coordinator per gli “Itinerari del Consiglio d’Europa”; Gabriele Bertolli, 29 anni, Senior Consultant per il gruppo Strategis Communications.

Una puntata da non perdere, per conoscere a fondo le opportunità professionali in Europa. E capire quanto capitale umano altamente qualificato e globale il nostro Paese abbia a Bruxelles.

Capitale umano giovane, al lavoro sia nelle istituzioni comunitarie, sia nelle numerose organizzazioni che gravitano intorno all’Ue. Capitale umano pronto a fornire il proprio contributo per un rilancio del nostro Paese. E’ questa la classe dirigente potenziale di cui abbiamo -ora più che mai- bisogno per ripartire?

Vi aspettiamo alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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“Il problema in Italia? La colossale mancanza di risorse”

postato da Sergio il 22.05.2013, nella categoria You say
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Una lettera straordinaria, quella che ci ha inviato Pietro, professore universitario a Napoli, nonché ascoltatore di “Giovani Talenti”. Straordinaria, perché dimostra che storie di “controesodo” in Italia, anche nel settore universitario, sono possibili.

Ma, soprattutto, straordinaria per il messaggio in controtendenza che lancia. Non basta solo un astratto concetto di “merito” a far ripartire l’Italia. Servono le risorse: anni di gestione incapace e sconclusionata del sistema-Paese non hanno solamente annichilito le logiche meritocratiche. Hanno prosciugato le risorse, attraverso cui investire. Da lì occorre ripartire. Leggete la lettera di Pietro con attenzione:

“Caro dott. Nava,

ascolto spesso la sua trasmissione che chiama in causa una parte non troppo lontana della mia vita. Sono uno dei rari casi di “rientro felice”, dopo 10 anni di vita e di lavoro in Danimarca. Sono emigrato, perché nel mio campo in Italia non trovavo spazi adeguati per formarmi.

In Danimarca ho fatto un dottorato e ho poi avviato la carriera accademica, sino a diventare professore associato. Dopo 10 anni ho capito che dovevo scegliere: o restavo all’estero per il resto della mia vita, o quello era il momento per provare a tornare.

Ho avuto fortuna, o forse ho solo scelto bene. Ho fatto quel che si farebbe in ambiente anglosassone. Sono uno specialista di economia dell’Asia: per me l’approdo italiano più logico era l’Orientale di Napoli. Ho contattato il Preside della Facoltà di Scienze Politiche e poi su sua indicazione ho incontrato il decano degli studi sull’Asia – due studiosi che conoscevo di nome, ma che non avevo mai visto prima.

Solo sulla base del mio CV e delle mie pubblicazioni hanno deciso di chiamarmi a Napoli, utilizzando la legge sul “rientro dei cervelli”. Tre anni più tardi siamo riusciti a stabilizzare la mia posizione con un posto permanente da professore associato – come quello che già avevo in Danimarca. Per farla breve, la mia è una storia a lieto fine, nonostante le mille difficoltà che incontra chi lavora con serietà nell’università italiana.

Ho poi scoperto che all’Orientale non ero un’eccezione: diversi altri colleghi erano arrivati da fuori -dall’estero o da altre parti di Italia- al di là delle logiche baronali.

Sarebbe bello che si parlasse di più anche di questa Italia positiva, che combatte quotidianamente alla ricerca della qualità, e che spesso si vede accomunata nel calderone della critica verso tutto e tutti (dalla sanità alla ricerca, etc.).

Le storia che le ho raccontato, però, è solo una premessa. Spesso ho l’impressione che la retorica dominante finisca per nascondere la vera tragedia economica e sociale che riguarda milioni di giovani e le loro famiglie. Molti giovani brillanti nel passato sono andati via perché si vedevano sorpassati da raccomandati meno qualificati o non sopportavano le logiche baronali. Ma oggi siamo ben oltre.

Persino i giovani raccomandati hanno spesso (non sempre, ovviamente) delle qualifiche superiori a quelle richieste. Con una disoccupazione giovanile che si avvicina al 40%, ogni ragionamento sulla meritocrazia diventa una foglia di fico per nascondere una vera macelleria sociale.

