Un altro insegnante ci scrive…

postato da Sergio il 16.05.2012, nella categoria You say
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E due. Un altro insegnante ci scrive, per confermare il senso di frustrazione dei nostri docenti. Dopo Massimilano da Lecce, ora Claudio da Roma. Che si ricollega alla lettera di Massimiliano, approfondendo la riflessione. Personalmente leggo in queste righe una grande voglia di cambiamento. Una grande voglia di ribaltare una situazione che -così- non funziona più. Di riattivare un circolo virtuoso, che porti il capitale umano -soprattutto quello giovane- al centro del progetto-Paese. Continuate a scriverci, continuate a inviarci le vostre riflessioni:

Se le ha fatto piacere la lettera del collega Massimiliano di Lecce, penso le farà altrettanto piacere sapere che siamo almeno in due a pensarla così.Sono un insegnante anch’io, di Discipline geometriche e architettoniche in un Liceo artistico a Roma. Anch’io la ascolto tornando in macchina al sabato, e stavo proprio pensando di scriverle quando ho trovato il commento alla lettera del collega.

Avrei scritto quasi le stesse cose, punto per punto, quindi ho rinunciato. L’unica differenza è che io avrei messo un maggiore accento sulla rabbia che provo come contribuente, perché – poco che ci paghino – l’istruzione statale costa al cittadino una quantità di soldi, e poi i suoi frutti migliori sono costretti ad andarsene perché qui si pratica la troticoltura. E se questi giovani hanno così spesso successo, vuole anche dire che l’istruzione che diamo loro non è poi così male come si dice.

Potrei aggiungere che ho personalmente sperimentato, tanti anni fa (quando ero giovane anch’io), gli effetti della mentalità nazionale. Non mi è rimasto che fare l’insegnante, dato che -di espatriare- non me la sono sentita. Ma su questo è libero di non credermi, non ho la controprova di quello che sarei riuscito a fare.

Anch’io considero la sua trasmissione tra le più utili in assoluto, e vorrei che avesse più risalto, anche televisivo.

Con un augurio e un grazie per il suo lavoro, la saluto cordialmente,

CLAUDIO

 

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Nel cuore della City londinese

postato da Sergio il 12.05.2012, nella categoria Young Expats say
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Segni particolari: neolaureata. Oltremanica le ritagliano un ruolo su misura, nel cuore della City londinese. Senza conoscerla. Ci credono, ci scommettono… investono su di lei. Nella Penisola invece solo stage malpagati. L’ennesima storia di un’occasione mancata, per il nostro Paese. Storia di Irene Galbani, 25enne Research Analyst a Londra.

Mi chiamo Irene, ho 25 anni e sono un’analista di ricerca nel cuore della City of London.

Dopo una laurea Magistrale a pieni voti in Economia, conseguita nel luglio 2010, decido di cogliere questa fantastica -e inaspettata- opportunità, quale alternativa ad uno stage malpagato e dagli sviluppi incerti. La scelta è ovvia, non ci sono dubbi.

Il mio lavoro consistente principalmente nel collaborare alla realizzazione di ricerche a supporto dell’attività di marketing strategico e -più in generale- di intelligence per una Software House londinese, che realizza prodotti dedicati alla comunità finanziaria.

Ebbene sì, sono pagata per divertirmi a sperimentare strumenti di analisi ed innovative rappresentazioni grafiche, nonché tenermi aggiornata su modelli di business e sviluppi regolamentari, in un settore in continua evoluzione…

Sono la più giovane all’interno del mio team, ma -grazie alla mia curiosità e voglia di imparare- sono diventata un punto di riferimento per i miei colleghi. Vengo coinvolta in diverse iniziative, collaborando con vari Paesi d’Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia.

La parte più entusiasmante è sapere che dietro l’angolo c’è sempre una novità: bisogna solo riuscire a scovarla. Una sorta di caccia al tesoro, se vogliamo!

