Lavorare all’Opera – in Germania

postato da Sergio il 22.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Un tuffo nella musica classica e nell’opera, quello che ci aspetta oggi a “Giovani Talenti”. Parleremo di come il fior fiore di una generazione di giovani musicisti sia ormai costretto ad emigrare, per colpa di un Paese che ha dimenticato la cultura. Che ha dimenticato di essere la patria della cultura. Un Paese che declina, soffocato dalla sua stessa ignoranza, vittima di decenni di svilimento della Cultura, quella con la “C” maiuscola.

Non vi preoccupate, in ogni caso… daremo anche qualche buon motivo e “best practice” per tornare -a vivere e lavorare- nella Penisola.

Oggi la protagonista della nostra puntata è Margherita Colombo, 33enne pianista e direttrice d’Orchestra al teatro dell’Opera di Lipsia. Margherita si presenta così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Ho studiato musica sin da bambina, affiancando agli studi normali (liceo classico) lo studio della musica, iniziata come una passione, e diventata poi un lavoro. Sono diplomata in pianoforte, direzione d’orchestra e composizione, ho specializzazioni in campo concertistico ed operistico: l’opera è diventata il mio pallino verso la fine dei miei studi, grazie a maestri eccellenti, che mi hanno trasmesso la loro passione.

Dopo aver lavorato alcuni anni in Italia come pianista, maestro collaboratore e direttrice d’orchestra freelance, investendo ogni giorno in nuove idee e progetti, ma dovendo fare i conti con una realtà poco attenta alle proposte culturali, mi sono trasferita in Germania, attratta dalle audizioni indette dai teatri tedeschi.

Ho così iniziato a lavorare prima al teatro di Nordhausen, una piccola città della Turingia, poi all’Opera di Lipsia, dove lavoro e risiedo tuttora, da tre anni. Qui ho scoperto un mondo entusiasmante, in cui la musica è considerata un settore lavorativo al pari di tutti gli altri, e dove posso mettere in pratica le mie capacità svolgendo il lavoro che amo a contatto con un ambiente dinamico e culturalmente molto variegato”.

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Chi non attrae talenti è finito… Last call for Italy

postato da Sergio il 19.11.2014, nella categoria You say
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Il nostro ascoltatore Nicola centra perfettamente il punto, con questa lettera: se l’Italia fosse un Paese attrattivo per talenti e capitali stranieri, avrebbe tutte le potenzialità per essere la nazione più ricca e innovativa d’Europa.

Il problema, caro Nicola, è però un altro. L’Italia non lo vuole essere. Divenire realmente internazionali, aprirsi alle regole del gioco globali, implica la perdita di rendite di posizione. Implica il crollo di quel meccanismo relazionale e opaco, che ha tenuto in piedi lobby, clientelismi e consorterie di ogni tipo. La concorrenza, quella vera, fa paura. A tanti, se non a quasi tutti.

Allora qui si tratta di scegliere: o cambiare, o morire, affossati da un sistema che dopo aver toccato il fondo… continua a scavare.

A voi la lettera di Nicola, di cui apprezzo sinceramente la voglia di cambiamento. Di quanti Nicola avremmo bisogno, per cambiare questo Paese?

“Ciao Sergio, ciao Giovani Talenti,

mi chiamo Nicola e vivo all’estero da poco, solo 6 mesi. Nonostante questo, riesco ad ascoltare ogni settimana la vostra trasmissione. Il podcast aiuta noi giovani emigrati a sentirci un po’ a casa.

Vi scrivo per raccontare la mia storia, e soprattutto per evidenziare un punto sul quale l’Italia e’ estremamente carente: l’attrattiva nei confronti dei cervelli stranieri.

Mi spiego meglio: sono stanco di sentire parlare di fuga dei cervelli, personalmente non mi sono mai sentito in fuga dall’Italia, nemmeno quando ho preso l’aereo per trasferirmi qui in Olanda. Mi sento solo parte attiva di questo movimento incredibile di giovani, che non si sentono più solo italiani o francesi o svedesi… ma bensì europei, e vivono sentendosi a casa in ogni nazione d’Europa. Direi ‘Cervelli in movimento’.

