“Destinazione futuro”

postato da Sergio il 04.03.2015, nella categoria You say
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Riceviamo e pubblichiamo questa bella e positiva lettera dalla Polonia, scritta a “Giovani Talenti” da cinque studenti del Collegio d’Europa, prestigiosa istituzione formativa comunitaria. Una lettera piena di ottimismo, che ci mostra quella che sarà -in futuro- la nostra classe dirigente: internazionale, europea, aperta al mondo e alla globalizzazione.

Insomma, un vero e proprio antidoto ai mali endemici italiani…

“Uniti nella diversità è il motto dell’Unione Europea. E lo si può applicare proprio al College of Europe, uno delle più prestigiose istituzioni accademiche europee che nella sede di Natolin (Varsavia) si fonda sull’interdisciplinarità. Siamo i cinque italiani tra gli studenti di oltre quaranta Paesi, provenienti da vite e con cammini diversi, che la voglia di conoscere l’Europa ha portato a Varsavia. Oltre agli studi internazionali ed europei, le facoltà che a primo avviso sembrerebbero le uniche a dare diritto a tale istituzione, abbondano non solo laureati in economia e giurisprudenza, ma anche in storia, letteratura, storia dell’arte, archeologia o lingue.

Prima riflessione. Le materie umanistiche, tanto bistrattate nel nostro Paese, sono al contrario fondamentali nel percorso di studi europei: un principio che troppo spesso l’Italia tende a dimenticare. Ciò detto, i cammini personali degli studenti sono i tra più vari: dai neolaureati, a coloro che hanno lasciato un lavoro per venire qui, dai più esperti ai più giovani. A fianco di chi ha da poco superato la ventina, si prepara al futuro anche un numero non trascurabile di allievi con bambini, che subito diventano le mascotte del campus. Si tratta talvolta di una scelta sofferta: vivere un anno lontano dagli affetti più cari o costringere la famiglia al trasloco in una città straniera? Queste sono solo alcune delle difficoltà, delle differenze e delle problematiche che ci fanno interagire e ci accrescono reciprocamente, umanamente e culturalmente.  Un ambiente che -giorno dopo giorno- ci porta a condividere esperienze e storie di vita diverse, facendoci sentire un po’ più cittadini europei e di tutto il mondo.

Riflettiamo ancora: cosa significa per noi l’Unione Europea? Accettare e riconoscere, parlare e discutere con le diversità e le differenze (di provenienza, di educazione, di religione), su ogni tema e di qualsiasi argomento senza inibizioni. Perché appunto: siamo uniti, ma anche diversi. E in questo periodo storico di paure, conflitti e differenze che appaiono inconciliabili, raggiungere questa consapevolezza e tolleranza ci sembra già un enorme risultato.

Ma veniamo al dunque: quale cammino ci porta fino al College of Europe? E di cosa si tratta? Il filo conduttore è la passione per gli studi europei. La scelta di creare due campus è infatti significativamente legata alla storia dell’integrazione europea. La sede originaria infatti si trova a Bruges, nel cuore di uno degli stati fondatori, mentre la seconda sede (la nostra!), nel Paese che ha aperto la cortina di ferro, la Polonia.

Noi, siamo cinque ragazzi provenienti da famiglie di ogni regione, senza troppi grilli per la testa e senza la presunzione di essere migliori dei milioni di giovani italiani che lottano con ostinazione per mantenersi nel nostro Paese. E non ci sentiamo certo un’élite in questo senso. D’altro canto, se abbiamo scelto di intraprendere il difficile processo di selezione che ci ha portato fin qui è perché siamo consci del prestigio internazionale di questa istituzione, e speriamo che un titolo di studio conseguito al Collegio possa facilitare il nostro sviluppo professionale, oltre che far bella mostra di sé sul CV.