Sembra incredibile, ma la voglia di tornare in Italia rimane, per diversi motivi. Ho iniziato a guardarmi intorno… e ho la sensazione che questa, fra tutte, sarà la ricerca più difficile“.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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“Ai miei figli dico: andatevene dall’Italia!”

postato da Sergio il 09.05.2012, nella categoria You say
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Lettera che prevede pochi commenti, quella che ci ha inviato il nostro ascoltatore Antonio. Lettera che dice tutto, che spiega tutto. Che racconta un Paese senza più sogni e speranze, per i suoi figli più giovani. Questo non è l’appello di Renzo Piano: “andatevene, per poi tornare”. No, qui c’è solo l”"andatevene e basta”. Eppure una via d’uscita da questo cul de sac ci deve pur essere… cosa ne pensate?

“Sono un laureato in Informatica di Salerno, abitante a Roma dal 1981, ho 61 anni.

Dal 2004 senza lavoro, in quanto ho fatto il “dipendente” con la partita IVA per un unico cliente per sette anni (12 fatture sempre allo stesso “cliente”, sempre dello stesso importo, per sette anni). Eppure nel 2004 mi ha fatto fuori quando è arrivata la crisi dell’Informatica e del mercato del lavoro per gli “over 50″.

Sono mantenuto (siamo mantenuti) dallo stipendio di mia moglie e da quel poco che posso ricavare facendo a scuola supplenze di Informatica o di Matematica, o facendo il bidello (purtroppo negli ultimi due anni chiamano sempre meno e per periodi minori).

Ho due figli, il primo di 23 anni, laureando in Ingegneria Spaziale alla Sapienza (che si sta organizzando per andare a fare la tesi in America e tornare poi a lavorarci).

Il secondo iscritto al primo anno di Ingegneria Elettronica a Roma 3.

Mentre il primo è fortemente motivato e determinato ad andarsene, il secondo mi pare poco propenso: io faccio di tutto per incoraggiarlo ad imparare inglese e spagnolo, per poi andarsene anche lui in America.

Non so se quella sia la migliore destinazione (forse sarebbe meglio il Canada, o l’Australia, o il Nord Europa), ma sono certo che in Italia non c’è presente – e forse neppure l’immediato futuro.

Per me di  sicuro è stato così: io stavo scappando dalle “macerie” del terremoto del 1980, e dalla cronica depressione del SUD.

Ora sono qui a Roma e cerco solo di “tirare a campare” (se mia moglie ancora me lo permette!)”.

Cordiali saluti,

 ANTONIO

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Un Manager sotto la Tour Eiffel

postato da Sergio il 05.05.2012, nella categoria Young Expats say
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Segni particolari? “Troppo qualificato”, per il mercato del lavoro italiano. Curioso destino quello di Paolo Fusaro, manager 32enne al lavoro in Francia per la multinazionale Carrefour. Studiare all’estero, formarsi all’estero, lavorare all’estero sono un bonus -paradossalmente- difficilmente spendibile nella Penisola. No comment. Paolo si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”…

Mi chiamo Paolo Fusaro, ho 32 anni e da sei vivo a Parigi.

Ho avuto la fortuna di cominciare a viaggiare grazie a borse di studio ottenute durante il periodo universitario. Da allora non ho più smesso.

Crescere a contatto con culture diverse ed imparare nuove lingue é stata la mia fortuna, che mi ha permesso di poter ambire a qualcusa di piu, rispetto a un lavoro precario e sottopagato in Italia.

Quando mi sono ritrovato sul mercato del lavoro a Parigi, poter parlare cinque lingue mi ha permesso di avere un vero jolly da giocare.

Non ero solo un italiano in cerca di fortuna, con una laurea in Economia Aziendale (poco riconosciuta all’estero) da vendere ….

Da quattro anni lavoro alla sede centrale di Carrefour, n° 2 mondiale della distribuzione, dietro al gigante Walmart.

Dopo due anni nella direzione finanziaria, in cui non ho smesso di viaggiare e conoscere tutte le filiali del gruppo, mi sono specializzato in un settore oggi in gran voga: la private label (marca propria).

Oggi mi occupo della marca propria Carrefour in tutta Europa (Italia compresa), e lavoro su un progetto di innovazione e riduzione del “time to market”.