Purtroppo la cosa che noto, con molta amarezza, e’ che l’Italia, con pochi altri Paesi in Europa, e’ un Paese che attrae, ma non riesce a portare ‘cervelli in movimento’ nella Penisola. Allora perché non fare qualcosa per attrarre?

Porto la mia esperienza, perché credo che l’Olanda abbia trovato la ricetta per attrarre cervelli da tutto il mondo. Nei Paesi Bassi, quando un’azienda assume un lavoratore straniero, laureato, altamente specializzato, con uno stipendio annuale lordo superiore a 40.000 €, ha diritto ad uno sconto sulle tasse da versare per quel lavoratore. Lo Stesso vale per il lavoratore. Si chiama ‘Regola del 30%’: in pratica vuol dire che il datore di lavoro paga le tasse solo sul 70% dello stipendio lordo, ed anche il lavoratore -in busta- trova il 30% del proprio stipendio, praticamente esentasse.

Quindi un lavoratore che avesse uno stipendio di 60.000 € pagherà tasse solo su 42.000, ed i rimanenti 18.000 gli entrerebbero in tasca netti. Risultato: i Paesi Bassi stanno attraendo tantissimi laureati dal mondo, attratti da vantaggi fiscali ma soprattutto da un ambiente giovane e multiculturale.

Perché una cosa del genere non si può fare in Italia? In tal modo, una azienda che volesse assumere un lavoratore specializzato pagandolo 60.000 € all’anno, potrebbe assumerlo come se (approssimando il calcolo) fosse un lavoratore da 42.000 €! Questo colmerebbe il distacco che abbiamo, in termini di stipendi, con altri Paesi mitteleuropei – e si innescherebbe un movimento molto interessante per il nostro Paese.

Si potrebbero portare tante risorse utili per far progredire l’Italia, sviluppare il nostro modello di impresa, avvicinandola agli standard internazionali e cambiare anche la nostra cultura (mediocre in alcuni casi), troppo legata ancora alle conoscenze, alle furberie ecc..

Io sono un ingegnere elettronico: lavoro come European Business Program Manager. Collaboro giornalmente con i miei colleghi in tutti i Paesi europei, ed il team per cui lavoro e’ composto (sembra una barzelletta) da 3 olandesi, uno spagnolo, un americano, un tedesco; senza considerare gli altri componenti del team.

Ogni giorno torno a casa con il mal di testa -per modo di dire- per la quantità di informazioni e di conoscenze che scambio con i miei colleghi: la condivisione della conoscenza è una risorsa incredibile, e l’ambiente internazionale e multiculturale è terreno fertile per lo scambio e l’accrescimento culturale e professionale.

Mi piacerebbe tornare un giorno in Italia e trovare, che so… Roma, piena di Expats che parlano in un tavolino di Piazza dei Fiori in inglese, con altri italiani seduti con loro a chiacchierare in inglese.

L’Italia ha un potere attrattivo incredibile, tutti i miei colleghi sognano l’italia, immagina cosa sarebbe se fosse un Paese in cui i lavoratori stranieri fossero facilitati, e anche le aziende starniere lo fossero! Potremmo essere il paese n.1 in Europa”.

NICOLA

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Il giornalista? Più facile farlo in Francia…

postato da Sergio il 15.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Sognate di fare il giornalista? Guardate all’estero, allora. Scoprirete come, con una buona padronanza della lingua locale, esistano -paradossalmente- maggiori opportunità di impiego oltreconfine, che non nella stagnante Penisola.

