19
La riforma della politica
di Daniele Biacchessi
I partiti del centrosinistra da tempo sono in crisi. Il loro modello è ormai in discussione perchè non solo non rappresentano gli interessi del paese, ma nemmeno di chi per anni li ha votati. Ma senza i partiti o i movimenti organizzati non si vincono le elezioni, perchè i soli movimenti di opinione, pur strumento fondamentale di stimolo e di dibattito (dal Popolo Viola ai girotondi, al movimento contro la guerra), restano purtroppo ancorati ai luoghi, agli spazi, ai tempi, soprattutto alle circostanze che li hanno costruiti.
E allora? E allora per noi che pensiamo da sempre ad una politica pulita, prima di essere travolti dal qualunquisismo e dal populismo imperanti (tipo “sono tutti uguali”), dobbiamo ripartire dalla democrazia partecipativa. E’ la rotta da seguire per riformare in modo serio ed efficace la politica.
La democrazia partecipativa prevede il coinvolgimento diretto dei cittadini. Non si passa quindi attraverso rappresentanti eletti formalmente. Esistono strumenti di partecipazione introdotti volontariamente, altri indicati dalla normativa.
In questo nuovo sistema politico, organizzazioni della società civile e cittadini discutono su temi di forte rilevanza pubblica e costruiscono decisioni maggiormente condivise. La sintesi della sintesi della sintesi di tutte le posizioni che si presentano in modo paritetico.
E’ chiaro che il successo dipende anche dalla quantità e qualità di informazioni raccolte e scambiate e dalla capacità di ogni singolo componente della discussione di fare un passo indietro per compierne due avanti a livello collettivo.
In Italia le poche esperienze di democrazia partecipativa hanno fatto compiere piccole ma importanti rivoluzioni. Come a Milano durante la campagna elettorale per Giuliano Pisapia. I partiti fecero un passo indietro, nacquero le Officine (undici tavoli di lavoro costruirono il programma di governo), dopo la vittoria vennero poi creati comitati di zona (strumenti di democrazia diretta a supporto dei consigli di zona, veri e propri municipi). Stessa cosa è avvenuto durante la campagna elettorale di Luigi De Magistris a Napoli e di Massimo Zedda a Cagliari. Stessa cosa dovrebbe avvenire ora a Genova, dopo la vittoria di Marco Doria alle primarie. Stessa cosa deve essere esportato in ogni ganglo della politica locale e nazionale.
Perchè le primarie di coalizione restano solo il punto di partenza di un percorso, non certamente quello di arrivo. L’utilizzo di tecnologie può fornire apporti consistenti al rafforzamento dei modelli partecipativi, in particolare quelle che rendono possibili narrazioni comunitarie e contribuiscono ad una crescita collettiva della conoscenza.
09
Milano e l’Antimafia
di Daniele Biacchessi
Milano ha finalmente la sua Commissione Antimafia. La guida David Gentili, consigliere comunale del Partito Democratico, negli ultimi anni tra i più attivi nella denuncia delle infiltrazioni criminali nella società civile ed economica di Milano.
La Commissione Antimafia di Milano è il segno di un forte cambiamento soprattutto culturale. Si cambia dunque strategia nella città in cui l’11 luglio 1979 Michele Sindona inviava un killer per uccidere il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, nell’ex capitale morale d’Italia dove in vari periodi l’ex sindaco socialista Paolo Pillitteri, il prefetto Gian Valerio Lombardi, l’ex sindaco del Popolo delle Libertà Letizia Moratti negavano l’esistenza della mafia.
A Milano sono presenti tutti i clan mafiosi. Ma non da oggi.
Nel 1956 sbarca in Italia il boss di Cosa Nostra Giuseppe Antonio Doto, meglio conosciuto come Joe Adonis. Nel 1970 si tiene la riunione del vertice di Cosa Nostra con Gerlando Alberti, Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Totò Riina e Salvatore Cicchiteddu Greco. Nel 1972 arriva anche il boss dei boss Luciano Liggio, specializzato in sequestri di persona, poi arrestato due anni dopo, in via Ripamonti, grazie a un’intercettazione telefonica. Sempre negli anni Settanta sono attivi Renato Vallanzasca, Francis Turatello e Angelo Epaminonda detto “Il Tebano”. Nel 1990 viene arrestato Tony Carollo, figlio del vecchio boss Gaetano. L’indagine “Duomo Connection” prova il flusso di tangenti versati da uomini del clan dei Madonia a politici in cambio di appalti.
E oggi? Solo qualche cifra. A Milano, 120.000 persone fanno uso costante o saltuario di cocaina. In Lombardia è stato sequestrato un terzo della “polvere bianca” requisita in Italia. Le estorsioni fruttano circa tre miliardi di euro l’anno. È la quarta regione italiana per immobili sequestrati alla criminalità organizzata, dopo Sicilia, Calabria e Campania. Inoltre, sono oltre mille i siti inquinati da rifiuti tossici e chimici. Gran parte di questi traffici sono in mano alla n’drangheta.
Le famiglie della ‘ndrangheta Arena, Di Giovine, Carvelli controllano Quarto Oggiaro, Piazza Pompeo Castelli, Piazza Prealpi. Le cosche calabresi dei Bruzzanti, Morabito, Palamara sono padroni dei traffici illegali in piazza Diaz, Corso Lodi, via Mecenate (Ortomercato).
E Milano è circondata da affari ben più grandi. I Barbaro, Papalia, Trimbali determinano le regole a Buccinasco, Corsico, Cesano Boscone. A Lecco ci sono i Trovato, a Varese i Morabito, Mazzaferro, Farao-Greco. A Como governano i Paviglianti.
Diventa quindi strategico il lavoro della Commissione Antimafia di Milano a cui si affianca il Comitato antimafia istituito dal Sindaco Giuliano Pisapia e composto da cinque esperti di grande nome e prestigio: Nando dalla Chiesa, Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola, Maurizio Grigo, Giuliano Turone.
La Commissione dovrà trovare strumenti per contribuire alla prevenzione e al contrasto delle cosche, promuoverà la cultura della legalità democratica e dell’antimafia, contribuirà alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, indicherà regole, indirizzi, buone prassi in relazione, tra l’altro, alle convenzioni attuative dei piani territoriali e urbanistici e alle concessioni d’uso di beni immobili, rivolgendo attenzione anche ai lavori in area Expo.
Buon lavoro a David Gentili e i suoi commissari. Radio24 sarà al fianco di queste battaglie.
06
Il sindaco congelato
Daniele Biacchessi
Non conoscevamo l’aspetto comico di Gianni Alemanno, ex “duro” del Movimento Sociale Italiano e del Fuan, ex ministro del Governo Berlusconi, da alcuni anni sindaco di Roma.
E’ giovedì 2 febbraio. I meteorologi prevedono per venerdì 3, fino all’alba del 4, “precipitazioni combinate pari a 35 millimetri d’acqua”. Ma tutti sanno che 35 millimetri a 0 gradi centigradi vogliono dire 35 centimetri di neve. Al prefetto Franco Gabrielli, capo della Protezione civile quel giorno dirà:
“Caro prefetto, allora ce la giochiamo con un grado. Venerdì osserveremo la temperatura. Se raggiungiamo lo “0″ in città, faccio partire il “piano neve”.