Ultima riflessione. L’Europa è il mondo che più ha da offrire, ed a cui noi, chi con più o meno convinzione, aspiriamo. La naturale continuazione del nostro percorso dopo vari anni di studi. Ma non pensiamo che la strada sia spianata e non ci aspettiamo che lo sia, consapevoli  delle difficoltà che ancora ci attendono. Con l’Italia come punto di riferimento, e, perché no, anche con la speranza di riabbracciarla tra qualche anno“.

Andrea, Giorgia, Giovanni, Marco e Tommaso

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Un visto di lavoro per l’Australia

postato da Sergio il 28.02.2015, nella categoria Young Expats say
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Una storia davvero paradigmatica, quella che raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Paradigmatica della semplicità e -allo stesso tempo- della difficoltà di poter realizzare il “sogno australiano”. Un Paese dalle grandi possibilità professionali, spesso però fortemente limitate da visti di residenza molto complicati da ottenere.

La determinazione spesso vince sulle difficoltà… e porta a realizzare il sogno, come ci racconta Elisa Coppacchioli, protagonista della puntata di oggi:

“Ciao a tutti, sono Elisa 32 anni e vengo da Aprilia (LT). Vivo a Sydney dal 2008, dove ho conseguito un MBA ed ottenuto la Residenza Permanente.

Dopo essermi laureata in Economia e Management dell’Innovazione nell’Universita’ di TorVergata nel 2008, con voto 110/110 e lode, decisi  di partire e vivere il mio “sogno australiano”.

Arrivata a Sydney, mi innamorai subito di questo Paese, di cui a breve potro’ ufficialmente esserne cittadina a tutti gli effetti.

Entrare nel mondo del lavoro professionale non e’ stato facilissimo, specialmente con il visto da studente, ma una volta entrata a farne parte ho visto subito una facilita’ di progresso, spesso basata su meritocrazia.

Nel 2013 tornai in Italia per un breve “break”, nell’attesa di ottenere il visto permanente. Qui provai a trovare lavoro, e mi resi conto che ottenere un lavoro professionale con uno stipendio di un certo livello… era praticamente impossibile, non solo in Italia ma anche in Europa.

Rientrai a Sydney solo dopo qualche mese, e finalmente ottenni il visto permanente. Questo mi diede carta bianca nel poter fare domanda di lavoro in tutte le aziende possibili. Al momento lavoro per una azienda di facilities australiana, dove mi occupo dei clienti nazionali – nel dipartimento Finance.

Ogni giorno mi sveglio e mi sento felice e fortunata di vivere questo sogno. God bless Australia!”

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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“Non sono giovane… ma la voglia di andarsene la capisco molto bene”!

postato da Sergio il 25.02.2015, nella categoria You say
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Sintetica, diretta e schietta la lettera del nostro ascoltatore Michele, che prova a squarciare il velo di ipocrisia che circonda i concorsi pubblici italiani nel settore medico. Lo fa con poche righe, e un link a un video su You Tube, che spiega meglio il suo punto di vista. Non possiamo che complimentarci per la sua onestà intellettuale.

La domanda resta: quanto i concorsi italiani sono una semplice messinscena?

Vi invitiamo a leggere la sua lettera e a guardare il video:

“Gentile Sergio Nava,

non sono giovane (ho 51 anni), e forse neanche un gran talento, ma la voglia di espatriare per sottrarsi alla palude professionale italiana la capisco molto bene lo stesso. Sono un cardiochirurgo nel pieno della sua maturità professionale, e, tristemente, vedo molti giovani colleghi che, dopo la laurea e la specializzazione, sono costretti a lasciare il nostro Paese e a cercare uno sbocco lavorativo all’estero.

A muoverli non è solo la ricerca di uno stipendio (pur determinante, beninteso), ma è anche il desiderio di vedere riconosciute competenze, studi e sacrifici, è il desiderio di essere inserito in una squadra dinamica, giovane, aperta alle novità del settore, che incentiva pro-attività ed impegno, il tutto senza il peso della nostra organizzazione gerarchica (che fa sembrare la carriera di un chirurgo simile alla scalata di una vetta).