A Parigi si impara ad avere grandi ambizioni e a osare.

Negli ultimi anni ho spesso sentito la “saudade” dell’Italia, ed ho pensato a un ritorno in patria: ma dopo parecchi curricula, le poche risposte che ho ricevuto sono state le stesse: troppo qualificato”.

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Tre ragazzi dall’Australia, una proposta per l’Italia

postato da Sergio il 02.05.2012, nella categoria Young Expats say
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Riceviamo e pubblichiamo da Simone Bartolini, già protagonista di una puntata della prima stagione di “Giovani Talenti”, la lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Governo, insieme a due connazionali espatriati in Australia. Una dichiarazione d’amore all’Italia. Con una proposta concreta. Da leggere con attenzione: perché no?

Caro Presidente,

siamo Alessandro, Simone e Francesco, tre ragazzi trentenni e prendiamo spunto per scriverle dopo aver letto il Suo intervento tenuto lo scorso settembre durante l’inaugurazione dell’anno scolastico 2011. Nel Suo discorso ci ha esplicitamente chiamato in causa in quanto “sono i giovani i portatori di speranza per l’Italia”. Le sue parole hanno dato espressione ad un nostro sentire ed è così che ci siamo fatti coraggio ed abbiamo accettato il suo invito a prendere il “testimone”.

In breve la nostra storia. Siamo cresciuti in Italia e dopo aver lavorato per diversi anni nel nostro Paese, abbiamo deciso di metterci in gioco e fare un’esperienza di vita e di lavoro all’estero. Così oggi tutti e tre ci troviamo a Sydney, Australia. Simone Bartolini, pubblicitario, si è trasferito nel 2007, Alessandro Bressan, ricercatore, è a Sydney dal 2008 ed infine Francesco Solfrini, pubblicitario, vive qui dal 2006.

Tutti e tre siamo accomunati da simili esperienze, in particolare se consideriamo le ragioni che ci hanno spinto qualche anno fa a lasciare il nostro Paese: la curiosità e la voglia di esplorare realtà e culture differenti da quella italiana, conoscere nuovi popoli, imparare a integrarsi e capire che quello che noi consideravamo “l’unico modo possibile di vivere”, è in realtà uno fra tanti altri. Queste esperienze hanno significativamente contribuito alla nostra crescita e formazione, sia come persone che come lavoratori.

PERCHÉ LE SCRIVIAMO

La passione che ci accomuna e che ci ha portato a sederci intorno ad un tavolo per scrivere questa lettera è il grande sentimento di speranza e responsabilità che sentiamo verso la nostra Nazione. Ogni volta che abbiamo occasione di incontrarci ci troviamo a parlare, anche con un po’ di frustrazione, della situazione italiana, e dei modi con cui contribuire al risveglio del Paese, perché no, anche dall’estero. Naturalmente non siamo i soli, questi desideri e questo sentire li abbiamo ritrovati anche nei nostri concittadini Italiani residenti qui a Sydney.

È come se nessuno di noi abbia mai lasciato l’Italia. Da una parte la tecnologia ci aiuta virtualmente a mantenere i contatti (tramite internet, infatti, comunichiamo giornalmente con le nostre famiglie, amici e siamo costantemente informati sugli sviluppi della vita sociale e pubblica del Paese); dall’altra, abbiamo fisicamente la possibilità di rientrare spesso, nonostante le distanze. Proprio quest’ultimo aspetto ci aiuta a mantenere una forte connessione e ad alimentare la grande voglia di contribuire a un cambiamento positivo, immediato e significativo, per poter assicurare sostenibilità alle generazioni che verranno, inclusi i nostri futuri figli.

Per questo crediamo che le due categorie di chi “chi parte” e “chi resta” non esistano.

Quando si vuole contribuire al cambiamento positivo del Paese, tutti hanno un modo di contribuire, dall‘Italia e dall’estero. Il tipo di impegno sarà diverso così come diverse sono le realtà che viviamo quotidianamente in differenti Paesi del mondo. Ma tutti sentiamo, forte, un legame indissolubile con la nostra Nazione. Siamo un tutt’uno, “avvolti” nello stesso tricolore.