Ma Gabrielli che è persona seria chiede ad Alemanno se non ritenga opportuno allertare comunque il “Sistema nazionale di protezione civile”. Ma Alemanno va dritto per la sua strada solitaria.
“Il piano c’è, non ho bisogno di nulla”.
Intanto accade qualcosa di stravolgente, di devastante, più forte di uno tusnami. Intanto a Roma….nevica. Così venerdì 3 febbraio va in tilt l’intero sistema di trasporto pubblico urbano, nessun spalatore nelle strade, pochi grammi di sale a disposizione, 280 chilometri di macchine in coda. Un disastro.
Il sindaco Alemanno non ci sta, non vuole ammettere di avere sbagliato. Mostra i denti e colpisce la protezione civile.
“La protezione civile in Italia non esiste più, non ha mezzi è solo un passar carte”.
Gabrielli dimostra dati alla mano di aver fatto previsioni metereologiche corrette. Così Alemanno decide di aggirare l’ostacolo e di colpire il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri.
“Il ministro Cancellieri ha fatto appelli alla popolazione solo sabato, due giorni in ritardo, quindi anche lei è stata male informata.La Protezione civile dovrebbe tornare sotto il Ministero dell’Interno deve poter avere poteri di intervento diretto”.
Anche la Cancellieri dimostra con le carte di aver fatto bene il suo dovere. Allora Alemanno ritorna a colpire la Protezione Civile.
” E’ stata poco chiara nelle sue comunicazioni e ci ha messo fuori strada. Su Roma si parlava per la giornata di venerdì di pioggia mista a neve, e di accumuli nevosi solo dalla serata. Infatti fino a venerdì mattina, temevo di aver dato un allarme eccessivo sospendendo le lezioni a scuola. Il mio facciamo da solì era tarato sul basso grado di emergenza comunicato da loro. Altrimenti avremmo agito diversamente, dotando ad esempio i bus di catene e obbligando fin da subito gli automobilisti ad usarle”.
Solo dopo tre giorni Alemanno ammette:
“Mi prendo le mie responsabilità ma i Comuni come dice l’Anci non possono essere lasciati da soli”.
Forse neanche Alemanno sapeva di essere un esilarante uomo di cabaret.
03
Stragi naziste, mancati risarcimenti
di Daniele Biacchessi
29 giugno 1944. I nazisti in ritirata, accompagnati dalle brigate nere fasciste, uccidono 251 abitanti di Civitella, Cornia e San Pancrazio, piccoli borghi in provincia di Arezzo. Gli assassini sparano contro donne, uomini, vecchi, bambini, neonati, compreso il parroco del paese.
Nell’aprile 1945 finisce il conflitto. I testimoni oculari e i superstiti della strage si presentano davanti alle autorità giudiziarie. Raccontano ogni particolare del massacro. I carabinieri annotano tutto nei verbali. Rivelano ciò che sanno
degli ufficiali nazisti responsabili degli omicidi, i loro nomi e i cognomi.
1960.
Sono passati quindici anni dalla fine del conflitto. In Italia è terminata la ricostruzione, siamo in pieno boom economico. Il nemico dell’Occidente non è più il nazismo, ma l’Unione Sovietica. La Germania sconfitta e lacerata è divisa in due dal muro di Berlino. Le migliaia di civili e militari trucidati in Italia devono restare avvolte nell’ombra, come vittime invisibili. Così i procuratori generali militari Enrico Santacroce, Arrigo Mirabella e Umberto Borsari, il 4 gennaio 1960 emettono un decreto di archiviazione provvisoria.
Con un normale modello, lo stesso con cui i giudici archiviano il mancato accertamento degli autori di un furto di motorino, seppelliscono le inchieste su altri eccidi avvenuti in Italia tra il 1943 e il 1945 ad opera di nazisti e repubblichini: Cefalonia (9.870 morti), Spalato (749 morti), Marzabotto-Monte Sole (770 morti), Vinca (178 morti), Valla (107 morti), Padule di Fucecchio (314 morti), Fosse Ardeatine (335 morti), Piazzale Loreto (15 morti), Civitella Val di Chiana (251 morti), Castelnuovo Val Cecina (77 morti), Benedicta (147 morti), Turchino (59 morti), Duomo
di San Miniato (55 morti), Alto Reno (140 morti), Pedescala-Forni (82 morti), Nimis (33 morti), Fossoli (66 morti), Gubbio (40 morti), Bolzano (centinaia di internati nel campo di concentramento), Fivizzano (159 morti), Caiazzo e provincia di Caserta (700 morti), Valle de Biois (33 morti), Filetto (22 morti), l’eccidio de La Storta dove perdono la vita, oltre a dodici ribelli, il sindacalista Bruno Buozzi e l’ufficiale di Marina Alfeo Brandimarte il 4 giugno 1944, la fucilazione del vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto il 23 settembre 1943, e altre stragi.
Prove sepolte per mere ragioni di Stato che cancellano per decreto i crimini nazifascisti: 9.980 morti
tra i civili, 4.461 solo in Toscana.
1994. Cinquanta anni dopo.
Alcuni operai compiono lavori di ristrutturazione nel palazzo Cesi, in via degli Acquasparta, a Roma. È la sede della Procura Generale Militare. Dietro un tramezzo affiora d’improvviso la memoria italiana. Il procuratore militare Antonino Intelisano ordina l’apertura di un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto, alto 42 centimetri, largo 30. Vengono alla luce 695 fascicoli, stipati uno sull’altro. C’è un registro composto da 2.274 notizie di reato. I verbali custodiscono i nomi dei comandanti dei soldati nazisti in ritirata che hanno colpito in centinaia di paesi e città del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Liguria. Ovunque.
Si aprono finalmente le inchieste e i processi. Alcuni si chiudono in cassazione. Per la strage di Civitella, la Germania viene ritenuta dai tribunali mandante degli assassini, per questo condannata a risarcire le parti civili. I governi tedeschi fanno ricorso e la Corte dell’Aja concende con una sentenza il blocco delle indennità.
Si tratta di un oltraggio alla memoria delle vittime, dei loro familiari, dei magistrati che hanno riaperto con i loro processi ferite mai riemarginate, soprattutto un duro colpo alla dignità e all’identità del nostro paese. Si spera in un ripensamento prima che un giorno qualcuno scriverà che quella di Civitella del ‘44, come quelle di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, erano soltanto allegre scampagnate delle SS tedesche.
30
I giardini di Fausto e Iaio
Daniele Biacchessi
Milano. Sabato 18 marzo 1978.
Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un’altalena.
Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio.
Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi.
Di sabato, a quell’ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.
La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi. Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l’India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.
All’altezza del portone dell’Anderson School i passi d’improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c’è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l’impermeabile bianco e il bavero alzato. “Siete del Centro Sociale Leoncavallo?. Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perchè non vi è risposta alcuna.
Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65,sparati da un professionista. Un’esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.
Per l’omicidio di Fausto e Tinelli sono stati indagati Mario Corsi, Massimo Carminati, Claudio Bracci. La loro posizione è stata archiviata per insufficienza di prove nel 2000. Ad oggi nessuno ha pagato per la morte dei due ragazzi e i probabili assassini sono in libertà.
18 marzo 2012
Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, ricorda i suoi due figli uccisi dalla violenza fascista. Il consiglio di Zona 3 ha approvato all’unanimità la proposta dell’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio di titolare ai due ragazzi i giardini di piazza Durante, a due passi da piazzale Loreto, nel cuore del quartiere Casoretto.
E’ un fatto importante e positivo, ma non è un atto di riappacificazione. Fausto e Iaio sono stati assassinati da killer di estrema destra e da alcuni appartenenti alla Banda della Magliana, in trasferta a Milano, provenienti da Roma. Il duplice omicidio, come evidenziano i giudici titolari dell’inchiesta, è riconducibile dunque alla cosiddetta “strategia della tensione”, e più spiecificamente ad una manovra di settori degli apparati dello Stato, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro.
Non un omicidio politico degli anni Settanta, ma qualcosa di più grave e più inquietante. I giardini dedicati a Fausto e Iaio ristabiliscono soltanto il rapporto tra le tradizione antifasciste di Milano e i suoi cittadini che in centinaia di migliaia, il 22 marzo 1978, scesero in piazza per i funerali dei due ragazzi.
21
Il dovere della memoria
Daniele Biacchessi
Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrano nella città polacca di Auschwitz e liberano gli ultimi prigionieri del campo di concentramento, dove per anni sono stati deportati, torturati e cremati centinaia di migliaia di ebrei, oppositori politici, rom, omosessuali, militari.
La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti fanno emergere per la prima volta lo sterminio pianificato di almeno sei milioni di vite umane nei campi dell’orrore del regime nazista disseminati in Germania e in Polonia, ma anche in Italia come a Fossoli, Bolzano, Risera di San Sabba a Trieste.
Da quel giorno il 27 gennaio ha un valore simbolico forte, condiviso.
In Italia, con la legge 211 del 20 luglio 2000, viene istituito il Giorno della memoria. Si offre la possibilità ad amministrazioni pubbliche, associazioni, cittadini riuniti in comitati di organizzare manifestazioni, convegni, conferenze, spettacoli di ogni tipo. Nell’articolo 1 sono racchiusi i valori fondanti di un impegno civile, democratico. I valori dell’antifascismo. E’ il dovere della memoria.
“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Ma sull’ Europa e sull’Italia afflitta dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi, incombe un pericolo assolutamente sottovalutato dalle istituzioni nazionali e internazionali. E’ il risorgere in più parti d’Europa di gruppi e partiti che si ispirano apertamente alle teorie naziste e fasciste.
Il caso più grave è l’attacco attuato dal terrorista di destra Anders Behring Breivik, il 22 luglio 2011, contro il quartier generale del governo norvegese a Oslo, contro il campeggio estivo della Gioventù laburista, contro la popolazione civile. 80 morti, decine di feriti.
In Gran Bretagna il British National Party è stimato intorno al 6,2% del corpo elettorale. In Germania l’NPD, Partito Nazionale Democratico tedesco, raccoglie 5mila iscritti e nella sola Sassonia raccoglie consensi intorno al 9.2%. In Francia il Front National di Le Pen cresce di elezione in elezione. In Ungheria, il principale partito di estrema destra Jobbik alle elezioni europee del 2009 ha ottenuto il 14,7% e 3 seggi a Strasburgo. Gruppi neonazisti operano in tutta la Germania, in Estonia, Lituania, Olanda, Svezia, Norvegia. Hanno le loro divise, i loro raduni, le band di rock che cantano i loro inni, si fanno fotografare con svastiche naziste davanti all’ingresso del campo di concentramento di Dachau, incitano stragi contro oppositori politici, ebrei e magrebini sul profilo di Facebook del terrorista Breivik, ineggiano al ritorno del Terzo Reich, fanno saluti romani.
E in Italia? L’estrema destra italiana è composta da gruppi e correnti molto diverse, alcuni attivi, altri disciolti. C’è il Movimento Sociale Fiamma Tricolare, c’é La Destra di Francesco Storace, ci sono i gruppi del nuovo fascismo, i fanatici della destra radicale xenofoba e razzista come Forza Nuova, Casa Pound, Movimento Fascismo e Libertà, Militia, Movimento Idea Sociale.
La vera emergenza è la deriva di alcuni militanti. Gianluca Casseri, il killer dei due senegalesi uccisi a Firenze il 13 dicembre 2011, frequentava abitualmente le sedi toscane di Casa Pound. Anche in Italia il pericolo di un ritorno della violenza xenofoba è a dir poco sottovalutato. Come sono ritenute mero folklore i deliri quotidiani dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio che definisce eroi il criminale internazionale Mladic e il terrorista norvegese Anders Behring Breivik, che nega sia mai esistita la strage di Sebrenic, che ineggia all’eroismo di Gheddafi. Borghezio parla dai microfoni della radio, partecipa a surreali dibattiti televisivi, detta le sue dichiarazioni ai giornalisti delle agenzie e dei quotidiani che lo stanno ad ascoltare. Ma non basta essere un eurodeputato per ottenere tutta questa attenzione dei media. In un paese dove la democrazia è stata conquistata al prezzo di tante vite umane, non ci può essere spazio per simili utili idioti.
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Il muro di gomma
Daniele Biacchessi
Lo ricorderemo a lungo il 12 gennaio 2012, il giorno in cui la Consulta boccia un legittimo referendum sulla legge elettorale, sottoscritto da centinaia di migliaia di italiani, e la Camera nega la richiesta di arresto per Nicola Cosentino, l’uomo che secondo il racconto di alcuni pentiti è il referente del clan dei Casalesi.
E’ al momento l’ultimo atto conosciuto di una classe politica e in parte istituzionale che non vuole cambiare, perché non accettando il confronto e le trasformazioni in atto nella società, rifiuta il rapporto diretto, anche critico, con i cittadini e il suo elettorato.
Il sistema elettorale vigente, il cosiddetto “Porcellum” (definito così dal suo stesso inventore Roberto Calderoli), non garantisce una stabilità politica e di Governo. In cinque anni infatti sono caduti due esecutivi di diverso colore politico: pur per motivi diversi, nè l’Unione di Romano Prodi, nè il centrodestra di Silvio Berlusconi hanno superato la prova dei tre anni. Per questo migliaia di cittadini hanno affermato attraverso una tormentata ma entusiasmante raccolta firme che il sistema elettorale italiano è obsoleto e inefficace e va subito cambiato. La Consulta sembra aver preferito la real politik (non disturbare il manovratore, cioè il Governo Monti, impegnato nelle riforme economiche). Invece avrebbe dovuto agire con maggiore coraggio e determinazione per porre fine ad uno dei più gravi squilibri italiani, la vera anomalia del nostro paese: l’ingovernabilità.
