Architetto 3d a Rotterdam

postato da Sergio il 24.01.2015, nella categoria Young Expats say
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Destinazione Olanda, per questa nuova puntata di “Giovani Talenti”. Nella patria di architettura e design, andiamo a capire cosa significhi lavorare ai massimi livelli, in un ambiente meritocratico e in grado di valorizzare i migliori, indipendentemente dalla nazionalità. Lo facciamo con la storia di Paolo Faleschini. Paolo si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Paolo Faleschini, ho 39 anni e da 7 vivo e lavoro a Rotterdam.

Mi sono laureato presso l’Universita’ Iuav di Architettura di Venezia nel 2007. Nello stesso anno mi sono trasferito a Rotterdam dove ho cominciato a lavorare, per un breve periodo, ad un concorso nello studio Monolab.

Dopo qualche mese ho iniziato a lavorare da Claus en Kaan Architecten (ora Kaan Architecten), con un contratto di internship e nel corso degli anni ad ottenere un contratto a tempo indeterminato.

Il mio ruolo all’interno dello studio e’ di 3D Concept Designer, mi occupo quindi di modellazione 3D e visualizzazione architettonica. In collaborazione con i colleghi architetti sviluppo il concept del progetto a partire dallo studio dei volumi fino alla materializzazione del progetto stesso. Il risultato ultimo e’ dato da immagini che sintetizzano il concept e che devono evidenziare le qualita’ del progetto per riuscire a convincere il cliente o la giuria di un concorso.

Questo procedimento e’ un mix tra architettura, arte e fotografia.

Lo studio dove lavoro e’ costituito da 45 architetti provenienti da diverse nazioni: questa realta’ e’ molto stimolante, perche’ mi da’ la possibilita’ di confrontarmi con differenti modi di progettare“.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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Indifferenza e non Riconoscenza

postato da Sergio il 21.01.2015, nella categoria You say
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Gianmaria ci scrive per porre un problema concreto: come considera l’Italia i suoi nuovi emigranti? Li ignora (e questo lo sapevamo)… arrivando però addirittura a non mostrare alcuna riconoscenza per il coraggio e la voglia di cambiamento che incarnano? Per il loro essere avanguardia di cittadini globali, pronti a indicarci la strada verso il futuro?

Lo fa da padre, la cui figlia ha fatto -come centinaia di migliaia di suoi coetanei- la valigia.

Non ho risposte da dare al nostro ascoltatore Gianmaria: lo ringrazio però per quanto ci scrive…

La sua lettera:

“Per quanto mi è dato sapere la sua è l’unica rubrica, peraltro a carattere nazionale, rivolta a questo settore così significativo della nostra società.

L’ho scoperta lo scorso febbraio, quando diede notizia dell’ulteriore incremento degli Italiani all’estero, i famosi iscritti all’AIRE.

Tra loro, da quattro anni, c’è anche mia figlia la cui età (34 anni) è perfettamente nella media di questi nuovi emigranti: da padre non so se posso annoverarla tra i “Giovani Talenti”, certamente da laureata con lode alla Bocconi (di cui è stata poi anche docente a contratto), la carriera che ha percorso all’estero (Lussemburgo) è stata alquanto lusinghiera: da assistant manager a manager, poi senior manager in tre anni e mezzo… possiamo affermare che la meritocrazia si è ben espressa.

Allargando doverosamente lo sguardo va detto che i quattro milioni e mezzo di connazionali che si sono trasferiti, ormai in pianta stabile, all’estero fanno onore all’Italia, ma rappresentano anche una grave perdita per il futuro del nostro Paese: tuttavia i nostri amministratori non sembrano (o non vogliono) accorgersene, addirittura (vedasi l’Imu applicata come “altri fabbricati” sulle case che hanno lasciato in Italia), palesa addirittura dell’inqualificabile irriconoscenza.

Quale presidente della biblioteca civica di un paesello bresciano, tre anni fa organizzai un convegno dal titolo “UNA VALIGIA DI SPERANZE, emigrazione italiana ieri e oggi”. Fu un successo.

Ecco, lasciando con rammarico la casa, quella valigia continua ad essere riempita di speranze, magari anche quelle di un’Italia che possa un domani esserne riconoscente. Nient’affatto, bisogna arrivare ai livelli di Bill de Blasio perchè i mass media (ne faccio parte anch’io, seppur solo da  pubblicista) celebrino il successo dei nostri… “Giovani Talenti”.

