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	<title>Italia in controluce</title>
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		<title>Non chiamateli anni Settanta di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Non chiamateli anni Settanta di Daniele Biacchessi
Le analisi e i commenti sul presunto ritorno di un nuovo terrorismo fanno capire quanto ci sia ancora di inesatto e di impreciso nella comprensione di ciò che va sotto il nome di &#8220;anni di piombo&#8221;.
Da giornalisti, scrittori, uomini delle istituzioni e della politica non si sprecano giudizi avventati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non chiamateli anni Settanta di Daniele Biacchessi</p>
<p>Le analisi e i commenti sul presunto ritorno di un nuovo terrorismo fanno capire quanto ci sia ancora di inesatto e di impreciso nella comprensione di ciò che va sotto il nome di &#8220;anni di piombo&#8221;.<br />
Da giornalisti, scrittori, uomini delle istituzioni e della politica non si sprecano giudizi avventati, superficiali, tranchant, privi del pur minimo nesso storico tra passato e presente.<br />
Dunque è accaduto che a Genova, una presunta cellula anarco insurrezionalista avrebbe rivendicato con un confuso documento il ferimento di Roberto Adinolfi, amministratore delegato della Ansaldo Nucleare.</p>
<p>E&#8217; inoltre accaduto che a Milano, durante il processo contro i militanti della &#8220;seconda posizione brigatista&#8221;, si siano riviste scene di un brutto film, con imputati che dal gabbio affermavano che la violenza è inevitabile.</p>
<p>Forse un pò di memoria fa bene a questo paese.<br />
Gli anni Settanta non potranno mai più tornare, come sostiene il magistrato Armando Spataro, perchè diverse e inimitabili sono le condizioni che fecero nascere le organizzazioni della lotta armata di sinistra nel nostro paese. E i numeri, e le cifre dimostrano che dal 1969 al 1989 oltre 4mila persone vennero condannate per fatti gravi riconducibili alla lotta armata, che sempre in quel periodo i morti per fatti di terrorismo rosso furono 127 e i ferimenti oltre mille.<br />
Si stima che un&#8217;area di almeno 100 mila persone interlocuiva con i terroristi o ne giustificava le azioni.<br />
E per le sole stragi riconducibili alla destra eversiva, quelle della &#8220;strategia della tensione&#8221;, i morti salirono a oltre 400 e 3 mila feriti.</p>
<p>Cosa è invece accaduto dal 1989 ad oggi?<br />
Gli omicidi di Massimo D&#8217;Antona e Marco Biagi, del brigatista Mario Galesi e del poliziotto Emanuele Petri.<br />
Le cellule tosco &#8211; laziali delle Br &#8211; Pcc sono state tutte smantellate nel 2003 e i componenti non arrivavano alla ventina. Il gruppo della seconda posizione smantellato nel 2007 dal giudice Guido Salvini e dal pm Ilda Boccasini era formato da una trentina di persone.<br />
E i presunti anarchici, presunti responsabili del ferimento di Adinolfi, quanti sono?<br />
Quali contatti hanno con il movimento antagonista dopo la durissima presa di posizione dei centri sociali che li definiscono autistici, narcisistici, loro nemici?</p>




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		<title>Il voto amministrativo di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 16:50:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Il voto amministrativo
di Daniele Biacchessi
Ci sono alcuni dati certi che giungono dal primo turno delle elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. Inanzitutto il dato dell&#8217;affluenza, il 66,9 %. Quello dell&#8217;astensione è oggi il primo partito , un terzo degli italiani non si reca più alle urne.
Il secondo dato certo è la durissima sconfitta del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il voto amministrativo</p>
<p>di Daniele Biacchessi</p>
<p>Ci sono alcuni dati certi che giungono dal primo turno delle elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. Inanzitutto il dato dell&#8217;affluenza, il 66,9 %. Quello dell&#8217;astensione è oggi il primo partito , un terzo degli italiani non si reca più alle urne.<br />
Il secondo dato certo è la durissima sconfitta del Popolo delle Libertà, in calo ovunque. Poi c&#8217;è il risultato altrettanto netto del movimento 5 stelle di Beppe Grillo che va al ballottaggio a Parma con il candidato del centrosinistra e in ogni città in cui si  presenta cattura voti al centrosinistra e al centrodestra. L&#8217;altra riflessione riguarda il centrosinistra. Il Partito Democratico impone i suoi candidati sindaci in buona parte dei comuni, ma a Palermo il suo ferrandelli resta ancorato ben al di sotto dell&#8217;ex sindaco Leoluca Orlando, sostenuto dall&#8217;Italia dei valori e da Sel. L&#8217;ultimo dato è relativo alla Lega travolta dagli scandali e dalle indagini giudiziarie. Il partito di Bossi e Maroni sopravvive, tiene l&#8217;urto, ma perde voti. Anche il successo di Verona non è riferibile alla Lega, bensì al forte appeal del suo candidato sindaco Flavio Tosi, molto amato dai cittadini.  Insomma, dalla tornata amministrativa escono tendenze prevedibili come la disaffezione di un pezzo consistente dell&#8217;elettorato verso la partitocrazia e la politica (il dato dell&#8217;astensione e il successo di Grillo va in questo senso), e altre imprevedibili come il ritorno di Orlando a Palermo, lui protagonista della stagione di ribellione dopo le stragi di Capaci e via D&#8217;Amelio che trafigge il candidato imposto alle primarie dal Pd. La Sicilia non è Palermo e Palermo non è l&#8217;Italia, ma il segnale è assai inequivocabile.</p>




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		<title>Capaci e via D&#8217;Amelio, 20 anni dopo di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 06:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Capaci e via D&#8217;Amelio, 20 anni dopo 
Daniele Biacchessi
Occhi osservano dall’alto della collina. Occhi minacciosi, pieni di odio. Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne. Sono dentro un’automobile che corre verso la morte.
