Startuppers di ritorno – dalla Gran Bretagna

postato da Sergio il 01.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Tornare -virtualmente o fisicamente- in Italia dopo un espatrio. E aprire una filiale della propria azienda fondata all’estero, in UK. Creando occupazione, basata sulla ricerca del talento.

E’ la storia di riconnessione in salsa “business”, che vi presentiamo oggi a “Giovani Talenti”. Lo facciamo con la storia e le parole di Giacomo Moiso, 25enne startupper residente a Londra. Col suo team ha fondato Fluentify, azienda che insegna le lingue straniere con tutors online.

Giacomo si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Fluentify è nata a Londra nel Maggio 2013, abbiamo costituito la società online, con £15. Dopo aver partecipato ad un programma di accelerazione chiamato Accelerator Academy, abbiamo iniziato a cercare un investitore interessato al nostro team, prodotto e mercato.

A pochi mesi dal lancio la piattaforma ha suscitato l’interesse di clienti ed investitori, assicurandosi un investimento seed di 280.000 sterline. I quattro fondatori sono Giacomo Moiso (CEO), Claudio Bosco (Direttore Creativo), Andrea Passadori (Marketing) e Matteo Avalle (CTO). Oggi Fluentify conta più di 13.000 iscritti, 80 tutor madrelingua, 12 dipendenti, una sede a Londra e un centro di sviluppo a Torin,o e ha già ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali.

Londra, oggi una tra le città migliori al mondo per avviare un progetto ad alto contenuto tecnologico, offre opportunità e servizi difficilmente reperibili altrove. Il mercato dei capitali venture è sviluppato, lo Stato ha saputo semplificare la burocrazia e incentivare gli investimenti in startup da parte di investitori non professionisti (privati con patrimoni importanti o redditi molto elevati), offrendo incentivi fiscali competitivi.

Ad Aprile 2014 Fluentify ha deciso di investire in Italia, creando un hub di sviluppo per assumere talenti italiani. Gli sviluppatori software italiani sono tra i più capaci al mondo. Spesso posizioni di prestigio nelle grandi aziende tech (Google, Amazon, Apple, ecc.) sono ricoperte da italiani emigrati negli Stati Uniti. Fluentify, creando una presenza stabile su Torino, prevede di assumete fino a 20 talenti italiani nei prossimi mesi. I ragazzi di Fluentify sono convinti di una cosa: “la differenza tra una startup di successo e una che fallisce sono le persone. Per questo abbiamo deciso di investire in Italia, per coinvolgere i migliori talenti delle nostre università”.

Vi aspettiamo alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!


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“Sono espatriato? Decidetelo voi…”

postato da Sergio il 29.10.2014, nella categoria You say
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“Essere o non essere… espatriato?” La storia che ci racconta il nostro ascoltatore Simone è realmente interessante e originale, sia per il coraggio che l’ha contraddistinta, con salti nel vuoto di cui pochi sarebbero capaci, sia per la filosofia che la caratterizza.

A me piace sottolineare un punto fondamentale: l’importanza del capitale umano e dell’investimento in capitale umano, che Simone sottolinea. Accanto a questo, Simone ci spiega come occorra scrollarsi di dosso molti tratti tipici di “italianità” (quelli negativi, che bloccano la creatività), e occorra oggi più che mai ragionare in un’ottica globale, di circolazione e attrazione dei talenti.

Un’unica domanda, a Simone: perché una società in Svizzera, e non in Italia?

Lettera da far leggere in ogni caso a scuola, davvero…

“Buongiorno, mi chiamo Simone,  ho 37 anni e sono “Europeo”.

Ecco la mia storia:

Laurea in Ingegneria Aerospaziale nel 2002, con un progetto Erasmus in Portogallo, presso il dipartimento di Scienze Aerospaziali. Rientrato in Italia mi ritrovo professori che, dopo avermi inviato in Portogallo, mi chiedono perché sono andato fin là, potevo rimanere a Milano a fare la tesi e mi propongono di integrarla con prove pratiche. Inizia un incubo, mi ritrovo a dover allestire delle prove di volo senza la strumentazione necessaria e senza un supporto adeguato da parte del mio relatore. Dopo qualche mese riesco a concludere e mi laureo, ma non voglio più aver a che fare con quel mondo.

Poco prima di laurearmi trovo lavoro come tecnico strutturista presso una piccola impresa locale: divento responsabile tecnico, dopo circa un anno. Successivamente ricopro il ruolo di responsabile di produzione pressa una seconda azienda. Non è il mio mondo, troppo “provinciale”, ma sto per sposarmi e forse non è il momento di cambiare lavoro.

Invece il destino ha altri progetti: la filiale svizzera di una multinazionale tedesca riceve un mio vecchio curriculum ed è interessata ad incontrarmi. Quasi per sola curiosità mi presento al colloquio, e rimango affascinato, quello che diventerà il mio capo mi disse: “…qui si parlano quotidianamente 5 lingue…”, capisco che è in quella multiculturalità di idee e progetti in cui voglio crescere. Accetto il posto, anche se mi costa 160Km al giorno di auto. Anche qui, però, ritrovo certi vizietti, come la protezione ad ogni costo della carica ricoperta, la troppa politica aziendale che non permette di portare a termine i progetti importanti e lo scarso interesse a far crescere il personale oltre un certo livello. Così, dopo due richieste di trasferimento bocciate (una a Chicago ed una in Germania) capisco che ho raggiunto il ceiling in questa azienda, ma so che posso fare di più.

