12
Il capo della polizia l’aveva detto tre mesi fa: “E’ solo per caso se gli anarchici un caso non hanno ancora ucciso”. L’allarme di Antonio Manganelli- in un’audizione in Parlamento a febbraio – passò quasi sotto silenzio, rispetto al dibattito politico, trascurato nel pieno dei calcoli sullo spread e presto- forse- dimenticato. Ma ora che la Federazione Anarchica Informale ha preso in mano una pistola, ha gambizzato l’ad dell’Ansaldo Nucleare e ha rivendicato l’attentato, ecco che “il salto di qualità”, ipotizzato, anticipato e segnalato è sotto gli occhi di tutti. Come il rischio di un escalation, che il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri non nasconde. Né smentisce.
Prennunciano altre sette azioni, infatti. E “ci saranno”, concordano gli investigatori, mettendo in fila le minacce e le “promesse”, sventolate e poi puntualmente attuate negli ultimi anni dai gruppi appartenenti a questa sigla. Fai. Un cartello. Cresciuto nelle città, come nei sostenitori. Un marchio, esteso a più battaglie (da quelle classiche, dell’ambiente, le carceri, certe istituzioni) e potenziato, negli obiettivi come nei mezzi. Dai tralicci ai bancomat, dalle bombe davanti uffici o abitazioni simboliche- come quella dell’allora presidente della Commissione Ue Romano Prodi- ai plichi esplosivi. Ora una pistola. Per la prima volta. E il riferimento alla cellula Olga, dal nome di una degli 8 anarchici arrestati in Grecia. I fili di moltissime indagini sugli anarchici portano dall’Italia (e non solo) alla penisola ellenica, terra di radicate tradizioni anarchiche e attraversata ora da una profondissima crisi. E il richiamo alla Grecia- e alla sua area anarchica- è diventato in Italia ancora più frequente, con le varie manifestazioni dei No Tav, sigla divenuta anch’essa un cartello di battaglie e proteste. Anche distanti centinaia di km dai confini della Val Susa. Sui muri intorno al carcere di San Vittore a Milano questa “saldatura” è ancora visibile, in alcune scritte.
Dopo la gambizzazione di Adinolfi a Genova, gli inquirenti sono cauti. Nessuna sbavatura. Nessuna parola di troppo sui possibili legami tra la Fai e i No Tav- che pur contemplano al loro interno aree anarchiche. Per ora si cerca soltanto, si indaga il ogni direzione, si raccoglie il più possibile. E nel frattempo, si rafforzano le misure di sicurezza e le protezioni a figure esposte e simboliche, come il ministro Elsa Fornero.
Ora gli anarchici hanno preso in mano una pistola. E il salto di qualità hanno mostrato di volerlo fare, davvero.
11
“Si muore generalmente, perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso, perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia, la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere“. Quando non di peggio.
20 anni dopo, le parole di Giovanni Falcone sono ancora la più lucida analisi e il più spietato atto d’accusa, su quella stagione che trasformò Palermo nella nostra Beirut, come scrivevano i giornali già negli anni ‘80, e un magistrato “nel nemico numero uno di Cosa Nostra”. Lui che si definiva “un servitore dello Stato in terra infedelium”. 20 anni dopo, bisogna ricordarle queste parole- e ricordare cos’è stato - per riuscire a capire quali possano essere “gli interessi convergenti” individuati dai magistrati dietro le stragi. E che significa, quando anche Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, dice in “A Ciascuno Il Suo” (sab, 8.30/Radio24) che “qualcos’altro si aggiunse nella morte di Falcone”. Che la preparazione dell’Attentatuni, minare l’autostrada con 500 kg di tritolo, “non era una modalità usata da Cosa Nostra. Ma altre finalità si erano aggiunte. Bisognava fare il giro del mondo”. E così il 23 maggio del ‘92 saltò in aria l’intera autostrada, a Capaci, insieme all’auto su cui viaggiava Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. L’ Istituto di Vulcanologia registrò una scossa di terremoto, alle 17.58, tra Capaci e Isola delle Femmine.