L&#8217;ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all&#8217;aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992. Sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Capaci e via D&#8217;Amelio, 20 anni dopo </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Daniele Biacchessi</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Occhi osservano dall’alto della collina. Occhi minacciosi, pieni di odio. Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne. Sono dentro un’automobile che corre verso la morte.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">L&#8217;ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all&#8217;aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992. Sono le 16,50<br />
</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Un jet dei servizi segreti decolla con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo.Destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi.Atterrerà 53 minuti dopo. </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Li attendono 6 agenti con le loro auto, 3 Fiat Croma blindate. Le vetture si muovono dall&#8217;aeroporto.Falcone sceglie la Croma bianca.Lui è al volante, la moglie gli siede accanto. Imboccano l&#8217;A29.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio.Il sole taglia di traverso i finestrini mentre un caldo vento di scirocco accarezza tutti i loro volti.C’è odore di mare. </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Sulla statale che corre parallela all&#8217;autostrada, una Lancia Delta si mette in moto. E’ quella di Gioacchino la Barbera.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Palermo dista solo 7 chilometri.Le auto si stanno lentamente avvicinando allo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.Dalle  colline che sovrastano l&#8217;autostrada alcuni uomini seguono la scena,  scatto dopo scatto, come se fosse la sceneggiatura di un film.Ma un film proprio non è.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">L&#8217;interruttore che mette in moto il meccanismo della strage è un segnale in codice.Una telefonata &#8221; sbagliata&#8221;, entrata nella storia di sangue di Capaci.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>&#8221; Pronto Mario? &#8221; </em></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>&#8221; No, ha sbagliato numero. &#8220;</em></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Il cellulare di La Barbera squilla alle 17:02.Sa che quella telefonata non è un errore ma un segnale preciso.Con lui, in un casolare vicino alla statale, ci sono altri sette uomini.Sono al vertice di Cosa Nostra.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">La Barbera sale sulla sua Lancia Delta e imbocca la strada che corre parallela alla Palermo &#8211; Punta Raisi.Arrivato ad un punto prefissato si ferma e aspetta.Ferrante e Salvatore raggiungono l&#8217;aeroporto.Gioè e Troìa inseriscono una ricevente vicino a 500 chilogrammi di esplosivo, in un tombino dell&#8217;autostrada.Poi  salgono con Brusca e Battaglia sulle colline di Capaci, sotto lo  sperone di rocce bianche che interseca il profilo di Montagna Grande.Dall&#8217;autostrada, spuntano 3 Fiat Croma.La Barbera riparte e le segue a distanza.Alle 17:49 chiama Gioè sulle colline. </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Meno di un secondo e la telefonata s&#8217;interrompe. Sono le 17,56 minuti e 48 secondi, l&#8217;uomo della collina, Giovanni Brusca, sfiora il tasto del comando a distanza.L&#8217;impulso raggiunge il tombino dove è collocata la ricevente.I cinque quintali di tritolo, seppelliti nel canale di scolo, divampano, il boato è enorme, solleva cento metri di asfalto.Si apre una voragine, larga trenta metri e profonda otto, che risucchia metallo, uomini, alberi, massi.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Nella prima auto catapultata a 5 metri gli agenti di  scorta muoiono sul colpo: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito  Schifani.Nella seconda, spezzata in due tronconi, il giudice e la moglie, respirano ancora.Una pattuglia della polizia accosta.Giovanni Falcone e Francesca Morvillo moriranno all&#8217;Ospedale Civico di Palermo, un&#8217;ora più tardi.L&#8217;autista del giudice e gli altri due poliziotti, feriti gravemente, sopravvivono.L&#8217;uomo della Lancia Delta è ormai lontano.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">L&#8217;esplosione di Capaci deflagra fino a Montecitorio.Il 25 maggio viene eletto il nuovo presidente della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro, 73 anni, democristiano.Lo Stato e la politica sono sotto accusa per la morte di 5 funzionari dello Stato.L&#8217;Associazione Nazionale Magistrati denuncia: il potere politico è fondato sul consenso criminale.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Ci  saranno manifestazioni: a un mese dalla strage di Capaci, 100 mila  persone arrivano a Palermo da tutta Italia per sfilare contro la mafia. Sono  in gran parte giovanissimi.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Il  governo Andreotti approva norme antimafia di emergenza: carceri  speciali per i boss, indagini segrete di polizia e premi per i pentiti.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Il ministro della Giustizia Claudio Martelli propone Paolo Borsellino come Superprocuratore antimafia.Intanto il pentito Antonino Calderone avverte: ci saranno altri delitti eccellenti.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Paolo Borsellino lo ripeteva come fosse un’ossessione:<em>“Il mio problema è il tempo ”.</em>Lo diceva in quei cinquantasette giorni dell&#8217;estate 1992. Perché morto Giovanni Falcone, Paolo Borsellino sapeva di essere per Cosa Nostra il primo della lista.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Il 19 luglio 1992 a Palermo è una calda domenica.Le  indagini sulla morte di Giovanni non competono a Borsellino, ma alle  sette del mattino il procuratore Giammanco gli comunica che finalmente  potrà occuparsi anche delle indagini su Palermo e provincia, come lui da  tempo richiedeva.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Paolo Borsellino pranza in famiglia nella casa di Villagrazia di Carini.Poi, nel tardo pomeriggio, decide di far visita all&#8217;anziana madre. Tra  il mare e la casa della signora Maria a Palermo c&#8217;è un&#8217;autostrada, e  quel pomeriggio le tre &#8220;croma&#8221; blindate su cui viaggiano il giudice e la  sua scorta transitano vicino allo svincolo di Capaci, dove una striscia  di vernice rosso sangue sul guard-rail già ricorda la strage del 23  maggio.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Arrivati  in città, raggiungono via Mariano D&#8217;Amelio, una strada chiusa, ostruita  al fondo da un muro di tufo che recinta un cantiere edile. Paolo  Borsellino fa giusto in tempo a citofonare al numero civico 21, quando  alle sue spalle esplode una Fiat 126 carica di tritolo.</span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Muore  sul colpo e con lui i sei uomini della scorta: Antonio Vullo, Emanuela  Loi, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino  Catalano.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Così si moriva a Palermo.Soli.Senza la protezione morale dello stato che si serve.Senza neanche il tempo di vivere.Senza un saluto, senza aver chiuso l’ultima pagina di un inchiesta.Soli e minacciati&#8230; lavorando e basta.Soli…Semplicemente soli.</span></p>
<p lang="it-IT">
<span style="font-size: medium;">A vent&#8217;anni di distanza dalle stragi di Capaci e di via D&#8217;Amelio emerge quello che in molti nel 1992 sospettano: non può esserci soltanto la mafia dietro a quegli eccidi. Le indagini e i processi istruiti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano scoperchiando l&#8217;intreccio ormai confermato tra Stato e mafia, tra uomini delle istituzioni e potere affaristico e criminale. </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;">Qualcosa che nel 1992 si poteva soltanto sussurrare, ma che oggi si può gridare  a gran voce.<br />
</span></p>




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		<title>Brescia. Il giorno che in cielo volò una bicicletta</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 22:46:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Brescia. Il giorno che in cielo volò una bicicletta
di Daniele Biacchessi
Dedicato a Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante; Livia Bottardi Milani, 32,  insegnante; Euplo Natali, 69, pensionato; Luigi Pinto, 25, insegnante;  Bartolomeo Talenti, 56, operaio; Alberto Trebeschi, 37, insegnante;  Clementina Calzari Trebeschi, 31, insegnante, e Vittorio Zambarda, 60,  operaio.