Nel 2009, con una figlia in arrivo e tra lo sconcerto generale, abbandono il posto fisso, la buona posizione aziendale e l’ottimo stipendio per mettermi in proprio. Oggi, dopo 5 anni, la mia azienda coopera con partner provenienti da tutto il mondo, dalla Cina al Nord America. L’approccio al lavoro utilizzato è completamente nuovo, non esiste il cartellino e tutto viene fatto tramite accessi in remoto, conference call, document sharing… Non facciamo parte delle aziende dei nostri clienti, ma sviluppiamo il loro mercato operando come se fossimo in ufficio da loro (anche quando ci sono 8 ore di fuso di differenza), a costi competitivi e conoscendo il nostro territorio.

Le nostre professionalità sono molto riconosciute all’estero, ma ho dovuto e continuo ad investire molto su me stesso e sui miei collaboratori, questa è la chiave per essere sempre un passo avanti ed offrire un prodotto differente ai propri clienti.

E’ fondamentale capire che questo processo non è a senso unico: noi impariamo moltissimo da questo continuo contatto con Paesi diversi e possiamo crescere solo grazie a questo scambio, non basta essere bravi se non si vive in un ambiente stimolante. Per questo motivo ritengo che sia sbagliato parlare di brain drain, i nostri giovani devono andare all’estero per un periodo di tempo più o meno lungo al fine di arricchirsi culturalmente. Contemporaneamente, il nostro Paese deve chiedersi come mai i giovani talenti stranieri non vengono in Italia o i nostri non rientrano? (“brain gain”).

Tornando alla domanda iniziale “Sono espatriato?”: Tecnicamente no, vivo in Italia, la mia società è in Svizzera, ho pochi contatti con aziende italiane, viaggio spessissimo in Europa e nel resto del mondo, e si, nel mio ufficio si parlano ancora 5 lingue”.

SIMONE

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Proprietà Intellettuale a Hong Kong

postato da Sergio il 25.10.2014, nella categoria Young Expats say
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Finestra aperta, oggi, sui nostri giovani professionisti in Estremo Oriente. Lo facciamo con la storia di una giovane connazionale, che ha ottenuto una posizione estremamente internazionale, nel settore della proprietà intellettuale, a Hong Kong. Da Est guarda all’Italia con nostalgia e realismo… leggere per credere!

Carolina oggi sarà la protagonista di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Carolina, ho 31 anni e dal 2012 vivo a Hong Kong. Mi occupo di proprietà intellettuale. Prima in uno di quegli studi legali internazionali e prestigiosi, dove però mi sentivo “Carolina-rotellina”. E ora in un gruppo di Hong Kong che produce attrezzi lievi e femminili come trapani e decespugliatrici. Gestisco il dipartimento IP per quasi tutto il mondo, tolto USA e poco altro. Non è tanto facile, ma adoro.

Credo che in Italia si possa ancora lavorare bene, ho tanti amici che lo fanno, ma in un Paese in cui l’economia va a rilento bisogna aver un obiettivo chiaro e preciso, senza spazio per dubbi o errori. E bisogna aver capito il mondo, almeno nel proprio campo, e non so se questo possa essere fatto senza mai uscir dalla Penisola (anche se Salgari ha provato il contrario).

Allora, un posto come Hong Kong… è più facile – se posso azzardare. Più flessibile. Forse anche l’Italia era così, decenni fa – energetica. Bisogna avere curiosità, un po’ di coraggio, fortuna, e gli occhi aperti. Fatto questo, è la solita manfrina: qui non sono considerata troppo giovane, né un rischio; le aziende ricercano persone con un’altra esperienza e sono pronte a metterle alla prova: se non va, via. E poi, certo, per chi fa IP, questa parte del mondo è una tappa obbligata.

Detto questo io non sono certa di appartenervi, a questa parte del mondo. Né so se ancora appartengo all’Italia… Spero di non essere considerata vile, se aspetto da qua di vedere come si evolve la situazione. Mi piace -al contrario- pensare che non sto perdendo tempo e forse, se rientrassi in Italia, le competenze che avrò acquisito qui potranno essere preziose lì“.

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Un lavoro chiamato Utopia

postato da Sergio il 22.10.2014, nella categoria You say
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Un vero e proprio baratro, quello che spalanca la nostra ascoltatrice Monia. La sua è una professione -premettiamo- molto particolare, ma la sua lettera è veramente un condensato -in presa diretta- dell’Italia più superficiale, clientelare, improvvisatrice… e chi più ne ha, più ne metta.

“Sono una vecchia -ironica- idealista. Mi chiamo Monia, ho 42 anni, mi sono laureata alla prima sessione prevista, con punteggio alto ma senza lode, all’Università di Ferrara nel 1997.

Facoltà di Medicina e Chirurgia, corso di Tecniche di laboratorio biomedico ad indirizzo istocitopatologia. Scopo dei miei studi: diventare un tecnico di laboratorio biomedico! Il mio iter toccava materie di alto pregio, biologia molecolare, immunoistochimica, fisica sanitaria, ecc..