L’opacità del sistema che seleziona le posizioni apicali (i concorsi per diventare primario),  penso sia demotivante per un giovane ad inizio carriera, e possa quindi costituire anch’essa un “drive” per la fuga. Purtroppo, i concorsi pubblici da “primario” Cardiochirurgo non garantiscono trasparenza e meritocrazia, che è, paradossalmente, più presente nelle scelte apicali operate dalle strutture private. E, forse, il discorso si potrebbe estendere anche ai concorsi per le posizioni da “assistente”.

Semplicemente, i concorsi sono uno strumento obsoleto ed inadeguato, che andrebbe superato (ma all’estero, esistono?). Però, come garantire, in un Paese come il nostro, che la scelta diretta da parte del “decision-maker” non sia clientelare e viziata da raccomandazioni?

L’argomento è complesso, ma, se fosse interessato, può ascoltare il mio intervento su questo tema (13 minuti circa) al Congresso SICCH a Roma nel novembre 2014, in cui non ho assolutamente la presunzione di suggerire soluzioni, ma tento solo di squarciare, pubblicamente, il velo d’ipocrisia al riguardo: http://youtu.be/5McuoO23HSc“.

Cordialmente”,

MICHELE

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Un Compositore tra i primi Dieci Italiani negli USA

postato da Sergio il 21.02.2015, nella categoria Young Expats say
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Oggi a “Giovani Talenti” una storia di eccellenza, che arriva dalla California. Storia di Gabriele Ciampi, 38 anni, nominato tra i primi “Dieci Under 40″ italiani negli Stati Uniti. Gabriele è compositore: ha riscoperto la sua vena artistica pochi anni fa. In soli tre anni non solo ha percorso una carriera alla velocità della luce, Oltreoceano… ma ha anche avviato un personale progetto di riconnessione con i giovani colleghi italiani, attraverso alla sua CentOrchestra.

Gabriele si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Ciao, mi chiamo Gabriele, ho 38 anni e  sono un compositore romano, che dirige la propria musica utilizzando  la propria orchestra: la CentOrchestra. Vivo da quattro anni a Los Angeles, dopo aver lavorato per dieci anni nell’azienda storica di famiglia, di pianoforti.

Il 2011 è  stato l’anno del cambiamento: vengo selezionato  per il corso di composizione  alla UCLA di Los Angeles  e mi trasferisco in America. A novembre 2012 vinco i Los Angeles Music Awards, dove incontro il pianista David Osborne che, dopo aver eseguito una mia composizione, decide di suonare la mia musica anche in occasione del concerto di Natale della Casa Bianca per la famiglia del Presidente Obama.

Scrivo la mia musica al pianoforte con carta e matita -e non al computer (come i compositori del passato)- perché ritengo che il risultato artistico sia qualitativamente migliore, ed esprima realmente l’anima dell’artista.

Il 5 giugno 2014 pubblico l’Album  ”The Minimalist Evolution”, presentato in un concerto a Los Angeles in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura. A novembre dello stesso anno ricevo un importante riconoscimento dalla PrimiDieci Society, in collaborazione con la Camera di Commercio di New York e il Ministero degli Affari Esteri Italiano, per essere tra i “Primi 10 italiani Under 40″, che si sono distinti nella loro attività in America. La soddisfazione nel ricevere un riconoscimento dal proprio Paese per il lavoro svolto all’estero rappresenta per me una gioia indescrivibile.

Anche dal Governo americano ho avuto importanti gratificazioni, come la Green-Card per Extraordinary Ability che mi è stata consegnata di recente, e che mi permette di vivere e lavorare in America a tempo indeterminato.

Il 21 dicembre scorso ho presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma lo spettacolo “The Minimalist Evolution”. Tornare per due anni di seguito in Auditorium è una grande soddisfazione per me, e per il lavoro svolto in questi ultimi tre anni.