Non ci credete? Allora leggete con attenzione l’autopresentazione di Andrea Paracchini, 32enne reporter, protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”:

“Ma cosa torni a fare? Stattene in Francia! Parigi è una città cosi’ bella, ci potessi vivere io!”. Mi chiamo Andrea Paracchini, ho 32 anni e da sette vivo a Parigi. Faccio il giornalista, e le frasi che ho citato sono quelle che mi sento ripetere da anni, ogni volta che -in Italia- faccio sapere a direttori, redattori capo e colleghi la mia volontà di tornare in patria… un giorno.

Sono arrivato a Parigi con una borsa Leonardo dopo la laurea specialistica. Nel 2008 ho rinunciato a un posto alla scuola di giornalismo di Milano, per accettare il mio primo contratto in una redazione di un’agenzia francese: da allora non ho più smesso di lavorare per media francesi, in francese.

Un’agenzia, poi un magazine e un paio d’anni difficili da freelance. I miei articoli su sviluppo sostenibile ed economia sociale sono apparsi su testate scritte e online note anche in Italia, come Libération e Rue89. A inizio 2014 ho passato una selezione per entrare alla redazione del trimestrale Altermondes con contratto a tempo indeterminato (il terzo che firmo in Francia).

Qui mi è stata affidata la concezione del nuovo sito web, online da settembre, e la sua alimentazione con contenuti multimediali. Una grossa responsabilità, ma anche un’ottima opportunità, l’ennesima che mi viene offerta in Francia.

In Italia invece nulla, nonostante nel 2013 abbia passato “giù” oltre sei mesi, facendo di tutto per guadagnare visibilità e occasioni : dai Festival di Giornalismo, alle presentazioni di un ebook che ho scritto in italiano, passando per la partecipazione al numero zero di un magazine digitale che non ha mai visto la luce.

E poi i tesserini da professionista : ne ho più che tessere del supermercato. Capiamoci: la Francia non è il paese del Bengodi, tanto meno per i giornalisti. Eppure, verrebbe da credere: gli editori francesi sono tutti filantropi, per assumere un italiano, quando hanno a disposizione centinaia di aspiranti giornalisti made in France? O forse gli standard di qualità del giornalismo d’Oltralpe sono più bassi di quelli nostrani? Personalmente, continuo a sperare di poter un giorno esercitare il mestiere che amo - nella mia lingua”.

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“Fidarsi dell’Italia no – ma di alcuni italiani, sì…”

postato da Sergio il 12.11.2014, nella categoria You say
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Storia di Controesodo davvero interessante, quella del nostro ascoltatore Marco, rientrato dalla Spagna: un percorso al contrario, che ha trovato il giusto approdo nella Penisola. Luogo che resta incerto, questa Italia, con un sistema-Paese ancora inaffidabile.

Ma dove si possono trovare delle oasi in cui lavorare. Tempo di tornare e ricostruire?

“Buongiorno Sergio,

ho 37 anni, non mi definirei proprio giovane, ma forse la mia storia può servire ad altri della mia generazione a non smettere di essere curiosi e cercare la propria strada.

Nel 2003 mi sono laureato in Architettura al Politecnico di Torino, con una tesi di Progettazione sulle Olimpiadi Torino 2006, insieme ad un collega di Economia e Commercio. Un viaggio a Losanna insieme, la collaborazione con il Toroc, capitoli condivisi, 2 discussioni e molta soddisfazione per il lavoro svolto.

Poco dopo faccio un colloquio per lavorare come site manager nel Toroc. Prima un incontro attitudinale, poi quello tecnico, entrambi con riscontro molto favorevole. Mai più sentiti.

Decido allora di partecipare al progetto Leonardo per fare un’esperienza internazionale, vinco una borsa di lavoro presso lo studio Carlos Ferrater di Barcellona in Spagna, dove lavoro su concorsi internazionali e su progetti urbani. Mi ambiento in fretta nella capitale catalana, e muovendovi un po’ trovo clienti spagnoli/catalani: decido di mettermi in proprio, aprendo uno studio con un socio. Faccio il progetto di una villa per un privato, studi di fattibilità per un’impresa di costruzione, poi il mio primo palazzo, la mia prima residenza unifamiliare, poi un centro commerciale.