E allora bisogna ricordare, per capire. Ricordare cos’è stato. E ricordare chi c’è stato. Per guardare avanti. Bisogna ricostruire la struttura della nostra memoria, per affrontare le risposte – inquientanti – che le inchieste stanno dando sulle ragioni di quelle stragi; o per farsi le domande giuste. Con quest’obiettivo, sono stati pensati al Salone del Libro di Torino quattro incontri targati “Trame di Memoria“, anteprima del festival sui libri di mafia di Lamezia Terme a fine giugno. Incontri, a cominciare da quello di sabato mattina, alle 11, tra il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e Alfredo Morvillo, magistrato, fratello di Francesca, la moglie di Giovanni Falcone.
Incontri voluti, “per spalancare la finestra e far entrare aria fresca”, spiega Lirio Abbate, inviato dell’ Espresso, direttore del festival, riprendendo l’invito di Paolo Borsellino a sentire “il fresco profumo di libertà”, al posto del “puzzo del compromesso morale”. Libertà di conoscere e diffondere.
Quattro incontri, per un anno molto particolare per l’antimafia: l’anno del ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio e dei 30 anni dei delitti di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. E se gli “anniversari sono come rime”- come dice Stefano Bartezzaghi – l’incedere di questo mese ci riporta a due/tre decenni fa. Per ricordare, ricostruire, togliere le tessere sbagliate – com’è stato fatto cancellando le prime indagini falsate sul delitto di Borsellino – mettere le giuste. E cercare ancora- soprattutto- le mancanti.
11
Siracusa- La rivolta generosa del titano. La follia orgiastica delle donne possedute. La trasgressione- consapevolmente abbracciata- anche nelle sue conseguenze da colui che osò rubare il fuoco agli dei; l’annullamento di ogni possibilità di riflessione, nella danza ordinata da Dioniso. La statuaria fermezza di Prometeo; il ritmo travolgente delle Baccanti. Eschilo ed Euripide.
E’ con due tragedie agli antipodi – con grandi nomi e un’importante novità – che si apre questa sera a Siracusa la nuova stagione teatrale dell’ Istituto Nazionale del Dramma Antico . Tre titoli, come nella tradizione classica, ma da quest’anno anche una commedia sarà messa in scena nello straordinario teatro siciliano, gli Uccelli di Aristofane, nelle regia di Roberta Torre. Se il teatro per sua stessa definizione è moderno, perché si rinnova ogni volta che lo vediamo, l’esperimento di Siracusa è una continua commistione – “senza timore riverenziale, ma con molto rigore” – di vecchio e nuovo, classico e contemporaneo. Come il profilo millenario della cavea del teatro greco, con le scenografie firmate quest’anno da Rem Koolhas, l’archistar olandese.
“Scopro con interesse che l’ossessione di tutti gli architetti è la cavea”, riflette il sovrintendente dell’Inda, l’Istituto del dramma antico, Fernando Balestra (cliccare qui per l’audio dell’intervista), che riprende il “vecchio discorso di Pasolini, nel suo manifesto per un teatro di parola: creare un dialogo tra pubblico interpeti, perché si parlino e trovi insieme risposte. E’ un segno dello smarrimento dei tempi”. Si sente l’orgoglio nella voce di questo siciliano, quando ricorda come il dramma antico a Siracusa, più a sud di Tunisi, sia “un’azienda che funziona”, con 50mila testi di classici all’anno, migliaia di studenti che partecipano e un tutto esaurito sugli spalti che dimostra concretamente come la cultura porti ricchezza.
Se porta guadagni, non sarà sfuggita alle mire della mafia? Mai avuto segnali, richieste di pizzo? “No, perché la vera lotta a certi giri prganizzati si fa attraverso il professionismo: il grado di selezione elimina appettiti inopportuni”, è la ricetta del sovrintendente Balestra, che annuncia che l’Inda “è pronta per diventare la prima impresa culturale che aderisce alla Confindustria, dopo aver da subito sottoscritto la rivoluzione di Ivan Lo Bello e la sua Confindustria Sicilia, che per prima ha deciso di espellere chi paga il pizzo”. In un territorio così, una realtà come questa- con 400 impiegati e un giro d’affari di circa 30 milioni fatto di teatro antico – può quindi a ben ragione diventare “la bandieradi progresso e civilità. Si può reggere tutto in modo virtuoso, solo se le città e i loro abitanti aderiscono appieno”.