Terminata l’università l’Italia mi ha offerto, districandomi tra clientelismi, concorsi pilotati, successioni genetiche di figli di, parenti di, amici di… uno splendido posto di lavoro in un’ Asl romagnola, per fare il topo di laboratorio. E non per mancanza di strutture o fondi, ma per mentalità improntata sulla mancanza di meritocrazia. “Devi fare lo statale, cosa vuoi di più ?”

Ma il mio idealismo?Il mio amore per la ricerca, per la sperimentazione e l’innovazione? Il mio amato e sudato titolo si studio?

Una branca della mia formazione universitaria prevede il “settoraggio”, ossia l’esecuzione delle autopsie, siano riscontri diagnostici che medico legali. Così, dopo anni di elemosina di opportunità, sono riuscita a diventare con orgoglio la “prostituta” dei medici legali, creandomi una professione parallela e legalmente approvata in azienda.

Cioè, lavorando per le procure a servizio dei medici nelle sale settorie ove richiesta, in qualsiasi orario, giorno, momento, evento.

Mah… in Italia la mia figura professionale non esiste!!! Quindi? Chi siamo? Chi ci tutela? Chi ci riconosce? Nessuno.

Recentemente il Ministero dell’Università ha istituito un Master di tecniche autoptiche, che ripercorre tutte le materie da me già affrontate in precedenza, ma indirizzato a chi? Sbocchi zero, inquadramento zero, profilo zero, futuro nebbioso, riconoscimenti zero.

Grandioso!!!!!!!

Ho ricercato colleghi italiani ed europei: in questo sistema globale ognuno si arrangia come può, cioè senza professionalità, senza preparazione, senza  meriti, mossi tutti dal medesimo ragionamento, l’ambiente autoptico non produce economia sia per le strutture ospedaliere che per i comuni, spaventa l’opinione pubblica, è vittima di antichi pregiudizi e -lavorando all’ombra del medico- non dà lustro.

Con fatica, ma mai rassegnazione, ho indagato a fondo alla scoperta di chi erano gli esecutori miei pari grado di altre realtà italiane, cioè chi realmente eviscerava, catalogava reperti, prelevava campioni dalla salme per istologia e tossicologia, faceva tanatoprassi, collaborava con i reparti speciali delle forze dell’ordine, polizia e carabinieri, ecc..

Risultati??!!!

Un ex-macellaio assunto con contratto simil-legale ma con una buona mano per tagli, pensionati per arrotondare i loro stipendi esentasse ( in nero), disagiati sociali  con varie devianze a cui si deve un minino stipendio sociale, impresari funebri, infermieri riciclati per esubero personale interno, operatori assistenziali (OSS, OTA) in attesa di prossimo pensionamento ecc ecc… Non male come minestrone, visto che in mancanza di una legislazione certa chiunque è ammesso agli obitori. Ma le associazioni di categoria e i sindacati? Visto che l’assistenza  tecnica prevista dalle autopsie medico legali è pagata dal Ministero di Grazia e Giustizia?Tutti non vedono, non sanno, non sentono.

Questa è un altro piacevole ed ironico specchio del nostro Paese“,

MONIA

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Dall’Italia all’Afghanistan. Grazie all’UE.

postato da Sergio il 18.10.2014, nella categoria Young Expats say
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Un’altra storia di rientro cercato e non corrisposto, quella che vi raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Storia di Pietro Ienna, 34enne funzionario dell’Unione Europea in Afghanistan, dove si occupa di comunicazione. Studi di altissimo profilo nel cuore dell’Europa, carriera estremamente ampia e variegata a Bruxelles (passando dall’Africa), poi la decisione di tornare in Italia. Pronto a fare la sua parte, per consigliare il nostro Paese nell’utilizzo dei fondi europei. Risposta del sistema-Italia: “no, grazie”. E ancora ci meravigliamo per la situazione in cui ci troviamo?

Tutto questo accadeva pochi mesi fa, non secoli orsono.

Pietro si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Pietro Ienna, ho 34 anni, sono originario di Palermo. Appartengo a quella generazione “Erasmus” che a 20 anni nel 2000 è andata a vivere, studiare e guadagnarsi il primo stipendio fuori dall’Italia. Nel mio caso a Gent, in Belgio.

Il ricordo più chiaro di quell’esperienza è stato l’incontro alla Facoltà di Scienze Politiche di Gent con un professore ordinario di 28 anni che io avevo scambiato -in buona fede- per un collega più anziano.

In Belgio, scoprii che la giovane età non era un ostacolo o un limite. L’equazione che si applicava alla “baronale” struttura universitaria italiana era invertita, così come la disponibilità e la reperibilità dei professori.

Dopo quei 9 mesi, l’esperienza Erasmus mi era rimasta così indelebilmente dentro, che nei due anni successivi al mio rientro a Palermo continuai a meditare sempre più concretamente ad una specializzazione all’estero, dopo la laurea.

Cosi nell’estate del 2003, fresco di laurea, mi recai nuovamente in Belgio, frequentando un Master in Studi Europei nel Centro di Eccellenza “Jean Monnet” dell’Universitá di Lovanio.

Esperienza che l’anno dopo completai con un Master in Studi Europei Avanzati e Interdisciplinari presso il Collegio d’Europa di Varsavia.