…e poi arriva la crisi, tutto si ferma, decido di reinvestire nella formazione professionale. Faccio un corso a Barcellona di direzione lavori, e decido poco dopo di reimpatriare, per mettere a frutto ciò che ho imparato all’estero.

Al rientro, nessuna orchestra nè comitati di accoglienza, com’è ovvio. Molta curiosità fra i colleghi, ma anche molta diffidenza. Qualche progetto, anche grande, alcuni cantieri di interni – in sintesi, una prospettiva di lavoro non chiara. Decido di approfondire ulteriormente la mia formazione nel campo del management, e partecipo ad un Master in Business Administration alla Saa.

Dopo il master, trovo un annuncio per Project Manager e vado al colloquio. Il posto di lavoro sembra molto interessante, l’ambiente giovane e dinamico. Un bioparco in piena espansione, un progetto d’impresa carico di competenze e passione, ed un masterplan architettonico pieno di belle idee. Da quasi 2 anni vi lavoro, con un carico di ore che mi permette di portare avanti anche progetti personali.

Durante questi ultimi 10 anni, ovvero da dopo la laurea, in molti momenti ho faticato a capire quale fosse la miglior decisione da prendere, e tutt’ora so che la mia carriera corre lungo binari incerti, ma non ho mai smesso di provarci, mettendomi in gioco e acquisendo competenze specifiche e trasversali.

Dell’Italia come sistema so che non posso fidarmi, di alcuni italiani… sì, eccome”.

MARCO

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Una Carriera Accademica agli Antipodi

postato da Sergio il 08.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Cominciare una carriera accademica da zero in Australia, senza precedenti esperienze in Italia. Fuori dalla Penisola rimettersi in gioco è possibile… perché non qui? Oggi cerchiamo di rispondere al quesito, con la storia di Silvia Mendolia, 36enne ricercatrice in Economia all’Università di Wollongong. Lei in Italia ha provato a tornare, con risultati ben poco confortanti. E se tornasse ora, lo farebbe solo alle sue condizioni.

Silvia si presenta così ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Mi sono laureata a Torino in Economia nel 2002: prima ancora di laurearmi ho iniziato a lavorare per uno dei più grandi gruppi bancari italiani.

Mi occupavo di borsa, financial planning e prodotti di investimento, ma non ho mai avuto la possibilita’ di fare ricerca economica in banca.

Nel 2004 ho vinto la borsa di studio Donato Menichella della Banca d’Italia, per la mia tesi di laurea in economia del lavoro (sulla riduzione degli orari di lavoro in Europa). Questo mi ha permesso di frequentare un Master in Economics presso l’ University College of London, una delle istituzioni piu’ prestigiose al mondo, per chi si occupa di microeconomia applicata. Al termine del Master sono tornata al mio lavoro, senza ottenere alcun riconoscimento significativo per gli studi fatti.

Nel 2006 io e mio marito ci siamo trasferiti a Sydney, dove ho iniziato un PhD. in Economia del Lavoro ed Economia Sanitaria. Ho avuto due bambini, e ho lavorato per l’University of New South Wales come insegnante e ricercatrice part-time in un centro di ricerca, mentre studiavo per il mio PhD.

Ho lavorato all’Universita’ di Aberdeen (in Scozia) come ricercatrice nel 2010-2011 (mentre terminavo il dottorato) e nel 2012 la mia famiglia e’ rientrata in Australia.

Oggi sono Lecturer in Economics all’University of Wollongong, insegno e faccio ricerca nell’ambito delle politiche sociali e familiari, mi occupo soprattutto di Economia del lavoro, famiglia e salute”.

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(Giovani) Avvocati che restano

postato da Sergio il 05.11.2014, nella categoria You say
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Pubblichiamo con qualche mese di ritardo (sorry about that…) l’interessante lettera che il nostro ascoltatore Antonio ci ha inviato, reagendo alla puntata in cui vi abbiamo raccontato la storia di un giovane avvocato italiano al lavoro a NY. E specializzato in immigrazione.