Dal punto di vista della formazione l’Europa è da sempre legata al classicismo, e spesso lo studio della composizione nei conservatori è troppo teorico. Gli Stati Uniti sono un paese “giovane” e per questo legato alla contemporaneità e alla praticità. Sono stato fortunato ad avere avuto la possibilità di studiare in Italia e in America, creando così uno stile musicale moderno, che prende spunto da solide basi accademiche. Il mio lavoro tende alla ricerca di un equilibrio tra classicismo e contemporaneità.

Vivo a Los Angeles, ma non mi considero un “cervello in fuga”. Ho deciso di vivere in un Paese dove, nonostante ci siano altri tipi di difficoltà, se si è bravi e si lavora sodo è possibile raggiungere i propri traguardi. Vivendo in America mi rendo conto che ci sono troppi cervelli in fuga, ed è proprio questa situazione che paradossalmente determina la forza di una nazione come gli Stati Uniti. Bisognerebbe lavorare e rimanere in Italia per dare un contributo al nostro Paese… mi piacerebbe, ma in questo momento storico non è facile”.

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C’è meritocrazia nella nostra università?

postato da Sergio il 18.02.2015, nella categoria You say
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Lettera davvero amara, quella che ci invia la nostra ascoltatrice Elena, una vita spesa in un mondo -quello accademico- dove la selezione è troppo spesso affidata al caso…

Meritocrazia, questa sconosciuta (leggete le considerazioni finali della lettera, al proposito):

“Il mio nome è Elena, sono nata a Roma nel 1962. Mi iscrissi all’università a 31 anni, presso la facoltà di “Economia e Commercio” dell’Università “La Sapienza”. Ero una studentessa-lavoratrice come assistente domiciliare ai disabili: mi sono laureata con 110 e lode nel settore dell’economia matematica, ed ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca.

Nell’anno accademico 2008/09, mentre preparavo la tesi di dottorato, ho ottenuto l’incarico di svolgere un corso di recupero di Microeconomia presso “La Sapienza” di Roma. Nonostante il successo di questo corso e la dedizione dimostrata in questa mia prima esperienza di insegnamento, il mio relatore, che mi seguiva nella stesura di tre articoli per le pubblicazioni (su argomenti consigliati dal medesimo), tentava di dissuadermi dal perseguire l’obiettivo della carriera accademica con il pretesto della mancanza di fondi.

Avendo compreso un chiaro disinteresse per l’argomento al quale stavo lavorando, gli feci presente la mia disponibilità a cambiare argomento di studio, se ciò fosse stato necessario, ottenendo come risposta un chiaro invito a desistere dall’obiettivo di ottenere un assegno di ricerca o un posto da ricercatore, in quanto la mia età, 47 anni, era considerata proibitiva in tale ambito. Nei concorsi pubblici sono stati aboliti i limiti di età e nei bandi per l’assegnazione degli assegni di ricerca non viene menzionata una età massima, ma io sono stata discriminata per l’età, nonostante le università siano piene di ricercatori e docenti ben più anziani.

Dal 2009 al 2013 ho ottenuto incarichi come docente a contratto presso l’Università della Tuscia di Viterbo per Teoria del Commercio Internazionale, Politica Economica, Economia Politica, ottenendo la stima e l’approvazione dei docenti che mi hanno conosciuta e, soprattutto, degli studenti.

Nei primi anni ho ottenuto tre contratti contemporaneamente, ma nel 2013, nonostante l’apertura di due nuove facoltà nel mio dipartimento, è stato abolito l’insegnamento di Teoria del Commercio, nonostante il successo ottenuto presso gli studenti e l’ottima valutazione da parte di questi ultimi, mentre per l’anno accademico 2013/14 non mi è stato assegnato nulla.