Il cielo non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Brescia. Il giorno che in cielo volò una bicicletta</p>
<p>di Daniele Biacchessi</p>
<p>Dedicato a Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante; Livia Bottardi Milani, 32,  insegnante; Euplo Natali, 69, pensionato; Luigi Pinto, 25, insegnante;  Bartolomeo Talenti, 56, operaio; Alberto Trebeschi, 37, insegnante;  Clementina Calzari Trebeschi, 31, insegnante, e Vittorio Zambarda, 60,  operaio.</p>
<p>Il cielo non promette nulla di buono. E’ il 28 maggio 1974, ma l’estate a Brescia ancora non arriva. Le strade che portano in centro sono tinte dei colori di striscioni e bandiere. Entrano in Piazza della Loggia. Diecimila anime. Sono sindacalisti, operai, studenti, disoccupati, giovani e vecchi, volti di gente comune. Si trovano tutti lì, gli indumenti inzuppati di quella pioggia fine che da fastidio e non fa vedere lontano. Una sottile coltre di umidità, nubi basse che quasi sembrano nebbia. I manifestanti attendono un cenno, un gesto, mezze frasi, il segno di una civile protesta contro una violenza che dura ormai da settimane. Lo hanno giurato: quegli attentati, quelle bombe devono proprio finire. Parla Franco Castrezzati della Cisl. Sono le 10 e 12 minuti. La pioggia inizia a battere fitta su mille ombrelli aperti, sugli impermeabili, sui giubbotti. Le sue saranno parole ingoiate di traverso.</p>
<p><em>“Amici e compagni, lavoratori, studenti, siamo in piazza perché questi ultimi tempi una serie di attentati di chiara marca fascista ha posto la nostra città all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino- Roma, vengono pure alla luce bombe, armi, tritolo, esplosivi di ogni genere. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi e obietti precisi. A Milano…..”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Un enorme boato scuote Piazza della Loggia. Viene da sotto i portici dove sono stipate centinaia di persone, quelle che non hanno ombrelli ma non intendono andare a casa.</p>
<p><em>“State fermi…state calmi, state calmi. State all’interno della piazza, il servizio d’ordine faccia cordone intorno alla piazza, state all’interno della piazza. Invitiamo tutti a portarsi sotto il palco, venite sotto il palco, state calmi, lasciate il posto alla Croce Bianca, lasciate il passo, lasciate il passaggio delle macchine, tutti in piazza della Vittoria, tutti in piazza della Vittoria”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Otto morti. Novantaquattro feriti, alcuni gravi. Cinque insegnanti, due operai, un pensionato. Neanche un sorriso, un sospetto, una parola, nemmeno una frazione di tempo, quanto basta per accorgersi che in un cestino dei rifiuti, sotto i portici della piazza, c’è chi ha piazzato poco prima un ordigno di alto potenziale. Alla fine moriranno sul colpo, nel giorno in cui dalla polvere nera e giallastra c’è chi vede perfino volare una bicicletta. Va su, verso il cielo, sembra uno strano mostro di metallo. Si alza oltre lo sguardo delle persone, poi si schianta sull’asfalto.</p>
<p>14 aprile 2012, 38 anni dopo.</p>
<p>I giudici della Corte d&#8217;assise d&#8217;appello di Brescia hanno disposto l&#8217;assoluzione l&#8217;ex ispettore di Ordine nuovo per il Triveneto, il  medico veneziano Carlo Maria Maggi, l&#8217;ex ordinovista (e ora  imprenditore in Giappone) Delfo Zorzi, per Maurizio Tramonte, ex  collaboratore del Sid, e per il  generale dei carabinieri Francesco Delfino,  nei giorni dell&#8217;eccidio capitano, comandante del Nucleo investigativo  dei carabinieri di Brescia e accusato di aver saputo della strage  imminente e di averla assecondata. Per loro il procuratore Roberto di  Martino e il pm Francesco Piantoni avevano chiesto l&#8217;ergastolo.</p>
<p>Ma i giudici hanno superato loro stessi. Tutte le  parti civili sono state condannate al pagamento delle spese processuali. La memoria delle vittime ha subito un nuovo scempio. Come per le stragi di piazza Fontana, Questura di Milano, Italicus, Ustica, lo Stato si è ancora assolto.</p>




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		<title>Lettera a Marco Tullio Giordana di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 20:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Lettera a Marco Tullio Giordana
di Daniele Biacchessi
Caro Marco Tullio,sono un giornalista, scrittore (23 libri alle spalle), autore e interprete di teatro civile, appassionato di storia e memoria italiana quanto te.