Come docente chiedo ai miei studenti di impegnarsi. Ma poi so bene che il loro impegno personale difficilmente si trasformerà in occasioni di lavoro stabile e decentemente retribuito. Questo è un Paese che spreca le energie migliori, perché ha smesso di scommettere sul suo futuro. Abbiamo una classe politica scadente, ma quella imprenditoriale è persino peggio.

In questi anni si è pensato di rilanciare la produttività continuando a ridurre il costo del lavoro e aumentando il precariato. Ma con una percentuale di laureati che è la metà della media OCSE e scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo il Paese è destinato ad un inevitabile declino.

Di fronte a questo quadro l’impegno del singolo giovane non basta più. Ma quando, come lei fa benissimo, si racconta quel che succede in altri Paesi e si spiega quali e quante risorse stiamo perdendo, la risposta finisce per essere il contrario di quel che dovrebbe.

Tutto si riduce ad una questione di meritocrazia. Per parlare del mio settore: certo, i concorsi universitari dovrebbero essere più trasparenti; certo, in qualche università – ma non in tutte! – esistono baronie e nepotismo. Ma il problema oggi è la colossale mancanza di risorse. E invece continuano a tagliarci i finanziamenti, giustificandosi con la lotta al baronato. Si finisce per dimenticare che i sistemi formativi non possono funzionare solo per gli studenti più brillanti.

Un Paese è forte non quando ha 10 ingegneri o manager particolarmente brillanti, ma quando ha centinaia di migliaia di ingegneri, manager, tecnici, operai di buon livello, ben formati e valorizzati. Nel nome della meritocrazia in Italia si stanno tagliando le risorse alla scuola, alla ricerca, al welfare, e poi si gettano anche troppi soldi in operazioni di facciata di presunta eccellenza.

Sono giunto alla conclusione che oggi la logica della meritocrazia sia diventata persino pericolosa, perché consente di coprire un vero disastro nazionale. Il che non vuol dire, ovviamente, difendere le clientele, ma al contrario promuovere percorsi virtuosi “normale”. I miei studenti particolarmente brillanti e capaci alla fine ce la fanno, magari cambiando città o Paese.

Ma ai miei studenti mediamente bravi questo paese non offre nulla.

Il livello della produttività per il Paese è determinato dalla qualità media della forza lavoro più che dalle punte di eccellenza. Non dovremmo ripartire da qui?

Cordiali saluti”,

PIETRO

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Un Chirurgo in Brasile

postato da Sergio il 18.05.2013, nella categoria Young Expats say
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“Se fossi rimasto in Italia, sarei a questo punto?”: domanda forse retorica, ma perfettamente in grado di riassumere la storia di un’intera carriera medica, quella che Umberto Morelli, 34enne protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”, rivolge alla fine della sua autopresentazione per i lettori del nostro blog. Umberto  ha trovato all’estero la sua personale “uscita di emergenza” da un sistema medico italiano chiuso e provinciale, dove l’affiliazione conta più del merito.

La sua lettera è tutta da leggere, la sua storia, oggi alle 13.30 (CET), tutta da ascoltare:

“Mi chiamo Umberto Morelli, ho 34 anni e sono un Chirurgo Generale e Colorettale, nonché ricercatore universitario.

Da quasi cinque anni ho lasciato l’Italia: attualmente vivo e lavoro in Brasile, tra Sao Paulo e Campinas, nello stato di Sao Paulo.

Andai via dall’Italia nel 2007, durante la mia specializzazione in Chirurgia, approdando a Strasburgo, in Francia, con la voglia di imparare e crescere professionalmente.

Al mio ritorno in Italia, mi scontrai con un sistema che non mi permetteva di crescere ulteriormente: da lì la mia seconda partenza in Brasile per l’ultimo anno di specializzazione, a UNICAMP.

Qui, a parte le opportunità di apprendimento pratico che in Italia erano appannaggio di pochissimi e raccomandati, mi fu offerta la possibilità di entrare nel cammino accademico, con un MSc in Chirurgia, che mi fu offerto dal mio professore brasiliano, che apprezzava il mio curriculum e le mie capacità come ricercatore.

