Storie di Talenti in Europa – Strasburgo 2014

postato da Sergio il 19.04.2014, nella categoria Young Expats say
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Puntata speciale di “Giovani Talenti”, che torna per il terzo anno consecutivo a Strasburgo, capitale d’Europa. Vi raccontiamo anche questo pomeriggio storie di giovani professionisti italiani, al lavoro nel cuore dell’Unione Europea.

In contemporanea, concludiamo l’iniziativa lanciata a marzo in collaborazione con il Parlamento Europeo (Ufficio di Milano), che permetterà a quattro ascoltatori “under 30″ di viaggiare il prossimo autunno in Alsazia, per portare -direttamente agli eurodeputati della prossima legislatura- le loro proposte per una nuova “Garanzia Giovani UE”.

Il tema della puntata odierna: “quali opportunità ci sono in Europa per i giovani “under 40″ che inseguono un obiettivo professionale, difficilmente raggiungibile -se non impossibile- in Italia? Siamo ancora un Paese di fuga dei talenti… o si comincia a intravedere una circolazione dei talenti” Risponderemo a queste domande con quattro storie… dal cuore dell’UE.

Ne parliamo con: Stefano Montanari, 39 anni, capo della Comunicazione del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa; Giacomo Fassina, 28 anni, assistente nel Gabinetto del Presidente dell’Europarlamento; Francesca Lazzaroni, 36 anni, assistente al Parlamento Europeo; Marco Cecchini, 38anni, direttore di un centro di ricerca all’Università di Strasburgo.

+++AVVISO AGLI ASCOLTATORI: “Giovani Talenti” prende una pausa nelle puntate del 26 aprile e del 3 maggio, nel corso delle quali saremo in onda con le precedenti trasmissioni registrate a Strasburgo.

Non perdete assolutamente la puntata del 26 aprile: in quell’occasione renderemo noti i nomi dei quattro vincitori dell’iniziativa “Giovani Talenti in Europa 2014″!

Da sabato 10 maggio riprende normalmente la narrazione delle storie dei nostri professionisti espatriati. C U soon!

Vi aspettiamo alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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“Io che amo l’Italia e sono tornata”

postato da Sergio il 16.04.2014, nella categoria You say
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Una bella lettera di incoraggiamento, quella che ci invia Chiara. Forse non tutto è perduto. Qualcuno ancora ci crede, in questo Paese devastato da due generazioni di classe dirigente incapace. Ripartiamo da giovani come Chiara? Che ne dite? Scriveteci, a giovanitalenti@radio24.it

“Mi chiamo Chiara, forse la mia storia è strana e diversa, forse sono io la pecora nera, ma ho sempre voluto lavorare in Italia, contribuire all’eccellenza della ricerca scientifica e tecnologica in questo Paese.

Vi scrivo per incoraggiare chi ha perso le speranze e chi si sente in un angolo senza via di uscita.

Sono un chimico industriale di 29 anni. Mi sono laureata a Milano nel 2008, e ho iniziato subito a lavorare.

Ho cambiato lavoro ogni due anni (anche se avevo contratti a tempo indeterminato), perché volevo imparare il più possibile. Nel 2010 mi sono trasferita in Inghilterra: per due anni ho lavorato in un favoloso centro ricerche di una multinazionale del petrolio… ma già dopo 18 mesi volevo tornare.

E’ vero che nemmeno in Lombardia avrei avuto opportunità di imparare il lavoro che mi hanno insegnato a Londra, ma ho sempre avuto voglia di portare a casa la mia esperienza, e contribuire al benessere e alla crescita del mio Paese.

Avevo così voglia di tornare che ho dato le dimissioni senza avere un altro contratto in Italia, ma non sono mai stata preoccupata. Sapevo di avere le forze e l’esperienza che sarebbero interessate a diverse aziende.

Continuo a studiare (ho fatto un Master, ho partecipato a programmi di mentoring e coaching), ogni giorno spendo almeno un’ora del mio tempo libero ad aggiornarmi su cosa succede nel mio settore e come si muove il mondo del lavoro). Sono convinta che non ci si possa permettere di accontentarsi di un solo titolo di studio per ottenere il lavoro che si desidera.

Bisogna faticare tanto, il 90% dei miei compagni d’università sta lavorando all’estero: è un passaggio fondamentale oggi, ma non è necessariamente una destinazione.