Questo per dire che Antonio non ci sta: lui in Italia vuole rimanere, pur non rinunciando al confronto con l’estero.

Nella lettera ci spiega perchè…

“Mi chiamo Antonio, 30 anni, avvocato penalista del foro di Catania.

Ho ascoltato con molto interesse (seppur in differita) l’intervista al collega Simone Bertollini che opera a New York.

Un percorso più o meno simile (laureato a 24 anni, avvocato al primo tentativo appena compiuti i 27 anni), ma con un obiettivo primario: lavorare nel luogo dove sono nato!

Se da un lato è innegabile che in Italia vi siano delle barriere che ostacolino, e non poco, l’accesso alla libera professione, dall’altro lato ritengo che  trasferirsi all’estero non sia l’unica soluzione.

Ecco, io ho fatto la scelta opposta.

E’ assolutamente vero quando parliamo di barriere, tirocinio e sfruttamento, mancata remunerazione, percorso universitario farraginoso ecc.. Occorre però credere sino in fondo che il mercato riserva una fetta per tutti, e non bisogna abbattersi alle prime difficoltà ( soprattutto i neo laureati in legge). Certo i guadagni, almeno in origine, non saranno mai proporzionati al lavoro svolto. Sono tuttavia convinto che noi tutti, giovani avvocati, raccoglieremo in futuro ciò che oggi stiamo seminando.

D’altronde qualcuno dovrà pure rimanere in Italia e fare in modo che il nostro Paese diventi più bello e ricco.

P.S.: il sistema anglosassone è comunque molto affascinante e per certi versi migliore di quello italiano (quanto meno sotto il profilo processual-penalistico). Sto studiando  per abilitarmi ed esercitare nel Regno Unito (in base a una direttiva Europea). Ciò per dare un senso ai miei studi linguistici liceali e alla mia passione per l’inglese”.

ANTONIO

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Startuppers di ritorno – dalla Gran Bretagna

postato da Sergio il 01.11.2014, nella categoria Young Expats say
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Tornare -virtualmente o fisicamente- in Italia dopo un espatrio. E aprire una filiale della propria azienda fondata all’estero, in UK. Creando occupazione, basata sulla ricerca del talento.

E’ la storia di riconnessione in salsa “business”, che vi presentiamo oggi a “Giovani Talenti”. Lo facciamo con la storia e le parole di Giacomo Moiso, 25enne startupper residente a Londra. Col suo team ha fondato Fluentify, azienda che insegna le lingue straniere con tutors online.

Giacomo si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Fluentify è nata a Londra nel Maggio 2013, abbiamo costituito la società online, con £15. Dopo aver partecipato ad un programma di accelerazione chiamato Accelerator Academy, abbiamo iniziato a cercare un investitore interessato al nostro team, prodotto e mercato.

A pochi mesi dal lancio la piattaforma ha suscitato l’interesse di clienti ed investitori, assicurandosi un investimento seed di 280.000 sterline. I quattro fondatori sono Giacomo Moiso (CEO), Claudio Bosco (Direttore Creativo), Andrea Passadori (Marketing) e Matteo Avalle (CTO). Oggi Fluentify conta più di 13.000 iscritti, 80 tutor madrelingua, 12 dipendenti, una sede a Londra e un centro di sviluppo a Torin,o e ha già ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali.

Londra, oggi una tra le città migliori al mondo per avviare un progetto ad alto contenuto tecnologico, offre opportunità e servizi difficilmente reperibili altrove. Il mercato dei capitali venture è sviluppato, lo Stato ha saputo semplificare la burocrazia e incentivare gli investimenti in startup da parte di investitori non professionisti (privati con patrimoni importanti o redditi molto elevati), offrendo incentivi fiscali competitivi.