Poi venne l’opportunità lavorativa e di carriera di una fellowship a Londra, al Royal London Hospital, in Chirurgia Colorettale, a metà 2010. Rimasi lì per un anno e dopo mi spostai in Francia , nuovamente in Alsazia, con un contratto da Chef de Clinique. Notare: per nessuno di questi lavori sono dovuto scendere a compromessi, sono stato sempre assunto sulla base di merito e capacità, cosa che mi ha sempre di più allontanato dal sistema lavorativo italiano, che considera altri parametri.

A fine 2012 decido di tornare in Brasile per finire il mio MSc e fare il PhD, che mi avrebbe aperto le possibilità accademiche come docente.

Attualmente lavoro come Assistente e Ricercatore in Università , come research consultant per una istituzione accademico-ospedaliera privata, sto aprendo una società privata di servizi medici e sono in shortlist per un posto da professore a contratto in una facoltà di Medicina.

Se fossi rimasto in Italia, mi chiedo, sarei a questo punto?”

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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Giovani Storici dell’Arte in fuga…

postato da Sergio il 15.05.2013, nella categoria You say
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E’ veramente incredibile, in un Paese come l’Italia, culla universale dell’arte, ricevere lettere come quella della nostra ascoltatrice Benedetta.

Leggendola ti rendi conto di quanti anni buttati al vento abbiamo alle spalle. Di quale classe dirigente rozza e incolta abbia gestito il Paese per decenni, sperperandone i veri tesori e il vero valore aggiunto. E di quanto ne stiano pagando -oggi- le conseguenze i giovani.

Se avete suggerimenti o consigli per Benedetta, rispondendo alla sua domanda finale, scriveteci a: giovanitalenti@radio24.it Le passeremo il messaggio!

“Gentile Redazione,

sono una vostra ascoltatrice abituale. Ho trent’anni, una laurea col massimo dei voti in Storia dell’Arte conseguita alla Statale di Milano, un dottorato di ricerca in corso e pubblicazioni alle spalle su riviste e cataloghi. Coordino da anni la catalogazione di un’Archivio di 12mila fotografie storiche.

Conosco il francese, l’inglese e studio tedesco.

Vorrei continuare a fare ricerca e studiare, ma la Storia dell’Arte non è mai considerata una disciplina sulla quale investire… perché non genera reddito. 

L’opinione comune è che lo storico dell’arte abbia scelto questa strada perché è un figlio di papà che può permetterselo. Si pensa che sia una strada di comodo, una disciplina facile, studiata giusto per conseguire una laurea.

Il campo è ampiamente screditato da un’editoria rumorosa, di scarsa qualità e superficiale. Vengono allestite mostre in continuazione, che non sono frutto di ricerca e studio, alimentate da un mercato degli sponsor che non ha a cuore l’approfondimento culturale e una seria divulgazione. Questo stato di cose ha ingenerato l’opinione che gli storici dell’arte siano dei ciarlatani e che il loro lavoro non debba essere giustamente retribuito.

In realtà la storia dell’arte è la materia che in assoluto richiede la cultura più vasta, perché per fare ricerca in questo campo bisogna avere solide conoscenze di storia, letteratura, geografia, lingue ecc. E’ una materia che non sta in piedi da sola. 

In Italia mancano del tutto le prospettive, perché lo Stato non bandisce più concorsi pubblici per le Soprintendenze e i Musei.

Da tempo sto pensando di andare a studiare all’estero, ma mancano i canali di mediazione, perché a differenza di tutti i lavori che trovano sbocco in un’azienda, lo storico dell’arte non è una figura ricercata dal mercato.

Siete a conoscenza di canali che mettano in contatto con l’estero in questo campo?

BENEDETTA

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Una Criminologa nel Regno di Sua Maestà

postato da Sergio il 11.05.2013, nella categoria Young Expats say
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Ha le idee chiare Roberta Facchini, 26enne Trainee Internet Investigator a Londra: noi italiani, soprattutto i nostri giovani, abbiamo una marcia in più. Ma le opportunità sono -all’estero- reali e concrete. E’ per questo che i nostri migliori giovani talenti emigrano. As simple as that

Roberta si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Roberta, ho 26 anni e sono di Fano (PU). Vi scrivo da Londra, citta nella quale vivo e lavoro ormai dal febbraio del 2011. Mi sono trasferita qui inizialmente per svolgere un periodo di internship di 4 mesi, e dopo due anni mi trovo ancora qui a Londra, a lavorare presso la Federation Against Copyright Theft, dove ricopro il ruolo di Trainee Internet Investigator.