Ora che ho realizzato i miei progetti lavorativi (sono quadro in una multinazionale della chimica), sogno una famiglia. Potrebbe capitare di doversi trasferire all’estero un giorno, ma almeno non sarò più sola. E poi questa, è un’altra storia”.

CHIARA

P.S: “Chi dice che è impossibile, non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo” (A. Einstein)

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Lavorare nel Terzo Settore in UK

postato da Sergio il 12.04.2014, nella categoria Young Expats say
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Le ha provate davvero tutte Chiara Butti, 29enne International Officer presso la più grande organizzazione inglese di ONG, per restare a lavorare in Italia. Impossibile. Non bastano un ottimo curriculum ed esperienze di livello nel bacino del Mediterraneo. La verità è che l’Italia appare poco competitiva, nell’attrarre profili qualificati. Il confronto con la Gran Bretagna, in questo senso, è impietoso.

Ci racconta tutto Chiara, nella sua autopresentazione per il blog di “Giovani Talenti”:

“Sono Chiara, 29 anni, nata e cresciuta in provincia di Firenze, da padre italiano e madre palestinese. Fin da piccola sono stata esposta a diverse lingue e contesti culturali. Viaggiare e’ sempre stata la mia passione. Parlo inglese, francese, spagnolo e arabo.

Dopo una laurea triennale in Scenze Internazionali e Dipolomatiche a Forli’, ho deciso di specializzarmi in Medio Oriente: ho fatto un paio di stage non pagati e volontariati in Palestina, e un Master a Londra alla School of Oriental and African Studies (SOAS).

Molto indipendente e ambiziosa, mi sono mantenuta durante gli studi e gli stage non pagati. Ho passato un paio d’anni correndo tra ufficio, studi e lavoro al pub la sera… e il fine settimana. Tutto per arrivare ad avere una buona carriera ed usare la mia conoscenza ed esperienza acquisita all’estero, in Italia, e lavorare in ambito di relazioni Italia/Medio Oriente.

Una volta finito il Master, non si trovava alcun lavoro (causa crisi in Europa): quindi ho deciso di rimandare il mio ritorno in Italia, e accettare un nuovo stage non pagato a Beirut presso lo UN Development Project (UNDP). Da li’ ho continuato a cercare in Italia in ambito pubblico e privato, con ONGs, o organizzazioni internazionali. Non mi potevo certo permettere un altro volontariato, e il mio profilo era considerato troppo “junior” per percepire uno stipendio o avere “responsabilita’”!

A Beirut con una ONG locale in partnership con Oxfam, ho avuto la possibilità di fare un bel salto nella mia carriera, e coordinare un progetto di sviluppo con cooperative di donne. Ho imparato a gestire un progetto, dalla gestione del budget e le attività, ai rapporti con i donatori.

Durante tutto l’anno ho continuato a monitorare il mercato del lavoro in italia e le possibili posizioni aperte, ma non ho trovato niente nel mio ambito. Strano però… visto le Primavere Arabe e il crescente interesse nei rapporti con il Mondo Arabo!

Alla fine ho detto “basta”: ho deciso di tornare a casa, a vivere con i miei e continuare a cercare, facendo lavoretti vari, dalla vendemmia alla baby sitter. Sono rimasta disoccupata 8 mesi, e -ormai quasi depressa- dopo aver rifiutato un paio di lavori con altre ONG straniere, ho accettato un’ottima posizione da Project Manager con una ONG italiana, ma di nuovo in Libano!

E’ stata un ottima esperienza, ma la mia intenzione era fare quell’esperienza e poi riuscire a stabilirmi in Italia. Tuttavia, era chiaramente impossibile, anche con ONG italiane le posizioni sono nei Paesi di cooperazione e non in Italia, perché il personale costa di più.

Dopo un anno, non potevo più rimanere a Beirut- contesto molto instabile e difficile. Ho accettato la posizione di International Officer a Londra in una grossa associazione inglese, dove coordino un progetto regionale finanziato dal Governo per il supporto della società civile in Libia, Tunisia ed Egitto, con partners in Libano.

A Londra i processi di selezione sono trasparenti, le possibilità di crescita esistono, e sono piuttosto rapide. A 29 anni, sono competitiva e lavoro con colleghi della mia eta’- il mio capo ha solo 33 anni e una posizione molto alta nell’organizzazione.