La saluto con riconoscenza, Dottor Nava,  per le pagine che dedica a questo tema così importante, grazie”,

GIANMARIA

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Una Startupper e un Designer nella Cina profonda

postato da Sergio il 17.01.2015, nella categoria Young Expats say
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Oggi a “Giovani Talenti” ospitiamo i due protagonisti di una -lasciatecelo scrivere- favola. Quella di BOZU, marchio tutto italiano “made in China”. Una storia al limite dell’incredibile, quella di Alice Zuliani, 29 anni, e Davide Bonanni, 30 anni, giovani partiti d’impulso per la Cina, dopo aver toccato con mano la depressione e la mancanza di prospettive che caratterizzano ormai il nostro Paese. Anche nel suo ricco Nord….

Storia tutta da ascoltare, per capire quanto potenziale stiamo sprecando, se continuiamo a negare un futuro degno di questo nome ai nostri migliori giovani.

Alice presenta così BOZU, a nome di entrambi i fondatori:

“Circa 3 anni fa abbiamo deciso di partire per la Cina per inseguire un sogno, quello di fondare un’azienda di design che portasse il nostro nome -BOZU nasce infatti dalle iniziali dei nostri cognomi- e che fosse un mix delle nostre conoscenze ed esperienze.

Abbiamo preso in mano i progetti migliori, ci siamo rimboccati le maniche ed abbiamo lavorato senza sosta, letteralmente, per circa un anno alla nostra prima collezione. Non è stato facile trovare i materiali di altissima qualità, i giusti fornitori e gli artigiani più esperti. Abbiamo creduto fermamente nella nostra idea e, con un mix di timore ed eccitazione, ci siamo presentati alla prima fiera di design internazionale.

Essere lì, nemmeno trentenni, con il nostro stand, i nostri prodotti ed il nostro nome a caratteri cubitali sulle pareti è stata una grandissima emozione. Ma la cosa più incredibile è stato vedere la gente fermarsi ed apprezzare il nostro lavoro. Da quel momento è stato tutto un crescendo così veloce… che quasi non ci sembra vero.

Il nostro marchio è venduto in tantissimi Paesi del mondo. Vedere i nostri prodotti in alcuni degli store più importanti di Milano, Hong Kong e New York, dove prima andavamo come curiosi e sognanti visitatori, ci fa sorridere ed emozionare. Ora molte persone si fermano alle  fiere per dirci che conoscono ed amano i nostri prodotti, ci mandano foto per farci vedere come un prodotto BOZU stia bene all’interno delle loro case o ci scrivono per comunicarci che i nostri prodotti sono “sold out” a New York, e che ogni giorno i clienti chiedono a gran voce il riassortimento.

Sono tanti i giovani italiani, che come noi, decidono di andare all’estero, ma vivere lontano da casa non è facile come si pensa, soprattutto se ci si trova dall’altra parte del mondo. Sono tante le difficoltà di vivere in Cina: la lingua in primis, ma anche gli usi ed i costumi, le regole della società e le usanze.

Non è facile vivere in un Paese dove, soprattutto all’inizio, non capisci davvero nulla e nel quale ti trovi a camminare per le vie senza comprendere nemmeno una scritta. La gente ti parla e non capisci, perché nessuna parola assomiglia nemmeno lontanamente a qualcosa da te conosciuto e tu, in risposta, puoi gesticolare quanto vuoi – ma nessuno ti capisce.

Ogni difficoltà però si supera, o sembra meno difficile, se si hanno bene in mente i propri obiettivi. Sappiamo di non essere qui in vacanza, e che tutti i sacrifici che stiamo facendo oggi sono necessari per raggiungere il nostro scopo. E’ dura, ma noi ce la mettiamo tutta, sperando che il nostro sogno prenda sempre di più forma”.

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“Torno subito…”

postato da Sergio il 14.01.2015, nella categoria You say
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Che storia, quella del nostro ascoltatore Emanuele. Quasi da film: il sogno australiano che, per un errore banale, si trasforma in incubo. Poi, inaspettata, la chiamata che lo porta in Arabia Saudita. Sullo sfondo, la malinconia per aver lasciato l’Italia… e la voglia di riscatto, di contribuire alla ricostruzione del proprio Paese. Tutto questo in una storia… da leggere tutta d’un fiato.

“Mi chiamo Emanuele, salernitano, ex cuoco, 39 anni.