La Federation Against Copyright Theft e’ un organismo che si occupa di difendere i diritti di proprieta intellettuale dei maggiori studios cinematografici americani, come la Walt Disney, la Warner Brothers, la 20th Century Fox e la Universal… giusto per citarne qualcuno, ma anche di canali telesivi come BBC e Sky.

Lavoriamo a stretto contatto con i ”Law Enforcement Bodies” inglesi e nel mondo, e svolgiamo indagini e investigazioni connesse alla pirateria di film.

Come sono arrivata fin qui?

In Italia ho conseguito una laurea triennale a L’Aquila in Scienze dell’Investigazione e una laurea specialistica a Milano in Scienze della Criminalità e Tecnologie per la Sicurezza. Quest’ultima prevedeva un periodo di stage nell’ultimo semestre, ma la mia università aveva principalmente contatti in Italia. Ho deciso cosi di mandare CV all’estero, essendo interessata esclusivamente a partire e a lavorare in qualche parte del mondo.

Fin da piccola infatti ho avuto la possibilita di essere a stretto contatto con ragazzi provenienti da altri Paesi, la mia famiglia ha ospitato per diversi anni ragazze con il programma Intercultura. Ho cosi vissuto con ragazze provenienti dall’Australia, dalla Germania, dalla Norvegia e dalla Polonia.

A mia volta, a 15 anni, ho preso il mio primo volo per trascorrere un mese in una famiglia in Finlandia, grazie ad una borsa di studio Eni, vinta sempre con Intercultura. A 17 anni ho trascorso un anno di scuole superiori negli Stati Uniti dove, dopo aver conseguito il diploma americano, sono rientrata a Fano per diplomarmi al Liceo Linguistico.

Dopo aver vissuto qualche mese anche in Norvegia, e dopo poco piu di due anni qui a Londra, mi rendo conto che -pur sentendo la mancanza del mio Paese- le opportunità in Italia per noi giovani non sono al passo con quelle che ci vengono concesse all’estero.

A Londra mi trovo in una azienda internazionale, dove l’età media e’ di 30 anni. Dove con impegno, ambizione e sicuramente flessibilita e passione, si ha modo di avanzare nella propria carriera professionale nel giro di poco tempo. Sono in un’azienda dove i manager ci tengono a formarti e a vederti crescere, dove danno peso alle tue proposte e ai tuoi interventi, dove a soli 25 anni ti mandano a seguire training sull’intelligence e le investigazioni online presso una delle maggiori centrali di polizia dell’Inghilterra, o dove ti mandano ad arrestare persone durante un’operazione di polizia, per poi proseguire con un interrogario in carcere, o dove ti fanno partecipare a meeting sulla criminalita organizzata presente in UK.

Queste sono solo alcune delle esperienze che nel giro di pochissimi anni ho avuto la possibilita di fare in quest’azienda, e che mi sembrano impensabili in Italia. Gli stimoli -in generale- qui in UK non mancano, e non escludo la possibilità di cambiare lavoro o addirittura Paese, iniziare un secondo master per ampliare le mie skills ed essere piu appetibile sul mercato, o magari trovare un lavoro che mi permetta soprattutto di viaggiare e migliorare altre lingue come lo spagnolo o il francese, soluzione che sarebbe per me ideale.

Due altre mie grandi passioni che sto riuscendo a portare avanti, stando proprio qui a Londra, sono quelle del viaggio e della fotografia. Carriera che porto avanti in parallelo e che condivido nel mio sito fotografico: www.robertafacchini.com

Qui in UK mi rendo conto che noi giovani possiamo ancora sognare e ci possiamo giocare qualsiasi carta, dipende principalmente da noi. Noi italiani abbiamo poi la fortuna di avere una forte preparazione universitaria e di essere avvantaggiati dal parlare più lingue - tutte queste skills sono decisamente apprezzate e valorizzate all’estero. Sono fiera di essere italiana, ma attualmente sono felice di poterlo essere all’estero”. 