Siamo tutti Italiani che amano l’Italia; persone che rispettano e sono legate al proprio Paese ed ai propri concittadini e che vogliono contribuire alla ri-costruzione del futuro della Nazione.

Vogliamo rispondere all’appello che Lei, Presidente, ha lanciato e prenderci la nostra parte di responsabilità. Questo, come Lei ha citato, è uno di quei momenti in cui bisogna riuscire a fare un grande sforzo – noi Italiani, noi Italia unita – per garantirci un degno futuro e per garantirlo alla prossima generazione.

IL VALORE DELL’ESPERIENZA PERSONALE

Per far questo ci siamo messi per primi sul banco degli imputati ed abbiamo cominciato un viaggio di esplorazione e riflessione personale che è andato di pari passo con il percorso di scoperta del sistema valoriale del nostro Paese. Appena lasciata l’Italia, abbiamo scoperto che un altro modo di vivere era davvero possibile.

Qui a Sydney abbiamo trovato cordialità, opportunità di lavoro, di vita ed uno spirito di comunità di cui non avevamo mai fatto esperienza prima. Una serenità reale, creata da uno sforzo quotidiano delle persone intorno a noi.

Ci siamo riempiti di orgoglio per aver scelto di trasferirci in un altro Paese e per esser riusciti a costruirci una nuova vita. È stato a questo punto che ci siamo resi conto che la felicità individuale, per quanto “soddisfacente” nel breve termine, non ci dava quell’appagamento reale che desideravamo. Abbiamo iniziato a metabolizzare in noi stessi che non c’è felicità vera se non è felicità per tutti. Anche se la nostra vita sembrava “perfetta”, mancava un ingrediente fondamentale: il fine.

Allora, dopo esserci presi la nostra responsabilità, abbiamo iniziato a lavorare per trovare il modo per raggiungere il fine che ci eravamo posti. Mentre osservavamo noi stessi ed i nostri comportamenti guardavamo anche a ciò che accadeva intorno a noi, ed abbiamo scoperto che la componente che rende diversi i Paesi è la mentalità, l’approccio alla vita. Al di là dell’economia, delle condizioni geografiche e storiche, la mentalità è ciò che veramente identifica una Nazione. Ma la sfida che ci si poneva davanti era impossibile da raggiungere: “Come poter pretendere di cambiare la mentalità di un intero Paese?” La frustrazione aveva la meglio su di noi. Ed è a questo punto che abbiamo capito di essere ancora “troppo italiani” e che, per poter cambiare, noi stessi avremmo dovuto innanzitutto vincere quella mentalità che porta a pensare che il cambiamento sia impossibile. Da qui abbiamo realizzato che il cambiamento è un processo graduale, che coinvolge prima i singoli per poi espandersi all’intera collettività.

CAMBIARE INDIVIDUALMENTE PER CAMBIARE COLLETTIVAMENTE

In questo modo crediamo che se vogliamo prosperare e vivere felici, dobbiamo far leva sulla nostra forza interiore e abbandonare l’approccio di rassegnazione che caratterizza il nostro Paese. Spesso viene usata la frase “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”. Ciò che fa un popolo tale è la coscienza di sé in quanto popolo, e questa non può essere fabbricata o assunta grazie ad una semplice iniezione. Deve essere sviluppata e voluta da ogni individuo parte di una collettività. Per poter cambiare un intero Paese è necessario che ogni Italiano cambi se stesso. Tutti, noi tre inclusi ovviamente.

Presidente, Lei meglio di noi sa che l’Italia ha in sé enormi potenzialità, ma il nostro Paese negli ultimi decenni ha sostituito valori efficaci con valori non sostenibili, che hanno portato al malcontento ed all’infelicità. Dobbiamo quindi ricaricarci di valori che sono nostri, che hanno fatto grande l’Italia in tutti i momenti storici in cui la nostra terra ha visto crescita, rinascita e sviluppo. Nelle nostre lunghe conversazioni e riflessioni abbiamo cercato di individuare questi valori da recuperare.