Ancora più vergognoso ciò che è accaduto nella votazione alla Camera dei Deputati sulla richiesta di arresto di Nicola Cosentino. I parlamentari hanno agito per mero interesse di schieramento e di bottega. Se avessero letto con attenzione le carte giudiziarie trasmesse dai magistrati (non lo fanno mai, dicono che non hanno tempo), avrebbero scoperto un quadro accusatorio impressionante, suffragato da forti indizi, perfino prove verificate che accertano con un margine minimo di dubbio l’appartenenza di Nicola Cosentino ad uno dei clan più spietati della nuova camorra campana.
E’ il muro di gomma della casta dei palazzi. Ma quanto potrà durare?
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PIAZZA FONTANA O DELLA PERSEVERANZA
Di Guido Salvini – magistrato
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, incontrando a Milano nel dicembre 2009, quarantesimo anniversario di piazza Fontana, i famigliari delle vittime della strage e anche i congiunti di Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi, aveva esortato a conservare vivo nella memoria del Paese il ricordo e il significato di quell’eccidio e, rivolto alla magistratura, a cercare ancora ogni “frammento di verità”.
È stata ascoltata questa esortazione?
Qualcosa è avvenuto ma incomprensibili ostacoli burocratici, insensibilità politica e la poca attenzione di chi sarebbe chiamato a cercare ancora qualche pezzo di verità hanno in gran parte vanificato questo messaggio.
Per spiegarlo dobbiamo ricordare tre eventi che da quel giorno si sono aggiunti alla storia di piazza Fontana.
Nell’autunno 2010 è giunto alla conclusione il lungo lavoro di digitalizzazione di tutti gli atti del processo di Catanzaro, le cui carte rischiavano di deteriorarsi irrimediabilmente in un vecchio deposito.
Questa iniziativa era stata resa possibile nel 2007 dall’impegno del Ministro di Giustizia che, durante il governo Prodi, aveva stanziato i fondi necessari. Si era così aggiunta all’autonoma ed encomiabile iniziativa curata dal Tribunale di Cremona che, affidando il lavoro a detenuti come momento di recupero sociale, aveva già consentito la digitalizzazione di tutti gli atti delle indagini riaperte a Milano negli anni ‘90 e del processo poi celebrato nella nostra città.
I 9 CD che contengono tutti gli atti dei processo di Catanzaro sono stati ufficialmente presentati in una manifestazione che si è svolta, nel 41° anniversario della strage, in una sala comunale di tale città, alla presenza del Sindaco e delle associazioni della società civile che avevano fatto partire la battaglia per il salvataggio di quegli atti dalla distruzione.
I documenti di quel processo non sono infatti semplici atti giudiziari ma una fotografia insostituibile di una parte della storia dell’Italia contemporanea in cui la sfilata di neonazisti protetti dal SID, di ufficiali dei Servizi segreti e del Ministero dell’interno, di Ministri che invocano il segreto di Stato racconta le collusioni, i compromessi e le ambiguità con i quali una parte delle istituzioni è giunta a sacrificare la verità sulla morte di 17 cittadini pur di salvaguardare interessi ed equilibri politici, anche internazionali, che in quegli anni sembravano incrinati portando ad aperture a molti potenti non gradite.
Molti, studiosi, studenti, semplici cittadini sono ancora oggi interessati, e lo testimonia la partecipazione alle manifestazioni in ricordo di piazza Fontana, a studiare quelle carte sino a ieri non consultabili.
Ma il frutto di questo lavoro è divenuto oggi accessibile a tutti ?
Purtroppo non ancora.
I nove CD, per una incomprensibile resistenza, sono ancora considerati dal Ministero copie di “atti giudiziari” e non atti pubblici come sarebbe stato logico pensare una volta conclusa la loro digitalizzazione.
Non sono quindi a tutt’oggi, in tempo di internet, ancora consultabili da chi ne abbia interesse, uno studente per scrivere une tesi, un circolo culturale per organizzare un dibattito.
Le copie possono essere rilasciate solo al termine di una complessa procedura burocratica che comporta anche il pagamento dei “diritti” ammontanti a varie migliaia di euro.
È stato così vanificato in gran parte il senso dell’iniziativa e di tanta fatica: gli atti sono digitalizzati ma nessuno o quasi li può leggere.
Questo inaspettato ostacolo deve essere superato. Gli atti di Catanzaro, come quelli di altri processi che hanno segnato la storia d’Italia, dovrebbero essere collocati in un sito internet ufficiale del Ministero e le copie dei CD dovrebbero essere rilasciate a chi ne fa richiesta ad un semplice prezzo di costo o comunque a prezzo simbolico, senza pagare i “diritti” come avviene in Tribunale per le copie di un processo in corso.
Solo in questo modo il lavoro svolto assolverà il suo significato che è quello di conservare e diffondere la memoria anche tra i più giovani che non hanno vissuto quegli eventi.
Nel dicembre 2010, un appello al Capo dello Stato promosso da giornalisti, parlamentari, storici, magistrati e poi firmato da oltre 50.000 cittadini ha chiesto la piena attuazione della legge 3.8.2007 n.124 che regola i Servizi di informazione e il segreto di Stato e che prevede che, trascorso 30 anni da un evento, nessuna classifica di riservatezza sia più opponibile. L’appello ha chiesto che tutti i documenti del passato diventino pubblici e consultabili per facilitare la ricerca storica. Accessibilità quindi e completa catalogazione e pubblicità, sul modello del Freedom of Information Act statunitense, di tutti i documenti non solo dei Servizi segreti ma anche dei Carabinieri, della Polizia e della Guardia di Finanza ed anche degli archivi diplomatici e politici.
Un completo cambio di rotta quindi non solo rispetto ai segreti di un tempo ma alle proposte emerse proprio in quei mesi nelle bozze di progetto dei decreti attuativi della legge del 2007 con le quali si proponeva addirittura l’inaccettabile possibilità di reiterare il segreto di Stato anche trascorsi i 30 anni.
Per rendere realizzabile la proposta contenuta nell’appello al Presidente della Repubblica, se si preferisse non rendere immediatamente pubblica tale documentazione senza limitazioni, basterebbe poco.
Sarebbe sufficiente che il Ministero della Cultura, che potrebbe essere individuato simbolicamente come luogo di verità, potesse nominare una Commissione formata da storici, studiosi ed esperti di ricerche d’archivio, autorevoli ed indipendenti. Una Commissione incaricata del compito di controllare la catalogazione di tali archivi, ed esaminare in modo sistematico le carte che si riferiscono, direttamente o indirettamente o per il loro contesto politico, a piazza Fontana a tutti quegli eventi tragici che hanno condizionato e inquinato la vita del nostro Paese e che tanti cittadini non hanno dimenticato.
Sarebbe uno strumento semplice, con ogni garanzia e poca spesa e un passo importante nella ricerca di “più verità”.
Ma anche l’Autorità giudiziaria, preposta ad indagare, non ha concluso il suo compito anche se vi è chi ritiene, credo sbagliando, che tale compito sia terminato dopo la sentenza della Cassazione del 2005.