La mia non e’ stata una vera fuga, diciamo solo mi sono allontanato per un attimo… nel 2002 ho avuto la possibilita’ di andare a lavorare in Australia, in precedenza ero stato già in altri Paesi, come la Norvegia e l’Inghilterra.

L’Australia sin dall’inizio mi ha plagiato, quando ero a Oslo pensavo spesso questo Paese, la amo e vorrei trasportarla in Italia: poi, quando sono arrivato a Sydney, ho scoperto qualcosa di diverso, una citta’ multietnica, dove culture diverse condividono e convivono con le stesse regole di vita.

Sono Stato circa sei mesi e poi sono rientrato in Italia: era marzo del 2003, ho fatto la stagione estiva a Milano Marittima. Poi, già a settembre dello stesso anno, ero di nuovo sull’aereo che mi portava a Sydney con in valigia soltanto lo scopo di rimanerci. Ma rimanere in Australia non e’ facile per via del visto: io avevo un visto turistico e non avevo trovato nessuno che mi fornisse un visto di lavoro. Rientro nuovamente in Italia: nel frattempo, grazie ad accordi bilaterali tra Italia e Australia, faccio il WHV (Working Holiday Visa): terminata la stagione estiva del 2004, insieme ad un amico vado in agenzia e faccio il biglietto.

Arrivato in Australia avevo gia’ dimestichezza: affitto un bell’appartamentino, mi preparo per sistemarmi lì a vita, pochi mesi prima della scadenza del WHV ottengo un contratto di lavoro che mi permette di avere un visto per 4 anni. E’ fatta, da lì in poi e’ stato un crescendo di cose sia a livello professionale che nella vita.

Sembrava tutto andar bene, ma nel gennaio 2006 l’immigrazione australiana mi cancella il visto di lavoro… ero stato beccato nel periodo di vacanze ad aiutare un amico che aveva il ristorante. Quel giorno arriva l’immigrazione, mi prende in castagna e mi rispedisce in Italia. Io sprofondo del baratro: non sapevo più che fare, nel frattempo mi ero anche fidanzato con una italo-australiana, oggi mia moglie.

Prendo l’aereo e rientro in Italia: mi avevano dato un’espulsione di tre anni. Cerco di riordinare le idee: ogni giorno mi sento con la mia fidanzata e cerchiamo di superare l’ostacolo. Ricomincio la stagione estiva, sempre come cuoco, e ad agosto mi arriva un’offerta di lavoro per l”Arabia Saudita, apertura di un complesso di ristoranti italiani come executive chef.

Quella e’ stata per me la salvezza interiore, mi sono risentito rinato. Prendo e parto per Jeddah, dove tutt’ora lavoro, ma come General Manger del gruppo. Questo accadeva nel 2006: a giugno del 2008 per gioco ho provato a fare il visto online come turista per l’Australia… inaspettatamente mi viene approvato, resto un po’ perplesso, ma decido di partire comunque.

Non fu un viaggio a vuoto: negli anni successivi sono sempre rientrato senza problemi. Alla fine mi sono sposato e ho un figlio: ora faccio il pendolare tra Sydney e Jeddah, ogni 45 giorni circa vado a casa per un mese.

L’Italia deve cambiare dal basso, dai giovani, io a volte mi pento di aver lasciato, perché dovevo rimanere e combattere per migliorare… invece sono stato un vigliacco o preso la strada meno difficile, pero’ e’ anche vero che non si può combattere contro i mulini al vento, no?

Ho cercato di sintetizzare la mia storia: ho in mente un progetto piattaforma dove raccogliere tutti gli italiani nel mondo in un database e creare una comunità virtuale di assistenza reciproca. E’ dal 2003 che ce l’ho in mente. Io credo che il lavoro lo dobbiamo creare in Italia”.

EMANUELE

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Talento d’Animazione… negli USA

postato da Sergio il 10.01.2015, nella categoria Young Expats say
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Un talento vero, indiscutibile, quello di Gianluca Fratellini, 34enne 3D Character Animator negli USA: sbocciato precocissimo sui banchi di scuola, si fa largo presto tra l’Europa e il resto del mondo, vincendo importanti riconoscimenti a livello internazionale.

E’ con lui che iniziamo il 2015: Buon Anno!