Il potere del cambiamento. Il cambiamento ha la capacità di aver effetti sulla nostra vita individuale ma ha poi il potere di innescare un effetto-domino che si ripercuote a livello collettivo. Il cambiamento non avviene per caso, deve essere cercato e voluto. Prendiamoci dunque le nostre responsabilità, cominciamo a cambiare noi stessi e proseguiamo poi verso l’impegno civico, che parte dalla cura della propria comunità locale e del proprio quartiere, prosegue col voto, per poi andare oltre.

Il rispetto e la fiducia. Impariamo a rispettare innanzitutto noi stessi. Ma in un processo bilaterale rispettiamo e diamo fiducia al prossimo. Sforziamoci di credere nelle intenzioni e nelle capacità altrui. Ci costerà probabilmente grandi rischi e sacrifici, ma la situazione attuale impone entrambi.

Infine, la speranza. La speranza è la forza che ha spinto l’uomo in ogni tempo e in ogni parte del mondo a migliorarsi e a migliorare l’ambiente circostante. Dobbiamo diventare consapevoli del fatto che noi abbiamo un potere. Noi possiamo determinare gli eventi, la nostra vita ed il destino del Paese. Dobbiamo fissare gli obiettivi e lavorare per raggiungerli, con l’intenzione e la speranza di riuscirci.

[…]

LA NOSTRA PROPOSTA

Noi crediamo fortemente in questo nuovo approccio, che ha semplicemente e radicalmente cambiato la nostra vita. Ma vogliamo essere ancora più concreti. È per questo che scriviamo a Lei, Presidente. Per rispondere alla sua chiamata ma anche per chiederle aiuto. Perché Lei ha il carattere umano, l’esperienza, la saggezza e l’autorevolezza per essere il primo motore in grado di innescare questa spirale. E, fondamentale, Lei ne ha anche la volontà perché come, prima ed anche più di noi, Lei è innamorato dell’Italia.

La nostra proposta è quella di partire dalle persone e stimolarle a pensare, e a fare, qualcosa di positivo in una giornata dedicata attivamente al Paese: LA GIORNATA DELLA FELICITÀ.

Ciò di cui abbiamo bisogno, come esseri umani e come popolo, è di recuperare i valori fondanti di una società civile: il rispetto e la fiducia reciproci. Questo possiamo farlo solo unendoci, agendo positivamente l’uno verso l’altro ed avendo un obiettivo comune: il benessere colletivo.

Proponiamo quindi di inserire nel calendario nazionale una giornata, magari nella prossima primavera, interamente dedicata al trasmettere felicità facendo qualcosa che renda felice qualcun’altro. Perché trasmettere felicità, attraverso semplici intenzioni e azioni, fa star bene non solo chi agisce, ma soprattutto che beneficia del gesto, che a sua volta contribuirà a propagare. Questo fenomeno, moltiplicato per tante persone, crea una spirale che può rendere felice un intero Paese.

Crediamo che fare qualcosa di positivo per qualcun’altro, individuo o collettività, sia il primo fondamentale passo per ritrovare la coesione come popolo.

In questo giorno, persone, organizzazioni, imprese, istituzioni, Italiani in Italia e all’estero, saremo tutti coinvolti nel fare qualcosa che possa rendere felice qualcuno e così giovare al benessere collettivo. Che sia dare la precedenza ad un pedone, concedere qualche ora libera ai propri dipendenti, aiutare a ripulire le strade, offrire dei fiori in ospedale a chi ne ha più bisogno, condividere saperi e conoscenza o semplicemente regalare un sorriso.

Tutti in questo giorno ci impegneremo reciprocamente a fare un gesto per trasmettere positività, con l’intento di inserire e cementare nuovamente questo sentimento nella vita di tutti i giorni. Perché è anche nel modo di vivere la quotidianità che il Paese può rigenerarsi.