È trascorso ormai un anno e mezzo da quando, nell’autunno del 2009, i famigliari delle vittime di piazza Fontana hanno diretto alla Procura di Milano una motivata richiesta di riapertura delle indagini.
Nuovi documenti e nuovi testimoni erano infatti apparsi e altri, anche in modo spontaneo, sono emersi anche più di recente. Nuove piste investigative percorribili si sono delineate, che non possono sfuggire a chi ha esperienza di queste cose.
Eppure la Procura di Milano non ha in alcun modo risposto alla richiesta dei famigliari, è rimasta muta, non ha mandato alcun segnale di impegno anche se sarebbe costato poco.
Purtroppo questa scelta sembra la continuazione di quanto avvenuto negli anni ‘90, quando le nuove indagini su piazza Fontana furono considerate meritevoli di poca attenzione, senza profondere quindi le energie migliori che, volendo, non sarebbero mancate. Un magistrato pur di grande valore come il Procuratore capo Borrelli finì ad affidarle a sostituti appena arrivati in Procura e privi di qualsiasi esperienza in materia di eversione politica.
Una sottovalutazione dell’impegno richiesto che ha inciso non poco sull’esito finale come incise allora la volontà della Procura di aprire un incomprensibile conflitto con chi scrive, allora Giudice Istruttore, a colpi di esposti e di azioni disciplinari al CSM. Azioni che si risolsero nel nulla ma pregiudicarono lo sviluppo delle indagini e giovarono invece e solo agli ordinovisti imputati.
Non di tutto ciò che di nuovo giunge, per vie diverse, su piazza Fontana sarebbe prudente parlare per non pregiudicarne i possibili sviluppi.
Ma una vicenda centrale – in parte già narrata nel testo teatrale “Segreto di Stato” di Fortunato Zinni e del regista Silvio Da Rù che accompagna questo volume – testimonia la poca cura di ieri e di oggi nel coltivare il lavoro sulla strage.
Il collaboratore Carlo Digilio, nell’indagine del Giudice Istruttore, aveva a lungo parlato di un casolare isolato nelle campagne di Paese, una località vicino a Treviso, utilizzato come “santabarbara” dagli ordinovisti veneti, tra cui Ventura, Freda e Zorzi, per custodirvi armi ed esplosivi e in cui, con l’aiuto dello stesso Digilio, erano stati approntati molti degli ordigni usati per la campagna di attentati del 1969.
Il casolare era però ormai scomparso ed essendo noto solo ad una ristretta cerchia di militanti nessuno oltre a Digilio ne aveva parlato.
La mancanza di specifici riscontri a questa parte decisiva del suo racconto era stata giudicata dalla Corte di Assise di Appello, in modo peraltro discutibile poiché si trattava di un racconto molto dettagliato, uno dei motivi centrali per pervenire all’assoluzione degli imputati.
La Procura di Milano, in vista del dibattimento, aveva raccolto a Catanzaro gli atti del vecchio processo che potevano essere di riscontro alle nuove dichiarazioni. Ma aveva lasciato a Catanzaro proprio l’agenda di Ventura del 1969, l’agenda acquisita negli anni ‘70 proprio dal dr. D’Ambrosio, ancora in servizio a Milano, e ora infelicemente dimenticata.
Infelicemente perché in quei fogli vi erano scritti più volte con la mano di Ventura il nome di Digilio e il nome di Paese, un riscontro importante e risalente a tempi non sospetti che così era andato perduto.
Ma era andato perduto anche più di quanto non si immaginasse.
Anni dopo un altro ufficio, la Procura di Brescia che stava indagando con impegno sulla strage di Piazza della Loggia e aveva dissodato anch’essa gli atti di Catanzaro, ha trovato invece l’agenda e ha notato un nome nuovo che portava direttamente a quel casolare e al racconto di Digilio. L’agenda e il dato erano così arrivati a Milano.
I famigliari delle vittime di piazza Fontana nella richiesta di riapertura delle indagini hanno segnalato questo elemento nuovo ma nemmeno ciò ha spinto la Procura di Milano, nel 2009, a cercare.
Eppure, e questa è storia di oggi, la strada indicata da Brescia, un grande passo in avanti nella ricerca della verità di cui un giorno si potrà parlare, sembra davvero quella giusta. Qui ci fermiamo.
Altre indagini sono state riaperte in questi anni, da ultimo a Roma quella sull’omicidio irrisolto del giovane di sinistra Valerio Verbano ucciso nel 1980. Piazza Fontana no, o non ancora, se non per la giustizia nemmeno per avere una verità più completa.
La convinzione che nulla si possa fare non sempre protegge dall’ostinazione ma ne è talvolta il suo specchio, diventa ostinazione a non fare, che non è più una virtù. Allontana allora dalla perseveranza che è la volontà razionale nel cercare il giusto.
Quella perseveranza cui ci ha richiamato il Presidente della Repubblica, ricordando che la strage di piazza Fontana è imprescrittibile non solo per il codice penale ma per la storia del nostro Paese ricordando che abbiamo il dovere, come magistrati, di continuare a cercare ogni “frammento di verità”.
Dovremmo, davvero, a Milano, ascoltarlo.
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Un sogno
Daniele Biacchessi
Stanotte ho sognato di vivere in un paese normale.
I giornalisti erano liberi di scrivere articoli liberi e le loro inchieste, se i fatti venivano verificati e provati, potevano perfino mettere l’impeachment ad un Presidente del Consiglio.
Un parlamentare prendeva 5mila euro al mese e la sua poltrona durava il mandato di una legislatura, cinque anni, poi a casa. E questo accadeva anche per i presidenti di regione e per i sindaci.
I mafiosi stavano in carcere non in Parlamento e gli veniva applicato il 41 bis. A tutti, nessuno escluso.
Nel sogno tutti i commercianti ti davano lo scontrino, anche per un caffè da un euro. E ti davano lo scontrino o la fattura pure avvocati, idraulici, carrozzieri, meccanici, elettricisti, carpentieri, dentisti, medici.
I commercialisti non inducevano i loro clienti ad evadere le tasse, ad esportare capitale illegalmente all’estero. Anzi li obbligavano a denunciare i capitali al fisco. Anche il commercialista emetteva fattura.
In quel paese normale non esistevano condoni edilizi, gare di appalto truccate, eco mostri, finti ciechi, finti invalidi, finti storpi, finti anziani, finti matti, finti pensionati, diplomi e lauree comprati, carriere comprate, esami comprati, concorsi fasulli organizzati da giurie fasulle che hanno già in tasca i nomi dei vincitori, consigli comunali commissariati per mafia, imprenditori che parcheggiano in una spiaggia il proprio elicottero.
Non c’erano macchine in sosta in terza fila, non c’erano persone trafelate che correvano verso la macchina e dicevano al vigile che li stava multando: “sono arrivato da un minuto, dovevo comprare un pacchetto di sigarette”.