Nel 2005, con due titoli di Master in tasca e tanta speranza, mi trasferii a Bruxelles: dopo alcuni tirocini pagati al Parlamento Europeo e presso la fondazione del collegio d’Europa, ottenni nel 2007 un contratto a tempo indeterminato presso la testata “European Voice”, del gruppo  “The Economist”.

Questa tipologia di contratto era la norma per l’organizzazione in cui lavoravo. Ma per me, quasi 27enne, sembrava un punto di arrivo. Punto di arrivo che oggi per molti dei miei corregionali rappresenta un miraggio irraggiungibile.

Ben presto realizzai che anche un contratto a tempo indeterminato a volte costituisce un limite, più che un traguardo, per chi come me voleva ancora fare esperienza e non era pronto a fermarsi  in quel momento.

Cosi, neanche un anno dopo, venni selezionato per un contratto di 3 anni presso la Direzione-Generale Allargamento e Politica di Vicinato della Commissione Europea. Dopo 2 anni, venivo selezionato dal “roster” in cui mi trovavo per effetto di un concorso per personale a tempo determinato presso le Istituzioni UE.

Nel 2010, alla fine del mio contratto, ritornai a pensare in termini di soddisfazione professionale e di necessità di arricchire il mio CV: stavolta con un’esperienza sul campo. A mio avviso “conditio sine qua non” per chi vuole lavorare nel settore della Cooperazione internazionale.

L’opportunità si presentò nel gennaio 2011, quando partii come Volontario delle Nazioni Unite con la Missione di “peacekeeping” nella Repubblica Democratica del Congo. Dai grigi edifici della “torre d’avorio” brussellese, mi ritrovai nel Basso-Congo, sul delta dell’omonimo fiume, a occuparmi di violazioni dei diritti umani e di monitoraggio di progetti di assistenza umanitaria e di sviluppo. L’esperienza che forse più di altre ha dato senso al lavoro che facevo.

Poi quasi un anno e mezzo dopo, per motivi essenzialmente familiari e personali, cominciai a pensare di rientrare in Italia con un ottimismo che collideva con la disastrosa situazione umanitaria a cui assistevo tra i villaggi del Congo, ma che nutrivo fortemente.

Cosi, nel marzo 2012 rientravo in Italia, a Bologna, sperando di trovare un lavoro nel campo dei progetti UE, settore al quale guardavo ottimisticamente, in ragione dei tanti programmi comunitari di cui l’Italia beneficiava.

Purtroppo, il mio ottimismo da solo non bastò e nel successivo anno, alle centinaia di CV inviati non facevano altro che seguire le solite risposte in “burocratese”, di finta cortesia e in alcuni casi, persino di sperticata lode del mio “ottimo curriculum internazionale” seguite dal consiglio di rivolgermi ad organizzazioni estere.

Ma la goccia che fece traboccare il vaso, fu una velata promessa di assunzione da parte di un’amministrazione regionale a cui segui dopo molti mesi di attesa un secco “no”. Il posto era stato dato ad una risorsa interna già conosciuta da tempo in quegli uffici.

Nel febbraio 2013, la mia idea di trovare lavoro in Italia venne messa da parte definitivamente, il mio nome veniva ripescato da un altro “roster” UE e il mio profilo selezionato per la Delegazione dell’Unione Europea in Afghanistan.

Ora, da circa 6 mesi a questa parte sono Responsabile per la Comunicazione, i Media e la visibilità dei progetti UE, a Kabul.

Difficilmente tornerò in Italia ma posso dire di averci provato”.

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Ricetta per il Futuro: Giovani e Donne

postato da Sergio il 15.10.2014, nella categoria You say
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Lettera determinata e appassionata, quella che ci invia la nostra ascoltatrice Giulia. Dopo un periodo all’estero, ci racconta come vede ora l’Italia. Con occhi ovviamente diversi…

+++Ne approfittiamo per ricordarvi di inviarci le vostre riflessioni, anche sui temi che lanciamo settimanalmente in onda, a giovanitalenti@radio24.it

“Ho 32 anni, sono nata a Padova e mi chiamo Giulia. Abito a Milano.

Sono figlia di giovani imprenditori, con infanzia bella ma un po’ tumultuosa che mi ha permesso di formarmi presto (preferisco fermarmi qui su argomento infanzia). Ho studiato ingegneria e ho preso una seconda laurea in Danimarca poiché ho vinto una borsa di studio. Dopo qualche mese in Italia torno all’estero perché attirata dall’internazionalità respirata durante la fase accademica. Inizio come commerciale interno senza esperienza a 21Ksterline in Inghilterra. Volevo avere nel mio curriculum professionale l’esperienza in America, così dopo qualche anno negli UK sono partita, sempre come pioniere, testa bassa, in condizioni modeste da cui nel mio piccolo ne ho tratto esperienza e soddisfazioni. Poi mi si presenta un occasione italiana che accetto perché un po’ stanca di essere un immigrata.

Alla fine in Italia si sta bene….. ma giustamente evitiamo di dirlo troppo forte! Si mangia bene, si ha più diritti come lavoratore (per chi ha un lavoro), c’è un bel clima, si ha una buona qualità di vita, il mare, le montagne, l’arte,.etc Detto fin qui, sembra tutto apposto…. ED INFATTI E’ COSI’! perché il primo punto fondamentale che ho imparato all’estero è che nessun paese è meglio o peggio di noi italiani. Abbiamo tutto e forse ancora di più rispetto agli altri paesi.