Mi dispiace per l’Italia, mi dispiace che ce ne siamo andati tutti e che pochi vedono prospettive di tornare ( i miei ex compagni universitari italiani sono in giro per il mondo, in Medio Oriente, a Bruxelles, in Germania, a Londra, in Brasile, a New York). E non credo che nessuno di noi tornerà presto!”

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“Il Talento all’estero emerge. In Italia no”

postato da Sergio il 09.04.2014, nella categoria You say
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Analisi spietata delle arretratezze italiane, nella lettera che il nostro ascoltatore Alberto ci invia dalla Russia. Un “globetrotter” davvero eccezionale, Alberto, come ci racconta lui stesso: il quadro che emerge dell’Italia è quello di un Paese ormai fuori dai giri che contano. Un Paese dove il talento non emerge, perché viene soffocato dalle “cordate”. Un Paese dove non si decide quasi più nulla: le strategie vengono stabilite altrove. Un Paese dove la parola “futuro” è scomparsa dall’orizzonte.

Missiva per gli ascoltatori dallo stomaco forte. Ma da leggere. Fino all’ultima riga. Enjoy!

“A fine novembre ho compiuto i fatidici quarant’anni! Quindi non mi ritengo piu’ un giovane talento in fuga. Anzi… non mi ritengo neanche un talento!

Mi sono laureato in Ingegneria Aerospaziale a Milano a fine 1997 e sono andato a lavorare a Roma nel reparto marketing di una delle principali aziende americane di largo consumo. Mi sono fatto un paio di anni abbondanti di gavetta, imparando i fondamentali del marketing operativo e i processi aziendali.

Poi sono stato spostato a Ginevra, sempre per la stessa azienda, nel quartier generale europeo, dove mi sono occupato prima di un prodotto per il Sud Europa e successivamente di un lancio nel nord Europa – e contemporaneamente ho rafforzato il background di marketing operativo con una forte componente di marketing più strategico.

Il primo passaggio all’estero, dato che non avevo alcuna precedente esperienza, e’ stato estremamente formativo. Per la prima volta ho avuto l’occasione di guardare il mio paese dall’esterno e di capire come, tutta una serie di logiche che davo per scontate, non lo fossero nel resto d’Europa (!). E’ stato abbastanza sconvolgente, non sempre piacevole rendersi conto della realta’ del proprio Paese.

Dopo quasi sette anni sono passato in consulenza, e sono rientrato a Milano per lavorare per una delle piu’ importanti (se non la piu’ importante) societa’ americane di consulenza strategica: ho fatto una serie di progetti in Italia, andando al di la’ del puro marketing, poi ho avuto l’occasione di fare un progetto importante in Egitto, nel corso del 2007. In quella occasione mi sono reso conto di quanto il Medio Oriente stesse gia’ inziando a gravitare abbondantemente attorno a Dubai. E nel 2008, agli albori della crisi globale, mi sono trasferito nell’ufficio di Dubai per un anno.

Il passaggio a Dubai e’ stato per molti versi simile al primo trasferimento in Svizzera: per la prima volta mi sono reso conto che un sacco di cose che diamo per scontate in Europa, non lo sono in grandissima parte del resto del mondo. Sto parlando di elementi fondamentali della nostra civilta’, come la democrazia, la classe media, la libera stampa ,che sono motori fondamentali di un settore dell’economia (le medie aziende, cioe’ quelle non a conduzione familiare ma non ancora grossi conglomerati, MNC o aziende statali ) che stentano a creare massa critica in tutte quelle regioni dove gli elementi di civilta’ sopracitati non esistono.

Poi sono rientrato in Europa, facendo base a Milano, ma girando un po’ per tutta Europa. Quando mi sono reso conto di aver completato un altro ciclo, cioe’ dopo sei anni che ero in consulenza, ho deciso di ritornare in azienda: sono stato assunto da un’azienda Canadese come responsable marketing, sviluppo rete e strategia per Europa Ovest, Medio Oriente e Africa. In meno di due anni l’azienda ha deciso di spostarmi, su una delle posizioni piu’ importanti del mercato Internazionale (tutto quello che non e’ Nord America), cioe’ allo sviluppo della Russia. E tra qualche mese, appena il mio russo mi permettera’ di essere abbastanza autonomo, mi spostero’ a San Pietroburgo per un numero di anni non definito, almeno due/tre ma probabilmente cinque

Poi… chissa’… forse di nuovo la Svizzera. Molto probabilmente un’altro paese emergente, come Cina o Brasile. Oppure la casa madre in Canada o negli USA.