Le città erano a misura di bambino, tutti si guardavano e si salutavano sorridendo, facevano la fila alle poste in ordine senza passare davanti ad altri, aiutavano i più deboli.
I conduttori della radio e della televisione non avevano tessere di partito in tasca, neppure gridavano contro i loro ascoltatori, offendevano i loro ospiti, organizzavano sscenette da avanspettacolo di ulktimo livello.In radio e in televisione i conduttori parlavano solo dopo essersi documentati. E non leccavano il culo al potente di turno, mettendo magari in difficoltà l’ospite o l’ascoltatore più debole. Soprattutto quando sbagliavano chiedevano scusa pubblicamente e se ne andavano a casa.
Poi mi sono svegliato, di colpo, sarà stata una sirena, ho acceso la tv e ho capito che avevo solo sognato.
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La verità su Piazza Fontana
Daniele Biacchessi
Mancano 13 giorni a Natale. E’ quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro che sembra un carnevale. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e Piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste, le vendite di beneficenza e quelle private. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del signore”. Il freddo entra nelle ossa, con il bavero alzato e i guanti presi da Crippa, e quel morbido pullover di cachemire comprato da Schettini, quella cravatta acquistata poco prima da Avolio. Magari un cappello, un Barbisio, un Borsalino. I giovani stanno tutti in Galleria Passerella da Fiorucci per gli ultimi arrivi alla moda. Quel viaggio verso Sud, con i biglietti acquistati in Stazione Centrale, si farà tra poco. Tutti noi italiani ci sentivamo felici, immortali, allegri, innocenti. Ad un tratto, un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Alle 16,37, eravamo già vecchi, colpiti alla schiena, feriti nel nostro stesso orgoglio.
Sette chilogrammi d’esplosivo vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro ad una valigetta nera, tipo ventiquattro ore. Collocata proprio al centro del salone dove gli agricoltori contrattano i loro affari. La gelignite verrà attivata da un timer. Un luogo strategico, un orario scelto con cura, per fare uno scempio di vittime innocenti. L’attentato provoca la morte di diciassette persone, quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. Resta un grande, enorme foro nel mezzo della banca. Un profondo buco nero. Lì intorno sono ben visibili centinaia di piccoli frammenti metallici d’acciaio, quelli della cassetta dell’esplosivo. Un attentato tecnicamente perfetto. La resistenza opposta dal piano di cemento armato scaraventa l’onda d’urto contro le pareti del salone. La potenza dell’ordigno si sviluppa tra il cemento e la parte sinistra del salone. Provoca il crollo del rivestimento sulla parete della banca.
Sono ore concitate ma non tutte le piste vengono seguite subito. Per diversi anni gli inquirenti, suggeriti dagli uomini dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, indirizzano le indagini v erso gli anarchici. Il ballerino anarchico pietro valpreda viene arrestato e accusato di aver organizzato la strage. Viene fermato anche il ferroviere anarchico Pino Pinelli che cade dal quarto piano della questura di Milano durante un’interrogatorio.
Guido Lorenzon è il segretario di una sezione della Democrazia cristiana di Treviso. La sera in cui Pino Pinelli vola dal quarto piano della Questura di Milano, Lorenzon si trova nello studio dell’avvocato Alberto Steccanella. Si morde le unghie, è nervoso, teso, scuro in volto. Lui lo sa che quelle dichiarazioni potrebbero coinvolgere l’editore Giovanni Ventura che frequenta da anni. E’ a conoscenza di fatti relativi agli attentati di Milano e Roma. Racconta che il 10 dicembre, ha parlato con Ventura. Informazioni precise e troppo circostanziate su quelle bombe. Per Lorenzon, Giovanni Ventura sa troppe cose. Settimane prima del colloquio, Ventura gli descrive dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1969. Rivendica l’appartenenza a un’organizzazione clandestina. Parla di un progetto di colpo di stato imminente. Lorenzon chiede consigli al suo avvocato, produce un memoriale alla magistratura e in pochi giorni si trova faccia a faccia al procuratore Pietro Calogero, I fatti narrati, le conversazioni con Ventura diventano così oggetto di istruttoria. Lorenzon cerca Ventura, lo incontra più volte, i colloqui sono registrati dagli uomini di polizia giudiziaria. In meno di un mese, Calogero raccoglie indizi e prove contro l’editore e il suo amico, Franco Freda.
La prima svolta dell’inchiesta avviene nel novembre del ’71. Castelfranco Veneto. Un muratore sta riparando il tetto di una casa. E’ un professionista, uno di quelli di cui ci si può fidare ma quel giorno commette però un errore. Sfonda il tramezzo divisorio di un’abitazione. Lì ci vive Giancarlo Marchesin, consigliere comunale socialista. Il buco del tramezzo si allarga, i mattoni sono vecchi. Viene alla luce una santabarbara: armi ed esplosivi ovunque, tante, troppe casse di munizioni Nato. Le manette scattano per Marchesin. Lui si defila, poi parla. “Le armi sono state nascoste da Giovanni Ventura, dopo gli attentati del 12 dicembre. Prima si trovavano nell’abitazione di Ruggero Pan”. La polizia interroga Ruggero Pan. “Durante l’estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura mi aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, diceva Ventura, non avevano prodotto l’effetto sperato: quello di compressione esplosiva del metallo. Mi sono rifiutato di acquistarle. Il giorno dopo, notai da Ventura una cassetta di metallo. Ho presto compreso che altri erano andati a comprarla al posto mio”.
Pan dimentica ciò che è accaduto. Ma il 13 dicembre 1969, il telegiornale mostra al paese la riproduzione di una delle cassette utilizzate negli attentati alle banche. Nient’altro che una Jewell, proprio uguale a quelle acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura. Intanto c’è chi a Padova si ricorda di aver venduto delle borse in pelle, identiche a quelle della strage. E’ Fausto Giurato titolare valigeria Al Duomo Padova. “ Ero in negozio. Stavo guardando giusto il telegiornale. Mostrano la fotografia di una borsa. E una commessa dice:’Signor Fausto, ma queste valigie le vendiamo anche noi. Il 10 dicembre ho fatto una vendita strana. E’ entrato un giovanotto, gli ho fatto vedere la borsa, il prezzo gli andava bene. Gli gradiva il fatto che la borsa era capace, senza tramezzi e scomparti ma ne voleva quattro. Io ci ho pensato diversi giorni, dopo gli attentati. Poi ho telefonato in Questura, ho chiesto del commissario, ho raccontato il fatto. Non è successo niente. Dopo due anni circa, entra in negozio un carabiniere, mi mostra il tesserino. Mi fa vedere la fotografia delle valigie e io lo precedo e gli dico: “Gli interessano quelle lì? Era ora che qualcuno mi chiedesse qualche particolare in più”.
I magistrati di Treviso si convincono che il gruppo si riunisce nella sala di un istituto universitario di Padova. Marco Pozzan, il custode, è il braccio destro di Franco Freda. Viene interrogato. Spiega di quella riunione notturna a Padova il 18 aprile 1969 dove si sarebbe discusso del piano e degli attentati. Prima accusa Pino Rauti di essere presente all’incontro. Alla fine ritratta.