“Ho sbagliato di mia volontà“, rivendica Prometeo (Esch, 266), che ha osato donare ai mortali “la bse di tutte le conquiste tecniche”- il fuoco- ma anche “le cieche speranze”, elenca. E questo è il coraggio delle scelte. Che possono però rendere chiunque un titano, quando sente che la propria “trasgressione” all’ordine precostituito va nella direzione giusta. Prometo, nella traduzione di Guido Paduano e regia di Claudio Longhi. Baccanti, tradotto da Giorgio Ieranò (che i lettori di Storiacce blog conoscono), con la regia di Antonio Calenda.
Ps. Sarei dovuta essere (anche) a Siracusa in questo weekend. Ma – come mi ha detto un caro amico siciliano – devo “provvedere prima ad un corno più grande”. Oggi l’inaugurazione: il grande spettacolo del teatro greco va avanti ancora nell’estate siciliana. Ci riproverò a giugno.
10
Diceva Giovanni Falcone: “se la mafia fosse inserita in un sistema fondamentalmente sano, per sradicarla basterebbe un’azione di polizia”. E’ invece profondamente contagiato se lì, in un opaco sistema di poteri e interessi intrecciati, approdano anche le indagini sulle bombe che fecero saltare in aria i magistrati, esattamente 20 anni fa. E a quella stagione torniamo anche in questa puntata di “A Ciascuno il Suo”. Tra episodi inediti e inchieste aperte.
Una stagione, che marchiò la storia dell’Italia intera. Come la vita di chi, come Pietro Grasso, ne è stato protagonista. Dall’avventura del maxiprocesso insieme a Falcone, fino alla guida proprio di quella superprocura nazionale antimafia, voluta due decenni fa dall’amico magistrato, tra le ostilità anche di molti colleghi. Doveva esserci anche lui, Grasso, quel 23 maggio del ‘92 in auto, sull’autostrada. Ci sarebbe stato, se un parlamentare il giorno prima non avesse rinunciato alla partenza per Palermo, liberando un posto sul volo di linea. E permettendo così all’attuale procuratore nazionale antimafia di partire un giorno prima dell’amico Falcone. Conserva ancora la carta d’imbarco, Grasso.
La sua vita si intreccia così di continuo con gli ultimi 20 anni di antimafia, come sentirete anche sabato (8.30/Radio24) e come lo stesso Grasso ha scritto nel suo ultimo libro: “Liberi tutti” (Sperling&Kupfer). Un titolo, che è un auspicio, un’esclamazione. Ma anche un gioco, per bambini. Col procuratore, abbiamo in un certo senso ripreso la conversazione dell’anno scorso sulle “Parole di Mafia”, davanti al pubblico del Salone del Libro di Torino. (quest’anno, siamo al Padiglione 2/vicino alla Sala Blu- sabato alle 11)
Un anno che ha visto la maturazione sulle indagini intorno alla trattativa Stato-mafia; l’apertura di altri fronti; il divampare di nuove discussioni intorno al reato di concorso esterno in associazione mafiosa (quello contestato a Dell’Utri e prima ad Andreotti, per intenderci). Dagli “interessi convergenti” anche dietro la strage di Capaci, al tentativo di far collaborare Provenzano, passando per le polemiche intorno alla mafia animate da Beppe Grillo. Anche di tutto questo parliamo con Piero Grasso. Ma anche del perché- ad esempio- alle ultime elezioni amministrative a Palermo né all’Ucciardone, né al Pagliarelli i detenuti hanno voluto votare.
Dai ricordi di 20 anni fa, ai tradimenti ricostruiti nelle indagini sulle stragi; dalla revisione del reato di concorso esterno, al tentativo di far collaborare Provenzano, passando per le polemiche intorno alla mafia animate da Grillo, fino alla formulazione di un auspicio: “Liberi tutti”, titolo del suo ultimo libro.