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

 

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“Se qualcuno ci vuole… noi siamo qui”

postato da Sergio il 08.05.2013, nella categoria You say
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Ve lo ricordate Dario Dall’Oste? E’ stato protagonista, lo scorso novembre, di una puntata di “Giovani Talenti” (clicca qui per maggiori informazioni): pochi giorni fa ci ha riscritto. Sconcertato. Nei mesi trascorsi, nonostante il suo messaggio on air fosse stato prevalentemente dedicato alla necessità di riconnessione tra i talenti italiani all’estero e il tessuto produttivo del Belpaese… nessuno si è fatto vivo dalla Penisola, per cercare un contatto professionale.

Dario ha così preso carta e penna (virtuali), scrivendoci questa bella, ma amara lettera:

“Ciao Sergio,

non abbiamo più avuto occasione di sentirci, quindi decido di scriverti per ringraziarti.

A distanza di qualche mese, ogni tanto riascolto il mio podcast ed anche grazie a questo capisco di aver fatto e di star facendo qualcosa, per me, di importante… che nonostante sia dura e i sacrifici, miei e della mia famiglia, siano tanti ed importanti, ne è valsa la pena… l’investimento ha dato frutti e ne darà ancora.

Però più ci penso e più mi riesce difficile capire.

Leggendo le storie che racconti si sentono percorsi fantastici, talenti che esplodono, gente con le palle che -nonostante ostacoli di ogni tipo- ha dimostrato di saperci fare. Persone dotate di capacità e senso etico, a cui non piacciono le scorciatoie. Però, dalla sponda italiana, tutto tace.

Perchè le nostre aziende non approfittano dei professionisti scovati da te in giro per il mondo? Per certi aspetti, Giovani Talenti è un servizio di headhunting eccezionale. In fin dei conti presenta al pubblico professionisti a cui altre aziende hanno dato fiducia, posti di responsabilità e risorse da gestire e ne hanno tratto beneficio, soddisfazione, guadagno!

Io stesso pensavo, forse speravo, che la trasmissione mi desse un po’ di visibilità, suscitasse magari l’interesse di qualcuno, potesse essere un mezzo per nuovi contatti professionali in patria.

Zero, nulla, niente, silenzio.

Ah no, non proprio nulla: molte persone mi hanno contattato via e-mail e attraverso Linkedin per congratularsi, in qualche caso raccontarmi la loro storia e chiedermi, per quanto mi potessi rendere utile, qualche consiglio… su come venire in Lussemburgo, su come andarsene dall’Italia, su quali recruiter esteri contattare, o semplicemente mandandomi il loro curriculum.

Bel segno comunque vedere che in un Paese che naviga a vista, dove il merito cerca di sopravvivere ed il talento fa fagotto… molti non si rassegnino e si rimbocchino le maniche.

Beh, se qualcuno ci vuole noi siamo qui“.

DARIO

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A Boston, tra Ricerca e Impresa

postato da Sergio il 04.05.2013, nella categoria Young Expats say
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Una lettera scritta con una lucidità incredibile. Una lettera che non porta alcun rancore, verso il Paese di origine, avaro di opportunità e stimoli per giovani di talento. Anzi… Gianluca De Novi, 37enne ricercatore e imprenditore negli Usa, nonché protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”, si augura che anche qui le nuove generazioni possano percorrere quella strada che l’Italia, per blocchi e ostacoli strutturali di varia natura, gli ha impedito di percorre in patria.

Una splendida autopresentazione, per una storia che vi invitiamo a seguire questo pomeriggio sulle frequenze di Radio 24:

“Sono Gianluca De Novi, lavoro come instructor e ricercatore nei settori della chirurgia robotica, simulazione chirurgica e medical imaging alla Harvard Medical School (Cambridge) e al Massachusetts General Hospital (Boston), negli Stati Uniti d’America.

Nel mio gruppo di ricerca, il mio lavoro (in questo momento finanziato dalla U.S. Army) si sta concentrando su algoritmi che consentono di interpretare i movimenti dei chirurghi (durante le procedure operatorie) per generare feedback in real-time, incrementando -tra le altre cose- il livello di sicurezza durante gli interventi e migliorando le metriche di valutazione nei sistemi di addestramento per chirurghi.