Il sostituto procuratore Pietro Calogero non crede a Marco Pozzan. Quando è definitivamente in libertà, Pozzan fugge e scompare nel nulla. Racconta Pietro Calogero. “Gli apparati dello stato cominciano a lavorare non a favore delle indagini ma contro di esse. Non per collaborare con i giudici ma per intralciare e depistare il loro lavoro. Marco Pozzan, un uomo di fiducia di Franco Freda, colpito da mandato di cattura nel 1972 per concorso nella strage di Piazza Fontana. Pozzan aveva dato segni di cedimento in un interrogatorio e aveva rivelato fatti di notevole rilievo sulla strategia della tensione e sulla sua matrice di destra. Era così importante avere la disponibilità fisica di Pozzan. E’ risultato dalle indagini che, verso la fine di quell’anno, uomini del Sid avevano intercettato Pozzan durante la sua latitanza, lo avevano condotto a Roma, in via Sicilia, dove il Sid aveva gli uffici di copertura, lo avevano sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio, per saggiarne la tenuta e lo avevano fatto espatriare in Spagna con un passaporto falso”.
3 marzo 1972. E’ il giorno degli arresti di Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti. Ricorda ancora il magistrato Pietro Calogero. “Giovanni Ventura, colpito da mandato di cattura per complicità nella strage, dava segni di inquietudine e mostrava di voler fare rivelazioni sulla strategia della tensione. Il Sid interviene non per collaborare. Attraverso un proprio emissario propone a Ventura un piano di fuga e gli mette a disposizione una chiave idonea ad aprire le celle del carcere di Monza, dove è detenuto e due bombolette narcotizzanti per stordire gli agenti di custodia durante l’operazione”.
Il 21 marzo 1972, il giudice Giancarlo Stiz trasmette il fascicolo su Freda e Ventura, per competenza territoriale, alla procura della Repubblica di Milano. Ora sono in tre a proseguire le indagini. In quel tempo lontano, sono i migliori investigatori di Milano, gente esperta. Sono il giudice Gerardo D’Ambrosio, (attuale Procuratore della repubblica di Milano) e i sostituti Luigi Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini (ucciso anni dopo da un commando di Prima Linea). Pino Rauti viene rilasciato. Giudici e magistrati milanesi raccolgono in poco tempo prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura. Dimostrano che la pista anarchica intrapresa all’inizio dagli inquirenti porta ad un vicolo cieco.
Tra il ’72 e il ’73 la magistratura milanese è dunque ad un passo dalla verità. Non solo le attività dei neofascisti veneti, emergono anche le coperture dei servizi segreti, dei potenti apparati dello stato, dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, di uomini in bilico tra i servizi e i neofascisti come Guido Giannettini, sospettato di complicità nella strage. E puntuale scatta l’opera di depistaggio da parte dei servizi segreti. Ne è convinto Pietro Calogero. “Giannettini subisce una perquisizione e verso la fine del 1972 è colpito da mandato di cattura. Il Sid interviene ancora una volta, non per collaborare, ma per indurlo a sottrarsi alle investigazioni dell’autorità inquirente. Viene fatto espatriare in Francia dove sarà tenuto sotto controllo del servizio che, invece di troncare ogni rapporto di collaborazione, continuerà addirittura a stipendiarlo”.
Nel 1973, la caccia agli attentatori di Piazza Fontana è in fase avanzata. Ora nelle mani del giudice D’Ambrosio, viene consegnato un appunto del Sid del 16 dicembre 1969. Notizie di fonte qualificata, interna all’ambiente neofascista. “Gli attentati hanno certamente un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente e l’organizzatore di essi dovrebbe essere certo Y. Guerin Serac. Risiede a Lisbona dove dirige l’agenzia Ager- Interpress, viaggia in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera,è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia. Inoltre ha come aiutante Robert Leroy, a Roma ha contatti con Stefano Delle Chiaie”. A parte alcuni errori, le informazioni risultano vere. E’ la pista intrapresa da Gerardo D’Ambrosio, ben prima che la sua istruttoria venga fermata. Nel 1974, la Corte di Cassazione gli sottrae le indagini.
I risultati istruttori di Milano e di Roma vengono poi inviati a Catanzaro. Lì già convivono tre tronconi: quello romano orientato verso gli anarchici (Valpreda, Merlino), quello milanese verso la destra (Freda e Ventura), quello calabrese (la strage di Stato con Gianettini, Gian Adelio Maletti del Sid). L’unificazione avviene nel luglio 1976 con il rinvio a giudizio di trentatré imputati.
23 febbraio 1979, sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Catanzaro. Ergastolo per Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan. Due e quattro anni rispettivamente a Antonio La Bruna e Gian Adelio Maletti. Andreotti, Tanassi e Rumor rinviati a giudizio per reati ministeriali. 4 anni e 6 mesi di reclusione per Valpreda e Merlino, assolti invece dall’accusa di strage per insufficienza di prove.
20 marzo 1981. Corte d’Assise di Appello di Catanzaro. Assoluzioni per Giannettini, Freda e Ventura, per Maletti e La Bruna per il reato di falsità ideologica, insufficienza di prove per Merlino. 15 anni a Freda e Ventura per associazione sovversiva. Proscioglimento per Pozzan.
10 giugno 1982. Corte di Cassazione. La sentenza di appello è annullata, il processo rinviato a Bari.
1 agosto 1985. La Corte di Assisi di Appello di Bari conferma le sentenze di assoluzione per insufficienza di prove per strage nei confronti di Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Riduce ulteriormente le pene contro La Bruna e Maletti.
Gennaio 1987. La Corte di Cassazione conferma la sentenza emanata dalla Corte di Assise di Appello di Bari.
Mentre il processo va avanti nel suo iter, prosegue la quarta istruttoria sulla strage di piazza Fontana. Dura dal 1981 al 1986. Al centro delle inchieste ci sono Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini.
25 luglio 1989. Corte di Assise di Catanzaro. Assoluzione per Delle Chiaie e Fachini dall’imputazione del delitto di strage per non aver commesso il fatto.
5 luglio 1991. La Corte di Assise di Appello di Catanzaro conferma la sentenza di primo grado. La sentenza di Appello diventa definitiva per decorso del termine utile al ricorso per Cassazione.
Giunge il tempo della quinta istruttoria. Nel 1984, il giudice di Roma, Roberto Napoletano trasmette ai magistrati milanesi gli atti che riguardano le attività eversive di Ordine Nuovo. Nel 1985, è in corso l’indagine sull’omicidio di Sergio Ramelli, giovane esponente del Fronte della Gioventù. La polizia giudiziaria sequestra in viale Bligny, l’intero archivio di Avanguardia Operaia. Tra quei fogli, emerge un documento trasmesso da Renzo Rossellini al responsabile del settore contro-informazione dell’organizzazione.