08
Palermo- Dice Stefano Bartezzaghi: “gli anniversari sono come rime. Ti riportano a due versi più su e collegano due punti del tempo”. C’ ho pensato molto, all’ inizio di questo mese di maggio, a questa definizione. All’ abitudine tutta nostra di soffermarci sugli anniversari – soprattutto se tondi. Sulla funzione e sul senso delle date. E credo che gli anniversari siano davvero “come rime”. Soprattutto quando ci riportano in uno dei passaggi più drammatici e foschi della storia d’Italia. Come fa questo mese di maggio, ricollegandoci a quella primavera e poi estate del 1992, che trasformò Palermo nella nostra Beirut. E scaraventò lo Stato in una voragine di trame e trattative, da cui non è ancora del tutto riemerso 20 anni dopo.
23 maggio, Strage di Capaci. 19 luglio, la bomba di via D’amelio. 10 anni prima – il 30 aprile dell’82 era stato ucciso Pio La Torre, 5 mesi dopo toccò sempre in Sicilia al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. E poi a centinaia tra uomini d scorta, poliziotti – come Ninni Cassarà, politici- gente semplice o picciotti di mafia. Una mattanza – con cui l’Italia fa tuttora i conti. Tra inchieste ancora aperte, capovolgimenti, depistaggi e nuove verità. E se gli anniversari- allora- sono davvero come rime, A Ciascuno il Suo (qui il link all’ultima puntata sugli anniversari di mafia) vuole iniziare questo mese di maggio, riavvolgendo le eredità lasciate e mettendo in fila i tanti buchi neri di quella stagione, che cercheremo di scandagliare in una serie di puntate.
Perché quel 23 maggio del ‘92, tremò la Sicilia, tra l’ Isola delle Femmine e Capaci- come registrò l’ Istituto di Geofisica di Monte Erice. Ma dalle 17.57 di quel caldo pomeriggio siciliano, tremò lo scheletro dell’intero Paese, precipitato in una voragine di trame e trattative, con cui tuttora l’Italia fa i conti.
Sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano, una gigantografia ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quanti morirono insieme a loro, in vista del giorno della memoria delle vittime di terrorismo e mafia- il 9 maggio.
30
Corleone. “Non si nasce schiavi, o padroni. Io, è il coraggio che vi chiedo. Questa terra che c’ha cresciuto può essere il nostro futuro, la nostra speranza”.
Dava voce ai diritti. E per questo fu messo a tacere. Ai contadini di Corleone, ricordò che avevano una terra da lavorare e con cui vivere. E dentro quella terra- lui fu fatto sparire. Ma 64 anni dopo, i resti di Placido Rizzotto sono stati restituiti. Identificati e presto finalmente onorati. Anche con funerali di Stato. Mentre il suo nome è diventato il simbolo di una lotta alle mafie.
Per questo, alla vigilia del Primo Maggio – festa del Lavoro – è a lui che abbiamo dedicato l’ultima puntata di “A Ciascuno Il Suo” (sab, 8.30/Radio24). A lui che insegnò la legge, come diritto e non come favore. E per questo, fu tolto di mezzo dagli scagnozzi di Luciano Liggio e Michele Navarra. Che uccisero anche un bambino, Giuseppe Letizia, perché aveva visto troppo. A fare le indagini in quella Corleone – terra di Cosa Nostra- un giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che incrociò sul suo cammino un altro uomo normale- che i boss vollero poi disintegrare. Non riuscendo a piegarlo, Pio La Torre.
“Per noi è importante soprattutto che si celebrino i funerali, dopo 64 anni”, esordisce il nipote, che porta proprio il nome dello zio, Placido Rizzotto. Lo slancio- fort, unanime, venuto dal basso, che c’è stato per i funerali di Stato per la famiglia assume “anche un significato importante, in questo momento – nota – in cui i diritti del lavoro sono attaccati. E’ un riconoscimento delle sue battaglie”. E il suo pensiero, il messaggio suo – come dei 42 sindacalisti uccisi nella Sicilia di 60 anni fa – attraverserà quest’anno più che mai le cerimonie del Primo Maggio.