La ricerca e’ per me una grande avventura e tocca ogni aspetto della mia vita, consentendomi di divertirmi mentre lavoro. La ricerca non e’ pero’ l’unica passione: infatti, sin da quando vivevo in Italia, ho creato diversi progetti imprenditoriali. Devo ammettere che in patria ho avuto grossi problemi a far convivere i miei progetti imprenditoriali con la mia vita accademica, pur non avendo mai avuto conflitti d’interesse né in termini di tempo né di settore.

Semplicemente, non erano visti di buon occhio all’interno dell’universita’.

Qui a Boston ho fondato una mia corporation (con la benedizione delle istituzioni per cui lavoro), dopo aver registrato un brevetto e trovato un investitore.

Non sento di aver lasciato il mio Paese per mancanza di riconoscenza, ma sono semplicemente venuto in un Paese che in questo momento mi ha offerto molte piu’ opportunita’ di fare cio’ che amo, nel miglior modo possibile. Se si considera che il mio campo e’ quello medico, si fa presto a capire che qui ho piu’ possibilita’ di fare cose che sono concretamente utili per il prossimo, oltre che per me stesso.

Qui ho trovato un ambiente molto piu’ meritocratico e competitivo, che porta stimoli positivi, spingendo chi e’ qui’ a fare il piu’ possibile e al meglio. Guardando al lato imprenditoriale della mia vita, posso dire che il vantaggio di vivere in un posto come questo e’ semplicemente dato dal fatto che negli Usa si investe ancora sulle idee e sugli individui, cosa che ormai in Italia non si fa piu’ da tempo, salvo poche eccezioni.

Vivere qui e’ come vivere nel “cervello del mondo”, un ambiente dinamico e vivo, pieno di startup, laboratori, ricercatori e inventori. Emergere con una carriera profiqua e progetti imprenditoriali validi in questo ambiente dà grandi soddisfazioni. Ho provato a fare quello che faccio qui anche nel mio Paese, a suo tempo, ma ogni volta i diversi progetti, accademici o imprenditoriali, si sono sempre arenati e mai concretizzati.

La mia speranza e’ che prima o poi il nostro bel Paese importi certi modelli, ormai consueti in altre nazioni, restituendo ai giovani sogni e ambizioni: questi ripagheranno sanando l’economia.

Ogni ricercatore/imprenditore che lascia l’Italia porta con sè brevetti e idee di cui gli altri Paesi beneficiano“.

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Discussione di Aprile – I vostri feedbacks

postato da Sergio il 01.05.2013, nella categoria You say
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La discussione del mese di aprile, appena conclusosi, ha raccolto diversi feedbacks, via e-mail e sui social network collegati a “Giovani Talenti”.

Grazie innanzitutto al nostro ascoltatore Giampiero, che l’ha suggerita. Ve la ricordiamo, per brevità: “Come dare un’opportunità ai giovani, favorire il ritorno in Italia dei talenti, e cambiare la classe dirigente della pubblica amministrazione? Si può prevedere che dirigenti, direttori e amministratori di nuova nomina dimostrino nel curriculum almeno due anni di lavoro all’estero, quantomeno in Paesi del G20, come condizione obbligatoria e imprescindibile?”

Di seguito due  reazioni, entrambe di nostre ascoltatrici, con visioni completamente opposte sul tema. Leggetele con attenzione:

-CLIZIA – SI’!

“Risiedo a Zurigo da piu’ di 2 anni, e sono d’accordo con l’idea che i futuri dirigenti e direttori presentino nel loro CV una consistente esperienza all’estero.
-CHARIS – NO!

Questo porterebbe una ben piu’ ampia veduta e maggiori idee nella risoluzione dei problemi che ogni giorno si troveranno ad affrontare e dover risolvere.

La frase “Il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma” (B. Chatwin) -  penso esprima al meglio l’importanza di vedere cose nuove e fare esperienze fuori dai confini nazionali.

Molte volte “you don’t need to reinvent the wheel”, ma solo applicare le best practices già in uso in altri contesti.

Nella mia quotidianità mi trovo spesso a usufruire di servizi eccellenti erogati dal Cantone di Zurigo, e mi domando: “Non potrebbero in Italia prendere spunto e fare lo stesso?”.

O per lo meno provarci…!”