Ad Aprile 2014 Fluentify ha deciso di investire in Italia, creando un hub di sviluppo per assumere talenti italiani. Gli sviluppatori software italiani sono tra i più capaci al mondo. Spesso posizioni di prestigio nelle grandi aziende tech (Google, Amazon, Apple, ecc.) sono ricoperte da italiani emigrati negli Stati Uniti. Fluentify, creando una presenza stabile su Torino, prevede di assumete fino a 20 talenti italiani nei prossimi mesi. I ragazzi di Fluentify sono convinti di una cosa: “la differenza tra una startup di successo e una che fallisce sono le persone. Per questo abbiamo deciso di investire in Italia, per coinvolgere i migliori talenti delle nostre università”.

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“Sono espatriato? Decidetelo voi…”

postato da Sergio il 29.10.2014, nella categoria You say
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“Essere o non essere… espatriato?” La storia che ci racconta il nostro ascoltatore Simone è realmente interessante e originale, sia per il coraggio che l’ha contraddistinta, con salti nel vuoto di cui pochi sarebbero capaci, sia per la filosofia che la caratterizza.

A me piace sottolineare un punto fondamentale: l’importanza del capitale umano e dell’investimento in capitale umano, che Simone sottolinea. Accanto a questo, Simone ci spiega come occorra scrollarsi di dosso molti tratti tipici di “italianità” (quelli negativi, che bloccano la creatività), e occorra oggi più che mai ragionare in un’ottica globale, di circolazione e attrazione dei talenti.

Un’unica domanda, a Simone: perché una società in Svizzera, e non in Italia?

Lettera da far leggere in ogni caso a scuola, davvero…

“Buongiorno, mi chiamo Simone,  ho 37 anni e sono “Europeo”.

Ecco la mia storia:

Laurea in Ingegneria Aerospaziale nel 2002, con un progetto Erasmus in Portogallo, presso il dipartimento di Scienze Aerospaziali. Rientrato in Italia mi ritrovo professori che, dopo avermi inviato in Portogallo, mi chiedono perché sono andato fin là, potevo rimanere a Milano a fare la tesi e mi propongono di integrarla con prove pratiche. Inizia un incubo, mi ritrovo a dover allestire delle prove di volo senza la strumentazione necessaria e senza un supporto adeguato da parte del mio relatore. Dopo qualche mese riesco a concludere e mi laureo, ma non voglio più aver a che fare con quel mondo.

Poco prima di laurearmi trovo lavoro come tecnico strutturista presso una piccola impresa locale: divento responsabile tecnico, dopo circa un anno. Successivamente ricopro il ruolo di responsabile di produzione pressa una seconda azienda. Non è il mio mondo, troppo “provinciale”, ma sto per sposarmi e forse non è il momento di cambiare lavoro.

Invece il destino ha altri progetti: la filiale svizzera di una multinazionale tedesca riceve un mio vecchio curriculum ed è interessata ad incontrarmi. Quasi per sola curiosità mi presento al colloquio, e rimango affascinato, quello che diventerà il mio capo mi disse: “…qui si parlano quotidianamente 5 lingue…”, capisco che è in quella multiculturalità di idee e progetti in cui voglio crescere. Accetto il posto, anche se mi costa 160Km al giorno di auto. Anche qui, però, ritrovo certi vizietti, come la protezione ad ogni costo della carica ricoperta, la troppa politica aziendale che non permette di portare a termine i progetti importanti e lo scarso interesse a far crescere il personale oltre un certo livello. Così, dopo due richieste di trasferimento bocciate (una a Chicago ed una in Germania) capisco che ho raggiunto il ceiling in questa azienda, ma so che posso fare di più.