Sinceramente e’ difficile prevedere adesso quali saranno i mercati in crescita tra tre-cinque anni… e magari non ce ne sara’ nessuno per quest’azienda.

La cosa non mi preoccupa molto: dopo aver fatto tanti lavori diversi, aver lavorato in tanti paesi diversi, parlando tre lingue (tra tre anni spero che il mio russo sia buono… quindi quattro…) penso che un lavoro lo trovero’. Come ho sentito recentemente dire “se uno sa fare 50 lavori, difficilmente rimarra’ disoccupato”.

Un paio di considerazioni riguardo il tema della fuga dei talenti:

Quest’anno vado a pareggio. Nel senso, da quando mi sono laureato, ho lavorato tanti anni all’estero tanti quanti ne ho lavorati in Italia. E ho avuto molte piu’ soddisfazioni all’estero che in Italia. Mentre io sono sempre lo stesso. Allo stesso modo all’estero ho trovato molti ragazzi italiani validi. Ma ne ho trovati altrettanti in Italia, che (caparbiamente) hanno deciso di rimanere. Senza però ottenere gli stessi risultati di quelli che sono andati all’estero.

La mia sensazione però e’ che questo tema della fuga dei talenti sia un falso problema: non c’e’ alcuna fuga di talenti. C’e’ si’ una fuga, ma di gente simile a quella che rimane in Italia. Solo che all’estero, se sei un talento, riesci ad emergere. In Italia no.

E credo che i piani per far rientrare i talenti dall’estero si riveleranno un fallimento, perche’ quando i talenti rientrano nelle logiche italiane, il loro talento rischia di svanire – come successo per i loro pari che sono rimasti in Italia, il cui talento non e’ mai sbocciato.

Una serie di ragioni per cui non ho intenzione di rientrare in Italia:

-la prima e’ legata al tessuto industriale. In Italia non ci sono centri molti decisionali, mentre in Svizzera ho lavorato per due aziende diverse in due HQ per l’Europa (e oltre) nessuna multinazionale mette in Italia un HQ Europeo. Quindi si finisce per lavorare per una parte dell’azienda che fa solo implementazione di strategie decise altrove. Per chi vuole fare un lavoro dove si decide qualcosa di importante, lo deve fare fuori dall’Italia. Le uniche aziende che hanno un centro decisionale importante in Italia sono quelle puramente Italiane, che sono prevalentemente a gestione padronale (nulla di male, ma dopo 15 anni in aziende di stampo nord americano, penso che farei fatica a lavorare in una azienda di proprieta’ familiare), oppure le aziende sufficientemente grandi (con fatturati da svariati miliardi di euro) da poter decidere quasi tutto nel Paese. A parte non avere particolare esperienza in nessuno di questi settori, sono industrie fortemente “regolamentate” e molte di queste “politicizzate” o dove i posti decisionali sono coperti non da quarantenni.

Oggi lavoro in un’azienda che ha deciso di fidarsi di me: l’azienda e’ canadese e il paese in questione e’ la Russia. Ma a capo del Paese non ci hanno messo ne’ un Canadese ne’ un Russo. Ma un Italiano, che tra l’altro e’ da soli due anni in azienda. Che la scelta sia giusta o sbagliata e’ irrilevante. Il fatto e’ che nelle aziende non Italiane, quello che prevale nelle scelte di business sono logiche di business, non di “cordata”. Che io sia bravo o meno sara’ il tempo a dimostrarlo. Quello che e’ certo e’ che qualcuno mi ha dato l’opportunita’ di poterlo provare, senza che conoscessi qualcuno o fossi simpatico a qualcun’altro.

-un’altra ragione e’ che ci sono molti posti in giro per il mondo dove le opportunita’ per le persone capaci fioriscono in continuazione. Se uno ha voglia di prendersi dei rischi, Dubai come Singapore (due citta’ dove sono transitato recentemente e ho visto amici) offrono enormi possibilita’ a chi ha voglia e parla anche solo l’inglese. Sono poli dove il sistema fatto dalle aziende e dal Paese offrono molte piu’ possibilita’ di quelle che si possono trovare in Italia. E non parlo di posti perfetti. A Dubai ci sono un miliardo di cose che non funzionano. Pero’ c’e’ spirito ed energia. Ho alcuni amici in Cina che mi raccontano di cose simili. E a San Francisco la stessa cosa. La competizione per i talenti e’ globale: perche’ tornare in Italia, e rinunciare a tutte queste possibilita’?