“No, decisamente non si può prevedere come condizione obbligatoria ed imprescindibile. Ritengo sia in evidente contrasto con il principio del merito. La proposta taglierebbe fuori dalla possibilità di accedere alla classe dirigente tutti coloro che, non avendo una robustezza economica alle spalle, come una famiglia agiata,  non hanno questa possibilità.
Inoltre il fatto di avere due anni di lavoro all’estero non garantisce di avere dei buoni dirigenti in Italia: i contesti di azione, che hanno ovviamente un peso rilevante, possono essere profondamente diversi.

E se non c’è l’ intelligenza e la sensibilità di capire che occorre trasporre le esperienze, piuttosto che fare ” copia e incolla”, potrebbe essere talvolta dannoso.
 
Semmai dovrebbero essere le Pubbliche Amministrazioni a preoccuparsi di formare adeguatamente la propria classe dirigente”.

+++BUON PRIMO MAGGIO!+++

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Un Patent Attorney a Londra

postato da Sergio il 27.04.2013, nella categoria Young Expats say
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“La mia storia è un po’ diversa”: inizia così la presentazione di Simone Ferrara, 32enne Patent Attorney italiano a Londra, protagonista oggi a “Giovani Talenti”.

In parte è vero: Simone lavora in un settore abbastanza nuovo per la nostra trasmissione. In un certo senso, di nicchia. Nè è emigrato all’estero per mancanza di offerte di lavoro in Italia. Casomai era la mancanza di stimoli, nel Belpaese, a lasciarlo perplesso. 

Simone condivide però con centinaia di migliaia di coetanei, attualmente all’estero, lo stesso problema: a casa non c’è un Paese pronto a valorizzarlo. Pronto a fare tesoro delle sue competenze internazionali. Pronto a metterlo nel posto di guida della presente -e futura- classe dirigente. E’ questo il vero dramma italiano: la sua visione -lasciatecelo dire, con un po’ di ironia- “tolemaica”… il mondo che gira intorno alla Penisola. E non viceversa.

Simone si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

Mi chiamo Simone, ho 32 anni, e da cinque anni vivo in Gran Bretagna – anche se ho lasciato l’Italia nel 2005.  La mia storia è un po’ diversa.  Non sono emigrato per mancanza di lavoro in Italia.  Al contrario, dopo essermi laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni, le offerte di lavoro non mancarono.  

Tuttavia, avevo voglia di continuare a vivere in una dimensione internazionale. Una voglia sbocciata da un’esperienza come ricercatore in Finlandia, durante la quale capii quanto siano grandi le potenzialità di crescita che sbocciano quando si lavora in un ambiente internazionale, dove ognuno arriva con un diverso bagaglio di esperienze personali e professionali, pronte per essere discusse e condivise.  

Così, dopo un periodo di studi negli Stati Uniti, sono approdato in Gran Bretagna dove, agli albori della crisi economica del 2008, e dopo un cambio di direzione professionale, ho iniziato a lavorare come Patent Attorney presso una Law Firm a Londra.  

Lavoro ora presso Vodafone dove, oltre ad occuparmi della gestione dei brevetti e della proprietà intellettuale, fornisco supporto legale alle varie compagnie operative, oltre che direttamente al gruppo.

Per me l’Italia è come un maestoso albero in fiore – ammirato da tutti per la sua bellezza – situato però nel mezzo di un deserto dove mancano mobilità, internazionalizzazione e stimoli.  Se domani decidessi di cambiare Paese, so che in molte nazioni avanzate quello che ho fatto finora verrebbe apprezzato, e mi permetterebbe di progredire con la mia carriera.  Se al contrario decidessi di tornare in Italia, nell’ 80-90% dei casi dovrei aspettarmi di ripartire da zero o, nel caso migliore, dal fondo della piramide.  E ciò non è – e non deve essere – accettabile.

Spesso mi chiedo se ho davvero del talento.  Non lo so.  Quello che so è che qualunque sia il mio talento, se fossi in Italia non avrei molte possibilità che esso venga sfruttato al massimo del suo potenziale“.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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I “convitati di pietra” – follow-up

postato da Sergio il 24.04.2013, nella categoria You say
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Per un puro caso, ospitiamo questa settimana quella che possiamo considerare -almeno in parte- la risposta all’imprenditore che una settimana fa (clicca qui per leggere il “post”)  lamentava le enormi difficoltà ambientali e burocratiche con cui le nostre aziende si trovano a combattere oggi, rendendo molto difficile l’assunzione di giovani competenti e qualificati.