Altro punto importante è che secondo me bisogna amare il proprio paese per starci bene: in ogni nazione che ho vissuto, sono arrivata a conclusione che il nazionalismo che da la forza ad un paese. Possiamo averlo anche noi, se aboliamo il disfattismo; e mi pare che vi è un bel “working progress” in questi mesi in Italia in merito …

Nonostante questo …. vi è sempre da migliorare ed anche qui vi è un bel “working progress” per fortuna in questo periodo… : SPAZIO AI GIOVANI! Dato il mio background e l’esperienza estera, sono tornata in Italia ed ho ricoperto ruoli che di solito hanno gente che ha 20 o 30 anni più di me quindi il mio ruolo italiano ha creato talvolta delle difficoltà di comprensione per i colleghi italiani. La differenza con l’estero del rapporto giovani e lavoro,qual è? Nessuna francamente!, si … vi è più meritocrazia all’estero e la “rottamazione” è più normale. Rimane comunque il fatto che anche all’estero ci sono persone più mature ai vertici e ci sono i giovani più in basso, ma se i giovani all’estero riescono a scalare è anche perché sono più forti: in Italia, soprattutto i giovani forse, sono abituati a stare troppo bene e non sanno fare troppa fatica!(mi taglio fuori, perché avrò cose che non sono brava, ma mi do da fare).

Tornare in Italia dall’America… mi sembra di essere tornata indietro di 10 anni tante volte: gestione tra uomo e donna, gestione tra vari livello di lavoro, gestione burocratica a lavoro, ottimizzazione delle logistiche, voglia di arrivare ad una soluzione … anche nella vita privata, ricordo in Danimarca che ragazzi di 20 anni avevano figli mentre studiavano e nel contempo magari si organizzavano per il futuro; e se devo spezzare una lancia per gli Italiani, in Danimarca questo avviene perché hanno sussidi statali per le donne, per chi vuole prendersi una pausa dallo studio.

E se devo dare un punto alla Danimarca … ci sono questi sussidi perché i Danesi cittadini in media secondo me sono più ONESTI degli italiani ed il sistema RIPAGA con sicurezza al cittadino. (mi fermo qui se no si andrebbe avanti per ore nell’argomento …) Almeno in Italia non ci suicidiamo come in Danimarca, o beviamo come in Danimarca o abbiamo donne che bevono ubriache per strada come in Danimarca (come si vede, ogni paese il suo punto più o meno).

La prima conclusione è DARE SPAZIO AI GIOVANI e partite dalle famiglie: Il ragazzo a 18anni secondo me deve essere fuori di casa, convivendo con inquilini e studiando o lavorando (e se è fortunato con qualche sussidio della famiglia e dello stato). Molti dei miei coetanei e più giovani di me, mi permetto di dire, che hanno una grande difficoltà a competere con il mondo anche perché molti sono ancora a casa e non hanno occasione di capire la responsabilità. Il datore di lavoro vuole persone che si danno da fare e responsabili. E ti dai da fare solo per una cosa, PAGARE LE BOLLETTE! Sta secondo me anche nel compito dei genitori aiutare i propri figli a darsi da fare.

La seconda e ultimo tema e conclusione della mia storia è relativo alla maternità ed al lavoro, sia perché mi tocca personalmente, sia perché forse è un tema ancora più delicato di donna e lavoro. Mi ha mosso il fatto che una volta un cacciatore di teste mi ha detto di rispondere ad un colloquio che non volevo avere figli per passare una selezione, per questo mi sto muovendo con blog e social network nel mio piccolo. Non ho le condizioni al momento di maternità, e mi viene etichettato senza che ne parli e senza che lo chieda, NON LO TROVO GIUSTO!

Ho fatto un indagine: l’Italia tratta bene la maternità come legge. Allora, perché invece di discriminare la donna quando ha sulla trentina o anche meno e che serve nel mondo del lavoro in questo momento come l’uomo, visto i tempi di poca occupazione e di ripresa dell’Italia, si gestisce il tema con intelligenza e collaborazione? La donna segue la legge di maternità senza abusarne e lavora con responsabilità e l’azienda non la discrimina…

Ho letto decine di post in cui donne non trovano lavoro solo perché sono donne … già c’è problema di occupazione, non si può discriminare nel lavoro la donna solo perché è donna, perché ora c’è bisogno che tutti lavorino, uomo e donna! Se una donna è brava nel lavoro ed ha raggiunto un suo livello di carriera quindi con responsabilità mansioni e trasferte, bisogna anche permetterle di avere una sua vita privata ed una sua maternità mantenendo il suo ruolo, LE AZIENDE DEVONO INIZIARE A TENER DI BUON CONTO E GESTIRE UNA DONNA CHE PUO’ ENTRARE IN MATERNITA’. PERCHE’ IL LAVORO secondo me NON E’ QUANTO LAVORI MA I RISULTATI”.