Il tuo ultimo film &#8220;Romanzo di una strage&#8221; ripropone la tesi sulla doppia bomba sostenuta già da Paolo Cucchiarelli nel libro &#8220;Il segreto di piazza Fontana&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lettera a Marco Tullio Giordana</p>
<p>di Daniele Biacchessi</p>
<p>Caro Marco Tullio,sono un giornalista, scrittore (23 libri alle spalle), autore e interprete di teatro civile, appassionato di storia e memoria italiana quanto te.</p>
<p>Il tuo ultimo film &#8220;Romanzo di una strage&#8221; ripropone la tesi sulla doppia bomba sostenuta già da Paolo Cucchiarelli nel libro &#8220;Il segreto di piazza Fontana&#8221;, da cui ti ispiri liberamente.<br />
Quindi secondo te la strage viene ideata dal gruppo veneto di Ordine Nuovo  e la bomba viene preparata dai finti anarchici -in realtà fascisti- e  consegnata a Pietro Valpreda da provocatori di cui egli si  fida in modo  ingenuo.<br />
All&#8217;anarchico viene raccontato che la bomba serve ad un attentato  dimostrativo, azionata da un timer a due ore, in modo da esplodere a  banca chiusa, senza fare vittime. Invece, il timer ha una corsa di soli  60 minuti per esplodere a banca ancora aperta.  Un fascista piazza a  fianco a quella di Valpreda, un&#8217;altra borsa con una seconda bomba azionata a miccia.</p>
<p>La tesi non sta in piedi. E ti spiego perché attraverso cinque verbali  pubblicati nel mio libro &#8220;Ombre nere&#8221; (Mursia, 2001), undici anni fa, ben prima del tuo film, alla base dell&#8217;ultimo processo. Ti ricordo che nell&#8217;ultima  sentenza con cui si assolvono gli ordinovisti Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi si  afferma che con la quantità di materiale documentale e giudiziario in  possesso della magistratura, oggi si potrebbe stabilire l&#8217;assoluta  responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura anche per la strage di Piazza Fontana, anche se non  più giudicabili perchè assolti a Catanzaro.</p>
<p>1- Vincenzo Vinciguerra, ordinovista, reo confesso della strage di Peteano di Sagrado.</p>
<p><em>“Intendo fin d’ora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno più che dei Carabinieri. Posso oggi indicare i nominativi delle persone che dal 1960 o da ancora prima sono rimasti in collegamento tra loro, provenendo da uno stesso ceppo ed essendo un gruppo politicamente ed umanamente omogeneo. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano. E’ composto, fra gli altri da queste persone: a Trieste da Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan;a Venezia e Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Vinello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos Spiazzi; a Treviso da Roberto Raho; A Padova c’è l’intero gruppo di Franco Freda con Massimiliano Fachini e Aldo Trinco; a Trento è attivo Cristiano De Eccher; a Milano Giancarlo Rognoni; a Udine Cesare Turco dal 1973 in</em><em> poi; a Roma Enzo Maria Dantini e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli”.</em></p>
<p>2 &#8211; Martino Siciliano, ordinovista veneto.</p>
<p><em>“Pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in compagnia di camerati del Msi, fra cui l’ex senatore Piergiorgio Gradari. Parlando di quanto era avvenuto a Milano, ad un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di questa crisi, confidai a Granari la mia convinzione che la strage non fosse opera degli anarchici, ma che fosse da attribuirsi ad elementi di Ordine Nuovo di Venezia e Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che, anche se ciò che pensavo </em><em>fosse stato vero, avrei dovuto tenermelo per me. C’era l’assoluta somiglianza fra gli ordigni che avevo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Intendo riferirmi al contenitore dell’esplosivo che era costituito in tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inoltre, avevano riportato la notizia che l’esplosivo impiegato era costituito da candelotti di gelignite perfettamente analoghi a quello che avevo visto, manipolato e innescato insieme a Delfo Zorzi nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi è quindi venuta in mente l’affermazione di Delfo Zorzi nel corso del viaggio a Trieste. Disse che vi erano molte altre cassette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel momento”.</em></p>
<p>3 &#8211; Carlo Digilio, ordinovista veneto, armiere del gruppo.</p>
<p><em>“Delfo Zorzi mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una &#8220;consulenza&#8221;, espressione che io capii benissimo cosa voleva dire. Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l&#8217;appuntamento, nel tardo pomeriggio e Zorzi mi accompagnò in quella zona un po&#8217; isolata vicino al canale dove c&#8217;eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto. Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la Fiat1100 di Maggi. Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c&#8217;erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po&#8217; più grande. Aprì tutte e tre le cassette e all&#8217;interno di ciascuna c&#8217;era dell&#8217;esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto nel deposito in località  Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti. In ogni cassetta, affondato nell&#8217;esplosivo c&#8217;era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista.  Effettivamente quello che vidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po&#8217; molle e questa specie di cappellotto impediva di </em><em>vedere come fosse fatto esattamente il congegno. Zorzi mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell&#8217;esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di Maggi era vecchia. Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno. Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell&#8217;esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità. Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all&#8217;innesco che mi sembrava la parte più delicata”.</em></p>
<p>4-Paolo Emilio Taviani, ex ministro dell&#8217;Interno.</p>
<p><em>&#8220;La sera del 12 dicembre 1969 il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni &#8216;80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l&#8217;ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientrò a Roma. La notizia sui movimenti dell&#8217;agente Fusco la appresi da ambienti religiosi. Un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse poi da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra.&#8221;</em></p>
<p><em><em>5- Maurizio Tramonte, ordinovista, fonte Tritone del Sid, il servizio segreto nel 1969.</em></em></p>
<p><em>&#8221;La valigia con la bomba all&#8217; interno della Banca dell&#8217;Agricoltura di <strong>Piazza</strong> <strong>Fontana</strong> l&#8217; ha messa Delfo Zorzi. L&#8217; attentato alla Comit di Milano, lo hanno fatto Franco Freda e Giovanni Ventura. Gli attentati a Roma Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino.&#8221; </em></p>
<p>Allora dopo aver letto attentamente questi verbali, confermati in sede istruttoria, puoi ora gentilmente spiegare a quanti vanno a vedere il tuo film cosa c&#8217;entrano gli anarchici con la strage di piazza Fontana?</p>
<p>Penso tu lo debba fare soprattutto se vuoi rendere piena memoria alle vittime della strage e ai loro familiari che oggi chiedono ancora verità e giustizia.</p>
<p><em><br />
</em></p>




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		<title>Romanzo di una strage di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 13:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci  sono le storie che hanno attraversato la grande Storia nelll&#8217;ultimo  film di  Marco Tullio Giordana, da sempre ideatore di pellicole di forte impegno sociale come  quelle su Pierpaolo Pasolini, Peppino Impastato, la Meglio gioventù. Ma  questa volta le storie sono quelle del commissario Luigi Calabresi, degli anarchici  Pietro Valpreda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="id_4f71b71a24e2a6682667565">Ci  sono le storie che hanno attraversato la grande Storia nelll&#8217;ultimo  film di  Marco Tullio Giordana, da sempre ideatore di pellicole di forte impegno sociale come  quelle su Pierpaolo Pasolini, Peppino Impastato, la Meglio gioventù. Ma  questa volta le storie sono quelle del commissario Luigi Calabresi, degli anarchici  Pietro Valpreda e Pino Pinelli, di Aldo Moro e la grande Storia è l&#8217;inchiesta  sulla strage di Piazza Fontana, 17 morti e 200 feriti, il 12 dicembre 1969, il  giorno dell&#8217;innocenza perduta.</div>
<div></div>
<div>Il film di Marco Tullio Giordana è importante per due motivi sostanziali.</div>
<div>E&#8217; un  omaggio appassionato alle vittime della strage di Piazza Fontana e di tutte le  altre stragi  della cosiddetta strategia della tensione che ha  insanguinato il nostro paese dal 12 dicembre 1969 fino al 2 agosto 1980, la strage alla  stazione di  Bologna, 85 morti e 200 feriti.</div>
<div>Giordana rende giustizia alla profonda  ingiustizia che si cela dietro a  quelle storie. Perchè ad oggi nessuno ha pagato  per la strage di Piazza Fontana e i  possibili mandanti (funzionari dello Stato, uomini dei servizi segreti, politici), restano ancora senza volto e senza nome.</div>
<div></div>
<div>Ma&#8230;c&#8217;è un ma.</div>
<div>Il film di Marco Tullio Giordana ripropone in modo acritico la  tesi dubbiosa sulla doppia bomba sostenuta già da Paolo Cucchiarelli nel libro &#8220;Il segreto di piazza Fontana&#8221;, da  cui il regista si ispira liberamente.</div>
<div>Quindi secondo Giordana &#8211; Cucchiarelli la strage viene  ideata dal gruppo veneto di Ordine Nuovo e la bomba viene  preparata dai finti anarchici –in realtà fascisti- e consegnata a  Pietro Valpreda da provocatori di cui egli si  fida in modo ingenuo.</div>
<div>All’anarchico viene raccontato che la bomba serve ad un attentato  dimostrativo, azionata da un timer a due ore, in modo da  esplodere a banca chiusa, senza fare vittime. Invece, il timer ha una  corsa di soli 60 minuti per esplodere a banca ancora aperta.  Un fascista piazza a fianco a  quella di Valpreda, un’altra borsa con una seconda bomba azionata a  miccia.</div>
<div></div>
<div>Questa tesi, non suffragata da alcuna prova, neppure da deboli indizi, è in antitesi con ogni risultanza processuale.</div>
<div>Nell&#8217;ultima sentenza di Corte di Cassazione con cui si assolvono gli ordinovisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, c&#8217;è scritto che le bombe fatte esplodere nel 1969,  sono tutte di destra, in particolare di Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova, anche se non più giudicabili dopo le assoluzioni al processo di Catanzaro.</div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>




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		<title>Daniele Biacchessi sfida Giampaolo Pansa sulla Resistenza</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 01:03:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA
Un libro di Daniele Biacchessi
Promo Music collana Paperback
Dall&#8217;introduzione di Daniele Biacchessi
Cosa  è accaduto in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Una  guerra civile oppure una guerra di liberazione contro la dittatura  fascista e l’occupazione tedesca?
