Consigli Pratici per lavorare in UK…

postato da Sergio il 17.12.2014, nella categoria You say
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Ho personalmente molto apprezzato la lettera che ci ha inviato il nostro ascoltatore Enrico: si inserisce perfettamente nel filone “britannico” che ha contraddistinto l’ultima settimana di “Giovani Talenti”, in giorni che hanno ribadito -statisticamente- il boom di espatri italiani in UK.

Enrico ha pensato: perché non dare una mano pratica a chi cerca lavoro Oltremanica, sulla base della sua personale esperienza? Così ha preso tastiera e pc, e ci ha inviato una e-mail con una serie di spunti. Da stampare e leggere nelle vacanze di Natale.

La lettera di Enrico:

“Sono uno di quegli Italiani che ad un certo punto della loro vita sono partiti per Londra, alla ricerca di un ambiente diverso e soprattutto di un lavoro soddisfacente. Vi anticipo che il risultato è stato positivo, ma né il percorso né il punto di arrivo erano quelli che mi sarei aspettato.

Nel 2006, dopo 5 anni di lavoro in Italia, decisi che era tempo di un’esperienza completamente diversa. Fu così che all’alba dei 30 anni mi ritrovai in partenza per Londra.

Fui fortunato, in un certo senso, perché riuscii a trovare lavoro dall’Italia, per cui quando arrivai a Londra avevo già un impiego, inoltre non ero solo in quest’avventura, ma c’era con me la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, e in più c’era un mio ex-compagno di università che viveva già stabilmente a Londra e poteva darmi qualche dritta.

A Londra mi sono fermato per un paio di anni, nei quali ho lavorato per una multinazionale americana che mi ha insegnato molto dal punto di vista professionale, e già questo secondo me valeva la fatica e le incertezze legate al trasferimento. L’esperienza londinese però mi ha arricchito al di là del lavoro e va vista -col senno di poi- come un’esperienza di crescita personale quanto professionale.

Devo ammettere che non è stato facile. La comprensione dell’inglese é stato un problema all’inizio (e anche qualcosa in più): quando sono arrivato facevo fatica a capire ciò che mi veniva chiesto di fare, e ci ho messo circa sei mesi ad arrivare ad un livello soddisfacente con la lingua inglese. Tuttavia essendo in un ambiente lavorativo multiculturale, capitava abbastanza frequentemente che ci fossero richieste di chiarimenti su quanto veniva detto. Ci sono diversi modi per chiedere di ripetere qualcosa in inglese e sarebbe bene conoscerli: http://inglesefirenze.blogspot.it/2013/01/10-modi-per-chiedere-di-ripetere-una.html.

Come fare però per arrivare al fatidico lavoro a Londra? Come deve essere un curriculum per essere considerato positivamente dai selezionatori stranieri? Che cosa bisogna aspettarsi da un primo lavoro a Londra?

E’ possibile trovare un lavoro a Londra dall’Italia, forse è anche meglio cercarlo dall’Italia, specialmente se avete già un lavoro che non volete abbandonare, senza avere prima un’alternativa valida. Inoltre i costi per organizzarsi qualche soggiorno a Londra sono oggi accettabili grazie alle compagnie low cost e inferiori rispetto ad un trasferimento permanente.

Per cercare lavoro a Londra dall’Italia bisogna organizzarsi. Ad esempio avrete bisogno di avere un curriculum in inglese che sia stato controllato da qualcuno con esperienza, avrete trovato degli annunci di lavoro che vi interessano, avrete scritto una lettera di presentazione in inglese per quel lavoro, avrete probabilmente fatto un sopralluogo a Londra, chiesto informazioni ad amici e conoscenti e così via.

Potete prendere qualche venerdì di ferie e pianificare una serie di week-end lunghi a Londra per fare colloqui, andare in agenzie di lavoro, sondare il terreno.