Gianluca si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

Ho lasciato l’Italia a 18 anni. Dopo innumerevoli esperimenti da generalista 3d, a 18 anni inizio a realizzare da autodidatta un mio primo corto d’animazione, A Bug’s story. Mentre frequento il primo anno di universita’ di informatica a Bari, pubblico il mio primo curriculum senza esperienza su un forum, AnimationWorldNetwork, uno dei primi forum di animazione, e già a una settimana di distanza dalla pubblicazione vengo contattato da una piccola societa’ d’animazione in Lussemburgo, la “Oniria Pictures”, la quale mi richiede una videocassetta con la mia reel.  Lavoro su due lungometraggi ed una serie animata: nel frattempo decido di realizzare anche un secondo corto, “Life in Smoke – Una vita in fumo”, 2 anni e mezzo di lavoro per sette minuti di corto, doppiato esclusivamente -ed anche gratuitamente- da un grande e generoso attore e doppiatore italiano come Massimo Antonio Rossi. Realizzo il corto interamente in casa, dopo il lavoro. Con questo conquisto decine di premi internazionali.

Da allora ho girato il mondo, lavorando su videogames cult Ubisoft e Konami quali Splinter Cell, Prince of Persia, Assassin’s Creed e Silent Hill, e film (animati e live action) in 3d come Planet 51, Happy Feet di George Miller, Paul di Greg Mottola, John Carter di Andrew Stanton, Hotel Transylvania di Genndy Tartakovsky, Epic di Chris Wedge, Rio 2 di Carlos Saldanha, Peanuts di Steve Martino e -ultimamente- su L’era Glaciale 5 diretto da Mike Thurmeier e Galen Chu“.

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Abolire/Riformare gli Ordini – 2015 Edition

postato da Sergio il 07.01.2015, nella categoria You say
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Nuovo anno, stesse battaglie: continuiamo anche nel 2015 a mettere in discussione l’utilità degli Ordini professionali, così come sono pensati e strutturati in Italia (Ordine dei Giornalisti compreso, ovviamente…).

Per avviare il 2015 abbiamo pensato di proporvi la lettera del nostro ascoltatore Michele, che ci scrive dalla Germania: oltreconfine ha scoperto un mondo libero da caste e corporativismi. La sua è una lettera durissima. Ma, lasciatecelo dire, illuminante. Per questo abbiamo deciso di mantenere i caratteri maiuscoli, che Michele ha generosamente profuso, spinto dalla rabbia.

Liberalizzazioni, dove siete…? Hallo???

“Ciao Sergio,

seguo da anni la tua trasmissione e penso che il lavoro che fate sia fantastico. Mi chiamo Michele e sono un farmacista che da 5 anni esercita la propria professione in Germania.

Dopo aver fatto il dipendente in Italia e dopo aver provato l’esperienza in proprio della “Parafarmacia” (andata male) ho deciso di trasferirimi (consiglio vivamente di fare una trasmissione in merito alle Parafarmacie, anomalie del sistema-Italia, come se noi Farmacisti non figli d’arte saremmo laureati in “Parafarmacia” e quindi Farmacisti di serie B).

Comunque, ci sarebbe molto da dire per sbloccare il Paese. Liberalizzare un sistema arcaico come le Farmacie porterebbe un sacco di posti di lavoro. Pensa che qui in Germania le Farmacie sono libere… sono state liberalizzate nel 1958, preistoria per noi, no?

Questo permette, a me che sono straniero qui, di darmi l’OPPORTUNITA’, di mettermi in proprio e di fare non il “Parafarmacista” come in Italia, ma il Farmacista – cioè ciò per cui ho studiato. “Para-” pensa te… con una laurea in CTF. Ti senti già declassato appena uscito dall’Università, pensando anche a quanti sacrifici i tuoi genitori hanno fatto per farti laureare.

Qui in Germania il sistema-Farmacia comporta molti vantaggi, sia per chi ha volontà di mettersi in proprio, sia per chi non vuole responsabilità e preferisce lavorare come dipendente (colleghe che magari hanno intenzione di farsi una famiglia e non vogliono responsabilità, per esempio).

I contratti da Farmacista dipendenti in Germania sono contratti SANITARI, cioè come i medici. Quindi si guadagna bene e si può, come dicevo prima, decidere se fare il dipendente o rischiare e mettersi in proprio. Lo Stato ti dice: “vuoi metterti in proprio? Bene, a tuo rischio e pericolo”. Ci riuscirà chi è più bravo, ma almeno uno ci può provare.

In Italia il numero chiuso garantisce i soliti noti…e non mi dilungo.

In Italia i contratti da Farmacista dipendente sono da COMMERCIANTI da 1300€ al mese. Ma non è questo il punto.