I termini sono importanti per definire l’esito della Storia.
La  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA</p>
<p>Un libro di Daniele Biacchessi</p>
<p>Promo Music collana Paperback</p>
<p>Dall&#8217;introduzione di Daniele Biacchessi</p>
<p>Cosa  è accaduto in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Una  guerra civile oppure una guerra di liberazione contro la dittatura  fascista e l’occupazione tedesca?</p>
<p>I termini sono importanti per definire l’esito della Storia.</p>
<p>La  guerra civile è un conflitto armato nel quale le parti belligeranti  appartengono alla popolazione di un unico Paese. In Inghilterra  (1642-1660), America (1861-1865), Spagna (1936-1939), si sono combattute  vere guerre civili.</p>
<p>Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945,  il nostro Paese è invece occupato dalle forze armate della Germania  nazista e si trasforma in un distretto militare alle dirette dipendenze  di Adolf Hitler che, tramite la Repubblica Sociale Italiana di Benito  Mussolini, un protettorato tedesco, lo sfrutta per legalizzare alcune  annessioni e ottenere manodopera a basso costo.</p>
<p>In Italia si è  dunque combattuta una guerra di liberazione contro la dittatura nazista e  fascista, organizzata sul piano logistico e militare da tutti i partiti  e i movimenti antifascisti italiani (comunisti, socialisti,  democristiani, azionisti, demolaburisti, monarchici, anarchici) e da  soldati e ufficiali del disciolto esercito italiano dopo l’8 settembre  1943.</p>
<p>Una guerra di liberazione riconosciuta e sostenuta dalle  forze anglo-americane. Fino alla vittoria finale. E allora perché nei  libri degli storici Giorgio Pisanò, Renzo De Felice, Claudio Pavone,  Giampaolo Pansa, ricorre spesso il termine desueto di guerra civile?  Perché il concetto di guerra civile non viene da loro applicato anche al  Risorgimento, alle cinque giornate di Milano, al governo  collaborazionista della Repubblica di Vichy di Philippe Pétain in  Francia, ai regimi fantoccio filonazisti di Vidkun Quisling in Norvegia,  di Josef Tiso in Slovacchia, di Ferenc Szálasi in Ungheria, di Ion  Victor Antonescu in Romania?&#8230;&#8230;..</p>
<p>Nel suo libro &#8220;Il sangue dei  vinti&#8221;, Giampaolo Pansa tace sul come si arriva agli omicidi commessi  da una esigua minoranza di ex partigiani nell’immediato dopoguerra. Egli  non racconta le violenze delle squadracce fasciste del 1921, la marcia  su Roma, i numerosi delitti, i lunghi anni del regime, il carcere,  l’esilio, il confino e le condanne a morte degli oppositori,  l’emanazione delle leggi razziali contro gli ebrei italiani nel 1938, la  fame, la sete, la povertà di un intero popolo, il collaborazionismo del  fascismo con il nazismo, l’entrata in guerra, le campagne fallimentari  in Russia, Grecia, Albania, Etiopia, Africa Orientale, i bombardamenti e  la distruzione delle città, le torture subite dai partigiani da parte  delle tante polizie segrete e compagnie di ventura della Repubblica  Sociale Italiana, le 2.274 stragi nazifasciste contro civili i cui  fascicoli sono rimasti sepolti e occultati per quasi cinquant’anni nel  cosiddetto “Armadio della vergogna”, poi ritrovati soltanto nel 1994  nella sede del Tribunale militare di Roma, a Palazzo Cesi, via degli  Acquasparta. Pansa non menziona le trattative segrete dei nazisti con  gli alleati sul finire della Seconda guerra mondiale, l’arruolamento di  criminali nazisti nei servizi segreti americani nell’immediato  dopoguerra in funzione anticomunista (Theodor Saevecke, Karl Hass,  Karl-Theodor Schütz), neppure l’amnistia del guardasigilli Palmiro  Togliatti del 22 luglio 1946 che azzera i crimini compiuti dai  repubblichini.</p>
<p>Perché nulla di tutto questo si trova nei libri  dei nuovi revisionisti? Perché si punta il dito unicamente sugli omicidi  degli ex partigiani?</p>
<p>In un libro, la copertina racchiude il senso di un progetto.</p>
<p>Ne Il sangue dei vinti Giampaolo Pansa pubblica una foto tratta dal libro di Giorgio Pisanò Storia della</p>
<p>guerra civile: un uomo con le mani dietro la nuca, trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati.</p>
<p>Nella  didascalia, in seconda di copertina, Giampaolo Pansa scrive che  quell’uomo è un generico fascista ucciso il 28 aprile 1945. Invece è  Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione  autonoma mobile Ettore Muti di Milano. Carlo Barzaghi è il boia del  Verziere, il boia del Verzeè,</p>
<p>responsabile di efferati crimini di  guerra: la compilazione di numerosi elenchi di ebrei e oppositori poi  deportati nei campi di sterminio, la fucilazione di quindici prigionieri  politici (10 agosto</p>
<p>1944, Milano, piazzale Loreto) detenuti nel  carcere di San Vittore su ordine di Walter Rauff e Theo Saevecke,  funzionari della Sicherheitspolizei stanziati all’albergo Regina di  Milano. I corpi senza vita dei quindici oppositori al regime fascista  vengono lasciati per ore in piazzale Loreto, sotto il sole cocente di  agosto, davanti alla popolazione rabbiosa, impotente e in lacrime.</p>
<p>Barzaghi  non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dopo  la Liberazione. Barzaghi viene arrestato dai partigiani in via Maffei a  Milano, come ricorda la foto, poi trascinato in piazzale Libia, nel  luogo in cui mesi prima lui stesso aveva ordinato l’assassinio di un  gruppo di partigiani, infine, dopo una breve fuga, colpito a morte in  via Lazio.</p>
<p>Tutto questo non è scritto nel libro di Giampaolo Pansa. Perché?</p>
<p>Il  progetto di riscrivere la storia contemporanea è più articolato. Dal  marzo 1994, i governi di centrodestra sovvertono i valori scritti nella  Costituzione nata dalla Resistenza attraverso disegni e decreti di legge  antidemocratici, inserendo in finanziarie emendamenti che determinano  la parificazione tra partigiani e repubblichini sul piano storico e  perfino economico.</p>
<p>C’è di più. Il centrodestra propone lo  spostamento della festa del 25 aprile in altra data. È come se si  chiedesse agli americani e ai francesi di posticipare l’anniversario  dell’indipendenza (4 luglio) e la presa della Bastiglia (14 luglio).  Questo clima culturale e politico favorisce la proliferazione di gruppi  della destra radicale, tra cui Forza Nuova, Fiamma Tricolore, Casa  Pound, gruppi naziskin che si ispirano dichiaratamente alle ideologie  fasciste e naziste.</p>