-terza e ultima ragione: non capisco perche’ dovrei tornare in un posto dove il mio lavoro viene tassato del 50% e non ho dei servizi decenti. A parte la sanita’ pubblica, dove mi sembra che negli ultimi decenni siano stati fatti dei passi notevoli, almeno nelle regioni dove ho avuto esperienza di prima persona, il resto del Paese non funziona per niente. Ne risentiamo anche all’estero! Per fare il passaporto, dove avevo solo tre pagine libere dato che viaggio molto, a meta’ dicembre mi hanno fissato l’appuntamento per rifarlo ai primi di Marzo. E nessuno del consolato di Ginevra mi ha mai risposto al telefono per chiarirmi se c’erano altre soluzioni per rifarlo con urgenza. Ho dovuto chiamare il ministero degli Esteri e farmi spiegare che dovevo rientrare in Italia. Ho perso un giorno di lavoro per fare richiesta e un altro giorno per ritirarlo. Capisco la “spending review”, ma neanche rispondere al telefono per dare un informazione mi e’ sembrato davvero aver passato il limite!

Cordiali saluti,

ALBERTO

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Un Manager nella Cina di “seconda fascia”

postato da Sergio il 05.04.2014, nella categoria You say
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Gestire le attività in Estremo Oriente di una multinazionale svizzera, a neppure 40 anni di età. Una storia davvero straordinaria e proiettata nel futuro quella di Simone Rancan, 39enne manager al lavoro in una delle tante città di “seconda fascia” della Cina.

Un’occasione imperdibile, questa puntata, per fare il punto sulla moria dei giovani manager italiani… specie sempre più rara in un Paese che ha perso di vista la strategia e la pianificazione. Insieme alla necessità crescente di “internazionalizzazione”.

Simone si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Simone Rancan, sono nato 39 anni fa ad Arzignano, in provincia di Vicenza. Dopo essermi laureato con laurea quinquennale in Ingegneria Meccanica all’università di Padova nel 2000 con una specializzazione di 8 mesi al Politecnico Federale di Zurigo, e dopo un anno di servizio civile, inizio la mia carriera lavorativa in Italia in una PMI del Nordest. Inizio come semplice impiegato dell’ufficio acquisti, nonostante il titolo di “Ingegnere”, ma fidandomi delle prospettive di crescita prospettatemi in azienda.

Decido di affrontare il lavoro, tentando di mettere a frutto le mie capacita’ e miei studi, anche se sono un po’ al di fuori dell’ambito “naturale”. Sento chiaramente di non essere utilizzato per quelle che sono le potenzialità, ma con pazienza decido di tenere duro e aspettare le occasioni che verranno.

L’occasione principale arriva un paio d’anni dopo, con la fusione dell’azienda con un’impresa svizzera, e la conseguente internazionalizzazione. Il passo successivo sara’ un’ulteriore internazionalizzazione verso la Cina. E’ cosi’ che -nel 2004- metto piede per la prima volta nel Paese di Mezzo, che mi vedrà poi tornare in pianta stabile dal 2009 come Direttore Generale dello stabilimento di un gruppo italiano.

Nel 2012 l’ultimo passo, che mi porta ad essere Direttore Generale dello stabilimento cinese per un Gruppo Svizzero quotato in Borsa. Da 5 anni vivo stabilmente in Cina, mia moglie è cinese, e abbiamo una figlia di due anni e mezzo.

Le esperienze in tre “mondi” lavorativi (italiano, svizzero-tedesco e cinese) mi portano ad apprezzare la chiarezza delle regole, la franchezza dei rapporti lavorativi in cui le critiche, anche non piacevoli,  non sono intese come attacchi personali, ma come rilievi oggettivi che ti permettono, se li accetti, di migliorarti continuamente. Un ambiente piu’ trasparente di quello pervaso da falsi “buonismi” che celano invece obbiettivi non cosi’ “candidi”“.