Le motivazioni? Mancanza di fondi e di pubblicazioni: le stesse pubblicazioni che nessuno mi ha dato l’opportunità di fare, ma che possiede nel curriculum chi ha ottenuto il contratto al mio posto. Nonostante il compenso sia diminuito notevolmente, i concorrenti sono aumentati, in quanto le docenze a contratto costituiscono un trampolino di lancio per aspirare ad un ruolo stabile, poiché l’assegnazione di tali incarichi conferisce prestigio al curriculum. Ero idonea quando avevo poca esperienza, ora che la mia formazione è migliore, non lo sono più.

Se avessi avuto il cognome di qualcuno o fossi legata in qualche modo a qualche dinastia, a quest’ora avrei pubblicato qualcosa, o avrei avuto un incarico stabile? Dal 1993 al 2013 sono passati venti anni, anni buttati al vento, perché nella mia vita non è cambiato assolutamente niente: continuo a lavorare come assistente ai disabili, ambito nel quale la laurea, il dottorato di ricerca e l’esperienza della docenza, non servono a nulla”.

ELENA

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“Expat” di professione… momentaneamente in Francia

postato da Sergio il 14.02.2015, nella categoria Young Expats say
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Una puntata dal “flavour” assolutamente internazionale, quella che vi proponiamo oggi. Storia di Silvia Macri, 34enne Senior Research Analyst per una società internazionale di ricerche di mercato, in Francia. Una vita professionale trascorsa interamente all’estero, la sua, tra Medio Oriente ed Europa.

Una storia percorsa da una domanda fondamentale: un profilo come il suo, in Italia, verrebbe anche solo compreso… per non dire valorizzato?

Silvia si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Silvia, ho 34 anni, calabrese, da 10 anni vivo all’estero. Ho vissuto in 5 paesi diversi, spinta da un’indole irrequieta, passione per il mondo arabo e le sue contraddizioni, tanta curiosità e bisogno di confrontarmi con altre culture, per aprire la mente e crescere.

Ho lasciato l’Italia dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì. Ho completato gli studi in patria, perché credevo, e ne sono ancora convinta, che il modello educativo italiano abbia molti vantaggi rispetto ad altri, per lo più orientati a fornire basi pratiche – che pero’ risultano essenziali nella ricerca di un lavoro.

In Inghilterra, ad Exeter, è arrivato per me l’anno della svolta. Dopo il Master in studi sul Golfo Arabo, sono stata selezionata per il programma dei volontari delle Nazioni Unite (patrocinato dal Ministero degli Esteri) a Il Cairo. Subito dopo ho trovato un lavoro come ricercatrice/giornalista di energia del Medio Oriente a Beirut. L’esperienza nel cuore del mondo arabo ha avuto un ruolo essenziale nella mia formazione. Ne parlo sempre e comunque con entusiasmo, ma sia l’Egitto sia il Libano mi hanno segnata profondamente.

Il Cairo e’ una città che si odia e si ama allo stesso tempo: lavorando all’ONU ho potuto osservare la societa’ egiziana pre-Primavera Araba da una posizione privilegiata. Beirut invece è una città che vive alla giornata, il luna park degli adulti, come mi piace definirla. Dopo 5 anni in Medio Oriente, non ne potevo più, avevo perso un po’ il senso della realtà, e ho sentito il bisogno di riavvicinarmi alla cultura ed alla società europea.

Tornando in Europa ho avuto il cosiddetto shock culturale al contrario. Nel Vecchio Continente, oggi, sembra che l’individualismo la faccia da padrone e -sebbene le città arabe diano spesso la sensazione di non avere un minimo di vita privata- la solitudine nelle città europee risulta a volte insopportabile.

Sono probabilmente un’expat atipica, anche se ho conosciuto tanti italiani all’estero come me. Ho avuto finora la fortuna di viaggiare e ricominciare, e di crescere professionalmente come non avrei potuto se fossi rimasta in Italia. Adoro il nostro paese, mi sento molto italiana, e non nascondo i miei pregi e difetti di una donna italiana del sud. Ma alla luce del mio percorso non so se riuscirei a trovare uno spazio nel Bel paese, dove non ho mai lavorato, e non so se mi troverei a mio agio.