[…]

Presidente, noi siamo tre semplici ragazzi, che amano il proprio Paese e vogliono contribuire alla sua crescita e al suo miglioramento. Per questo ci siamo presi le nostre responsabilità, proponendo invece che limitandoci a denunciare o protestare. Stimolando nel nostro piccolo il cambiamento, con progetti, idee, aspettative e sogni che vogliamo realizzare e che sappiamo possono essere realizzati. Crediamo in noi stessi, nell’Italia e negli Italiani. Siamo un popolo unico e pieno di risorse, dobbiamo semplicemente lavorare insieme per riorganizzarci e raggiungere un obiettivo comune.

È il momento di mettere fine al tempo del lamento, della protesta e della frustrazione e di dare inizio a quello del rinnovamento. Interiore prima, sociale e collettivo poi. Abbiamo tutti i mezzi per riuscire. Basta partire da quello più importante, la volontà.

Ringraziandola per il tempo e l’attenzione dedicataci, la salutiamo con affetto dall’Australia e confidiamo in una Sua risposta positiva.

Grazie per essere alla guida del Paese“.

Alessandro Bressan, Simone Bartolini e Francesco Solfrini

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Risorse Umane a Zurigo

postato da Sergio il 28.04.2012, nella categoria Young Expats say
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La meritocrazia inizia con le risorse umane. Una regola di buon senso, ancora prima che di impresa. Se si assumono raccomandati, se si cooptano incapaci, e poi li si aiuta persino a scalare la gerarchia aziendale o pubblica, è difficile che possa nascere una società migliore. Spesso la Svizzera viene presa a modello di efficienza. Silvia Vendrame,  27enne HR Coordinator per un’importante banca internazionale a Zurigo, ci spiega come funziona. A pochi chilometri da noi…

“Sono Silvia Vendrame, ho 27 anni, sono originaria di Treviso e da due anni e mezzo vivo a Zurigo.

La mia esperienza all’estero in realtà era già cominciata molto prima, a 17 anni, quando -grazie ad Intercultura- avevo potuto trascorrere un anno di studio in Germania. Da lì è nato il mio forte interesse per le altre culture, ed il desiderio di lavorare all’estero. All’università ho studiato International Business, presso l’ateneo Ca’ Foscari di Venezia. Poi ho fatto uno stage in Cile di quattro mesi, ed ho frequentato l’ultimo anno in Germania, grazie al programma Erasmus.

La decisione di partire è stata per me quasi naturale: ho sempre avuto voglia di mettermi in gioco, di scoprire cose nuove e testare i miei limiti.

Ho cominciato lavorando come Recruitment Consultant, dove ero a capo di un team di cinque persone. Dopo due anni mi sono spostata a lavorare in HR presso una banca privata di Zurigo. Ora sono HR Coordinator e mi occupo soprattutto di Learning & Development.

Qui in Svizzera ci sono molte opportunità lavorative, ma si deve dimostrare il proprio valore ogni giorno, bisogna lavorare molto duro, ci si deve esprimere in due-tre lingue diverse nel giro di pochi minuti… e soprattutto ci si deve integrare in una cultura diversa dalla nostra.

A chi ha voglia di lavorare all’estero dico di buttarsi e di non avere paura, ma si deve essere consapevoli delle difficoltà che ci potranno essere. Altra cosa fondamentale è sapere le lingue, nel mio lavoro, vedo troppo spesso CV di italiani dove viene dichiarata una conoscenza ottima dell’inglese o del tedesco. E al momento del colloquio il livello effettivo è molto più basso. Le lingue si imparano solo “sul campo”: per cui viaggiate, fate esperienze di studio all’estero, conoscete nuove culture e vi si aprirà un mondo lavorativo nuovo!”

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Fare Squadra. Per abbattere l’Immeritocrazia.

postato da Sergio il 25.04.2012, nella categoria You say
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Ho molto apprezzato questa e-mail che ci ha inviato Francesco, Executive Coach e Consulente di sviluppo della leadership. Una lettera che fornisce un’angolazione interessante sul tema dell’inserimento dei giovani talenti, dalla maggiore apertura internazionale, nella “stanza dei bottoni” della classe dirigente. Vi invito a leggerla con estrema attenzione. Penso che fornisca un’ottima quadratura del cerchio, in ottica futura.