<p>Ecco a cosa serve un libro e uno spettacolo  di teatro civile sulla Resistenza, 67 anni dopo. Per narrare la vita di  uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il  corso della Storia. Per smontare pezzo dopo pezzo, attraverso  l’oggettività della documentazione orale e scritta e la forza delle  parole, le tesi del nuovo revisionismo. Soprattutto per trasferire alle  nuove generazioni la memoria di migliaia di persone che hanno pagato,  anche con la vita, il prezzo delle loro idee di</p>
<p>democrazia e di libertà:</p>
<p>almeno 45mila partigiani civili italiani morti in combattimento</p>
<p>o fucilati dopo atroci torture;</p>
<p>22mila mutilati e invalidi;</p>
<p>45mila  soldati uccisi in azione, quelli che dopo il 3 settembre 1943, a  seguito del breve armistizio di Cassi  bile, decidono di schierarsi  contro i nazifascisti (34mila nell’esercito, 9mila in marina, 2mila  nell’aviazione);</p>
<p>20mila soldati morti nei combattimenti poco dopo  l’armistizio, 13.400 nei trasporti in mare; 10mila militari assassinati  nei Balcani;</p>
<p>9.500 soldati e 390 ufficiali della 33a divisione  Fanteria Acqui del generale Antonio Gandin, impegnata a Cefalonia, Corfù  e Zante, annientata dai nazisti;</p>
<p>650mila soldati rinchiusi nei  lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale Italiana,  40mila sterminati, come altri 36mila civili;</p>
<p>15mila tra civili,  partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle 2.274 stragi  naziste e repubblichine avvenute in Italia.</p>




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		<title>Pd e le cinque contraddizioni di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 20:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[Pd e le cinque contraddizioni
di Daniele Biacchessi
Prima contraddizione. Se si dovesse andare a votare oggi, stando a tutti i sondaggi, il Partito Democratico risulterebbe il primo partito, attestato in una forbice tra il 24 e il 27%. Ma il vero primo partito è quello degli astenuti, il 33% degli italiani.
Seconda contraddizione. Se dovesse vincere le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pd e le cinque contraddizioni</p>
<p>di Daniele Biacchessi</p>
<p>Prima contraddizione. Se si dovesse andare a votare oggi, stando a tutti i sondaggi, il Partito Democratico risulterebbe il primo partito, attestato in una forbice tra il 24 e il 27%. Ma il vero primo partito è quello degli astenuti, il 33% degli italiani.</p>
<p>Seconda contraddizione. Se dovesse vincere le elezioni, il PD non ha un programma pubblicato o visibile su cinque temi: economia, welfare, sanità, etica, giustizia. Su altri temi, manco si è avviata una discussione.</p>
<p>Terza  contraddizione. Il Pd organizza, finanzia, promuove le primarie di coalzione. E&#8217; scritto nello statuto del partito. ma quando gli elettori vanno a votare preferiscono i candidati di Sel, di IDV o della società civile come è accaduto a Milano, Cagliari, Napoli, Genova e Palermo.</p>
<p>Quarta contraddizione. Il PD si rivolge ai giovani, parla di giovani, afferma  di coinvolgere i giovani, ma gli iscritti al PD, stabili come numero, hanno un&#8217;età compresa tra i 50 e i 70 anni e i giovani militanti, da come si presentano,  sembrano nati già vecchi.</p>
<p>Quinta contraddizione. Chi parla a nome del PD? Il segretario del Pd è Pierluigi Bersani. Ma anche no.  Sono segretari anche Walter Veltroni, Massimo D&#8217;Alema, Rosi Bindi, Stefano Fassina, Enrico Letta, Dario Franceschini, i sindaci, i consiglieri comunali, i segretari di circolo. Tutti parlano, tutti intervengono, tutti sono segretari. E dicono tutti l&#8217;incontrario di tutto. Gli iscritti sono smarriti, in molti potrebbero lasciare il partito.</p>




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		<title>L&#8217;ultima bicicletta di Marco Biagi- Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 22:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima bicicletta di Marco Biagi
di Daniele Biacchessi
Tu puoi uccidere un uomo. Puoi  seguirlo, pedinarlo, annotare sopra un taccuino ogni suo spostamento,  spiarlo anche negli atteggiamenti più affettuosi, magari mentre esce  dalla sua abitazione con la famiglia, quando va a fare la spesa, quando  accompagna il figlio a scuola, quando è solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultima bicicletta di Marco Biagi</p>
<p>di Daniele Biacchessi</p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Tu puoi uccidere un uomo. Puoi  seguirlo, pedinarlo, annotare sopra un taccuino ogni suo spostamento,  spiarlo anche negli atteggiamenti più affettuosi, magari mentre esce  dalla sua abitazione con la famiglia, quando va a fare la spesa, quando  accompagna il figlio a scuola, quando è solo in casa e scrive al  computer con la luce fioca, puoi perfino sentire ogni suo sospiro. Tu  puoi chiamarlo al telefono giorno e notte, sul suo cellulare e sul  fisso, minacciarlo di morte, mettergli paura, mettere in allarme  e in  forte stato di tensione la sua famiglia. Tu  puoi offrirgli una scorta adeguata, poi toglierla, trasformare tutto  questo in un semplice servizio di sorveglianza, alla fine togliergli  ogni minima protezione. Puoi  attenderlo mentre scende da un treno e attraversa una piazza, di sera,  seguirlo fino al luogo in cui ha lasciato la sua bicicletta, poi  inseguirlo, con rapidità, ma in modo silenzioso.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Alla  fine puoi assassinarlo e sotterrare il suo corpo, affliggere dolori  immensi alla sua famiglia, e dopo la sua morte puoi denigrarlo in  pubblico, lasciarlo di nuovo solo, senza neanche una memoria. Tu puoi fare tutto questo, e altro ancora di indicibile, ma non riuscirai mai ad uccidere le sue idee.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">19 marzo 2002. Dieci anni fa.