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L’onda dell’emigrazione Oltremanica

postato da Sergio il 02.04.2014, nella categoria You say
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E’ stato ospite diverso tempo fa di “Giovani Talenti” Salvatore Corradi, presidente di Bachelor, agenzia specializzata nel recruitment di giovani laureati. Recentemente abbiamo letto online questo suo articolo, relativo alle vacanze natalizie in UK. Articolo che conferma l’impressionante mole di giovani italiani che stanno cercando fortuna Oltremanica: qualche giorno a Londra è più che sufficiente, per rendersene conto. La mera osservazione di questo “esodo” rappresenta il punto di partenza per alcune proposte in materia di contratto di lavoro, ancora di grande attualità…

“Durante il mio soggiorno natalizio a Londra, tra le tante attività commerciali lungo le vie londinesi, non sono riuscito a non trovare un giovane italiano. Diplomati provenienti dalla provincia e laureati dalle grandi città, quasi a ricordare l’emigrazione degli anni Sessanta e Settanta.

Parlare con loro, per strada e in metro, non è stato per nulla difficile, perché l’italiano -anzi gli italiani- sembrano essere diventati la maggioranza. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, da voler raccontare perché nella capitale inglese molti di loro fanno lavori umili con retribuzioni che vanno da 4,5 a 7 pound per ora, ed hanno contratti “unlimited” con un numero minimo garantito di ore lavoro, che va da 1 (come accade per la ragazza della reception dell’hotel dove ho alloggiato) a 16 ore alla settimana. In pratica, una sorta di contratto a chiamata!

Con gli occhi di un italiano questi giovani immigrati non sono altro che precari sfruttati ma, diversamente, le loro biografie rivelano il contrario: nessuno di loro tornerebbe in Italia, si sente un precario e schiavo del lavoro. E ancora, tutti sono convinti di svolgere un lavoro umile, che probabilmente non farebbero in Italia perché in terra straniera, nonostante tutto, si sentono rispettati, vivono decorosamente e sono convinti che potranno costruire il loro amato e meritato futuro. In altri termini, dunque, questi giovani hanno finalmente trovato quell’ossigeno vitale che permette loro di dare senso ai propri sforzi personali e professionali: l’opportunità e la prospettiva.

Le storie di questi ragazzi fanno riflettere rispetto alla possibilità mai avanzata in Italia di un contratto davvero leggero ed agile. È importante, infatti, che anche il nostro Paese inizi a ragionare su una forma di semplificazione e perché no, anche di deregolamentazione. Non si tratta di negare diritti, ma semmai di garantire il diritto a quella opportunità e prospettiva che i nostri giovani stanno ricercando (e che a volte trovano) in terra straniera.

E ancora, allo stato attuale pensare al contratto di lavoro, con tutte le sue norme e complessità, quale obiettivo ci rende ancora lontani dalle vere soluzioni. In considerazione della lunga vita professionale che spetta ad un giovane lo si assume in 24/48 ore e non in 15 lunghi giorni. I primi tre anni, infatti, devono essere quelli più importanti e costruttivi verso lo sviluppo delle competenze tecnico professionali. Non servono tasse, aumento del costo del lavoro e bizantinismi normativi.

Serve maggiore agevolazione, flessibilità e chiarezza relativamente alle forme contrattuali esistenti in Italia che siano in grado di inserire, veramente, i giovani nel mercato del lavoro. Una soluzione, ogni giorno rimarcata e ricordata anche dai media, è l’apprendistato: eccellente strumento, ma che dovrebbe essere senza barriere in entrata, con enti bilaterali che imperversano sugli apprendisti senza una vera funzione di garanzia reale; in itinere con percorsi di formazione di dubbia efficacia quando si sa che la formazione è migliore quando è impartita direttamente in azienda; in uscita, visti gli stretti vincoli per le imprese.

Giovani, formazione, competenze e imprese. Un quadro ben dipinto ma con forti sfumature normative che, ancora oggi, nessun pennello è in grado di aggiustare: quando la flexsicurity di Pietro Ichino viene bollata come “macelleria sociale” e la Legge Biagi viene definita come la prima causa di non occupabilità e precarietà,  vuol dire che i colori della sconfitta sono chiari e nitidi e la mano dell’artista è ancora tremolante”.

LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE

Salvatore Corradi

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Un Ingegnere dei Trasporti in Australia

postato da Sergio il 29.03.2014, nella categoria Young Expats say
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Le aveva proprio provate tutte, Andrea Colaiacomo, prima di mollare le ancore verso l’Australia: colloqui per lavoro da dipendente (e relativa scoperta dell’indecente mondo italiano dei contratti a progetto), lavoro autonomo (con l’insormontabile ostacolo di riuscire non solo a far capire l’utilità dei propri progetti… ma anche di farsi pagare). Alla fine, un anno e mezzo fa, ha fatto le valigie. Famiglia al seguito.