Buongiorno,

come Executive Coach seguo ed accompagno diversi giovani professionisti nei loro percorsi di sviluppo personal-professionale.

E’ vero che i giovani talenti sono spesso latenti nelle aziende italiane, in quanto soffocati da una cultura conservatrice dei 50-60enni.

Quello però su cui bisogna far cultura è, a mio avviso, la capacità di riconoscere e valorizzare il <<saper fare>> di ciascuno, indipendentemente dal titolo di studio e dalla professionalizzazione, pur meritoria, di un MBA conseguito all’estero. Infatti, la capacità di fare squadra è ancora più importante di quella di avere dei Team Leader.

A nulla servirebbe allevare una nuova classe dirigente se poi, questa nuova classe dirigente, andasse a barricarsi dentro nuovi “centri di potere” dentro le organizzazioni, che diventano così impermeabili allo scambio di competenze interne.

Il tema centrale è quindi quello di diventare manager-coach nei propri rispettivi Team, che diventeranno così “centri di eccellenza” capaci di sfidare  e battere gli obsoleti “centri di potere” oggi autoriferiti“.

FRANCESCO

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Un Filmmaker a New York City

postato da Sergio il 21.04.2012, nella categoria Young Expats say
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Puntata da Oscar, oggi, quella di “Giovani Talenti”. Vi portiamo a conoscere la giovane comunità di registi e filmmakers che si è insediata a New York e Oltreoceano. Lo facciamo con la storia di un giovane filmmaker, che nella Grande Mela ha trovato quella realizzazione professionale troppo spesso difficile, nella Penisola. Non è l’unico, come scopriremo. Oggi in onda la storia di Giuseppe De Angelis, 32 anni. Che si presenta così, ai lettori del blog:

Giuseppe De Angelis è nato a Gallarate, nella provincia di Varese. Diplomatosi presso l’Istituto Tecnico per Geometri di Varese frequenta il corso biennale di montatore cinetelevisivo presso la Civica Scuola di Cinema di Milano nell’anno 1999.

Seguono cinque anni di lavoro come assistente al montaggio di lungometraggi cinematografici e come montatore di cortometraggi e produzioni televisive per MTV, RAI, MEADIASET e SKY.

Nell’ottobre del 2005 vola a Los Angeles, dove frequenta workshops intensivi di filmmaking e dove realizza diversi cortometraggi in qualità di regista, sceneggiatore produttore e montatore. Dal 2009 vive e lavora a New York come montatore e produttore di film narrativi e documentari, e dove insegna montaggio cinematografico presso la New York Film Academy”.

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Il Paese delle Disuguaglianze – La Replica

postato da Sergio il 18.04.2012, nella categoria You say
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Il blog di “Giovani Talenti” è ormai un vero e proprio forum di discussione. Alla provocazione lanciata dal gruppo della Fonderia Oxford (nel post “Il Paese delle disuguaglianze” - clicca qui per approfondire), risponde un altro assiduo ascoltatore della nostra trasmissione, Dario. 

Di seguito la sua replica:

Ciao Sergio,

il recente post della Fonderia Oxford mi ha lasciato un po’ interdetto: seguo dal Lussemburgo l’attività davvero ammirevole di questi ragazzi, ma alcuni concetti lasciati trasparire nella recente pubblicazione sul tuo blog ritengo meritino -quantomeno- un punto di vista alternativo. In particolare, sento di dover toccare due punti fondamentali.

Considero anzitutto fondamentale combattere con forza l’idea strisciante che “chi ha di più va bastonato”: mettere sullo stesso piano chi si è riempito le tasche usando furbescamente il sistema (contribuendo a renderlo peggiore) e chi invece è un “privilegiato”, grazie agli sforzi del proprio lavoro e delle proprie idee è un esercizio pericoloso. Che rischia di far additare come colpevole chi ha di più, indipendentemente dai meriti e dal contributo offerto.