Il punto è: perchè il MIO PAESE NON MI DA L’OPPORTUNITA’ DI PROVARCI? PERCHE’ SI DEVE GARANTIRE SOLO ED ESCLUSIVAMENTE I POCHI ELETTI? PERCHE NON VUOLE SCARDINARE UNO DEI SISTEMI CHE, COME DIMOSTRATO IN GERMANIA, PORTA POSTI DI LAVORO ED OPPORTUNITA’ A TANTI GIOVANI?

PERCHE’ UN FIGLIO DI FARMACISTA TITOLARE DEVE EREDITARE, SENZA FAR NULLA, UNA CONCESSIONE DELLO STATO? PERCHE’ UNA CONCESSIONE STATALE PUO’ ESSERE VENDUTA A MILIONI DI EURO?

Vedete che gli argomenti sono tantissimi….invece questi signori, anzichè affrontare questi ed altri argomenti per sbloccare il Paese cosa fanno? Volgiono abolire l’art. 18?

Ora, siccome la nostra generazione non è scema ed è stanca di aspettare e di protestare, magari non con tanta forza come dovrebbe, ma comunque stanca…..la nostra generazione decide di andare via. Lasciare il Paese e vivere dove i diritti e le opportunità esistono, dove li puoi vedere e respirare. Fa male dire ciò, ma il mio Paese non mi fa né vedere né sentire diritti e opportunità.

***Ps: sai quando ho capito che non sarei più tornato? Quando mi sono iscritto all’Albo dei Farmacisti in Germania con una semplice e-mail. Si, con una semplice e-mail, e pagando una cifra di 25€”.

MICHELE

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A passo di danza negli USA

postato da Sergio il 20.12.2014, nella categoria Young Expats say
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Una bella storia, per salutarvi nella puntata che precede il Natale. Storia da palcoscenico, storia natalizia, con due giovani ballerini, poco più che ventenni: Walter Angelini e Ines Albertini, che ci raccontano come anche danzare possa essere considerato un lusso, in Italia… come per la maggior parte delle professioni artistiche, d’altronde.

Lontano dai molti ridicoli talent a puro uso e consumo televisivo, oggi vi proponiamo la storia di due giovani professionisti, che negli Stati Uniti hanno trovato la propria realizzazione artistica. Quella vera, quella conquistata con anni di studio, coraggio e sudore: non quella di latta, finta come lo script tv.

***AVVISO IMPORTANTE – “Giovani Talenti” si prende due settimane di pausa: sabato 27 dicembre e sabato 3 gennaio potrete ascoltare, sempre alle 13.30 (CET), due delle migliori puntate andate in onda nel corso del 2014. Noi torniamo alla programmazione normale, con nuove straordinarie storie di giovani professionisti italiani affermatisi all’estero, a partire da sabato 10 gennaio. STAY TUNED!

Ora la storia della settimana – Walter e Ines si presentano così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Ciao a tutti! Sono Walter, ballerino professionista. Ho iniziato a studiare danza in una piccola scuola di paese della Brianza. A undici anni ho vinto il concorso per entrare all’Accademia Del Teatro Alla Scala di Milano, dove ho poi trascorso sette meravigliosi anni della mia vita, durante i quali ho anche avuto l’opportunità di maturare esperienze all’estero, tra cui lo stage del Royal Ballet di Londra, Rosella Hightower di Cannes e lo stage di Alicia Alonso di Madrid.

A 17 anni, dopo aver frequentato lo stage dell’American Ballet a NYC, ho vinto la borsa di studio per la “JKO at American Ballet Theatre”. Così ho fatto le valige e mi sono trasferito nella Grande Mela, dove mi sono diplomato un anno più tardi. Prima ancora di diplomarmi ho firmato un contratto con il Boston Ballet, ma -a causa di un ritardo del permesso di soggiorno- sono stato costretto a tornare in Italia per qualche tempo. E’ proprio in una sala di danza a Milano dove incontro l’amore: Ines, anch’essa ballerina, con un background di studi con Liliana Cosi e in Svizzera presso Theater Basel e Tanz Akademie Zuerich.

Ben presto siamo diventati partner di vita e di lavoro. In questo periodo trascorso in Italia ci siamo resi conto quanto poco il nostro Paese avesse da offrire per la nostra professione: così abbiamo ampliato i nostri orizzonti oltreoceano.

Da quattro anni viviamo e lavoriamo in America: attraverso il nostro amore e quello che abbiamo per la danza… oggi possiamo dire di vivere del nostro talento, della nostra passione.