La mia preparazione è iniziata con la lettura di un libro che ritengo fondamentale per sostenere un qualsiasi colloquio di lavoro, il testo si chiama “Great answers to tough interview question”. E’ ovviamente scritto in inglese e serve a capire a come rispondere alle domande dei selezionatori, che siano aziende o agenzie. Se dovete ancora affinare il vostro inglese questo libro contiene esattamente il vocabolario che dovete apprendere per sostenere un colloquio in inglese.

L’altro consiglio che vi posso dare, e che per me ha funzionato benissimo, è quello di essere specifici nella posizione che cercate. Se non sapete cosa volete fare e non avete già un profilo definito sarà più difficile proporvi per una posizione specifica. Una volta che avete deciso cosa siete e cosa vorreste fare a Londra, mettete bene in chiaro nel vostro CV quali sono le esperienze che avete in quel determinato ruolo, piccole o grandi che siano. Questo vi servirà per due motivi: da un lato renderà più rilevante il vostro CV dall’altro, le parole chiave inserite serviranno ai selezionatori per trovarvi tramite ricerche all’interno dei loro database.

Il terzo e ultimo consiglio, almeno se cercate lavoro dall’Italia, è quello di organizzarvi in anticipo una mini-serie di soggiorni a Londra a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro, ma prenotati con largo anticipo in modo da sfruttare le tariffe più convenienti delle compagnie low cost. Le agenzie e le aziende con cui farete colloqui apprezzeranno la vostra capacità organizzativa. Nel mio caso ha funzionato.

E’ anche possibile che vi troviate a dover accettare un lavoro di livello inferiore rispetto al vostro attuale, ma in alcuni casi sarà il prezzo da pagare per il fatto di non avere già un’esperienza di lavoro in un contesto internazionale.

In conclusione l’esperienza di due anni a Londra, nel mio caso, ha dato i suoi frutti. L’aver lavorato a Londra, aver acquisito un’esperienza internazionale e un’ottima conoscenza della lingua inglese, mi ha garantito una notevole attenzione da parte dei selezionatori di aziende e agenzie di selezione, cosa che prima non avevo mai riscontrato.

Tornato in Italia ho cambiato tre aziende alla ricerca di un ambiente lavorativo che fosse allo stesso tempo stimolante e con una dimensione umana, quasi familiare. Alla fine l’ho trovato e l’esperienza a Londra mi ha aiutato anche in questo.

ENRICO

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Una Ingegnere Strutturista Oltremanica

postato da Sergio il 13.12.2014, nella categoria Young Expats say
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Una puntata molto britannica quella che ci aspetta oggi a “Giovani Talenti”: dalle cifre Istat sui nuovi espatri dall’Italia, che confermano come sia la Gran Bretagna la nuova grande calamita di connazionali in fuga, all’iniziativa “Benvenuto a Bordo”, che intende aiutare gli italiani appena approdati a Londra… fino alla storia della settimana. Quella di Alessandra Villa, 30 anni, ingegnere strutturista, al lavoro proprio nella capitale inglese.

Un curriculum da professionista globetrotter, quello di Alessandra. Uno sguardo -dall’interno- sulla realtà dei nostri giovani “globali”. Alessandra si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Alessandra Villa e il mio sogno, fin da quando ero bambina e giocavo con la sabbia, è sempre stato quello di costruire ponti.

Mi sono laureata col massimo dei voti al Politecnico di Milano nel 2008 in Ingegneria Civile, indirizzo Strutture. Dal Settembre 2009 lavoro all’estero, per Arup, uno dei leader al mondo nella consulenza di ingegneria civile. Lavorare per Arup era il mio sogno da quando, due anni prima della laurea, avevo assistito a una presentazione dell’azienda nell’ambito di una giornata di incontro organizzato dal Politecnico di Milano.

Inizialmente assunta all’ufficio di Birmingham, Inghilterra, ho lavorato un anno in quello di Amsterdam, nove mesi in cantiere in giro per l’Inghilterra e ora, da ottobre, sono nell’ufficio di Londra. Per lavoro sono anche andata a Singapore, Sydney, Hong Kong per periodi brevi – il mio lavoro e’ quello di progettare grandi opere, ovunque nel mondo.