Il documento è di cinque pagine dattiloscritte. E’ un verbale di polizia giudiziaria in cui il neofascista Nico Azzi racconta tutte le attività del gruppo La Fenice che fa capo a Giancarlo Rognoni. Nico Azzi, militante di Ordine Nuovo e del gruppo la Fenice è l’autore del fallito attentato al treno Torino- Roma del 7 aprile 1973. Lui mira alla strage ma il detonatore della bomba gli scoppia tra le gambe. Nel documento, Nico Azzi rivela cose non conosciute dagli inquirenti. Il gruppo La Fenice di Milano è in contatto con Ordine Nuovo del Veneto. Dispone dei timer residuati dopo gli attentati del 12 dicembre 1969. L’attentato sul treno Torino- Roma viene ideato per creare un diversivo rispetto alle piste investigative che portano alla destra veneta. Il gruppo La Fenice è in stretto collegamento con ufficiali dell’Esercito, nel quadro della collaborazione tra militari e civili per l’effettuazione di un colpo di Stato.
Il 15 luglio 1988, il sostituto procuratore della Repubblica di Milano Maria Luisa Dameno formalizza l’istruttoria poco prima di passare ad altro ufficio. Una settimana dopo, nel fascicolo, giungono anche gli atti dell’attentato contro il Comune di Milano del 30 luglio 1980. I procedimenti passano ora nelle mani del giudice di Milano Guido Salvini.
721/88F. Inizia da questo numero di protocollo la nuova storia dell’inchiesta per la strage di Piazza Fontana e le attività dei gruppi di Ordine Nuovo e La Fenice.
Dal 1988 al 1991, Salvini approfondisce la struttura logistica di Ordine Nuovo. Nel ’91 nasce una collaborazione tra giudici e magistrati che tengono ancora aperte piste consistenti sulle attività della destra eversiva in Italia. Non è un pool ma poco ci manca. Ci sono Leonardo Grassi di Bologna, Giampaolo Zorzi di Brescia, Giovanni Salvi di Roma, Antonio Lombardi di Milano. Così il giudice Grassi trasmette a Salvini il procedimento 2/92F relativo a Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, definite “bande armate finalizzate a commettere stragi”.
Tra il ’91 e il ’92, Vincenzo Vinciguerra riprende il dialogo con la magistratura. Riempie 150 pagine di verbali, fornisce testimonianze dirette e parla di La Fenice, dei contatti di questo gruppo con Ordine Nuovo del Veneto. I primi elementi indiziari sulle stragi di piazza Fontana e di Piazza della Loggia a Brescia sono già in possesso degli inquirenti.
Vinciguerra svela così la struttura di Ordine Nuovo.
“Intendo fin d’ora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno più che dei Carabinieri. Posso oggi indicare i nominativi delle persone che dal 1960 o da ancora prima sono rimasti in collegamento tra loro, provenendo da uno stesso ceppo ed essendo un gruppo politicamente ed umanamente omogeneo. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano. E’ composto, fra gli altri da queste persone: a Trieste da Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan;a Venezia e Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Vinello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos Spiazzi; a Treviso da Roberto Raho; A Padova c’è l’intero gruppo di Franco Freda con Massimiliano Fachini e Aldo Trinco; a Trento è attivo Cristiano De Eccher; a Milano Giancarlo Rognoni; a Udine Cesare Turco dal 1973 in poi; a Roma Enzo Maria Dantini e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli”.
1992. Il Sismi, il servizio segreto militare, individua nel suo rifugio all’estero Martino Siciliano. Tenta di farlo allontanare dai suoi camerati. Nel 1993 Carlo Digilio viene estradato da Santo Domingo. Collabora con la magistratura. Fatti e indizi sulla struttura associativa e sulle attività di Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi, Franco Freda e Giovanni Ventura. Fine del’93. Le testimonianze acquisite portano alla luce i Nuclei di Difesa dello Stato, struttura diversa da Gladio.
Nel 1994, Martino Siciliano si distacca dal sodalizio con gli ordinovisti che intendono trasferirlo in Giappone. Accetta quindi la collaborazione, il rientro in Italia.
Contemporaneamente, le indagini su Piazza Fontana coinvolgono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Ricorda Martino Siciliano.
“Pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in compagnia di camerati del Msi, fra cui l’ex senatore Piergiorgio Gradari. Parlando di quanto era avvenuto a Milano, ad un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di questa crisi, confidai a Granari la mia convinzione che la strage non fosse opera degli anarchici, ma che fosse da attribuirsi ad elementi di Ordine Nuovo di Venezia e Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che, anche se ciò che pensavo fosse stato vero, avrei dovuto tenermelo per me. C’era l’assoluta somiglianza fra gli ordigni che avevo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Intendo riferirmi al contenitore dell’esplosivo che era costituito in tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inoltre, avevano riportato la notizia che l’esplosivo impiegato era costituito da candelotti di gelignite perfettamente analoghi a quello che avevo visto, manipolato e innescato insieme a Delfo Zorzi nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi è quindi venuta in mente l’affermazione di Delfo Zorzi nel corso del viaggio a Trieste. Disse che vi erano molte altre cassette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel momento”.
Anche la memoria di Carlo Digilio si apre ai dettagli.
“Delfo Zorzi mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una “consulenza”, espressione che io capii benissimo cosa voleva dire. Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l’appuntamento, nel tardo pomeriggio e Zorzi mi accompagnò in quella zona un po’ isolata vicino al canale dove c’eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto. Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la Fiat1100 di Maggi. Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c’erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po’ più grande. Aprì tutte e tre le cassette e all’interno di ciascuna c’era dell’esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto nel deposito in località Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti. In ogni cassetta, affondato nell’esplosivo c’era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista. Effettivamente quello che vidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po’ molle e questa specie di cappellotto impediva di vedere come fosse fatto esattamente il congegno. Zorzi mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell’esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di Maggi era vecchia. Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno. Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell’esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità. Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all’innesco che mi sembrava la parte più delicata”.
Strage di Piazza Fontana. Anni di inchieste, depistaggi da parte degli uomini degli apparati dello Stato, processi.
30 giugno 2001, Corte d’Assise di Milano.I militanti del gruppo neofascista Ordine Nuovo, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo.Tre anni a Stefano Tringali, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi.Non luogo a procedere per il collaboratore di giustizia Carlo Digilio.
12 marzo 2004.La Corte d’Assise di Appello di Milano assolve Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi per insufficienza di prove, Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto, e riduce da tre anni a uno la pena per Stefano Tringali con la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.
3 maggio 2005, il processo si chiude in Cassazione con la conferma delle assoluzioni degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spese processuali.Oltre l’inganno, la beffa. I giudici compiono un vero capolavoro.Ma resta una verità storica anche dalle sentenze di assoluzione.
Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, anche se non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987.
Scrive il neofascista Vincenzo Vinciguerra, vi ricordate, reo confesso della strage a Peteano di Sagrato,in Friuli.Scrive qualcosa che oggi possiamo solo sussurrare, ma non gridare ad alta voce.
Allora sussurriamo……..
“ Le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno.”.
Per questo ad oggi, per Piazza Fontana e per tutte le altre stragi, ancora nessuna giustizia.