Venite a trovarci sul nostro sito www.walterangelini.it e non dimenticate che vi aspettiamo su Radio24 per raccontarvi la nostra storia”.

Vi aspettiamo alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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Consigli Pratici per lavorare in UK…

postato da Sergio il 17.12.2014, nella categoria You say
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Ho personalmente molto apprezzato la lettera che ci ha inviato il nostro ascoltatore Enrico: si inserisce perfettamente nel filone “britannico” che ha contraddistinto l’ultima settimana di “Giovani Talenti”, in giorni che hanno ribadito -statisticamente- il boom di espatri italiani in UK.

Enrico ha pensato: perché non dare una mano pratica a chi cerca lavoro Oltremanica, sulla base della sua personale esperienza? Così ha preso tastiera e pc, e ci ha inviato una e-mail con una serie di spunti. Da stampare e leggere nelle vacanze di Natale.

La lettera di Enrico:

“Sono uno di quegli Italiani che ad un certo punto della loro vita sono partiti per Londra, alla ricerca di un ambiente diverso e soprattutto di un lavoro soddisfacente. Vi anticipo che il risultato è stato positivo, ma né il percorso né il punto di arrivo erano quelli che mi sarei aspettato.

Nel 2006, dopo 5 anni di lavoro in Italia, decisi che era tempo di un’esperienza completamente diversa. Fu così che all’alba dei 30 anni mi ritrovai in partenza per Londra.

Fui fortunato, in un certo senso, perché riuscii a trovare lavoro dall’Italia, per cui quando arrivai a Londra avevo già un impiego, inoltre non ero solo in quest’avventura, ma c’era con me la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, e in più c’era un mio ex-compagno di università che viveva già stabilmente a Londra e poteva darmi qualche dritta.

A Londra mi sono fermato per un paio di anni, nei quali ho lavorato per una multinazionale americana che mi ha insegnato molto dal punto di vista professionale, e già questo secondo me valeva la fatica e le incertezze legate al trasferimento. L’esperienza londinese però mi ha arricchito al di là del lavoro e va vista -col senno di poi- come un’esperienza di crescita personale quanto professionale.

Devo ammettere che non è stato facile. La comprensione dell’inglese é stato un problema all’inizio (e anche qualcosa in più): quando sono arrivato facevo fatica a capire ciò che mi veniva chiesto di fare, e ci ho messo circa sei mesi ad arrivare ad un livello soddisfacente con la lingua inglese. Tuttavia essendo in un ambiente lavorativo multiculturale, capitava abbastanza frequentemente che ci fossero richieste di chiarimenti su quanto veniva detto. Ci sono diversi modi per chiedere di ripetere qualcosa in inglese e sarebbe bene conoscerli: http://inglesefirenze.blogspot.it/2013/01/10-modi-per-chiedere-di-ripetere-una.html.

Come fare però per arrivare al fatidico lavoro a Londra? Come deve essere un curriculum per essere considerato positivamente dai selezionatori stranieri? Che cosa bisogna aspettarsi da un primo lavoro a Londra?

E’ possibile trovare un lavoro a Londra dall’Italia, forse è anche meglio cercarlo dall’Italia, specialmente se avete già un lavoro che non volete abbandonare, senza avere prima un’alternativa valida. Inoltre i costi per organizzarsi qualche soggiorno a Londra sono oggi accettabili grazie alle compagnie low cost e inferiori rispetto ad un trasferimento permanente.

Per cercare lavoro a Londra dall’Italia bisogna organizzarsi. Ad esempio avrete bisogno di avere un curriculum in inglese che sia stato controllato da qualcuno con esperienza, avrete trovato degli annunci di lavoro che vi interessano, avrete scritto una lettera di presentazione in inglese per quel lavoro, avrete probabilmente fatto un sopralluogo a Londra, chiesto informazioni ad amici e conoscenti e così via.

Potete prendere qualche venerdì di ferie e pianificare una serie di week-end lunghi a Londra per fare colloqui, andare in agenzie di lavoro, sondare il terreno.

La mia preparazione è iniziata con la lettura di un libro che ritengo fondamentale per sostenere un qualsiasi colloquio di lavoro, il testo si chiama “Great answers to tough interview question”. E’ ovviamente scritto in inglese e serve a capire a come rispondere alle domande dei selezionatori, che siano aziende o agenzie. Se dovete ancora affinare il vostro inglese questo libro contiene esattamente il vocabolario che dovete apprendere per sostenere un colloquio in inglese.