L’aver lavorato in uffici diversi e il continuare ad essere su progetti in nazioni diverse mi stimola, in quanto mi posso confrontare con metodi lavorativi e approcci diversi che richiedono parecchia elasticita’ mentale e abilita’ a rapportarsi in modo appropriato col cliente.

Il fatto di lavorare per una multinazionale presenta numerosi aspetti positivi. Innanzitutto il livello di conoscenza e competenze tecniche e’ altissimo: attraverso una superba intranet e’ possibile richiedere consigli e informazioni a livello mondiale… solitamente si ricevono risposte nel giro di un’ora da grandi esperti. Per chi che, come me, deve fare molta esperienza, credo sia fondamentale potere imparare da molte persone e avere accesso a numerose fonti di informazioni all’avanguardia.

La multidisplinarieta’ dei progetti rende il mio lavoro piu’ interessante. Anziché vedere solo la progettazione strutturale, che e’ cio’ di cui mi occupo, ho la possibilita’ di lavorare fianco a fianco con le altre discipline, dato che, al contrario che in una piccola societa’, sono anch’esse interne.

Il networking poi e’ fondamentale. Arup cerca molto di far viaggiare i suoi impiegati, soprattutto i giovani, in modo da creare un forte network interno che permetta una qualita’ del lavoro piu’ elevata.

L’ultimo evento che ha caratterizzato la mia carriera e’ stato un viaggio a Sydney per un corso interno, chiamato “Design School”. Ogni continente organizza questo corso ogni anno, e invita una persona da gli altri continenti. Il corso e’ per giovani talenti e io sono stata mandata come rappresentante europea. Il fatto che abbiano scelto me su probabilmente piu’ di mille papabili candidati mi ha reso enormemente orgogliosa.

Da un punto di vista personale vivere all’estero mi piace!

Ammetto che non sia stata un’esperienza semplice. Il primo impatto con l’estero l’ho avuto a Birmingham, ex citta’ industriale dove il numero di italiani si conta sulle dita di una mano. Nonostante le prime insicurezze e difficolta’, il mio spirito estroverso mi ha permesso di crearmi un bel giro di amici, il mio inglese ne ha beneficiato enormemente e ho potuto scoprire quella che chiamano “la vera Inghilterra”, cioe’ l’Inghilterra che non e’ Londra.

Durante l’anno ad Amsterdam ho ampliato il mio giro di amicizie e conoscenze internazionali. Amsterdam e’ una delle citta’ col piu’ alto numero di nazionalita’ presenti e le attivita’ expat sono molte e varie. Ho anche imparato un po’ di olandese, in modo da non essere esclusa dal giro di amici e così da poter lavorare meglio.

Ed ora Londra. Londra e’ Londra e avevano ragione, e’ completamente diversa dalla “vera Inghilterra”.

Il numero di italiani expats e’ elevatissimo. Ho ritrovato compagni di scuola, di scherma, gente di altri Paesi, conosciuti per altri motivi, che anche loro si sono diretti verso la grande metropoli.

Londra’ e’ diversa. Gli stimoli e le opportunita’ sono elevati, l’intrattenimento e’ uno dei piu’ vasti e vari, e in un’ora e mezza si e’ a Milano, anche se ormai dovrei definire “casa” quella londinese a discapito di quella dove sono cresciuta”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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Flessibilità (quella vera…)

postato da Sergio il 10.12.2014, nella categoria You say
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Vi ricordate Andrea Cremese? Di lui parlammo poco più di un anno fa, quando raccontammo la sua storia di ingegnere negli Usa. Qualche settimana fa Andrea è tornato a scriverci, per raccontarci il seguito.

Lettera da leggere… per scoprire come un Paese rigido, incapace di vedere il talento dietro alla dicitura esatta del titolo di studio, un Paese che ragiona per ordini, gerarchie e caste, semplicemente non ha ragion d’essere.