GIULIA

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Una Scienziata Italiana ad Harvard

postato da Sergio il 11.10.2014, nella categoria Young Expats say
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Fa sempre piacere trovare eccellenze italiane, all’interno dei migliori centri accademici e di ricerca mondiali. Se poi queste giovani eccellenze si distinguono anche per le loro scoperte scientifiche, la cosa ci rende ancora più orgogliosi. E’ il caso di Katia Bertoldi, 36enne docente di Ingegneria Meccanica nel prestigioso ateneo USA di Harvard. Katia ha scoperto l’emi-elica. Oggi a “Giovani Talenti” raccontiamo la sua storia.

Katia si presenta così ai lettori del nostro blog:

“Sono professore Associato di Meccanica Applicata ad Harvard (Cambridge, USA). Mi sono laureata presso  l’Universita’ di Trento nel 2002 (laurea in ingegneria civile, indirizzo strutture) e successivamente (2003) ho ottenuto un Master  in Ingegneria strutturale alla Chalmers University of Technology (Sweden) .

Dopo aver ricevuto il dottorato in Mechanics of Materials and Structures all’Universita’ di Trento nel 2006, ho lavorato come PostDoc nel gruppo di ricerca guidato da Mary Boyce al MIT.

Nel 2008 mi sono poi trasferita in Olanda, dove ho lavorato come ricercatrice  presso l’universita’  di Twente.

Nel gennaio 2010 ho iniziato a lavorare presso la  School of Engineering and Applied Sciences all’universita’ di  Harvard, dove guido un gruppo di ricerca che studia la meccanica dei materiali e delle strutture (http://bertoldi.seas.harvard.edu/)”

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“Se potessi sarei già lontano…”

postato da Sergio il 08.10.2014, nella categoria You say
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Una storia italiana, quella di Fabio, che pensa di andarsene dall’Italia, non appena ne avrà la possibilità. Il suo settore è molto particolare: Disability Manager. Nella Penisola per lui non c’è posto. Così ha preso tastiera e mouse… e ha scritto a giovanitalenti@radio24.it

“Buon pomeriggio Sergio,

è appena terminata la tua trasmissione e mi sono deciso… voglio raccontarti la mia storia, che forse troverai interessante, oppure solamente una delle tante storie paradossali della la nostra bella Italia.

Titolo della trasmissione “Giovani Talenti….” Io ho 42 anni ( giovane?) e forse un talento… la tenacia!!”

Tanti anni passati nella vendita, poi -nel 2000- mi viene fatta una proposta un po’ particolare, non tanto per contratto, ma per la tipologia del prodotto da vendere!

Nel 2000 parlare di barriere architettoniche era come parlare di IPhone nel 1980… con la differenza che quando spiegavo di vendere porta carrozzine o comunque che i miei dispositivi fatti in Italia e frutto di tanta e sana passione, le persone -se non interessate perché colpite loro malgrado dal problema ( disabilità grave e permanente) si toccavano le p….. oppure facevano gli scongiuri….

Da qualche anno conoscevo bene la disabilità: mia sorella dal 1990 era una delle sfortunatissime persone ad avere la sclerosi multipla, per cui sapevo molto bene dove finiva la sfortuna e iniziava il rispetto e la dignità che queste persone meritavano e pretendevano giustamente autonomia.

Paradossalmente mi sentivo fortunato,  vedevo e capivo che il mio lavoro aiutava me e le persone alle quali risolvevo diversi problemi, mi formavo ogni giorno e capivo quale immenso mercato e opportunità era la disabilità.

Il mio primo vero corso di aggiornamento fu la malattia di mia madre nel 2001: un ictus, poi nel 2006 mio padre con due tumori facevano il resto e la mia formazione personale e professionale si arricchiva….

…dico bene…si arricchiva: dovevo ogni volta capire e comprendere nuove esigenze, nuove metodologie di approccio e nuovi prodotti, ero costretto a fare ricerca e diventavo sempre più competente. Nella mia azienda, allora a conduzione familiare, ero diventato la persona che selezionava e formava il personale, dal venditore al magazziniere, alla persona che al telefono doveva fornire informazioni.

Fino al 2009, con tanta fatica, faccio di tutto (per far questo assumo due badanti), poi cerco di organizzare un albo nazionale dei professionisti del settore per permettere loro una formazione adeguata e per le aziende una scuola che fornisse competenze e strumenti ad ognuno degli operatori, e per le persone (clienti finali) la garanzia di avere personale presso le loro abitazioni serio e competente…. non ti puoi immaginare la burocrazia. Porte chiuse, politici che promettevano e persone immorali… il tutto mi rendeva arrabbiato e frustrato, come professionista e come figlio e fratello di persone con gravi disabilità, ne percepivo la necessità vedevo ogni giorno risorse sprecate e il problema aumentava e aumenta!

Si stima che il 5% della popolazione sia affetta da gravi disabilità senza contare quelle degenerative, quelle non classificate e i grandi obesi con questi si arriva al 36%…

Finalmente nel 2011 viene organizzato il primo corso per Disability Manager presso l’Università Cattolica di Milano: spendo con grande gioia 3000 euro e 4 settimane di ferie per fare il corso, poi competo il tutto con il corso di “Tecnologie per l’autonomia e l’integrazione sociale delle persone disabili  per persone con Disabilità ” presso il Don Gnocchi di Milano altri 2000 euro  e permessi non retribuiti. In entrambi i corsi la premessa del primo giorno fu… non pensate di fare questi mestiere in Italia – non c’è nessuna legge che vi potrà garantire un posto di lavoro. Che cavolo serve allora la formazione se poi non viene spesa nelle sedi opportune?