L’altro consiglio che vi posso dare, e che per me ha funzionato benissimo, è quello di essere specifici nella posizione che cercate. Se non sapete cosa volete fare e non avete già un profilo definito sarà più difficile proporvi per una posizione specifica. Una volta che avete deciso cosa siete e cosa vorreste fare a Londra, mettete bene in chiaro nel vostro CV quali sono le esperienze che avete in quel determinato ruolo, piccole o grandi che siano. Questo vi servirà per due motivi: da un lato renderà più rilevante il vostro CV dall’altro, le parole chiave inserite serviranno ai selezionatori per trovarvi tramite ricerche all’interno dei loro database.

Il terzo e ultimo consiglio, almeno se cercate lavoro dall’Italia, è quello di organizzarvi in anticipo una mini-serie di soggiorni a Londra a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro, ma prenotati con largo anticipo in modo da sfruttare le tariffe più convenienti delle compagnie low cost. Le agenzie e le aziende con cui farete colloqui apprezzeranno la vostra capacità organizzativa. Nel mio caso ha funzionato.

E’ anche possibile che vi troviate a dover accettare un lavoro di livello inferiore rispetto al vostro attuale, ma in alcuni casi sarà il prezzo da pagare per il fatto di non avere già un’esperienza di lavoro in un contesto internazionale.

In conclusione l’esperienza di due anni a Londra, nel mio caso, ha dato i suoi frutti. L’aver lavorato a Londra, aver acquisito un’esperienza internazionale e un’ottima conoscenza della lingua inglese, mi ha garantito una notevole attenzione da parte dei selezionatori di aziende e agenzie di selezione, cosa che prima non avevo mai riscontrato.

Tornato in Italia ho cambiato tre aziende alla ricerca di un ambiente lavorativo che fosse allo stesso tempo stimolante e con una dimensione umana, quasi familiare. Alla fine l’ho trovato e l’esperienza a Londra mi ha aiutato anche in questo.

ENRICO

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Una Ingegnere Strutturista Oltremanica

postato da Sergio il 13.12.2014, nella categoria Young Expats say
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Una puntata molto britannica quella che ci aspetta oggi a “Giovani Talenti”: dalle cifre Istat sui nuovi espatri dall’Italia, che confermano come sia la Gran Bretagna la nuova grande calamita di connazionali in fuga, all’iniziativa “Benvenuto a Bordo”, che intende aiutare gli italiani appena approdati a Londra… fino alla storia della settimana. Quella di Alessandra Villa, 30 anni, ingegnere strutturista, al lavoro proprio nella capitale inglese.

Un curriculum da professionista globetrotter, quello di Alessandra. Uno sguardo -dall’interno- sulla realtà dei nostri giovani “globali”. Alessandra si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Alessandra Villa e il mio sogno, fin da quando ero bambina e giocavo con la sabbia, è sempre stato quello di costruire ponti.

Mi sono laureata col massimo dei voti al Politecnico di Milano nel 2008 in Ingegneria Civile, indirizzo Strutture. Dal Settembre 2009 lavoro all’estero, per Arup, uno dei leader al mondo nella consulenza di ingegneria civile. Lavorare per Arup era il mio sogno da quando, due anni prima della laurea, avevo assistito a una presentazione dell’azienda nell’ambito di una giornata di incontro organizzato dal Politecnico di Milano.

Inizialmente assunta all’ufficio di Birmingham, Inghilterra, ho lavorato un anno in quello di Amsterdam, nove mesi in cantiere in giro per l’Inghilterra e ora, da ottobre, sono nell’ufficio di Londra. Per lavoro sono anche andata a Singapore, Sydney, Hong Kong per periodi brevi – il mio lavoro e’ quello di progettare grandi opere, ovunque nel mondo.

L’aver lavorato in uffici diversi e il continuare ad essere su progetti in nazioni diverse mi stimola, in quanto mi posso confrontare con metodi lavorativi e approcci diversi che richiedono parecchia elasticita’ mentale e abilita’ a rapportarsi in modo appropriato col cliente.

Il fatto di lavorare per una multinazionale presenta numerosi aspetti positivi. Innanzitutto il livello di conoscenza e competenze tecniche e’ altissimo: attraverso una superba intranet e’ possibile richiedere consigli e informazioni a livello mondiale… solitamente si ricevono risposte nel giro di un’ora da grandi esperti. Per chi che, come me, deve fare molta esperienza, credo sia fondamentale potere imparare da molte persone e avere accesso a numerose fonti di informazioni all’avanguardia.