La lettera di Andrea:

“Ciao Sergio,

dopo un lungo periodo di hiatus stavo sentendo il tuo programma questa mattina e mi sembra di ricordare che, durante la puntata, abbiamo toccato il tema di flessibilità e di possibilità offerte in mercati esteri. Volevo solo scriverti due righe in quanto, dopo un anno di studio e di lavoro serio, qui negli USA sono riuscito a cambiare professione, abbastanza radicalmente. Ho lasciato i grattacieli ed ora sono un software developer, una professione che mi appaga molto di più. Lavoro per una ditta di consulenza sempre qui a Manhattan.

Da notare che, dopo un periodo di stage (comunque pagato), ho potuto fare questo passo senza dover accettare una riduzione di salario o di “status”. Non c’è stata uno stigma associato a me, anche perché riposizionare la propria carriera qui è abbastanza normale, a molti livelli.

Negli Stati Uniti c’e’ il concetto di “transferrable skills”, che sinceramente non so nemmeno come tradurre in Italiano – che permettono di non rimanere legati a corda doppia alla propria professione per sempre. Sarebbe bello avere la stessa cosa anche in Italia.

A corollario, comunque: questa è una peculiarità degli USA… devo dire, in UK o a Hong Kong sarebbe stato piu difficile.

Best and thanks,”

ANDREA

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Ingegnere Informatico in Olanda – Valorizzazione Cercasi

postato da Sergio il 06.12.2014, nella categoria Young Expats say
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Un Paese che umilia i suoi giovani e il capitale umano“, scriveva ieri il Censis nel consueto rapporto annuale. E’ sufficiente leggere queste poche righe che ci invia Diego Ferrari, 31enne ingegnere informatico dall’Olanda, per rendersi conto di quanto questo sia vero…

C’è ancora speranza sul pianeta-Italia? La risposta, speriamo, oggi alle 13.30 CET su Radio 24.

Diego si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Diego, 31 anni – nato a Pavia, mi sono laureato in Ingegneria Informatica all’Università di Pavia. Prima di completare il Master ho frequentato un anno di studio presso l’Universita’ di Glasgow, che mi ha aperto gli occhi sulle opportunita’ che vengono fornite all’estero.

Una volta tornato in Italia per completare il Master ho cercato lavoro nei pressi di Pavia e Milano, ma molto velocemente mi sono trovato frustrato dall’impossibilita’ di trovare sbocchi di lavoro veramente interessanti e con aziende interessate ad investire sui giovani.

Da quel momento ho focalizzato la mia ricerca di lavoro verso l’estero e ora, dopo 8 anni, posso dire di essere riuscito a sviluppare felicemente la mia carriera in Olanda.

Nella speranza -magari, un giorno- di riconnettermi col nostro Paese…”

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“Giovani, fuggite da questo Paese…”

postato da Sergio il 03.12.2014, nella categoria You say
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Lettera amara, molto amara, quella che ci ha inviato il nostro ascoltatore Marco, attualmente in pensione. Un invito unilaterale alla fuga dalla Penisola, senza se e senza ma. Una denuncia a tutto tondo del “sistema Italia”.

Siete d’accordo? Scrivete la vostra, a giovanitalenti@radio24.it

La lettera di Marco:

“Gentili amici di Radio 24, ascolto ogni sabato io, ex giovane, “Giovani Talenti”: se permettete vorrei aggiungere la mia voce a quella di coloro che anagraficamente hanno tutto il diritto di trovare ospitalità nella vostra trasmissione. Io non sono giovane, ma con l’immodestia che mi contraddistingue mi reputo un talento.

Tre lauree, due master, scrittore, attore, poeta  e -perché no?- ciclista, insomma qualcosa so fare. Ebbene, queste mie caratteristiche nel mondo del lavoro del nostro ex “bel Paese” mi hanno, visto la mia mancanza di santi patroni di ogni genere, relegato in ruoli lavorativi marginali e comunque lontani dalla dirigenza – insomma, potevo fare solo il comprimario e mai il “primo attore”, se mi passate il termine, ruolo che quasi sempre veniva ricoperto da imbecilli totali con le note conseguenze.

Cosa voglio dire con questo? Che il nostro Paese non è luogo di meriti, ma di nepotismi più o meno evidenti, e senza che questo sistema possa venire minimamente scardinato. Quindi, giovani, se potete fuggite da questo Paese… perché qui il futuro da tempo ha lasciato il campo al nulla che ci contraddistingue in tutti i campi.