E se la gente, a Corleone, come in altri paesini analoghi, nel corso degli anni ha sempre più partecipato alle iniziative della Camera del Lavoro e della Cgil e sempre più spesso è scesa in strada – contro le leggi della mafia – è anche grazie a quella “rivoluzione culturale” che persone come Placido Rizzotto hanno avviato.
Qui il link alla puntata di sabato di “A Ciascuno il Suo”, con le testimonianze- tra l’altro- del nipote, Placido Rizzotto, di Francesco La Torre, figlio di Pio La Torre, e Francesco Galante, che gestisce la prima cooperativa sorta su terreni confiscati ai boss. E che appunto porta il nome di Placido Rizzotto.
25
Reggio Emilia – I partigiani di oggi combattono nelle trincee dei loro uffici, brandendo la legge contro le minacce. Per liberare i concittadini dal giogo dei clan. E oggi, come 67 anni fa, nella Resistenza un ruolo fondamentale lo svolgono le donne. E’ per questo, che per le commemorazioni del 25 aprile il presidente dell’Anci Del rio ha invitato a Reggio Emilia, i sindaci donne dei comuni calabresi, finiti nel mirino dei boss. Per una “nuova resistenza per la legalità”, ha detto.
“Siamo convinvte che non ci si può fermare, per un atto intimidatorio. Siamo qui a lottare, non solo per i nostri paesi, ma per tutta la Calabria”. A Caterina Girasole, primo cittadino di Isola Capo Rizzuto, la ‘ndrangheta ha incendiato auto e portoni, ma lei resiste. “Mollare non è la soluzione, perché poi un’altra persona ci sarà a subire le stesse minacce”.
Per un grande rispetto dello Stato, Maria Carmela Lanzetta ha deciso di restare alla guida di Monasterace, nonostante l’incendio della sua farmacia e quei colpi di pistola, che l’avevano fatta tentennare. “Fare il sindaco in uno di questi paesi è difficilissimo, per le condizioni economiche che ci sono”.
Nelle trincee della Calabria, è la “rete” la parola della svolta. E le staffette di oggi sono queste donne, che portano in terre martoriate un messagio di fiducia nello Stato. Perché “è possibile avere il rispetto delle leggi”, come ripete ai suoi concittadini Elisabette Tripodi, sindaco di Rosarno: “Ancor più che le minacce, mi amareggia il tentativo di delegittimazione. E’ molto più facile attaccare una donna che amministra, in territori difficili. Qui- nota- c’è una cultura del potere, declinata al maschile”.
Ma dopo una lunga e coraggiosa Resistenza, 67 anni fa, arrivò il giorno della Liberazione
23

A volte, anche una stretta di mano negata può fermare un contagio. Che nell’ombra si allarga. A volte, anche un piccolo gesto – concreto – può far “scricchiolare” un equilibrio, consolidato con anni di silenzi, intimidazioni e e di cure, evidentemente non adeguatamente forti. “Perché non è vero che non cambia mai nulla”, come spesso si sente ripetere nelle terre, infette di malavita organizzata.
Quando ho letto “
Il Contagio” (Laterza, curato da Gaetano Savatteri), titolo del libro di
Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino — il primo neo procuratore di Roma, dopo aver diretto l’Antimafia di Reggio Calabria; il secondo procuratore aggiunto reggino — ho pensato alla pelle. E al virus che la ‘ndrangheta, dall’organo più esterno , è riuscita a iniettare fin dentro l’ economia, le relazioni sociali, la politica. Insomma fin nel cuore di uno Stato.
Girone dopo girone, il libro – un’intervista a tre, chiara come una diagnosi – entra nella storia della più potente mafia italiana; nelle sue ricchezze, come nelle sue case; entra nelle conversazioni, che i boss negli ultimi anni hanno lasciato dietro di sé; come nei gangli di un sistema, che ha permesso a cosche del lontano entroterra calabrese di avere 44 miliardi di fatturato e l’esercito più nutrito, in proporzione alla popolazione della casa madre. Di conquistarsi l’ accesso nei salotti della finanza, negli studi dei profesionisti, “nel marchingegno della politica”. Come la più insidiosa delle malattie infettive, ha così contagiato ambienti apparentemente lontanissimi.