Nel 2011 la mia azienda viene acquisita  da una multinazionale già del settore: spiego la mia posizione professionale portando un dossier e tanto tanto materiale a supporto , poi spiego la mia situazione familiare e la mia allora impossibilità alle lunghe trasferte…

La risposta dell’ AD fu molto semplice: il corso, una cosa inutile (la solita robetta all’italiana, commentava). Peccato che  il ruolo di Disabilty Manager sia recepito in ambito europeo e che già nel libro Bianco di Sacconi si parlava di questa figura indispensabile nelle aziende private che forniscono servizi e nelle pubbliche amministrazioni, o comunque nei comuni sopra i 50.000 abitanti. Ma non c’ una legge: io non voglio leggi per lavorare, voglio poter dimostrare il mio valore senza nessun obbligo da parte di nessuno.

Alla fine (grazie alla mia competenza in materia di dritto delle persone con disabilità e dei familiari che li assistono ) esco per due anni di congedo straordinario per cercare di risolvere le gravi e documentate questioni personali, ma il giorno del  mio rientro dopo cinque minuti vengo licenziato per giusta causa (riassetto organizzativo ).

Figlio della generazione che credeva che dopo 14 anni di contratto a tempo indeterminato nella stessa azienda e con tanta (troppa) esperienza e unico con quelle competenze , faccio causa all’azienda…. in tribunale perdo. Tutta la vita mi sembra sotto sopra!

Da mesi cerco di ricollocarmi: sono uno dei 120 Disability Manager in Italia, siamo esperti nella gestione delle risorse in un ambito così delicato e strategico come quello della gestione delle risorse per fornire migliori e adeguati servizi fornendo il naturale cuscino tra richiesta e offerta in un ambito così difficile da trattare e risolvere.

Uffici tecnici dei Comuni sopra i 50.000 abitanti  neppure ripondono alla mia auto candidatura: per molti avere un Disability manager equivale ad avere assunto un disabile e mi rispondono “ne abbiamo già uno grazie”….

Un caro saluto e appena lascerò questo Paese con tanto rammarico ti manderò una cartolina!!!”

FABIO

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Un Geologo in Angola

postato da Sergio il 04.10.2014, nella categoria Young Expats say
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Ci sono storie che spiegano -più di mille tomi teorici- perché il problema e la causa del nostro declino siamo noi stessi, o meglio – la nostra mentalità malata di “apparenza”. “Apparenza” che ha scalzato la “sostanza”, anche sul luogo di lavoro.

Per capire perché in Italia manchi il merito, perché la gestione delle risorse umane sia spesso inesistente, e quand’anche ufficialmente esista, sia in realtà una mezza farsa, basta ascoltare (o leggere) la storia di Luca Magini, geologo di 39 anni al lavoro in Angola.

Leggete e meditate. Luca ce ne parla questo pomeriggio.

“Mi presento: sono un geologo di 39 anni, ex-ufficiale dell’Arma dei Carabinieri…

Lavoravo per una delle società Italia più ambite, con uno stipendio considerato in Italia invidiabile e sicuro. Ma ho fatto la SCELTA, la scelta di andarmene lo stesso.

Mi diplomai a stento e non volevo abbandonare la mia Valtellina. I genitori mi spinsero a frequentare l’università e senza molta convinzione scelsi quello che pensavo fosse una facoltà facile. Finì per caso, in un collegio universitario storico di Pavia, dove la goliardia mi permise di fare amicizia con ragazzi di diverse parti di Italia, e -soprattutto- con studenti stranieri. Insomma mi aprii la mente a un nuovo mondo di concepire il mio futuro.

Fresco di laurea mi accorsi di essere bollato dalla società come un povero laureato con una laurea da disoccupato. Dopo una triste parentesi di lavori co.co.co e tirocinio, feci una scelta in controtendenza per quegli anni, assolvendo l’obbligo di leva come AUC. Beh, corso Ufficiale di Complemento (ho fatto il botto…), poi destinato al reparto Proiezioni Estere di Gorizia, dove nessuno voleva andare. Di lì,  la rafferma biennale e una missione di peacekeeping in Bosnia-Erzegovina, il primo assaggio anche se un po’ particolare,  di cosa voglia dire vivere e lavorare all’estero.

Di ritorno dalla Bosnia e in preparazione per la partenza Iraq, ebbi la fortuna inaspettata di essere assunto da una grande azienda italiana, selezionato per il cv particolare che avevo e non per la raccomandazione che “tenevo”.

Due anni di lavoro in Italia, poi finalmente contratto residente estero per quattro anni in Egitto. Una carriera rapida, per un sistema ingessato come quello italiano, e dopo 6 anni individuato come una delle migliori giovani risorse all’interno della società. Di fatto fui assegnato a un master interno di un anno, finalizzato allo sviluppo accelerato delle capacità tecnico-manageriali per i giovani talenti. Mi aspettavo un salto di carriera, come tutti ce lo aspettiamo se abbiamo un po’ di ambizione… non quella cattiva arrivista che ho visto fin troppo volte, ma quella sana che ci fa andare avanti e ci stimola in ambito lavorativo.