Con questo vi saluto ed auguro alla trasmissione ed ai giovani le migliori fortune – non in Italia, naturalmente”,

MARCO

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Giurista d’Impresa in Svizzera

postato da Sergio il 29.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Un punto di vista molto libero e fuori dagli schemi, quello di Matteo Frigerio, 34enne giurista d’impresa al lavoro in Svizzera. Libero, perché guarda con grande lucidità a come la sua professione viene inquadrata in Italia. Matteo denuncia le troppe rigidità ancora presenti nella Penisola, spesso legate all’intramontabile “questione degli ordini”. Ordini professionali come vincolo, sbarramento… od opportunità, per i giovani?

Di questo parliamo oggi a “Giovani Talenti”. Matteo si presenta così ai nostri ascoltatori:

“Mi chiamo Matteo, ho 34 anni e dopo una laurea in legislazione per l’impresa ed un anno di pratica forense, ho lasciato la carriera da avvocato tradizionale per lanciarmi nel mondo dei dipartimenti legali aziendali come in-house counsel.

Ho lavorato 10 anni nei dipartimenti legali di importanti società “tech” (Yahoo, PayPal) fra l’Italia, la Svizzera, l’Irlanda e di nuovo di ritorno in Svizzera, dove tuttora risiedo con un ruolo dirigenziale in Ralph Lauren, “prestato”, dunque, al mondo della moda.

In questi anni ho ricoperto ruoli di responsabilità al vertice di diverse aree di competenza (regolamentare, cybercrime, e soprattutto in ambito “compliance”, che definisce ogni aspetto della oculata governance aziendale e gestione del rischio) e relativi a differenti aree geografiche (Italia, sud Europa, EMEA), senza essere un “avvocato” riconosciuto dall’albo Italiano.

Mi sono semplicemente messo alla prova tutti i giorni e confrontato con i meccanismi aziendali di valutazione del merito, spesso molto stringenti. Ho colto ogni opportunità di crescita internazionale che garantisse una crescita a me ed ai miei cari, ho superato ogni stress ed ogni barriera psicologica che mi impedisse di guardare ad ogni Paese estero come una possibile meta lavorativa.

Vedo la mia professione molto penalizzata in Italia, alla luce della mancanza di attrattiva presso le aziende internazionali, le uniche a potersi permettere un dipartimento legale interno, e della poca credibilità data a volte dagli avvocati tradizionali al mio ruolo. Mi considero un manager in area legale: nei miei partner e consulenti legali in ogni Paese cerco quotidianamente una conoscenza molto dettagliata di specifici aspetti di legge che non posso conoscere, ma dei quali mi aspetto loro siano assoluti padroni, e che io possa capire ed interpretare nella realtà della mia azienda.

In questo contesto, è impossibile per me concepire la strategia dietro alla riforma Italiana della professione di avvocato. Mi riferisco in particolare all’Esame di Stato, modificato dopo decenni per ottenere, ancora una volta, l’effetto di renderlo ancora più simile ad un concorso, impedendo ai candidati ogni strumento di analisi ed imponendo loro una formazione iper-generalista (civile e penale?), che il mercato non vuole e non richiede. Il tutto, all’evidente scopo di limitare tardivamente il numero di avvocati esercitanti la professione, un ruolo che andrebbe lasciato all’università (per la formazione generalista e didattica) ed al mercato (per l’identificazione del merito).

Per quanto mi riguarda, tornerei in Italia per riabbracciare i miei cari e la mia città, ma desidererei vedere più trasparenza, più attenzione al mercato, più rispetto per le professioni emergenti, ed una retribuzione competitiva che garantisca ai miei cari la qualità di vita che al momento possono trovare soltanto altrove”.