Probabilmente Parigi non è la mia ultima destinazione. La vita da expat diventa quasi una filosofia di vita. Purtroppo, non esistono confini o limiti, perché cambiare è più facile che adattarsi”.

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Prossima Destinazione: Mondo

postato da Sergio il 11.02.2015, nella categoria You say
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Il mondo è cambiato. Per chi ancora non l’avesse capito, e si ostinasse nella difesa di vecchi localismi e visione di vita assolutamente provinciale, consiglio caldamente la lettura della missiva Teresio, che ci racconta la storia di suo figlio, Francesco. Lo fa ovviamente con l’orgoglio del padre. Ma il finale riassume alla perfezione l’intera filosofia che emerge dalle sue parole.

“Think Global – Act Local”, sostiene un vecchio slogan. La prima parte emerge con prepotenza, dalla lettera di Teresio.

“Mio figlio Francesco, anni 21, laurea triennale in Ingegneria Elettronica / Electronic Engineering (corso in inglese) conseguita brillantemente il luglio scorso al Politecnico di Torino, si trova ora a Shanghai – dove conseguirà la doppia laurea cinese (grazie al lungimirante progetto di collaborazione fra il Politecnico torinese, quello milanese e la Tongji University).

Ma prima deve seguire, oltre ad alcuni corsi, un tirocinio presso un’azienda a Shanghai, avendo già frequentato in Cina il secondo anno accademico, nel 2012/2013. A seguito dell’invio di duecentocinquanta curricula a tutte le società dei cinque continenti basate a Shanghai con qualche attinenza ai temi dell’ingegneria elettronica, sta lavorando in un’azienda metalmeccanica italiana, dopo aver ottenuto una quindicina di risposte (parecchie di cortesia), quattro colloqui – di cui due soltanto telefonici.

Anche là non si trovano opportunità con uno schioccar di dita. Nel Paese della prima economia al mondo, dove si conversa nella lingua più parlata e più ostica del globo, e dove città e infrastrutture crescono alla velocità della luce. Nella città diventata cuore pulsante di quel fervore. Ma Francesco è contento del lavoro trovato, che lo porterà prima alla laurea cinese e poi a una magistrale a Torino, Hong Kong, Zurigo, Delft o a Chicago.

Il futuro appartiene a giovani così. Che non si arrendono mai, e gettano le fondamenta della propria vita su un terreno bello, fertile e ricco di sorprese nonostante tutto, che si chiama mondo“.

TERESIO

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Startuppers italiani all’assalto dei monopoli – da Londra

postato da Sergio il 07.02.2015, nella categoria Young Expats say
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Puntata “anomala”, oggi, rispetto allo standard di “Giovani Talenti”: vi racconteremo la storia di una start-up innovativa dal cuore e cervello italiani – ma “made in UK”.

In una “storia nella storia”, i protagonisti della puntata saranno sia Francesco Danieli, 34enne Ceo di Soundreef, residente a Londra. Sia di Davide D’Atri, 36enne presidente – “controesodato” in Italia.

I due hanno vinto solo pochi mesi fa -proprio nella Penisola- una causa sui diritti d’autore musicali, che ha rivoluzionato la giurisprudenza in materia, intaccando il dominio quasi assoluto dei monopoli di settore.

Puntata da non perdere, come da non perdere è l’intervista al presidente dell’Istat Giorgio Alleva, che commenta i dati sull’espatrio e l’inserimento professionale dei dottori di ricerca italiani.

Francesco Danieli e Davide D’Atri si presentano così agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

Davide d’Atri e Francesco Danieli sono i fondatori di Soundreef Ltd, di cui sono rispettivamente Presidente e CEO.