Ora vive e lavora in Australia. Ha un contratto a tempo indeterminato, ha ottenuto due aumenti di stipendio, e coordina un proprio team. Piccolo particolare: il settore in cui lavora, quello dei trasporti e della mobilità sostenibile… avrebbe un gran bisogno di profili come il suo, nel Paese dove il problema dei problemi è il “traffico”.

Andrea si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”…

“Sono Andrea Colaiacomo, ho 30 anni e sono (ahimè) scappato dall’Italia per dare un futuro a moglie e figlio. Sono ingegnere e modellista dei trasporti. Ho trovato nell’Australia un ambiente accogliente e -soprattutto- stimolante. Terminati gli studi all’Università di Tor Vergata ho avuto un anno di collaborazione con l’Università stessa, un anno e mezzo da dipendente in una piccola società di consulenza, infine un anno da libero professionista.

Nella ricerca del lavoro ho fronteggiato situazioni ben note a tutti i giovani, ma ho deciso di non farmi sottomettere e così ho rifiutato, tra le altre, un contratto a progetto che avrebbe dovuto essere a tempo determinato e non ho accettato di fornire la mia consulenza gratis ad un comune laziale “per entrare nel sistema”. Un sistema che “non lavori se non conosci” e “sei giovane, quindi non capisci niente”.

Qui ho trovato una società di consulenza che apprezza i giovani, investe in formazione, spinge a crescere e a prendere sempre maggiori responsabilità. In un anno ho ottenuto la responsabilità di un gruppo di lavoro e per il futuro… ho ancora voglia di crescere. Infine… mai mettere limiti alla provvidenza!”

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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“Resilienti”

postato da Sergio il 26.03.2014, nella categoria You say
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Lettera sintetica, ma portatrice di un messaggio potente quella che ci invia il nostro ascoltatore Cividino: lettera di chi è rimasto a lottare qui. Nonostante tutto e nonostante tutti. Persone come lui andrebbero premiate. Poi però sorge l’inevitabile -cinica- domanda: ha senso restare a giocare in Serie C, per una squadra che fa di tutto per falciarti in mezzo al campo… quando c’è la Champions League che chiama?

Scusate il paragone calcistico, ma immagino che per molti giovani di valore la sensazione sia un po’ questa, obbligati come sono a confrontarsi quotidianamente con un Paese ancora troppo spesso dominato da mediocri e “amici/figli di”, specializzati nel soffocare il talento nella culla.

“Buongiorno,

sono un assegnista di ricerca da circa 10 anni e volevo fare alcune riflessioni e possibili spunti per nuove trasmissioni. Ritengo che oggi sia molto più semplice espatriare piuttosto che rimanere in Italia a lottare con Baronie e Patriarcati.

L’esperienza all’estero è la base di ogni ricercatore: tuttavia ritengo che occorra rafforzare chi cerca con tutte le sue forze di portare avanti anche dall’Italia quel poco di ricerca pubblica che è rimasta.

Devo essere sincero: mi piace molto la vostra trasmissione, ma vorrei che fosse valorizzato anche l’aspetto di chi non solo ha deciso di tornare, ma  rimanere in Italia e di essere resiliente a questo periodo poco favorevole.

Ho deciso di restare ne sono fiero, a volte mi scontro contro i mulini a vento, mi dispero per autofinanziarmi stipendio e ricerca, ma spero un giorno di poter essere strutturato per cambiare le cose da dentro”.

CIVIDINO

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Planetologia in Belgio

postato da Sergio il 22.03.2014, nella categoria Young Expats say
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Guardarsi intorno, dieci anni dopo… e scoprire che quasi la metà dei tuoi compagni di corso all’università è emigrata o lavora all’estero. La storia di Lidia Pittarello, 33enne ricercatrice post-doc in Planetologia, la dice lunga sui tempi che viviamo. Tempi di globalizzazione ed internazionalizzazione, sicuramente… ma tempi anche di uscita -spesso forzata- dall’Italia.

Con Lidia abbiamo organizzato una “mini-rimpatriata” di studi: in onda con lei ci sarà un suo ex-compagno di corso, trasferitosi cinque mesi fa a Berlino con la moglie. Anche per lui la vita è radicalmente cambiata, lavorativamente parlando. In meglio, ovviamente.