Nel 2009, con una figlia in arrivo e tra lo sconcerto generale, abbandono il posto fisso, la buona posizione aziendale e l’ottimo stipendio per mettermi in proprio. Oggi, dopo 5 anni, la mia azienda coopera con partner provenienti da tutto il mondo, dalla Cina al Nord America. L’approccio al lavoro utilizzato è completamente nuovo, non esiste il cartellino e tutto viene fatto tramite accessi in remoto, conference call, document sharing… Non facciamo parte delle aziende dei nostri clienti, ma sviluppiamo il loro mercato operando come se fossimo in ufficio da loro (anche quando ci sono 8 ore di fuso di differenza), a costi competitivi e conoscendo il nostro territorio.

Le nostre professionalità sono molto riconosciute all’estero, ma ho dovuto e continuo ad investire molto su me stesso e sui miei collaboratori, questa è la chiave per essere sempre un passo avanti ed offrire un prodotto differente ai propri clienti.

E’ fondamentale capire che questo processo non è a senso unico: noi impariamo moltissimo da questo continuo contatto con Paesi diversi e possiamo crescere solo grazie a questo scambio, non basta essere bravi se non si vive in un ambiente stimolante. Per questo motivo ritengo che sia sbagliato parlare di brain drain, i nostri giovani devono andare all’estero per un periodo di tempo più o meno lungo al fine di arricchirsi culturalmente. Contemporaneamente, il nostro Paese deve chiedersi come mai i giovani talenti stranieri non vengono in Italia o i nostri non rientrano? (“brain gain”).

Tornando alla domanda iniziale “Sono espatriato?”: Tecnicamente no, vivo in Italia, la mia società è in Svizzera, ho pochi contatti con aziende italiane, viaggio spessissimo in Europa e nel resto del mondo, e si, nel mio ufficio si parlano ancora 5 lingue”.

SIMONE

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Proprietà Intellettuale a Hong Kong

postato da Sergio il 25.10.2014, nella categoria Young Expats say
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Finestra aperta, oggi, sui nostri giovani professionisti in Estremo Oriente. Lo facciamo con la storia di una giovane connazionale, che ha ottenuto una posizione estremamente internazionale, nel settore della proprietà intellettuale, a Hong Kong. Da Est guarda all’Italia con nostalgia e realismo… leggere per credere!

Carolina oggi sarà la protagonista di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Carolina, ho 31 anni e dal 2012 vivo a Hong Kong. Mi occupo di proprietà intellettuale. Prima in uno di quegli studi legali internazionali e prestigiosi, dove però mi sentivo “Carolina-rotellina”. E ora in un gruppo di Hong Kong che produce attrezzi lievi e femminili come trapani e decespugliatrici. Gestisco il dipartimento IP per quasi tutto il mondo, tolto USA e poco altro. Non è tanto facile, ma adoro.

Credo che in Italia si possa ancora lavorare bene, ho tanti amici che lo fanno, ma in un Paese in cui l’economia va a rilento bisogna aver un obiettivo chiaro e preciso, senza spazio per dubbi o errori. E bisogna aver capito il mondo, almeno nel proprio campo, e non so se questo possa essere fatto senza mai uscir dalla Penisola (anche se Salgari ha provato il contrario).

Allora, un posto come Hong Kong… è più facile – se posso azzardare. Più flessibile. Forse anche l’Italia era così, decenni fa – energetica. Bisogna avere curiosità, un po’ di coraggio, fortuna, e gli occhi aperti. Fatto questo, è la solita manfrina: qui non sono considerata troppo giovane, né un rischio; le aziende ricercano persone con un’altra esperienza e sono pronte a metterle alla prova: se non va, via. E poi, certo, per chi fa IP, questa parte del mondo è una tappa obbligata.

Detto questo io non sono certa di appartenervi, a questa parte del mondo. Né so se ancora appartengo all’Italia… Spero di non essere considerata vile, se aspetto da qua di vedere come si evolve la situazione. Mi piace -al contrario- pensare che non sto perdendo tempo e forse, se rientrassi in Italia, le competenze che avrò acquisito qui potranno essere preziose lì“.