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L’Italia – un Paese al contrario. Anche in campo medico

postato da Sergio il 26.11.2014, nella categoria You say
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Beh… che dire: la lettera del nostro ascoltatore Felice, giovane medico radiologo, centra nel segno. Può un Paese investire le poche risorse disponibili nella formazione di eccellenti futuri medici, e poi obbligarli -di fatto- ad emigrare? Non è questa una politica semplicemente idiota? Si, lo è.

Noi continuiamo a denunciare queste follie del sistema-Italia: nella speranza che qualcosa cambi. E che cominciamo finalmente ad allinearci al resto dei Paesi sviluppati. Lasciando la Serie B, in cui ci siamo autoretrocessi.

La lettera di Felice:

“Sono un giovane medico radiologo . Ho conseguito laurea e specializzazione a Napoli, ma durante il mio percorso formativo ho passato un anno in Belgio (università di Lovanio), nel bellissimo ed efficientissimo ospedale universitario, e tre mesi agli spedali civili di Brescia. In entrambi i casi con l’intento di migliorarmi in campi specifici della radiologia.

Finita la specializzazione (ho 11 pubblicazioni internazionali all’attivo, più contributi a libri specialistici  -in italiano ed in inglese- partecipazioni a congressi, ecc.) ho vinto una fellowship di un anno a Toronto, nel dipartimento di neuroradiologia di uno dei più importanti ospedali pediatrici al mondo – il SickKids (o Hospital for Sick Children).

Qui ci sono molti altri fellows da ogni parte del mondo: ho rilevato una interessante politica di formazione operata dagli altri Paesi (soprattutto arabi): specialisti selezionati vengono mandati in grandi ospedali come questo (pagati dal Paese di origine) per fargli svolgere una fellowship, con l’obbligo però di tornare in patria alla fine della stessa.

In questo modo i Paesi di cui sopra sfruttano gli alti profili professionali degli ospedali di destinazione, per arricchire il bagaglio dei propri professionisti. Il contrario succede in Italia, dove le istituzioni investono nella nostra educazione, e poi -non essendoci risorse disponibili- molti di noi sono costretti a spostarsi.

I grandi ospedali sfruttano queste risorse scegliendo i migliori e testandoli per un anno o più, salvo poi decidere se continuare ad investire ancora in loro o no. Reputo questa una politica assolutamente ottusa, che andava segnalata”.

FELICE

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Lavorare all’Opera – in Germania

postato da Sergio il 22.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Un tuffo nella musica classica e nell’opera, quello che ci aspetta oggi a “Giovani Talenti”. Parleremo di come il fior fiore di una generazione di giovani musicisti sia ormai costretto ad emigrare, per colpa di un Paese che ha dimenticato la cultura. Che ha dimenticato di essere la patria della cultura. Un Paese che declina, soffocato dalla sua stessa ignoranza, vittima di decenni di svilimento della Cultura, quella con la “C” maiuscola.

Non vi preoccupate, in ogni caso… daremo anche qualche buon motivo e “best practice” per tornare -a vivere e lavorare- nella Penisola.

Oggi la protagonista della nostra puntata è Margherita Colombo, 33enne pianista e direttrice d’Orchestra al teatro dell’Opera di Lipsia. Margherita si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Ho studiato musica sin da bambina, affiancando agli studi normali (liceo classico) lo studio della musica, iniziata come una passione, e diventata poi un lavoro. Sono diplomata in pianoforte, direzione d’orchestra e composizione, ho specializzazioni in campo concertistico ed operistico: l’opera è diventata il mio pallino verso la fine dei miei studi, grazie a maestri eccellenti, che mi hanno trasmesso la loro passione.

Dopo aver lavorato alcuni anni in Italia come pianista, maestro collaboratore e direttrice d’orchestra freelance, investendo ogni giorno in nuove idee e progetti, ma dovendo fare i conti con una realtà poco attenta alle proposte culturali, mi sono trasferita in Germania, attratta dalle audizioni indette dai teatri tedeschi.

Ho così iniziato a lavorare prima al teatro di Nordhausen, una piccola città della Turingia, poi all’Opera di Lipsia, dove lavoro e risiedo tuttora, da tre anni. Qui ho scoperto un mondo entusiasmante, in cui la musica è considerata un settore lavorativo al pari di tutti gli altri, e dove posso mettere in pratica le mie capacità svolgendo il lavoro che amo a contatto con un ambiente dinamico e culturalmente molto variegato”.