Angelo, che scrive oggi, un passato da sindacalista alle spalle, analizza con lucidità e onestà intellettuale i meccanismi di selezione interni alle nostre (ovviamente non tutte) aziende. Il quadro che traccia Angelo fa emergere un paradosso: imprenditori innovativi e illuminati da una parte, forza-lavoro disponibile a seguire un progetto concreto dall’altra… e quadri intermedi impegnati solo a selezionare mediocri, amici e parenti, in un circolo vizioso che fa crollare la qualità della classe dirigente. E’ questo il vero problema? E’ qui che occorre andare a incidere? A voi la riflessione, insieme alla bella lettera di Angelo:

“Gentile Sergio Nava,

seguo spesso la sua interessante trasmissione e vorrei esprimere un mio parere. Condivido tutte le critiche che si fanno al sistema politico e alla nostra storica cultura della “raccomandazione”.

Spesso però si dimenticano le colpe che hanno tanti imprenditori nel gestire le aziende e il personale, specialmente quello più qualificato. Ho lavorato 35 anni in una media azienda privata (250 dipendenti)  del settore elettromeccanico/elettronico ben condotta e innovativa.

Avendo fatto anche il delegato sindacale di fabbrica, ho comunque avuto modo di verificare, nei vari incontri con la Direzione, come siano state poco incentivate le assunzioni di ingegneri, periti e impiegati di un certo livello, perchè venivano loro proposti inquadramenti salariali pari a quelli di un operaio specializzato, non si dava loro una concreta prospettiva di miglioramento nella gerarchia e nell’autonomia - insomma, non si dava loro fiducia e stimoli adeguati.

E questo perchè, al di là della buona capacità imprenditoriale dei titolari (ricerca, investimenti, rinnovo e nuovi prodotti, accordi fatti con la RSU per la produttività, ecc.), la gestione del personale veniva affidata ad altri, che puntavano a non farsi scavalcare e che imponevano la propria visione senza ascoltare le proposte dei collaboratori (e tanto meno quelle della RSU), a favorire quelli più ossequiosi, a mantenere equilibri interni anche se controproducenti per l’azienda.

Si nominavano capireparto/capiufficio in base all’obbedienza che manifestavano verso i superiori o per parentela/amicizia, e non in base alle loro effettive capacità tecniche e di gestione del personale: insomma, non avevano una cultura lungimirante dell’importanza di avere personale motivato e soddisfatto.

E così tanti “giovani talenti” non hanno accettato, o dopo un po’ se ne sono andati.

Comunque l’azienda andava bene, per cui anche i titolari non lo ritenevano un grosso problema e riconfermavano fiducia a queste persone. Adesso sono in pensione e spero che in questa azienda qualcosa sia cambiato.

E parlo di un’azienda sana e per tanti versi ben gestita, che è cresciuta non guardando solo al costo del lavoro, ma innovando, con attenzione alla qualità e reinvestendo gli utili… figuriamoci cosa sarà successo in tante altre piccole e medie aziende, che hanno guardato solo al guadagno immediato, senza avere una visione lungimirante e strategica del futuro.

Qui in bergamasca c’era un distretto molto attivo nel settore tessile. Anni fa questi industriali hanno venduto i propri macchinari in India, Cina e altri Paesi emergenti, ed erano contenti di aver guadagnato. Dopo qualche anno questi produttori, con quei macchinari, hanno iniziato a invadere il mondo con i loro prodotti a basso costo, mentre i nostri non hanno innovato, hanno litigato tra loro su nuove prospettive di unirsi e di creare un polo tecnico/innovativo del settore.

Risultato: tutto quel distretto è in crisi profonda, con chiusure di tante fabbriche e gente a spasso.

Penso che la sua trasmissione potrebbe evidenziare anche questo aspetto, ed essere da stimolo alle aziende a guardare più avanti: non credo si possa pensare di crescere lasciando fermi o diminuendo i salari, e guardare solo al costo del lavoro”.

ANGELO   

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