Purtroppo le mie illusioni s’infransero in un anno di sofferenza, vissuto all’interno di una società nella quale non mi riconoscevo, realizzando che la cosa più importante era l’apparenza e non la sostanza, il network di conoscenze e non la conoscenza del lavoro, la sudditanza al volere dei superiore più che il coraggio di far valere le proprie idee (sì perché, potevi esporle per essere considerate inutile, salvo poi vedere che altri le avrebbero fatte proprie e si sarebbero presi i meriti).

Ero demotivato e insoddisfatto a tal punto che accettai un mese di missione in Congo durante la pausa estiva. Al termine del Master, capii che solo alcuni già individuati a priori, avrebbero fatto carriera.

“Spintaneamente”accettai un contratto in Ghana (“ma dov’e’?, fammi andare a cercare su Google…”) per un progetto breve (poi non rivelatosi tale), nessuna delle promesse fatte col tempo si avverarono. Questo comportò uno scontro con un sistema geriatrico/gerarchiale della società, che mi spinse a cercare lavoro presso una società che non fosse italiana, nonostante avessi famiglia in Italia. Non fu una scelta facile, ma non potevo pensare alla mia vita lavorativa vissuta in modo così frustante.

Rimasi sorpreso della facilità con cui -digitando il nome della propria professione in Google- fosse facile trovare posizioni vacanti. Mi accorsi che fuori dall’Italia esisteva un altro mercato, con altre regole e fame di personale che sappia fare il proprio lavoro.

Fra le varie offerte, scelsi quella che meglio bilanciava la mia aspettative di lavoro con la vita famigliare.

Ed eccomi qui, dopo due anni, un montanaro ancora in Africa, ma questa volta in Angola, a lavorare per la più grossa società francese nel campo della ricerca petrolifera. Sono rispettato come persona, ma prima di tutto come tecnico, senza confronto salariale e work/balance rispetto al vecchio datore di lavoro italiano”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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Ballerina Emigrante

postato da Sergio il 01.10.2014, nella categoria You say
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Lettera bella e amara, quella che ci indirizza la nostra giovane ascoltatrice Alessia, 19 anni appena – con un sogno nel cassetto, e un Paese  che appare sordo ai suoi SOS. Anche perchè emigrare non è sempre semplicissimo, come lei stessa ci racconta. Un grande in bocca al lupo, Alessia… che ti arrivi il successo meritato! In qualsiasi Paese sia disposto a darti un’opportunità, ovviamente…

“Mi chiamo Alessia, ho 19 anni, vivo a Cremona e sono una ballerina.

Attraverso questa lettera vorrei diffondere la mia esperienza di danzatrice: all’età di sei anni mia madre mi iscrisse per caso ad una scuola di danza della mia città e da quel giorno decisi che avrei “fatto della mia vita un’opera d’arte”.

Finito il liceo nel giugno del 2013, il buio assoluto. Tra le cinque “w questions” l’unica ad apparirmi chiara e distinta era “what?”, cosa io volevo, ovvero andarmene dall’Italia per rincorrere il mio sogno e diventare una ballerina. In una settimana organizzai il viaggio e spiccai il volo per Londra, da sola, senza sapere a cosa sarei andata incontro.

Mi allenai con impegno e costanza fino al giorno dell’audizione alla London Contemporary Dance School. Mi ritrovai in una sala, con tanti altri ballerini che come me avevano appeso al body un numerino che ci identificava. Quel giorno capii il vero significato della legge di Darwin sulla sopravvivenza: i più forti vincono sui più deboli, che sono destinati a soccombere. Decisi quindi di assumere il ruolo del leone che mangia la gazzella, così un mese più tardi ricevetti la lettera di ammissione per il prossimo triennio accademico. Ma non è tutto oro quel che luccica. Dalla mia piccola città ho dovuto fare i conti con la vita frenetica di una metropoli.

Ho sperimentato per la prima volta la solitudine, che come una bestia affamata si nutriva ogni giorno dei miei stati d’animo positivi fino a provare solo tristezza, angoscia e nostalgia di casa che mi hanno portata a ritornare in Italia a fine febbraio, anziché rimanere a Londra come programmato. Quando il sogno di sempre incomincia a concretizzarsi, bisogna fare i conti con la realtà che molto spesso ti mette davanti a situazioni difficili, che non avevi calcolato… ecco, io non l’avevo calcolato.

Questa mia esperienza di vita è solo una piccola perla che forma una collana di tante altre piccole perle di giovani artisti italiani costretti ad emigrare. Nel nostro Paese l’arte non è riconosciuta ufficialmente come una vera professione, gli artisti che decidono di rimanere in Italia sono spesso indotti a fare più lavori contemporaneamente, vivendo nella precarietà del domani. Il nostro Governo dovrebbe incentivare le professioni artistiche, valorizzando le ricchezze che abbiamo e facendo risorgere la cultura che è l’unico mezzo per sensibilizzare le persone, per renderle umane e capaci di provare sentimenti elevati.

Ammetto con grande rammarico che tutto ciò mi ha portato a provare un certo rancore verso l’Italia, poiché mi induce a partire per Londra, lasciando il mio cuore qui, alle persone che amo”.

ALESSIA

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Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it