Soundreef autorizza le Aziende all’utilizzo di musica per conto dei propri associati. E’ l’azienda più avanzata d’Europa per quanto riguarda la gestione dei diritti musicali: oltre a rilasciare autorizzazioni per l’utilizzo di musica, recupera e ripartisce royalties per conto di autori, compositori, editori ed etichette, garantendo un’alternativa, in Italia, alla SIAE e SCF.

Soundreef utilizza brani di musicisti internazionali per fornire musica a migliaia di negozi in tutto il mondo, eccetto Stati Uniti e Canada, raggiungendo oltre 145 milioni di clienti ogni mese in oltre 22 nazioni e pagando royalties su oltre 170.000 canzoni.

Gli obiettivi principali di Soundreef sono: garantire ai possessori di diritti completa trasparenza su come la loro musica viene usata e sulle royalty da loro guadagnate, e assicurare ai fruitori della musica licenze semplici ad un costo effettivo“.

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“Mancanza di Sogni”

postato da Sergio il 04.02.2015, nella categoria You say
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“Mancanza di sogni” è il titolo della e-mail che ci ha inviato la nostra ascoltatrice Simona. E-mail con la quale spiega, perché l’Italia non sia più il posto giusto per lei.

Un lavoro sicuro non può essere l’unico obiettivo della vita: servono prospettive, motivazioni, l’idea di un futuro… tutto ciò che l’Italia sembra aver smesso di dare ai suoi giovani.

Invitiamo anche voi a scriverci, con le vostre riflessioni: giovanitalenti@radio24.it

“Ciao Sergio, sono una giovane 35enne. Ho un contratto a tempo indeterminato in un ente no profit. Sono quelle che gli italiani chiamano fortunate. Ma non è così. Nessuno parla di lavoro inteso come prospettive lavorative.

E’ chiaro: avere uno stipendio sicuro è una certezza. Ma vogliamo parlare di prospettive lavorative, e non di meritocrazia. La meritocrazia  non è un alibi che ci protegge dalla quotidianità, non è che tutti i giorni si hanno delle idee brillanti che cambieranno il mondo, ma è dalle esigenze di un lavoro che possono nascere delle idee.

Ma quali esigenze di lavoro? Quale lavoro? Ormai sono impegnati tutti a scrivere e-mail e fare bilanci, ma di quale lavoro?

Ecco perchè sono alla ricerca di un lavoro all’estero, che mi dia la prospettiva di crescere, imparare e confrontarmi con altri. Qui tutto sembra che cambi… ma non cambia mai niente.

Ho sentito la trasmissione. Beh… io sono uno di quelle descritte nel filmato. Una laurea in economia conseguita mentre lavoravo e facevo il programmatore. E adesso? Adesso qualunque cosa, purché mi porti fori da questo mondo. Senza sogni, nè progetti, nè speranze, nè idee di cosa fare. Solo l’amara consapevolezza di avere un cervello che avrebbe voglia di essere utilizzato, ma che è in standy by.

Vorrei precisare che non sono un genio, nè mi ritengo tale.  Ma perchè non si parla mai delle persone che discretamente vorrebbero un lavoro?

Ci sono quelli che sono i geni ed è giusto che abbiamo le loro grandi occasioni, ma gli altri – che fanno gli altri?

Spero di capire quale possa essere la mia strada”.

SIMONA

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“Giovani Talenti” oggi riposa – A sabato 7 febbraio!

postato da Sergio il 31.01.2015, nella categoria Nava says
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Causa concomitante elezione del Presidente della Repubblica, la puntata di “Giovani Talenti” del 31 gennaio è stata cancellata.

Appuntamento a sabato 7 febbraio!

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I VOSTRI FEEDBACK CONTANO!

Sei un giovane espatriato od espatriata? Oppure vivi in Italia, ma stai pensando di emigrare? Scrivici una lettera, con le tue riflessioni e i tuoi pensieri sui perché della tua scelta. La pubblicheremo online. Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it