Lidia si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

Sono Lidia, 33 anni, geologa, da un anno a Bruxelles, da quattro anni all’estero. Nata a Padova da genitori italiani conosciutisi in Germania – ove erano entrambi emigrati per lavoro. Divisa tra la passione per la geologia e per la musica, ho conseguito tra il 2004 ed il 2009 Laurea in Scienze Geologiche, Diploma in Organo e composizione organistica e Dottorato di Ricerca in Scienze della Terra.

Dopo il dottorato il mio supervisore mi consigliò di guardarmi attorno (ossia puntare sull’estero), perché non c’erano ulteriori possibilità per me all’università. Mi avvisò anche che -qualora avessi deciso di partire- quello sarebbe stato un viaggio di sola andata. Nel 2010 sono stata scelta per un post-doc di 3 anni a Vienna, su un argomento diverso da quanto fatto prima.

Al termine di questa prima esperienza, ho dovuto nuovamente “guardarmi attorno”, mandando curricula nel privato (senza successo, ormai vecchia e troppo specializzata per il settore), e rispondendo ad annunci in ambito accademico… finché non mi è stata offerta l’opportunità di un altro post-doc su un argomento nuovamente differente, in Belgio.

Qui ho trovato un gruppo di ricerca quantomai internazionale, un progetto in collaborazione con il locale museo di Scienze Naturali e con un centro di ricerca in Giappone, e la prospettiva di una missione in Antartide. Purtroppo resta la consapevolezza che anche questa probabilmente sarà una soluzione temporanea: tra un paio d’anni dovrò iniziare di nuovo a mandare CV in giro. Se avrò fortuna, dovrò nuovamente spostarmi ed ambientarmi in una nazione diversa, imparando l’ennesima nuova lingua, senza prospettive di rientrare in Italia.

Mi consola il fatto di sapere di non essere sola. Nel 2014 ricorre il decennale dalla laurea, che condivido con altri 23 compagni di studi con cui sono rimasta in contatto per almeno una “reunion” una volta l’anno. Di noi 24, in 7 abbiamo residenza all’estero ed altri 4 hanno base in Italia ma trascorrono gran parte dell’anno all’estero per lavoro. Siamo quindi 11 a non lavorare in Italia.

In 9 abbiamo conseguito un dottorato di ricerca, 6 in Italia e 3 all’estero. In 7 lavoriamo nella ricerca, 10 nel privato, 6 sono liberi professionisti o lavorano occasionalmente, ed 1 è insegnate di scuola superiore. Pur se con lavori saltuari o contratti da precari, a 10 anni dalla laurea nessuno è a casa disoccupato. Un successo! Ma a quale prezzo? Circa la metà dei miei compagni è stata costretta a fare le valigie e temo che altri ci seguiranno“.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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“Pensionare i Baroni? Sì, ma verifichiamone anche la preparazione!”

postato da Sergio il 19.03.2014, nella categoria You say
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Prosegue anche questa settimana il dibattito dalle colonne del blog di “Giovani Talenti” sulla discussione lanciata a dicembre: “(L’ex-) Ministro Carrozza a “Giovani Talenti” ha chiesto ai professori universitari “over 70″ di andare in pensione. Siete d’accordo? E nel caso, per combattere le baronie, perché non abbassare il limite a 65 anni?” Uno studente (o una studentessa) dell’Università di Pisa (città di origine della Carrozza) risponde e rilancia: ancora più che l’età conta la reale preparazione dei docenti…

“Quella riportata è una semplice riflessione, che inizia lamentando l’età troppo avanzata di docenti in tante strutture universitarie. Sostengo appieno la necessità di abbassare l’età di pensionamento, ma soprattutto di valutare con delle prove di esame a cadenza regolare il livello di preparazione dei docenti stessi.

Prima ancora di rivolger attenzione ad età pensionabile, sarebbe opportuno verificare costantemente attraverso organi esterni la preparazione di chi detiene la cattedra.

Nella mia semplice, seppur sofferta esperienza universitaria, devo molto alla mia straordinaria forza di volontà e desiderio di investire nella preparazione attraverso manuali ed aggiornamenti on-line, poichè il corpo docente si è spesse volte dimostrato non idoneo”.

ANONIMO/A

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