Ma contro un’epidemia così, ciascuno può e deve fare la sua parte. “A cominciare da prendere le distanze da chi ruota intorno a certe famiglie, che in certi posti si conoscono”, ripete il procuratore Pignatone, a chiunque gli chieda i “semplici cittadini cosa possano fare contro le mafie”. Dalla “semplice stretta di mano” a guardare il mondo dal “lato giusto”.
Questa settimana, nell’ ultima puntata di “
A Ciascuno il Suo“/Radio 24 (sabato, 8.30) abbiamo sviscerato il ”
contagio della ndrangheta“, con il procuratore Pignatone e con Michele Prestipino, due magistrati da anni in trincea, prima in Sicilia, poi in Calabria; due nomi che gli ascoltatori di Radio 24 conoscono bene, come i lettori di
Storiacce blog.
Vi sentirete “malati” di ‘ndrangheta, leggendo questo libro. Vi sembrerà di respirare aria viziata, ovunque voi siate, riflettendo sulle conversazioni intercettate dei boss, come sulle riflessioni dei magistrati. Vi sentirete sporchi. E vorrete opporvi al contagio, dopo aver letto il libro.
Tra i vari aspetti di cui si parla nel libro – e su cui mi sono soffermata in “A Ciascuno il Suo” sabato – c’è quello del “mercato delle informazioni” riservate. Tra gli scenari più inquietanti, sullo sfondo delle ultime inchieste tra Milano e Reggio Calabria, che hanno portato all’arresto anche di magistrati. Oltre che di forze dell’ordine e pure di un informatore dei servizi segreti. Vi ricordate del caso di Giovanni Zumbo, il commercialista, già fonte degli 007, arrestato con l’accusa di aver spifferato ai clan gli imminenti arresti?
Nuovi scenari si compongono, dietro la sua storia.
16
Vigonza. “Sono pazzi, è una strage. Bisogna chiedere aiuto”. La voce di Flavia Schiavon trema di dolore, ma anche di rabbia. “Perché non giustifico mio padre, che con quel gesto non ha pensato a chi restava”. Il padre, Giovanni Schiavon, era un imprenditore edile. E si è tolto la vita, come il padre di Laura Tamiozzo e come altri 50 padri, fratelli, mariti, che negli ultimi tre anni hanno scelto di morire – insieme alle loro aziende – nei capannoni sparsi di questo Veneto, che da locomotiva del Paese è diventata la terra col più alto numero di “suicidi economici”. Sono stati uccisi dai “debiti, ma anche dall’indifferenza e dall’isolamento”, ripetono tutti in coro, in questa sala parrocchiale, dove è nata l’Associazione rivolta proprio ai familiari di chi è stato sopraffatto dalle difficoltà. E ha ceduto. SperanzaAlavoro, si chiama.
Speranza che manca a chi vede i propri sogni infrangersi. Dopo anni di attese, fatiche, di sacrifici e progetti. La speranza, che vola via nella solitudine di chi si sente impotente e non sa chiedere aiuto. E comincia solo a tacere. La solitudine di chi si sente tradito, nel fallimento di un sogno, con cui non di rado si fa coincidere la stessa idea di vita.
Per tirare fuori dall’isolamento questi imprenditori, schiacciati dalla crisi, che vacillano, o questi lavoratori, che perdono lo stipendio e non sanno che fare, l’associazione vuole essere innanzitutto una mano tesa. Proprio come quella del logo. La solitudine e lo sconforto ritornano in quasi tutte le storie di questi “suicidi economici”, tutte drammaticamente simili. E sembra quasi di percepirla, in questa spoglia sala parrocchiale, dove si arriva dopo chilometri di villette e silenzio. Comuni che si susseguono, quasi senza un centro, lungo la strada provinciale diretta a Padova. E a percorrerla forse si capisce di più anche quanto Laura Moro, Cisl, che di questa associazione è la segretaria, mi spiega: “Qui in Veneto, lavorare è la stessa cosa di essere. E chi perde il lavoro si vergogna. Si vergogna di farsi vedere in giro, di mostrare la sua difficoltà, si vergogna perché non riesce a mantenere il suo stile di vita, non riesce a pagare i suoi dipendenti. Si vergogna, perché se non lavori non esisti”. E il passo tra perdere la propria azienda, quel sogno faticosamente costruito, nutrito con tutte le energie, aspettato nei tempi e difeso da ogni tempesta, e il drammatico isolamento è molto breve.