<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">La primavera a Bologna la senti spuntare ancor prima di Pasqua. Le colline che proteggono la città cambiano i colori in fretta. Dal verde dell’erba puoi perfino osservare le sfumature delle foglie degli alberi che stanno intorno. E i profumi sono già forti nell’aria. Gli odori e i sapori non sanno di mare ma di Appennino che è terra dura da coltivare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Sotto  i portici, lungo i viali e le direttrici che portano al centro, fin dal  mattino, in molti lasciano nei parcheggi le automobili e pedalano in  silenzio sopra biciclette lucidate, pitturate di fresco, le più vecchie,  con i freni a bacchetta, arrugginite nel corso del tempo. E’ un rito al  quale non si può rinunciare. Del  resto Bologna non è poi così diversa da quei paesi che osservi dal  finestrino di un treno lungo la via Emilia, dove in bicicletta si gira  d’estate e d’inverno. Allo stesso modo, con le magliette a mezze maniche e il cappotto. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Ci  si sposta per comprare il giornale, raggiungere i luoghi di lavoro, i  supermercati nei giorni delle grandi spese, a giocare alle carte nei bar  al sabato mattina mentre la nebbia sale dai fossi e rende il paesaggio  umido e irreale. Un mezzo pulito, silenzioso, ecologico, pratico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Marco Biagi ricopre il ruolo di consulente del ministero del Welfare. Un esperto di mercato del lavoro, un giuslavorista. Insegna, interviene ai convegni, scrive editoriali sul Sole 24 Ore, programma leggi e politiche governative. Un uomo assai conosciuto nel suo ambiente di professori e studiosi ma lontano dai riflettori della politica nazionale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Biagi è un gran pedalatore. Uno che macina parecchi chilometri al giorno. Bologna è la sua città e anche per lui la bicicletta è una passione. Qualcosa di più di una semplice necessità. Sopra le due ruote pedala da quando aveva ancora i calzoni corti. E quelle strade di Appennino le conosce a memoria, curva dopo curva. Le salite, la pianura, le risalite e le lunghe discese. Le  può affrontare quasi ad occhi chiusi, prendendo fiato, caricando di  aria i polmoni, premendo forte sui muscoli delle gambe, sui polpacci,  azionando i rapporti del cambio per raggiungere la giusta velocità,  quella che permette il massimo risultato con il minimo sforzo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Ma pedalare costa fatica e allenamento. Non basta solo la passione. Dicono che certe domeniche Biagi salga sui tornanti del Mongardino, toccando la Crocetta e il Fossato. Da solo o con gli amici di sempre. Dicono quelli che lo conoscono bene.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Un uomo e la sua bicicletta. E’ dunque l’immagine di quella fredda sera italiana.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">E’ solo Marco Biagi. Lui  pedala dalla stazione a via Valdonica, una stradina stretta, intorno a  vicoli, piazzette, antichi cammini, tra palazzi del Quattrocento e  negozi moderni.. Si trova nel ghetto ebraico. Su  quella bicicletta porta una borsa di pelle nera, carica di documenti,  ricerche, articoli già pronti, relazioni, idee e progetti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Delle sue abitudini, i brigatisti conoscono ormai tutto. Lo pedinano a Bologna, fin sotto la sua abitazione. Lo cercano a Roma dove si reca per le consulenze al ministero del Welfare. Non lo perdono di vista a Pianoro e Marina di Ravenna dove passa l’estate. Neppure a Modena, dove insegna diritto del lavoro all’Università.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Alle 13,30, Marco Biagi prende il treno alla stazione di Bologna e si reca a Modena.Tiene  le sue lezioni, esamina incartamenti, legge libri, effettua qualche  telefonata, accende il computer e controlla la posta elettronica.Poi  intorno alle 18, 30 esce dal portone principale dell’Ateneo, si reca  allo scalo ferroviario e attende il treno interregionale per Bologna.Ora si trova proprio sotto la pensilina. Da  Modena, probabilmente, un terrorista non ancora identificato avverte  con il telefono cellulare Diana Blefari Melazzi, nome di battaglia  Maria, staffetta del commando già operativo a Bologna. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">19,41. Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna.Si dirige verso l’uscita, poi volta a destra verso la saletta degli Eurostar. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">19,41, stessa ora.Cinzia Banelli, nome di battaglia Sonia, attiva la Sim Card acquistata giorni prima a Roma.E’ montata su un cellulare, comprato a Bologna, configurato per computer quindici giorni prima.Cinzia Banelli chiama l&#8217;operatore.L’impulso  viene captato e registrato dalla cella telefonica bis di via Mentana  che copre gran parte del centro città, compresa l’abitazione di Marco  Biagi.L’attivazione della scheda viene compiuta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell’omicidio.Come per trasmettere un messaggio: siamo noi, quelli delle Brigate Rosse. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Alle 19,53, il professore esce dalla saletta Eurostar con il biglietto per Roma del giorno dopo.Poi cammina a piedi ed esce dalla stazione.Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese.Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi.Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano.Biagi é alto, con i capelli argentati.E’ inconfondibile, non ci si può sbagliare.Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada.Entra nella Galleria Due Agosto.Lì ritrova la sua bicicletta.E’ chiusa con due lucchetti, appoggiata ad un cartello stradale. La sua borsa è poco accanto al manubrio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Diana Blefari Melazzi, pure lei in bicicletta, si accerta che il professore sia partito.Con  la ricetrasmittente, scandisce agli altri componenti del commando il  percorso abituale di Marco Biagi. Il suo ultimo tragitto.La sagoma di Biagi viene ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;"><em>&lt;&lt;Via Indipendenza, Piazza Otto Agosto, via Marsala, Piazza San Martino, via Valdonica.&gt;&gt; </em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Mario  Galesi, nome di battaglia Paolo e Roberto Morandi, nelle BR conosciuto  come  Luca, sono già sotto l’abitazione di Marco Biagi. Indossano i  caschi integrali. Quello di Galesi è color bianco, più scuro quello di  Morandi. Attendono il professore sopra un motorino color verde scuro.  