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Chi non attrae talenti è finito… Last call for Italy

postato da Sergio il 19.11.2014, nella categoria You say
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Il nostro ascoltatore Nicola centra perfettamente il punto, con questa lettera: se l’Italia fosse un Paese attrattivo per talenti e capitali stranieri, avrebbe tutte le potenzialità per essere la nazione più ricca e innovativa d’Europa.

Il problema, caro Nicola, è però un altro. L’Italia non lo vuole essere. Divenire realmente internazionali, aprirsi alle regole del gioco globali, implica la perdita di rendite di posizione. Implica il crollo di quel meccanismo relazionale e opaco, che ha tenuto in piedi lobby, clientelismi e consorterie di ogni tipo. La concorrenza, quella vera, fa paura. A tanti, se non a quasi tutti.

Allora qui si tratta di scegliere: o cambiare, o morire, affossati da un sistema che dopo aver toccato il fondo… continua a scavare.

A voi la lettera di Nicola, di cui apprezzo sinceramente la voglia di cambiamento. Di quanti Nicola avremmo bisogno, per cambiare questo Paese?

“Ciao Sergio, ciao Giovani Talenti,

mi chiamo Nicola e vivo all’estero da poco, solo 6 mesi. Nonostante questo, riesco ad ascoltare ogni settimana la vostra trasmissione. Il podcast aiuta noi giovani emigrati a sentirci un po’ a casa.

Vi scrivo per raccontare la mia storia, e soprattutto per evidenziare un punto sul quale l’Italia e’ estremamente carente: l’attrattiva nei confronti dei cervelli stranieri.

Mi spiego meglio: sono stanco di sentire parlare di fuga dei cervelli, personalmente non mi sono mai sentito in fuga dall’Italia, nemmeno quando ho preso l’aereo per trasferirmi qui in Olanda. Mi sento solo parte attiva di questo movimento incredibile di giovani, che non si sentono più solo italiani o francesi o svedesi… ma bensì europei, e vivono sentendosi a casa in ogni nazione d’Europa. Direi ‘Cervelli in movimento’.

Purtroppo la cosa che noto, con molta amarezza, e’ che l’Italia, con pochi altri Paesi in Europa, e’ un Paese che attrae, ma non riesce a portare ‘cervelli in movimento’ nella Penisola. Allora perché non fare qualcosa per attrarre?

Porto la mia esperienza, perché credo che l’Olanda abbia trovato la ricetta per attrarre cervelli da tutto il mondo. Nei Paesi Bassi, quando un’azienda assume un lavoratore straniero, laureato, altamente specializzato, con uno stipendio annuale lordo superiore a 40.000 €, ha diritto ad uno sconto sulle tasse da versare per quel lavoratore. Lo Stesso vale per il lavoratore. Si chiama ‘Regola del 30%’: in pratica vuol dire che il datore di lavoro paga le tasse solo sul 70% dello stipendio lordo, ed anche il lavoratore -in busta- trova il 30% del proprio stipendio, praticamente esentasse.

Quindi un lavoratore che avesse uno stipendio di 60.000 € pagherà tasse solo su 42.000, ed i rimanenti 18.000 gli entrerebbero in tasca netti. Risultato: i Paesi Bassi stanno attraendo tantissimi laureati dal mondo, attratti da vantaggi fiscali ma soprattutto da un ambiente giovane e multiculturale.

Perché una cosa del genere non si può fare in Italia? In tal modo, una azienda che volesse assumere un lavoratore specializzato pagandolo 60.000 € all’anno, potrebbe assumerlo come se (approssimando il calcolo) fosse un lavoratore da 42.000 €! Questo colmerebbe il distacco che abbiamo, in termini di stipendi, con altri Paesi mitteleuropei – e si innescherebbe un movimento molto interessante per il nostro Paese.