Il resto sono le cronache di questi ultimi mesi. Che riportano di suicidi per crisi da una parte all’altra del Paese. E i numeri, che contano 24 morti dall’inizio del 2012.
14
Monasterace. C’è una terra, in Italia, dove si spara contro preti e donne. E a volte non fa rumore. Né troppa notizia. C’è una terra, in Italia, dove aiutare i disabili o far pagare le bollette dell’acqua può essere un gesto rivoluzionario. E per questo dare fastidio. C’è – però – anche una terra in Italia, dove gli stessi preti, le stesse donne e gli stessi sindaci alla fine resistono. Agli spari, alle bombe, alle delegittimazioni. E restano. Per cambiare quella terra.
E’ questa la storia – recente – della Calabria, una terra dove la normalità di persone coraggiose sta dimostrando che cambiare si può. E la vita può essere scandita da regole diverse, rispetto a quelle imposte dalla ‘ndrangheta.
Capita così che donne come Giuseppina Pesce o Maria Grazia Cacciola decidano di collaborare con la Giustizia. Senza preoccuparsi della conseguenze, anche drammatiche. Come capita che un sacerdote — come don Giacomo Panizza— sia arrivato da Brescia per resistere a Lamezia alle minacce di ripetuti attentati. O che sindaci di tre città, come Maria Carmela Lanzetta di Monasterace; Elisabetta Tripodi, di Rosarno e Caterina Girasole, di Isola Capo Rizzuto – invece di mollare – alla fine – scelgano di fare rete. E andare avanti.
Hanno l’energia- di chi sta dalla parte giusta, questi uomini e queste donne. Normali, in una terra che non riesce ad esserlo. C’è però anche la naturale paura, nelle incertezze delle loro parole, nel tremolio a volte della voce, quando raccontano dell’incendio della farmacia, che “ha messo a rischio la famiglia” e poi di quegli spari sull’auto. Profondi, come una cicatrice. O quando ricordano delle “macchine bruciate, del portone dato alle fiamme, del Comune saccheggiato”. O ancora della delegittimazione, costante verso chi vuole far rispettare le regole. Come verso chi decide di andare contro le regole. Dei clan.
Non si comprende la fatica di questi sindaci, se ne non si mette piede almeno una volta in Calabria. Se non si respira il clima di certi paesi, se non si incrociano certi sguardi che scrutano il “forestiero” che passa.
Ero proprio lì, in Calabria, nel giugno del 2011, quando un incendio distrusse la famacia di Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monasterace. Se ne parlò- molto- durante il Festival Trame, sui libri di mafia. Pensai che in qualsiasi altro posto fosse successo un attentato del genere la reazione sarebbe stata massima. Invece nella Calabria della ‘ndrangheta, era un’ennesima intimidazione ad un sindaco che non si piega.
I sindaci sono i veri baluardi di una politica autentica. Al servizio dei cittadini, per migliorare la realtà che amministrano. La vicenda del sindaco Lanzetta l’ha ricordato all’Italia intera. E ha riacceso le luci su questa terra dura, come le sue pietre. Ora lo Stato ha una responsabilità in più, verso Monasterace, verso il suo primo cittadino e verso la Calabria intera. Quella di non dimenticarsene. E di contribuire- davvero – affinché qualcosa cambi.
Qui la pagina dell’ultima puntata di
“A Ciascuno il Suo” (sabato 8.30- Radio24- lunedì il podcast), dedicata appunto alla Calabria che resiste. Ultima puntata di un filone che battiamo da anni e che vogliamo continuare a raccontare. Per contribuire un pò anche noi, a che qualcosa cambi.