Non trovo giusto mettere nello stesso cesto l’imprenditore che percepisce una cosidetta “pensione d’oro”, perchè per quarantacinque anni ha doverosamente versato i propri contributi, giusti o iniqui che siano, con il politico che ha passato mezza legislatura tra gli scranni. Il concetto di merito e risultato deve essere la guida! Ve la sentireste forse di trattare allo stesso modo la pensione di Carlo Azeglio Ciampi e quella di uno Scilipoti qualunque?

Simile, ma più accorata e ferma risposta, voglio dare invece per quanto riguarda i professionisti all’estero: credo davvero, ragazzi, che molti di noi si sentirebbero offesi nel profondo, nel sentirsi parte di quanti hanno avuto la fortuna di fare esperienza all’estero, per poi finire rappresentati come un frammento privilegiato della società italiana. Scusate, ma proprio non ci siamo!

La gran parte di chi l’Italia la guarda da fuori sono persone che hanno avuto sì la possibilità, ma anche il coraggio di “far fagotto ed andare”, magari dopo anni di autentiche umiliazioni professionali, prospettive inesistenti e lavori frustranti, a coronamento di un decennale e costante impegno formativo.

Molti di noi, credo, sarebbero stati ben contenti di fare un’esperienza all’estero e rientrare nel proprio Paese. Ma la realtà è un’altra, e parla di persone che se ne sono dovute andare e che, nella grande maggioranza dei casi, fanno fatica a rientrare, ammesso ne abbiano ancora la volontà.

Siamo persone, scusate l’immodestia, di cui invece l’Italia avrebbe bisogno, perchè abbamo messo il naso fuori dalla porta imparando cose nuove. Perchè parliamo le lingue, perchè abbiamo maturato un capitale umano e professionale che in Italia si trova con rarità, perchè abbiamo dimostrato il nostro valore, quando sistemi maggiormente meritocratici ce ne hanno dato modo.

Io me ne sono andato dopo un anno e mezzo di infruttuose ricerche di lavoro, vedo la mia famiglia due week-end al mese: non mi sento un privilegiato, se non in forza delle scelte che ho avuto il coraggio di fare e seguendo l’attività di Sergio si può facilmente realizzare quanto la mia situazione, purtroppo, sia diffusa tra gli expats.

Cari ragazzi della Fonderia Oxford, continuerò a seguire quanto portate avanti e mi auguro di avervi fornito almeno uno spunto di riflessione “alternativo“”.

DARIO

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Un Architetto sulle sponde del Tamigi

postato da Sergio il 14.04.2012, nella categoria Young Expats say
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E’ il classico ”caso da manuale” la storia di Alice Cofanelli, 27enne Senior Architectural Designer per un importante studio di Londra. Laureatasi in corso, ottima carriera accademica, talento da vendere… e un “cul de sac” ad aspettarla, nelle sabbie mobili del Belpaese. Un lavoro presso uno studio di architettura della provincia italiana, per pochi euro e senza alcuna possibilità di “impronta creativa”. Poi il curriculum inviato Oltremanica. E tutto cambia, come ci racconta la stessa Alice, in questa lettera di presentazione ai lettori del blog…

Mi chiamo Alice Cofanelli, ho 27 anni e di professione sono Architetto. 

Tutto è iniziato tre anni fa, dopo un eccellente percorso accademico quinquennale a Firenze.

Ho lavorato per un anno e mezzo in Italia come disegnatrice CAD, poi mi sono trasferita a Londra, dove ho avuto reali prospettive di carriera.

Primo colloquio telefonico con il Creative Director della compagnia di Interior Design Casa Forma. Secondo colloquio -di persona- a Londra.

Dopo tre giorni facevo parte del Team.

Sette mesi come freelance, ricoprendo la posizione di Interior Architect, poi il contratto a tempo indeterminato come Senior Architectural Designer.

Attualmente mi occupo dei progetti in India, e sono specializzata in furniture design, di cui seguo ogni singolo dettaglio.

Nel tentativo di rientrare in Italia dopo un paio di anni di esperienza all’estero, ho inviato decine di curriculum. Non ricevendo alcuna risposta“.

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I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it