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Un lavoro chiamato Utopia

postato da Sergio il 22.10.2014, nella categoria You say
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Un vero e proprio baratro, quello che spalanca la nostra ascoltatrice Monia. La sua è una professione -premettiamo- molto particolare, ma la sua lettera è veramente un condensato -in presa diretta- dell’Italia più superficiale, clientelare, improvvisatrice… e chi più ne ha, più ne metta.

“Sono una vecchia -ironica- idealista. Mi chiamo Monia, ho 42 anni, mi sono laureata alla prima sessione prevista, con punteggio alto ma senza lode, all’Università di Ferrara nel 1997.

Facoltà di Medicina e Chirurgia, corso di Tecniche di laboratorio biomedico ad indirizzo istocitopatologia. Scopo dei miei studi: diventare un tecnico di laboratorio biomedico! Il mio iter toccava materie di alto pregio, biologia molecolare, immunoistochimica, fisica sanitaria, ecc..

Terminata l’università l’Italia mi ha offerto, districandomi tra clientelismi, concorsi pilotati, successioni genetiche di figli di, parenti di, amici di… uno splendido posto di lavoro in un’ Asl romagnola, per fare il topo di laboratorio. E non per mancanza di strutture o fondi, ma per mentalità improntata sulla mancanza di meritocrazia. “Devi fare lo statale, cosa vuoi di più ?”

Ma il mio idealismo?Il mio amore per la ricerca, per la sperimentazione e l’innovazione? Il mio amato e sudato titolo si studio?

Una branca della mia formazione universitaria prevede il “settoraggio”, ossia l’esecuzione delle autopsie, siano riscontri diagnostici che medico legali. Così, dopo anni di elemosina di opportunità, sono riuscita a diventare con orgoglio la “prostituta” dei medici legali, creandomi una professione parallela e legalmente approvata in azienda.

Cioè, lavorando per le procure a servizio dei medici nelle sale settorie ove richiesta, in qualsiasi orario, giorno, momento, evento.

Mah… in Italia la mia figura professionale non esiste!!! Quindi? Chi siamo? Chi ci tutela? Chi ci riconosce? Nessuno.

Recentemente il Ministero dell’Università ha istituito un Master di tecniche autoptiche, che ripercorre tutte le materie da me già affrontate in precedenza, ma indirizzato a chi? Sbocchi zero, inquadramento zero, profilo zero, futuro nebbioso, riconoscimenti zero.

Grandioso!!!!!!!

Ho ricercato colleghi italiani ed europei: in questo sistema globale ognuno si arrangia come può, cioè senza professionalità, senza preparazione, senza  meriti, mossi tutti dal medesimo ragionamento, l’ambiente autoptico non produce economia sia per le strutture ospedaliere che per i comuni, spaventa l’opinione pubblica, è vittima di antichi pregiudizi e -lavorando all’ombra del medico- non dà lustro.

Con fatica, ma mai rassegnazione, ho indagato a fondo alla scoperta di chi erano gli esecutori miei pari grado di altre realtà italiane, cioè chi realmente eviscerava, catalogava reperti, prelevava campioni dalla salme per istologia e tossicologia, faceva tanatoprassi, collaborava con i reparti speciali delle forze dell’ordine, polizia e carabinieri, ecc..

Risultati??!!!

Un ex-macellaio assunto con contratto simil-legale ma con una buona mano per tagli, pensionati per arrotondare i loro stipendi esentasse ( in nero), disagiati sociali  con varie devianze a cui si deve un minino stipendio sociale, impresari funebri, infermieri riciclati per esubero personale interno, operatori assistenziali (OSS, OTA) in attesa di prossimo pensionamento ecc ecc… Non male come minestrone, visto che in mancanza di una legislazione certa chiunque è ammesso agli obitori. Ma le associazioni di categoria e i sindacati? Visto che l’assistenza  tecnica prevista dalle autopsie medico legali è pagata dal Ministero di Grazia e Giustizia?Tutti non vedono, non sanno, non sentono.

Questa è un altro piacevole ed ironico specchio del nostro Paese“,

MONIA

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I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it