Si potrebbero portare tante risorse utili per far progredire l’Italia, sviluppare il nostro modello di impresa, avvicinandola agli standard internazionali e cambiare anche la nostra cultura (mediocre in alcuni casi), troppo legata ancora alle conoscenze, alle furberie ecc..

Io sono un ingegnere elettronico: lavoro come European Business Program Manager. Collaboro giornalmente con i miei colleghi in tutti i Paesi europei, ed il team per cui lavoro e’ composto (sembra una barzelletta) da 3 olandesi, uno spagnolo, un americano, un tedesco; senza considerare gli altri componenti del team.

Ogni giorno torno a casa con il mal di testa -per modo di dire- per la quantità di informazioni e di conoscenze che scambio con i miei colleghi: la condivisione della conoscenza è una risorsa incredibile, e l’ambiente internazionale e multiculturale è terreno fertile per lo scambio e l’accrescimento culturale e professionale.

Mi piacerebbe tornare un giorno in Italia e trovare, che so… Roma, piena di Expats che parlano in un tavolino di Piazza dei Fiori in inglese, con altri italiani seduti con loro a chiacchierare in inglese.

L’Italia ha un potere attrattivo incredibile, tutti i miei colleghi sognano l’italia, immagina cosa sarebbe se fosse un Paese in cui i lavoratori stranieri fossero facilitati, e anche le aziende starniere lo fossero! Potremmo essere il paese n.1 in Europa”.

NICOLA

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Il giornalista? Più facile farlo in Francia…

postato da Sergio il 15.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Sognate di fare il giornalista? Guardate all’estero, allora. Scoprirete come, con una buona padronanza della lingua locale, esistano -paradossalmente- maggiori opportunità di impiego oltreconfine, che non nella stagnante Penisola.

Non ci credete? Allora leggete con attenzione l’autopresentazione di Andrea Paracchini, 32enne reporter, protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”:

“Ma cosa torni a fare? Stattene in Francia! Parigi è una città cosi’ bella, ci potessi vivere io!”. Mi chiamo Andrea Paracchini, ho 32 anni e da sette vivo a Parigi. Faccio il giornalista, e le frasi che ho citato sono quelle che mi sento ripetere da anni, ogni volta che -in Italia- faccio sapere a direttori, redattori capo e colleghi la mia volontà di tornare in patria… un giorno.

Sono arrivato a Parigi con una borsa Leonardo dopo la laurea specialistica. Nel 2008 ho rinunciato a un posto alla scuola di giornalismo di Milano, per accettare il mio primo contratto in una redazione di un’agenzia francese: da allora non ho più smesso di lavorare per media francesi, in francese.

Un’agenzia, poi un magazine e un paio d’anni difficili da freelance. I miei articoli su sviluppo sostenibile ed economia sociale sono apparsi su testate scritte e online note anche in Italia, come Libération e Rue89. A inizio 2014 ho passato una selezione per entrare alla redazione del trimestrale Altermondes con contratto a tempo indeterminato (il terzo che firmo in Francia).

Qui mi è stata affidata la concezione del nuovo sito web, online da settembre, e la sua alimentazione con contenuti multimediali. Una grossa responsabilità, ma anche un’ottima opportunità, l’ennesima che mi viene offerta in Francia.

In Italia invece nulla, nonostante nel 2013 abbia passato “giù” oltre sei mesi, facendo di tutto per guadagnare visibilità e occasioni : dai Festival di Giornalismo, alle presentazioni di un ebook che ho scritto in italiano, passando per la partecipazione al numero zero di un magazine digitale che non ha mai visto la luce.

E poi i tesserini da professionista : ne ho più che tessere del supermercato. Capiamoci: la Francia non è il paese del Bengodi, tanto meno per i giornalisti. Eppure, verrebbe da credere: gli editori francesi sono tutti filantropi, per assumere un italiano, quando hanno a disposizione centinaia di aspiranti giornalisti made in France? O forse gli standard di qualità del giornalismo d’Oltralpe sono più bassi di quelli nostrani? Personalmente, continuo a sperare di poter un giorno esercitare il mestiere che amo - nella mia lingua”.

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I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it