Cinzia Banelli è ferma sulla sua bicicletta in piazza San Martino. Nadia  Desdemona Lioce, nome di battaglia Rosa, pure lei in bicicletta, si  trova verso via Zamboni, tra via Valdonica e vicolo Luretta. Diana  Blefari Melazzi è posizionata tra vicolo Luretta e via Marsala. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Lorenzo, figlio di Marco Biagi, ha appena finito i compiti e attende il ritorno del padre.Francesco, figlio di Marco Biagi, raggiunge via Valdonica con il suo scooter Malaguti.Lo parcheggia davanti al portone.I brigatisti assistono alla scena.Francesco sale le scale di casa.Va di fretta. Deve prendere la borsa per la partita di basket. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Sono le 20,10.Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell&#8217;omicidio è fulminea.Marco Biagi si trova davanti al portone,  posa la borsa di pelle nera, sta per infilare le chiavi nella toppa…Solo una voce acuta giunge alle sue spalle.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;"><em>&lt;&lt;Professore….ehi professore&gt;&gt;</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Il primo proiettile della pistola semiautomatica di Mario Galesi si conficca sul muro di via Valdonica.Gli altri cinque trafiggono il corpo di Marco Biagi.L’arma è una Makarov marcata Carl Walther 9&#215;17 tipo corto.Il  brigatista utilizza la tecnica del sacchetto di plastica fissato in  qualche modo sul lato destro della canna, poco sopra il calcio. Ma il  meccanismo funziona solo quando l’arma è orizzontale. Galesi invece  spara dall’alto verso il basso. Così i bossoli non vengono trattenuti e  cadono in terra. Tre di loro vengono ritrovati dagli inquirenti, oltre  al proiettile finito sul palazzo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;">Mario Galesi e Roberto Morandi fuggono con il motorino verso Piazza San Martino e via Marsala.Cinzia Banelli accende la ricetrasmittente e chiude l’azione:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Book Antiqua,serif;"><span style="font-size: small;"><em>&lt;&lt;Buonanotte&gt;&gt;</em></span></span></p>




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		<title>La riforma della politica di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 14:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Biacchessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[I temi di Italia in controluce]]></category>

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		<description><![CDATA[La riforma della politica 
di Daniele Biacchessi
I partiti del centrosinistra da tempo sono in crisi. Il loro modello è ormai in discussione perchè non solo non rappresentano gli interessi del paese, ma nemmeno di chi per anni li ha votati. Ma senza i partiti o i movimenti organizzati non si vincono le elezioni, perchè i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #ff0000;">La riforma della politica </span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Daniele Biacchessi</span></strong></p>
<p><strong>I partiti del centrosinistra da tempo sono in crisi. Il loro modello è ormai in discussione perchè non solo non rappresentano gli interessi del paese, ma nemmeno di chi per anni li ha votati. Ma senza i partiti o i movimenti organizzati non si vincono le elezioni, perchè i soli movimenti di opinione, pur strumento fondamentale di stimolo e di dibattito (dal Popolo Viola ai girotondi, al movimento contro la guerra), restano purtroppo ancorati ai luoghi, agli spazi, ai tempi, soprattutto alle circostanze che li hanno costruiti. </strong></p>
<p><strong>E allora? E allora per noi che pensiamo da sempre ad una politica pulita, prima di essere travolti dal qualunquisismo e dal populismo imperanti (tipo  &#8220;sono tutti uguali&#8221;), dobbiamo ripartire dalla democrazia partecipativa. E&#8217; la rotta da seguire per riformare in modo serio ed efficace la politica. </strong></p>
<p><strong>La democrazia partecipativa prevede il coinvolgimento diretto dei cittadini. Non si passa quindi attraverso rappresentanti eletti formalmente. Esistono strumenti di partecipazione introdotti volontariamente, altri indicati dalla normativa.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>In questo nuovo sistema politico, organizzazioni della</strong><strong> società civile e </strong><strong>cittadini discutono su temi di </strong><strong>forte rilevanza pubblica e costruiscono </strong><strong>decisioni </strong><strong>maggiormente condivise. La sintesi della sintesi della sintesi di tutte le posizioni che si presentano in modo paritetico.</strong></p>
<p><strong>E&#8217; chiaro che il successo dipende anche dalla </strong><strong>quantità e qualità di informazioni raccolte e scambiate e dalla capacità di ogni singolo componente della discussione di fare un passo indietro per compierne due avanti a livello collettivo.</strong></p>
<p><strong>In Italia le poche esperienze di democrazia partecipativa hanno fatto compiere piccole ma importanti rivoluzioni. Come a Milano durante la campagna elettorale per Giuliano Pisapia. I partiti fecero un passo indietro, nacquero le Officine (undici tavoli di lavoro costruirono il programma di governo), dopo la vittoria vennero poi creati comitati di zona  (strumenti di democrazia diretta a supporto dei consigli di zona, veri e propri municipi). Stessa cosa è avvenuto durante la campagna elettorale di Luigi De Magistris a Napoli e di Massimo Zedda a Cagliari. Stessa cosa dovrebbe avvenire ora a Genova, dopo la vittoria di Marco Doria alle primarie. Stessa cosa deve essere esportato in ogni ganglo della politica locale e nazionale. </strong></p>
<p><strong>Perchè le primarie di coalizione restano solo il punto di partenza di un percorso, non certamente quello di arrivo. L’utilizzo di <strong>tecnologie</strong> può fornire apporti consistenti al <strong>rafforzamento</strong> dei <strong>modelli partecipativi</strong>, in particolare quelle che rendono possibili <strong>narrazioni comunitarie</strong> e contribuiscono ad una <strong>crescita collettiva della conoscenza</strong>.<br />
</strong></p>
<p><strong><strong></strong></strong></p>




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