La multidisplinarieta’ dei progetti rende il mio lavoro piu’ interessante. Anziché vedere solo la progettazione strutturale, che e’ cio’ di cui mi occupo, ho la possibilita’ di lavorare fianco a fianco con le altre discipline, dato che, al contrario che in una piccola societa’, sono anch’esse interne.

Il networking poi e’ fondamentale. Arup cerca molto di far viaggiare i suoi impiegati, soprattutto i giovani, in modo da creare un forte network interno che permetta una qualita’ del lavoro piu’ elevata.

L’ultimo evento che ha caratterizzato la mia carriera e’ stato un viaggio a Sydney per un corso interno, chiamato “Design School”. Ogni continente organizza questo corso ogni anno, e invita una persona da gli altri continenti. Il corso e’ per giovani talenti e io sono stata mandata come rappresentante europea. Il fatto che abbiano scelto me su probabilmente piu’ di mille papabili candidati mi ha reso enormemente orgogliosa.

Da un punto di vista personale vivere all’estero mi piace!

Ammetto che non sia stata un’esperienza semplice. Il primo impatto con l’estero l’ho avuto a Birmingham, ex citta’ industriale dove il numero di italiani si conta sulle dita di una mano. Nonostante le prime insicurezze e difficolta’, il mio spirito estroverso mi ha permesso di crearmi un bel giro di amici, il mio inglese ne ha beneficiato enormemente e ho potuto scoprire quella che chiamano “la vera Inghilterra”, cioe’ l’Inghilterra che non e’ Londra.

Durante l’anno ad Amsterdam ho ampliato il mio giro di amicizie e conoscenze internazionali. Amsterdam e’ una delle citta’ col piu’ alto numero di nazionalita’ presenti e le attivita’ expat sono molte e varie. Ho anche imparato un po’ di olandese, in modo da non essere esclusa dal giro di amici e così da poter lavorare meglio.

Ed ora Londra. Londra e’ Londra e avevano ragione, e’ completamente diversa dalla “vera Inghilterra”.

Il numero di italiani expats e’ elevatissimo. Ho ritrovato compagni di scuola, di scherma, gente di altri Paesi, conosciuti per altri motivi, che anche loro si sono diretti verso la grande metropoli.

Londra’ e’ diversa. Gli stimoli e le opportunita’ sono elevati, l’intrattenimento e’ uno dei piu’ vasti e vari, e in un’ora e mezza si e’ a Milano, anche se ormai dovrei definire “casa” quella londinese a discapito di quella dove sono cresciuta”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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Flessibilità (quella vera…)

postato da Sergio il 10.12.2014, nella categoria You say
10

Vi ricordate Andrea Cremese? Di lui parlammo poco più di un anno fa, quando raccontammo la sua storia di ingegnere negli Usa. Qualche settimana fa Andrea è tornato a scriverci, per raccontarci il seguito.

Lettera da leggere… per scoprire come un Paese rigido, incapace di vedere il talento dietro alla dicitura esatta del titolo di studio, un Paese che ragiona per ordini, gerarchie e caste, semplicemente non ha ragion d’essere.

La lettera di Andrea:

“Ciao Sergio,

dopo un lungo periodo di hiatus stavo sentendo il tuo programma questa mattina e mi sembra di ricordare che, durante la puntata, abbiamo toccato il tema di flessibilità e di possibilità offerte in mercati esteri. Volevo solo scriverti due righe in quanto, dopo un anno di studio e di lavoro serio, qui negli USA sono riuscito a cambiare professione, abbastanza radicalmente. Ho lasciato i grattacieli ed ora sono un software developer, una professione che mi appaga molto di più. Lavoro per una ditta di consulenza sempre qui a Manhattan.

Da notare che, dopo un periodo di stage (comunque pagato), ho potuto fare questo passo senza dover accettare una riduzione di salario o di “status”. Non c’è stata uno stigma associato a me, anche perché riposizionare la propria carriera qui è abbastanza normale, a molti livelli.

Negli Stati Uniti c’e’ il concetto di “transferrable skills”, che sinceramente non so nemmeno come tradurre in Italiano – che permettono di non rimanere legati a corda doppia alla propria professione per sempre. Sarebbe bello avere la stessa cosa anche in Italia.

A corollario, comunque: questa è una peculiarità degli USA… devo dire, in UK o a Hong Kong sarebbe stato piu difficile.

Best and thanks,”

ANDREA

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